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MEDEA

 

(testo ripreso dalla voce corrispondente in Miti e personaggi del mondo classico, Bruno Mondadori editore, con adattamenti e integrazioni)

 

Maga, sposa del capo degli Argonauti Giàsone, figlia dell’oceanide Idea e del re Eeta di Colchide, figlio a sua volta del dio del Sole Elio, nipote della maga Circe.

Fonti principali: Euripide, Medea; Apollonio Rodio, Argonautiche; Igino, Fabulae

 

Poteri magici le erano già riconosciuti nella tragedia di Euripide, Medea, e poi in età ellenistica e romana, quando peraltro non viene considerata solo nipote di Circe m anche parente di Ecate (antica divinità ctonia, cioè nata dalla terra, venerata come dea della magia e delle streghe, dei trivi, dell’oltretomba, della fertilità, successivamente anche della luna, secondo Esiodo una delle divinità più potenti).

 

La sua storia

Pelia, re di Iolco, capitale della Tessaglia, aveva incaricato il pretendente al trono Giasone (era nipote di Pelia, figlio di suo fratello Esone, che Pelia aveva spodestato) di sottrarre il Vello d’Oro, nella lontana Colchide, sul Mar Nero. Sperava così che Giasone perisse nel difficile compito.  

Quando Giasone e gli Argonauti giunsero alla corte di Eeta, questi non volle consegnare il Vello. Allora Afrodite ed Eros fecero sì che Medea si innamorasse di Giasone.

In seguito alla promessa di Giasone di condurla con sé in Grecia, dove l’avrebbe sposata, Medea gli offrì la disponibilità del suo potere magico. Giasone potè così superare le prove ed evitare i pericoli dell’impresa.

Quindi, inseguiti da Eeta, gli Argonauti fuggirono dalla Colchide. Quando i Greci erano ormai sul punto di essere raggiunti dagli inseguitori, Medea attirò suo fratello Apsirto in una trappola, consentendo così a Giasone di ucciderlo. Medea avrebbe inoltre tagliato a pezzi il corpo del fratello sperando che Eeta, nel cercare le membra sparse, perdesse del tempo. Circe, in seguito, libeerò Giasone e Medea dalla loro colpa, ma diede loro la caccia appena venne a sapere in quale modo avevano commesso il delitto.

Le Argonautiche di Apollonio Rodio (metà del III secolo a.C.) riportano, inoltre, la vicenda delle nozze di Medea e Giasone alla corte di Alcinoo, re dei Feaci.

Quando il gigante Talo, appartenente alla stirpe bronzea, minacciò gli Argonauti, Medea gli inflisse una ferita mortale, colpendolo nell’unico punto vulnerabile.

Diodoro, Pausania e Ovidio (Metamorfosi 7, 1-424) riferiscono che Medea , dopo il suo arrivo a Iolco, si vendicò di Pelia, poiché questi, nonostante Giasone avesse portato a termine l’infausto incarico, voleva defraudarlo della ricompensa pattuita in cambio del Vello d’Oro, il trono di Iolco. Ella persuase perciò le figlie di Pelia di essere a conoscenza di una pozione magica che poteva far ringiovanire loro padre. Per dar prova di ciò, uccise un vecchio montone, lo fece a pezzi e lo cucinò, facendo poi uscire magicamente dalla pentola un giovane agnello. Le figlie allora attirarono il padre e lo uccisero senza scrupoli, dopo di che Medea e Giasone furono esiliati alla corte del re di Corinto Creonte.

 

Secondo la Medea di Euripide, Creonte volle in seguito sposare la propria figlia Glauce (o Creusa) con Giasone. Questi acconsentì e ripudiò Medea. Prima di lasciare Corinto, diretta ad Atene, Medea volle vendicarsi: dopo essersi assicurata con il re Egeo di trovare una sistemazione ad Atene, finse di riconciliarsi con Giasone e donò un manto avvelenato alla rivale: Glauce fu uccisa e con lei morì il padre accorso in suo aiuto. Nel frattempo, Medea aveva ucciso entrambi i figli nati dalla sua unione con Giasone e volò via su un carro guidato dai draghi, inviati da Elio.

 

Così Medea giunse ad Atene, dove sposò Egeo, ormai vecchio e senza speranza di avere altri figli. Medea ebbe un figlio da Egeo, Medo. Cercò di favorirlo e di farlo salire al trono, e tentò perciò di eliminare Teseo, il figlio di Egeo nato da un precedente matrimonio,m cosa che tuttavia non le riuscì. Gli ateniesi la esiliarono dalla città.

