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Racconti |
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Il diario di Neo
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Accompagnami per favore in questo inesplorato sentiero che chiamiamo vita. Aiutami a non dimenticare. Vienimi incontro quando il giorno seguente avrò già cambiato idea e mi chiederò il perché di quell’altra. Sostieni la mia flebile memoria ed altalenante razionalità. Spero di non pretendere troppo. Avrò cura di te ogni giorno. Grazie caro diario
Comuncè, Giovedì 3 dicembre 2009 Caro Diario, ormai è fatta! Almeno così si dice in questi speciali momenti, no? Il grande giorno sta per arrivare. Eppure non so... Tu credi che dovrei parlare di un gran giorno o di un bel giorno? Forse i grandi giorni sono altri. Sono quelli che cambiano la vita di una nazione, di una comunità e si guadagnano un posto d'onore, con tanto di celebrazioni, nella memoria della gente. Io non credo che la mia laurea faccia di me un Clark Kent dei giorni nostri. Mettiamola così: il mio sarà un gran bel giorno per me ed i miei cari. Niente! Neanche questo riesce ad acquietarmi e lasciarmi godere appieno questa personalissima vigilia. Ecco. Qui dovresti intervenire tu “diario” e fare la parte di quello che mi consola e dice quelle cose un po' scontate, ma che uno aspetta di sentirsi dire in queste occasioni! Non so del tipo: “Andrà tutto bene amico mio! Hai lavorato duro per scrivere questa tesi, sono sicuro che i professori te ne renderanno merito”. Dopo potresti accarezzare il mio orgoglio abbattuto, tentare di farmi “gongolare” un po' e dirmi: “Non sei onorato che il tuo correlatore, che è un'autorità del settore, verrà apposta da Toruà per presenziare alla tua seduta?” e per concludere una bella frase solenne che fa abbastanza scena: “Da domani sarai LIBERO - detto fra noi, sarò fin troppo libero! - dopo anni ed anni di SACRIFICI!”. E qui ti interrompo caro diario, perché non son sicuro che l'eguaglianza studio = sacrifici sia valida. Da quando ero bambino infatti, i miei genitori non hanno fatto che ripetermi che andando a scuola non facevo altro che il mio dovere. Ora che ci penso, forse avrei potuto farlo anche meglio questo dovere! Sarei dovuto diventare un ingegnere aerospaziale o un grande estimatore dell’arte del sapere, anziché un esperto in politiche per lo sviluppo locale con la passione per la sociologia e per l'uomo così limitatamente razionale! Lo sai, ho sempre avuto in gran conto la signora Conoscenza. Mi son lasciato affascinare da ognuna delle sue doti, mantenendo sempre la mia curiosità sull'attenti pronta ad impegnarsi in ogni nuova esperienza. Ma quanto ancora non conosco e potrei apprendere!? Un mio caro amico mi confidò una volta che la chiave della vita è racchiusa in questa frase “sapere, saper fare e far sapere”. Ti lascio riflettere su questo, magari capisci prima di me come arrivarci. Scusami se come al solito divago! Con le mie parole credo di riuscire a ingarbugliare anche i tuoi pensieri che, beato te, sono così semplici! Ritornando alla laurea, penso che sia un traguardo importante. Certamente lo è per i miei genitori. Dedico a loro tutto questo e spero che ogni cosa vada per il verso giusto. Ora devo concentrarmi e ripetere la “lezione” (questa volta la mia!) in questa ultima notte da studente. Ma quanto è difficile mantenersi calmo e far finta di non avvertire il soffio della tensione. Mio Dio sto per laureami! Fammi un in bocca al lupo caro amico!
