Anno 1 Numero 36 Mercoledì 11.12.02 ore 23.45

Gente e Paesi

Direttore Responsabile Guido Donati

 

 

 

 

  

"Si Fumo fumat..Tota Campania tremat..."

La Rocca di Fumone

di Piero Palumbo 

La rocca di Fumone, oggi meta di festose escursioni turistiche, fu apprezzata nei secoli bui soprattutto come luogo d’avvistamento. Dalle sue torri lo sguardo delle sentinelle spaziava nella campagna romana controllando oltre quaranta città. Il castello e il contado circostante appartenevano alla Chiesa fin dal 962, quando Papa Giovanni XII li ebbe in donazione dall’imperatore di Germania Ottone di Sassonia.
L’alto segnale di fumo che dalla vetta si levava in caso di allarme era ripreso e replicato da altri castelli, Paliano, Serrone, Castro dei Volsci eccetera, fino a raggiungere Roma, il luogo del potere. Non occorrono indagini per capire come mai quell’aspra altura nel cuore della Ciociaria si chiamasse Fumone: parve naturale attrezzarla militarmente, farne un fortilizio inespugnabile. Contro i suoi contrafforti si infransero nel 1155 gli assalti di Federico Barbarossa; la stessa sorte toccò, dopo qualche decennio, ai tentativi di Enrico VI di Hohenstaufen, fondatore della dinastia degli Svevi.
Dopo nove secoli la rocca che resistette al Barbarossa si è arresa al turismo. Folti gruppi di visitatori ne percorrono in tutte le stagioni le rampe, ne perlustrano i saloni, ne invadono lo straordinario giardino pensile costruito alla fine del XVII secolo sui bastioni. La famiglia dei marchesi Longhi De Paolis, proprietaria della rocca fin dal Seicento, l’ha aperta alle visite a pagamento, così imitando molti blasonati proprietari che in Italia come altrove tentano di tenere in piedi monumenti e bilanci familiari. Per i turisti l’offerta è allettante, tali e tante sono le emozioni che visitando il castello traggono dalla visita per un prezzo tutto sommato modico (per informazioni ci si può rivolgere al numero 0775-49496). 
Oltre che a mansioni militari e logistiche la rocca è servita per molti secoli come luogo di custodia. Ospiti pericolosi e illustri vi hanno trascorso in catene la loro esistenza: il primo fu nel 1118 il monaco francese Maurice Bourdin, proclamato dall’imperatore antipapa con il nome di Gregorio VIII. Sconfitto e catturato a Sutri dalle milizie del Papa regnante, Callisto II, Bourdin fu rinchiuso nella rocca di Fumone dove morì sei anni dopo: della sua sepoltura non s’è mai trovata traccia. A uguale destino andarono incontro nel tredicesimo secolo alcuni baroni insorti contro il nuovo re di Sicilia Carlo I d’Angiò e catturati dalle milizie pontificie. 
Pochi anni dopo, le porte della rocca tornarono ad aprirsi per un prigioniero di grande prestigio: Celestino V, il Papa che “fece per viltade il gran rifiuto”. Pietro Angelerio. diventato poi Pietro da Morrone dal nome del monte in cui trovò rifugio in giovinezza, svolse un’attività di predicazione e di esempio che lo portò in varie regioni d’Italia. Dalle “fraterie” sorte intorno ai suoi insegnamenti derivò la Congregazione dei Fratelli penitenti più noti come “Celestini”. Nel 1294 il conclave di Perugia lo elesse Papa per interrompere l’ormai stanca alternativa fra gli Orsini e i Colonna. Pietro accettò e diventò Papa con il nome di Celestino V confidando, disse, “in Colui che trasforma in forte il debole”. L’aiuto divino evidentemente non bastò. Incoronato all’Aquila, Celestino V si dimise dopo 107 giorni di pontificato, scoraggiato dalla riluttanza della Curia a trasferire la sede pontificale a Napoli presso la corte di Carlo II d’Angiò. Al suo posto venne eletto Bonifacio VIII, il cardinale Benedetto Caetani: il potere fu restituito alle grandi famiglie. 
Il primo papa dimissionario della storia non aveva un carattere facile. Celestino lasciè senza preavviso il corteo che accompagnava da Napoli a Roma il Pontefice appena eletto e si rifugiò nelle “sue” grotte abruzzesi. Ma il successore non ebbe pietà della sua solitudine. L’ordine impartito ai soldati fu perentorio: raggiungere e catturare il fuggiasco. Pietro da Morrone fu arrestato nella regione del Gargano, mentre si preparava a partire per la Grecia, e recluso nella rocca di Fumone, la prigione più sicura di cui la Chiesa disponesse. I frati del Centro Celestiniano dell’Aquila raccontano in un loro opuscolo che il prigioniero rifiutò le “comodità” che Bonifacio gli offriva a parziale consolazione della cattura e che anzi chiese di essere alloggiato in una “piccola cella come quella del Morrone”. 
La cella in cui Celestino attese la morte è un disadorno locale di pochi metri quadrati, con una parete scavata nella pietra viva. Lo spazio pare insufficiente anche per accogliervi un giaciglio di dimensioni minime: in un testo del tempo si legge a conferma che “dove teneva i piedi quel Santo Uomo per celebrare, quivi posava il capo per dormire. E mai si turbava né per la strettezza del carcere né per la improbità dei soldati che lo custodivano. Gran custodia si faceva di lui, di giorno e di notte, da sei soldati e trenta uomini e nessun uomo, chiunque fosse, si poteva accostare a lui e parlargli. E così per undici mesi rimase qui in stretta custodia”. Si spense, di una malattia che il medico definì “mal di morte”, il 19 maggio 1296. Fu santificato da Clemente V diciassette anni più tardi. Le sue spoglie furono custodite nella chiesa di Sant’Antonio a Ferentino fino al 1327 quando alcuni monaci celestini le trasferirono di nascosto nell’abbazia di Collemaggio all’Aquila dove tuttora giacciono senza mai aver trovato pace: l’ultimo trafugamento, a scopo di estorsione, avvenne nell’aprile del 1988. La cassa con i venerati resti fu ritrovata pochi giorni dopo in un cimitero di Rocca Passa, una frazione di Amatrice. 
La cella di Celestino V con la cappella fatta costruire accanto dalla famiglia Longhi è la maggior attrazione per i visitatori della rocca: ogni anno, nell’anniversario della morte, una processione si snoda dal centro di Fumone e percorre le quindici sale del piano nobile, sostituendosi per un giorno ai cortei dei visitatori a pagamento che in quegli storici ambienti possono, negli altri giorni, permanere e cenare. Per il turista desideroso di sensazioni la rocca mantiene tutte le promesse, non esclusa la possibilità di sentire i gemiti che secondo la leggenda si sentono dopo la mezzanotte ai piani superiori, echi di efferate, antiche tragedie. In una sala al primo piano c’è perfino, custodito in un armadio, il cadavere mummificato di un bambino morto nel 1852. La madre, marchesa Emilia Longhi Gaetani, aveva sette figlie e da sempre sperava nell’erede maschio: quando il figlioletto morì, all’età di due anni, nessuno osò contrastare la sua decisione di conservarne il corpo, opportunamente trattato, a palazzo. 

 

 

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