 

Medea ritornò dunque in Colchide, dove suo zio Perse aveva nel frattempo spodestato suo padre Eeta. Medea uccise Perse e condusse suo padre o Medo al potere (Esiodo, Pausania).

 

Nella sua tragedia Medea, Euripide inscena il conflitto fra l’umiliata e vendicativa Medea e l’infedele senza scrupoli Giasone, che dal matrimonio con la figlia del re ateniese si aspetta sicurezza e tranquillità. Circa l’assassinio di entrambi i suoi bambini, Medea adduce due motivi: primo, la vendetta nei confronti di Giasone; poi, il timore che i suoi figli possano essere sacrificati e uccisi da altri.

 

Medea nel teatro antico

Il dramma di Euripide sta al principio di una lunga tradizione teatrale. Altri drammi antichi sono andati perduti, tra gli altri quelli di Sofocle (Egeo), Ennio e Ovidio (che peraltro racconta la vicenda di Medea nelle Metamorfosi e nelle Eroidi menziona una lettera di Medea a Giasone in cui esprime la sua sette di vendetta).  

 

Nella sua tragedia intitolata Medea, Seneca mostra un Giasone ragionevole, mentre Medea appare spinta dal dèmone e non è più combattuta fra il rancore e l’amore materno, ma desidera soltanto l’annientamento.

 

Medea nell’arte antica

Medea è rappresentata con le figlie di Pelia, per esempio in un rilievo neoattico in marmo (Roma, Musei Vaticani) ispirato a un originale risalente al 420 a.C.. A partire dal periodo ellenistico Medea, ombrosa e inquietante d’aspetto, appare con una spada in mano, mentre ai suoi piedi i bambini giocano: così, tra l’altro, in alcune pitture murali a Pompei ed Ercolano; il motivo tematico risale a un’opera di Timomaco di Bisanzio (I sec. a.C.). L’uccisione dei figli e la fuga sul carro trainato dai draghi si ritrova su rilievi di sarcofagi risalenti all’epoca dell’impero romano. La storia è stata trattata molto frequentemente (antologia di immagini).

 

Medea nella letteratura

Medea è un modello per la creazione del personaggio di Didone da parte di Virgilio nell’Eneide.

È l’autrice fittizia di una delle lettere d’amore delle Heroides di Ovidio, che ne narra la storia anche nelle Metamorfosi.

La ritroviamo nel I sec. d.C. nell’opera epica Argonautica di Valerio Flacco.

Seneca ha costituito il modello per le opere letterarie di età moderna: il trionfo del male è posto in primo piano da L. Dolce (1547 ca.), J.-B. de La Péruse (1555), P. Corbeille (1635), J. Vos (1667) e, ancora, da R. Glover (1761).  

H.-B. Longpierre (1694) trasse dal tema un dramma d’amore nel quale Giasone è mosso da un reale sentimento.

Nelle tragedie Medea in Korinth (1786) e Medea auf dem Kaukasus (1790), F. M. Klinger ha posto l’accento su un altro aspetto: Medea non riesce ad adattarsi a una normale vita civile e ripensa con nostalgia alla Colchide selvaggia.

Allo stesso modo ella si comporta nella trilogia Das goldene Vliess (Il Vello d’Oro) di F. Grillparzer (1822: Der Gastfreund; Die Argonauten; Medea): Medea è una barbara, una non greca e non riesce ad adeguarsi agli usi greci.

Il francese J. Anouilh (1946), nel suo dramma Medea, ha accentuato gli eccessi del carattere di Medea: e cioè il suo amore assoluto che si muta in assoluto odio.

Nei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese (1947) il dialogo Gli argonauti vede protagonista Giasone da vecchio, che ricorda i suoi comportamenti “da giovane”.

Corrado Alvaro ha scritto il dramma Lunga notte di Medea nel 1949: il suo gesto ultimo, l’infanticidio, è visto come conseguenza dell’odio razziale e dell’intolleranza umana.

La scrittrice tedesca Christa Wolf ha scritto il romanzo Medea. Voci (ed. e/o) nel 1996. Medea è una donna forte e libera, una “maga” depositaria di un “sapere del corpo e della terra”. Corista Wolf ribalta la prospettiva rispetto ad Euripide: non è lei l’autrice di un crimine, ma scopre nei sotterranei del palazzo reale di Corinto un orribile segreto. Medea dovrà pagare per aver svelato il crimine su cui si fonda il potere.