Comuncè, Sabato 5 dicembre 2009 Buondì mio caro, scusami se ieri non mi son fatto sentire, ma ho avuto un bel po' da fare fra laurea, parenti e ricevimenti. Sappi però, che ti ho pensato tanto. Sono felicissimo!!! Come nei migliori film, il finale è stato inaspettatamente perfetto. La commissione mi ha attribuito 110 e lode e all’unanimità i professori mi hanno chiesto di continuare gli studi e di pubblicare quanto prima il lavoro di tesi. Tutti i presenti hanno applaudito la mia proclamazione e non nego che in quegli istanti mi sono sentito come una star. Sono tanto felice soprattutto per i miei genitori e per Ederì. Grazie a loro ho potuto realizzare questo sogno. Sono lusingato, orgoglioso e soddisfatto per il risultato che ho riportato, ma non ti nascondo che ci sono momenti in cui penso di meritare questi onori. Sono ben conscio di avere molte lacune da colmare e tanto da imparare. Di sicuro ho dato il mio massimo quest'ultimo anno. E' stata dura conciliare studio e lavoro. Aspetta aspetta, so già cosa stai pensando! Ti illudevi che una volta laureato sarei diventato meno bacchettone? Ora sono adulto, ho un motivo in più per essere petulante..Prenderò un appunto, ok? MEMO: per le prossime volte, conciliare gli impegni in modo più proficuo!
Ma in fin dei conti la colpa non è la mia. E' l'Università che non ci abitua al rigore e all'ordine. Tocchiamo un tasto dolente, adesso! Non voglio raccontarti per l'ennesima volta le leggende sui famosi esami facili, sulle tesi- flash scritte in un mese e sulla preziosissima arte del copia e incolla. E quante volte si fa in modo di aiutare qualcuno a prendere quel necessario pezzo di carta (e con voti di tutto rispetto, eh!). Ci sarebbe da disperarsi se ci si soffermasse a pensare che questo è solo la punta dell'iceberg della Scuola italiana. Confesso, mi sono comportato esattamente come quelle mamme che sembrano dover tacere un rimprovero e invece in un attimo ti fanno capire che quello è solo l'inizio! Le mamme, non finiscono mai di stupire, sono anche delle esperte conoscitrici degli artifici del discorso! Sono davvero un gran piagnucolone, ma permettermi di sfogarmi almeno ora che sono dottore. Abbi pietà di me, ho perso il mio status di studente e ho a mia disposizione ancora pochi giorni prima di dovermi definire “un disoccupato”! Comunque oggi non mi va di continuare ad angosciare me e te con le avventure storico-politiche che hanno impoverito il nostro sistema educativo ..e un po' anche le nostre menti. Basta così, oggi è festa caro diario! Vedo già fosche nubi di inquieti pensieri all'orizzonte. Mio caro amico, prima che mi raggiungano vado subito a rintanarmi sotto le coperte, nella mia rassicurante casetta nel mio tranquillo paesino.
Comuncè, Martedì 8 dicembre 2009 Sera a te, archivio dei miei pensieri. In questo lungo week-end di festa ho avuto modo di riflettere e pensare al mio futuro. Solo pochi giorni mi dividono dalla bramata proclamazione e già sento che la signora Responsabilità mi guarda con aria di disappunto. Prima d'ora non mi ero mai sentito così “precario”. Quando ero studente le mie giornate erano scandite da lezioni, esami, seminari, incontri. Adesso invece non riesco a trovare dei punti di riferimento, delle date precise, degli obiettivi a breve e, peggio ancora, a lungo termine. Sì, lo so che questa è una normale fase transitoria e che ci vorrà un po' di tempo per abituarsi a questa nuova condizione (oh, spero non sia così definitiva questa condizione). Intanto, come tutti, ARRICCHISCO la mia formazione, ALLUNGO la mia vita da studente e aspetto con ansia che arrivi anche il mio turno per il famoso ingresso nel mondo dei grandi!