Va ricordato il film Medea (1970) di Pier Paolo Pasolini che ha spiegato: «Medea è la mescolanza un po’ mostruosa di un racconto filosofico e di un intrigo d’amore, e … semplificando, si può cogliere una struttura astratta: tra un vecchio mondo religioso e un nuovo mondo laico si produce di necessità un urto. In seno a questo conflitto, chi appartiene al vecchio mondo soccombe in una catastrofe spirituale, ma la sua presenza contesta il mondo nuovo. Medea rappresenta il mondo religioso; Corinto è il mondo ricco, dove tutto è laico, moderno, raffinato, colto. Così, quando prova un sentimento di grande dolore e d’angoscia, vive una regressione». C’è anche, nel film, molto forte, il richiamo attualizzante e moderno al contrasto fra la civiltà agricola in via di scomparsa e in crisi e quella urbana che perde il senso del sacro (il centauro, nel film, perde simbolicamente la sua metà animale).  

Le versioni teatrali sono frequenti e hanno conosciuto negli ultimi anni una notevole fioritura.

Medea nell’arte

Medea viene rappresentata con i suoi bambini o durante la loro uccisione, a partire dal XVI secolo, per esempio nei dipinti di G. Macchietti (1570-73, Firenze, Palazzo Vecchio), P. De Mariscalchi (1576 ca., Verona), C.-A. Coypel (1746, Brest), G, Romney (1777-1780, Liverpool), E. Delacroix (1838, Lille e 1862, Parigi, Louvre), A. Feuerbach (1870, Monaco). La si ritrova negli acquerelli di P. Cezanne (1880-1885, Zurigo, sul modello di Delacroix). Una meditabonda Medea si può vedere nei dipinti di Turner (1828, Londra, Tate Gallery) e A. Feuerbach (1871, Dortmund, Castello Cappenberg e 1873, Vienna, Stallburg). G. Moreau rappresentava Medea e Giasone nei suoi dipinti (tra gli altri, 1865, Parigi, Museo D’Orsay). Sempre nel gusto estetizzante e liberty di fine '8oo si colloca la Medea di Waterhouse. Del 1964 è un dipinto con una Medea in panni moderni di Bernard Safran.

Nelle arti plastiche A. Rodin (1865, gesso, Filadelfia, Museo Rodin) ed E. Paolozzi (1964, Otterlo).

  Bernard Safran, Medea, 1964

 

Medea nella musica

L’opera di L. Cherubini (libretto di F.B.Hoffmann, 1797, Parigi) riprende il testo di Longpierre. Altre opere si riallacciano alla rielaborazione del dramma sul modello di Seneca da parte di Corbeille, per esempio quella di M.-A. Carpentier (libretto di Thomas Corneille, il fratello minore di Pierre Corneille, 1693, Parigi).

Numerose sono inoltre le opere in cui Medea figura come protagonista, come quelle di W.-C. Briegel (Darmstadt, 1688), J.-F. Salomon (libretto di S.-J. Pellegerin, 1713, Parigi), G.F. Brusa (libretto di G.Palazzi, 1726, Venezia), G. Gebel II (libretto di E.C. von Kleist, 1752, Rudolfstadt), J.A. Benda (melodramma, libretto di F.W. Gotter, 1775, Lipsia), A. Sacchini (libretto di N.E. Rramery, 1784-1786), F. Piticchio (libretto di O. Balsamo, 1798, Napoli), G. Pacini (libretto di B. Castiglia, 1843, Palermo), S. Mercadante (libretto di S. Cammarano secondo F. Romani, 1851, Napoli), V. Tommasini (libretto del compositore, 1906, Trieste) e infine D. Milhaud (libretto di M. Milhaud, 1939, Anversa).

Alcuni compositori del XX secolo ripresero anche altri importanti drammi dedicati a Medea, per esempio F. Canonica (libretto da Euripide, 1953, Roma), E Staempfli (libretto da Grillparzer, 1954), A. Kovach (libretto da Anouilh, 1960), H. Faberman (opera da camera, 1960-61), A.B. Zimmermann (libretto di H.H. Jahnn) e T. Anoniou (libretto da Euripide, 1976, Salonicco).

Alcune cantate furono composte da J.-P. Rameau (1702-1706), L.-N. Clérambault (1710, Parigi) e G.A. Huee (1879); di N.A. Porpora abbiamo una serenata (1742, Napoli). E. Krenek ha composto un monologo per contralto e orchestra (1953, Philadelphia).

Nel genere della musica per danza apparvero le opere di S. Barber (per Marta Graham, 1946, New York), T. Procaccino (1981) e M. Zimmermann (1982).