Comuncè, Mercoledì 9 dicembre 2009 Good evening my secret book, questa mattina ho parlato con la prof. della tesi e mi ha proposto di vagliare l'opportunità di concorrere per il dottorato. O meglio mi ha consigliato di pensarci su. E' un biglietto di sola andata per un paradiso artificiale e lei lo vive sulla sua pelle. Laureata con il massimo dei voti, dottorata in economia politica, precaria e pendolare tra Comuncè e Toruà; non poteva assumersi la responsabilità di spingermi ad occhi chiusi verso questa nuova dimensione. Comunque, la sua proposta mi inorgoglisce, anche se l'idea non mi aveva mai sfiorato prima. Dovrei studiare per le prove d'esame di chissà quale città, augurarmi di vincere una borsa di studio, sperare di non imbattermi in commissioni corrotte e auspicare che per tre anni vada tutto per il verso giusto. Potrei anche farcela a sostenere questo carico. Ma il mio povero stomaco sopporterebbe l'idea di intravede uno spiraglio lavorativo non prima dei trent'anni, sospeso nel mondo dei contratti aleatori, elemosinando per un rinnovo e sognando un concorso per assunzioni a tempo indeterminato? Di sicuro sarò pessimista, forse mi fascio la testa prima di romperla, probabilmente non è quella la mia ambizione, di sicuro non voglio vivere una vita flessibile. Eppure sono figlio di “bim bum bam”, dovrei saper tener testa allo sconforto e affrontare la vita come l'entusiastica Pollyanna che trovava sempre il lato positivo delle cose! Quanto mi riesce difficile in questi momenti! Notte caro amico e scusami se mi sfogo con te, ma sei l'unico che possa capirmi in questo strano periodo. La notte mi cullerà fra le sue braccia, mentre il brillio delle stelle mi donerà quella serenità che tanto vado cercando. Magari domattina ci sarà qualcosa di nuovo per me.
Il tuo speranzoso e intraprendente Neo, il laureato
http://parolesemplici.wordpress.com |
Lettera alla Sussidiarietà
| Comuncè, 13 maggio 2010 Cara Sussi, ... mia cara. Dove sei? Quando verrai a trovarci? Devo confidarti che a volte sembra che tu non ci sia mai veramente stata. Ormai sei solo un bel ideale mai realizzato. Parrebbe proprio che il nostro caro signor Bene Comune interessi a pochi, quasi a nessuno, affogati come siamo nell'indifferenza individualista. Dal altro canto è pur vero che è difficile esserti veramente amico. Esserlo comporta che ciascuno debba preoccuparsi anche dei problemi altrui o perlomeno che si contemplino questi ingombranti altri nei propri progetti. Bada bene che non sto parlando degli emarginati, dei diversi, dell'onnipresente bambino africano con il ventre gonfio che ormai non fa più effetto a nessuno. Quelli non hanno fascino, non sono trendy, sono OUT! Mi basterebbe che chi decide di esserti amico imparasse almeno ad aver rispetto per il suo vicino, per l'autista che guida il bus che ogni giorno lo porta al lavoro, per la cassiera del supermercato sotto casa (ma poi, esistono ancora questi "supermercati sotto casa"?). Meglio emulare il folklore dei belli, le usanze dei ricchi, di coloro che ostentano in tutto, i vincenti di turno, che il pianeta lo strapazzano senza nemmeno accorgersene e non riescono neanche a guardare al di là del proprio naso (per dirla alla Mary Poppins!). In questa società vetrinizzata, dove tutto deve essere bello, attraente e sempre giovane, tu Sussi non ti sei mai sentita a tua agio. Prima ti sei arrovellata il cervello con i tuoi complessi, tentando di capire perchè la pensassi in maniera così differente dagli altri. Ti sei sentita esclusa, addirittura quasi di troppo. Poi crescendo hai creduto in te stessa e combattuto per i tuoi princìpi. Ma per farlo fin in fondo avevi bisogno dell'aiuto degli altri. Tuttavia solo apatia, incuranza e rassegnazione ti erano affianco. Hai deciso di espatriare in cerca di altruismo, senso civico e comune memoria. Cara Sussi, se sei riuscita nella tua ricerca, aspettami, sto venendo da te. Mi attenderà un viaggio lungo e tortuoso ma ci proverò comunque. Eccomi Sussidiarietà sto arrivando. Il tuo umile e speranzoso amico Josè http://parolesemplici.wordpress.com (Josè Pascal) |
Un lavoro incredibile
| La sua camicia è una macchia bianca sul letto. Lei la
ignora: infila nel cassetto la biancheria pulita, mette la borsa nuova sul
ripiano più alto dell'armadio, apre la finestra e cambia aria alla stanza.
Va a sedersi davanti allo specchio. E' bella, oggi; sembra quasi che il trucco di ieri sera le sia rimasto addosso. Ora può girarsi, raggiungere il letto. Prima sfiora il colletto e accarezza le maniche, poi se la preme sul naso, sulla bocca. Sorride: che stupida. Sistema la camicia sulla gruccia, la appende nell'armadio e finalmente il telefono squilla. "Pronto... Sì, sono io... certo... d'accordo ... sì, ho preso nota, mi ripeta solo la classe prima... Perfetto, appena finisco vengo in sede centrale per la firma del contratto... be', speriamo... Sì, ho capito: appena finisco devo arrivare al più presto perché poi la dirigente deve scappare via... Grazie, arrivederci." Riattacca ricontrollando l'orologio: deve darsi una mossa. Ritorna all'armadio, fa scorrere le grucce appese, tocca un vestito, lo scarta, ne tocca un altro: "No, devo avere un'aria autorevole". Riprende la camicia bianca, la annusa un'ultima volta e se la infila. Sente che sotto la giacca blu sarà perfetta. "E poi sa ancora di lui e dell'atmosfera di ieri sera, questo mi porterà fortuna. O almeno mi incoraggerà". Si leva i jeans, esita tra una gonna grigia a piccoli motivi cachemire ed un paio di pantaloni grigi, opta per questi ultimi. Finisce di vestirsi facendo la spola tra la camera e il bagno dove, a rate, tra il mettersi un paio di calze e il prendere e infilarsi le scarpe nere, si passa la crema sul viso, il fard, la matita sugli occhi, un velo di rossetto sulle labbra. Infila la giacca blu e impugna la cartella "seria" che tiene sempre pronta per ogni evenienza, così come fanno le mamme in attesa del parto con il borsone della camicia da notte e il resto. Controlla allo specchio il risultato finale: ha un'aria seria, per niente frivola, perfino severa; anche gli occhiali, con la nuova montatura squadrata e scura, fanno la loro parte Non sorride, non ci riuscirebbe neanche se volesse. Non somiglia granché a com'era ieri sera: la sua amica Sara le direbbe con tono di rimprovero che sembra una professoressa; "ma è ciò di cui ho bisogno - dice a se stessa - o mi mangiano viva. So bene con chi ho a che fare". È pronta per uscire. Respira profondamente e va, in bocca al suo destino. Per fortuna il percorso è breve e lineare: arriverà in tempo per la seconda ora. Effettivamente riesce a sbrigarsi, perfino con il parcheggio, perché ce n'è uno proprio accanto all'edificio in cui deve prestare servizio lei. Si affretta all'atrio, dove saluta il bidello d'ingresso, firma il registro presenze, controlla e scrive anche l'ora e sale in cerca della "sua" classe. Non ha bisogno di chiedere dov'è, non perché se lo ricordi dalla supplenza precedente, ma perché - se ne intende - basta seguire il frastuono, che certamente proviene dalla classe "scoperta", in attesa di un insegnante. Entra e i ragazzi, invece di zittirsi, diventano anche più fragorosi. Non tutti si sono accorti che lei è lì, continuano imperterriti a giocare e chiacchierare. Vola una gomma, volano anche due astucci. "Ma noi ci alzavamo in piedi e ammutolivamo appena entrava qualche insegnante! A questi nessuno ha spiegato niente", pensa, andando a deporre la cartella accanto alla sedia. Afferra il registro di classe e lo sbatte rumorosamente sulla cattedra. Finalmente loro tacciono, mentre la guardano stupiti. Solo un ragazzino al primo banco, con la faccia da cherubino, insiste a minacciare la compagna con il compasso impugnato a mo' di pugnale. Una giornata scolastica è inesorabilmente iniziata. Riesce a tenere la sua lezione, imponendosi con il braccio di ferro, con urli e minacce, perché la disciplina non è più un atto dovuto. Finalmente si è calmato anche l'alunno del terzo banco, che ha pianto perché gli hanno nascosto l'astuccio. Ci penserà l'insegnante dell'ora dopo, lei deve lasciare la prima e passare all'altra classe. Il rumore del cambio d'ora è esagerato, in molte classi e nel corridoio. Si trasferisce nella terza C. Qui si alzano in piedi - non tutti - e comunque non stanno zitti. Li fa sedere e dopo un po' riesce faticosamente ad ottenere il silenzio. Avvia la correzione dei compiti indicati sul registro di classe. Chiama il primo dell'elenco, che le porta il quaderno alla cattedra e aspetta lì in piedi mentre lei comincia a leggere a voce alta, armata della sola penna rossa.: "Qualche giorno fa, per la giornata della memoria della Shoah, che vuole commemorare l'olocausto degli ebrei, siamo andati a vedere il film "Il bambino con il pigiama a righe". È un film veramente commovente. Questo film parla di...". Lei legge e corregge spiegando a tutti gli errori. Restituisce il quaderno. Poi va avanti a chiamarne degli altri. Rimane colpita da un tema scritto sotto forma di lettera ad Einstein: l'alunno ha notato che il mondo avrebbe perso il contributo suo e di una miriade di premi Nobel ebrei se il progetto nazista del genocidio fosse andato in porto. Quando chiama il successivo, gli altri sogghignano e si scambiano occhiate. Lui porta il proprio quaderno e lei ricomincia a leggere: "Lettera a Hitler - Caro Hitler, io voglio sapere perchè lei a sterminato sti ebrei, però faniente, perché ha fatto bene, sei un big e la stimo fratello. Questi ebrei, erano stati dei bugiardi su tutto, anche truffatori, ma nei film o robe del genere li anno fatto sempre vedere, e anche oggi, meschini e poverini che sembravano come se non avessero fatto niente, e io questo nn lo accetto; e sul telegiornale arabo fanno proprio vedere il suono dele bombe che atterravano e distruggevano a Gaza...". Lei stenta a credere ai propri occhi: "MA HA DAVVERO SCRITTO COSI'? E l'italiano? Come correggerlo? Fortuna che la classe, tra le reazioni di scherno al compagno e quelle ridanciane e complici, è diventata ingovernabile. Così deve occuparsi della disciplina e non del tema e può prendere tempo. Capta pezzi di frasi e parole, distingue: "Forte! Ha anche vinto la scommessa". "Ah sì, è una scommessa?. E di quanto?" "Un euro...". Lei è costernata e non sa come venirne fuori. Si aggrappa al valore dell'uguaglianza contro ogni razzismo, non prima di essersi aggrappata alla sua camicia bianca abbracciandosi da sola. Fatica a calmarli e li guida in una discussione critica su quel tema. Le argomentazioni di alcuni le danno manforte, quelle di altri scatenano litigi. Lei diagnostica che in quella classe ci sono conflitti irrisolti, intolleranza reciproca, problemi radicati. Se sono così a questo punto delle terza media, come farà lei per risolverli, se la supplenza arriverà, come sembra, fino alla fine dell'anno, forse agli esami? Due che si azzuffano in fondo all'aula interrompono il suo pensiero e richiedono il suo intervento anche fisico. Spera che non le accada come alla prof. Russo, che le ha buscate mettendosi in mezzo, in una rissa di alunni. Nel frattempo due al primo banco litigano perché uno dei due ha reagito passando alle mani contro quello che ha detto che noi parliamo tanto di "interculturalità e accoglienza", ma il crocefisso lo lasciamo sul muro e protestiamo contro la Corte europea che ci ha detto di toglierlo. Lei vorrebbe andare in bagno, ma sa che la responsabilità sarebbe sua per qualunque cosa dovesse capitare, anche se restasse la bidella in classe al posto suo. Rinuncia. Quelli discutono. Lei si chiede quanto manca alla fine di quelle tre ore disgraziate in quella classe. In modo disordinato la discussione va avanti fino a quando una brunetta dice che "Se tutti amassimo gli animali aderendo all'animalismo e combattendo lo specismo, saremmo tutti migliori e più tolleranti verso il diverso, capaci di empatia e compassione e vaccinati contro il razzismo". Lei la abbraccerebbe, se potesse. Uno chiede cos'è l'empatia, una compagna glielo spiega. Un altro vuole sapere cos'è lo specismo, la ragazzina dice che "È la discriminazione degli esseri viventi in base alla specie e la pretesa dell'uomo di essere al di sopra degli altri animali e di poterli sfruttare a suo piacimento...". Non si può andare avanti perché un gruppetto rumoreggia in fondo all'aula. Sta partendo un altro litigio perché il ragazzino della lettera a Hitler e quello che lo spalleggiava di più non accettano le parole "l'uomo e gli ALTRI animali", perché così vorrebbe dire che anche l'uomo lo è. Uno replica che è così perché anche noi facciamo parte dei primati, come le altre scimmie e... Ma viene interrotto dai "soliti", che insistono che l'uomo non è un animale, e che loro non credono al Darwinismo se non glielo dimostrano... Una si alza in piedi accusando a gran voce un compagno di averle toccato, come al solito, il sedere e le... Il suono della campana le offre scampo. Le dà il cambio il professore di matematica e scienze. Lei lo accoglie dicendogli che c'è bisogno di una lezione di biologia sulla classificazione degli esseri viventi, perché ci sono ragazzi che non vogliono essere discendenti dalle le scimmie. Lui dice che quello è un argomento già fatto e che non può tornare indietro, perché deve finire il programma d'esame. Lei esce dall'aula, scende, va a firmare l'uscita sul registro dell'atrio. Va alla macchina e si trasferisce alla sede centrale, va direttamente in presidenza, dove le va incontro la dirigente scolastica, con un braccio proteso in avanti, la mano stretta intorno al contratto a tempo determinato da farle firmare. Lei si ferma sulla soglia e le dice: "Buon giorno, preside, non firmo. Non perché non sia disposta ad essere assunta oggi con la prospettiva che mi pagherete solo se e quando arriveranno i fondi dal Ministero. No, non è questo, non sono con l'acqua alla gola. È che... insomma... lasci perdere; rinuncio e basta. La preside replica qualcosa, ma a lei non importa. Biascica un doveroso saluto, poi volta le spalle e se ne va. Non vede l'ora di tornare a casa. Arriva, finalmente, vi si rifugia letteralmente, chiedendosi chi mai potrebbe crederle se raccontasse com'è la scuola oggi. Si chiude la porta alle spalle, posa la cartella in ingresso, appende la giacca blu e va in bagno: qui si toglie la camicia bianca e la getta nel cesto della biancheria sporca. Esce dal bagno e si chiude la porta alle spalle. (Federica Nin) |
L'azienduola
| Ormai sono cosciente di lavorare in un’azienda! Quando, anni fa, decisi di fare l’insegnante e fui assunto nella scuola in quel ruolo, non immaginavo certo di dover operare in un’azienda. Anzi, ero convinto che il mondo della scuola fosse totalmente estraneo ed immune da ogni logica capitalista. Anche per questo scelsi l’insegnamento, che reputavo una professione creativa e pensavo offrisse molto tempo libero, un bene più prezioso del denaro! A distanza di anni dal mio esordio lavorativo, eccomi catapultato in un ingranaggio di fabbricazione industriale, con la differenza che nella scuola non si producono merci di consumo. Del resto, non mi pare di aver ricevuto una preparazione idonea ad un’attività manifatturiera - ma si sa, viviamo nell’era della “flessibilità”! Ormai sento sempre più spesso adoperare un lessico tipicamente imprenditoriale: termini e locuzioni come “economizzare”, “profitto”, “utenza”, “competitività”, “produttività”, “tagliare i rami secchi” e via dicendo, sono diventati di uso assai comune, soprattutto tra i cosiddetti “dirigenti scolastici” che non sono più esperti di psico-pedagogia e didattica, ma pretendono di essere considerati “presidi-manager”! Perlomeno, in tanti si proclamano e si reputano “manager”, ma sono in pochi a saper decidere abilmente come e perché spendere i soldi, laddove ci sono. Inoltre, anche nella Scuola Pubblica si sono ormai affermati tipi di organigramma e metodi di gestione mutuati dalla struttura manageriale dell’impresa neocapitalista. All’interno di questo assetto gerarchico sono presenti vari livelli di comando e subordinazione. Si pensi, ad esempio, al “collaboratore-vicario” che, stando all’attuale normativa, viene designato dall’alto, direttamente dal dirigente ( prima, invece, era il Collegio dei docenti che eleggeva democraticamente, cioè dal basso, i suoi referenti, a supportare il preside nell’incarico direttivo ). Si pensi alle R.S.U., ossia i rappresentanti sindacali che sono eletti dal personale lavorativo, docente e non docente. Si pensi alle “funzioni strumentali”, ossia le ex “funzioni-obiettivo”. In altri termini, si cerca di emulare, in maniera comunque maldestra, la mentalità economicistica, i sistemi ed i rapporti produttivi, i comportamenti e gli schemi psicologici, la terminologia e l’apparato gerarchico, di chiara provenienza industriale, all’interno di un ambiente come la Scuola Pubblica, cioè nel contesto di un’istituzione statale che dovrebbe perseguire come suo fine supremo “la formazione dell’uomo e del cittadino” così come detta la nostra Costituzione (altro che fabbricazione di merci! ). E’ evidente a tutte le persone dotate di buon senso o di raziocinio, che si tratta di uno scopo diametralmente opposto a quello che è l’interesse primario di un’azienda, cioè il profitto economico privato. La Mor-Attila e i vari “manager” della scuola, in buona o in mala fede confondono tali obiettivi, alterando e snaturando il senso originario dell’azione educativa, una funzione che è sempre più affine a quella di un’agenzia di collocamento o, peggio ancora, a quella di un’ area di parcheggio per disoccupati permanenti. Ma perché nessuno mi ha avvertito quando feci il mio ingresso nella scuola? Probabilmente, qualcuno potrebbe obiettare: “Ora che lo sai, perché non te ne vai?”. Ma questa sarebbe un’obiezione aziendalista e come tale la rigetto! (Lucio Garofalo) |
Lo schiaffo
| Ieri sera prima di addormentarmi, ho ricordato un
episodio della mia infanzia, quando, per motivi inspiegabili, la maestra
supplente mi diede uno schiaffo. Ci rimasi molto male, senza piangere. Passai un pomeriggio chiuso in casa e in me stesso, mentre i miei amici mi invitavano al gioco. Che cosa avevo fatto? Che cosa avevo detto? Frequentavo la terza elementare. La maestra s'era ammalata ed era stata sostituita da una supplente. Un giorno correggeva i temi. Ci faceva andare in cattedra, uno alla volta. Leggeva, commentava, apportava correzioni con segnacci nervosi e sguardi irati. Quando fu il mio momento, mi avvicinai timoroso. Cominciò a leggere. Arrivò al punto in cui avevo scritto che le foglie degli alberi, d'autunno, sono "gialle". - Gialle come questa? - fece - mostrandomi la sua sciarpa gialla sgargiante. - Ignorante! - aggiunse, e mi diede lo schiaffo, irritata. Mistero che non ho mai potuto svelare. Passarono gli anni. Mi mantenevo all'università, svolgendo lavoretti vari e dando ripetizioni private. Quella maestra mi chiese - ironia della sorte - se volevo dare delle lezioni di latino a sua figlia. Forse lei aveva dimenticato, io no. Le risposi che non potevo, perché ero molto impegnato. (Angelo Taraschi) |
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Appena nato, il Professor Primo Sapiens subito si mise
a recitare innumerevoli hihihi hehehe, volendo dire:”Ho fame”, ma per i
suoi cari genitori era il grido di una spiccata predilezione per la
cultura. |
| C’era una volta un uomo che cercava di guardare nel cuore
della gente. Ma nel cuore di ognuno riconosceva pezzetti del suo cuore. Con gli anni imparava a guardare sempre meglio. E si accorse che tutti i cuori diventavano sempre più simili al suo cuore. Alla fine tutti i cuori erano diventati tra loro uguali. Ogni persona che incontrava era un altro sé stesso. Un altro sé che percorreva la propria vita in un altro spazio e in un altro tempo. Non esistevano più sconosciuti. Esisteva solo un’apparente diversità. Il suo sguardo era cambiato. E quando qualcuno si accorgeva del suo sguardo allora lui gli sorrideva e si diceva: “C’era una volta un uomo che cercava di guardare nel cuore della gente”… (Daniele Nurisso) |
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Biodiversità…cosa
vorrà mai dire questa parola? Quale significato si cela dietro di essa?
Sappiamo tutti che la massiccia industrializzazione a livello mondiale sta
causando ingenti danni all’ecosistema. L’effetto serra sta aumentando, e
molte specie di animali e piante si stanno estinguendo. Questo perché
l’azione antropica sta alterando proprio la biodiversità, cioè la
meravigliosa vastità delle specie terrestri. Inquinare causa dei danni, e
inevitabilmente chi semina vento prima o poi raccoglie tempesta. Questo
significa che ciò che state per leggere potrebbe accadere davvero. E
potrebbe accadere anche a voi …. Proprio nella vostra città…E FORSE
ANCHE NELLA VOSTRA CAMERA DA LETTO. Michela era
spaventata perché inizialmente credeva che la sua amica volesse solamente
giocarle uno scherzo. Ma poi si accorse che non era affatto così. Era
davvero terrorizzata. |
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Adolfo |
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Io ed Elvis Per quanto mi sforzassi non capivo perché mi stesse portando così lontano da casa, e in quel posto sperduto poi ... Aveva un’espressione strana, assente ...come la mia, per dirla tutta, quando mi beccavano a mangiucchiare le scarpe che trovavo in casa ...Cavolo, ero un cucciolo ...Dovevo pur giocare in qualche modo, no ?? Mi sarei accontentato di un osso di plastica e non avrei rotto le balle a nessuno ma mai che si preoccupassero dei miei bisogni .... Lo ricordo come fosse ieri : all’improvviso il mio caro padrone fermò il suo bolide , una vecchia cinquecento testa rossa fiammante, e mi ordinò di scendere. Pensai per un momento che volesse contemplare insieme a me lo splendido tramonto sul mare, e magari farmi qualche carezza com’era accaduto in passato ...ma lui non scese, partì a razzo lasciandomi lì solo .... Forse voleva solo mettermi alla prova pensai ....Il mio padrone aveva visto un casino di volte "Lassie torna a casa " e probabilmente voleva vedere se anch’io sarei riuscito a ritrovare la strada di casa come quella cagna d’attrice ... No, non ci riuscii ...e da quassù, mentre Elvis col suo bel ciuffo canta le sue splendide canzoni, posso soltanto dirvi una cosa: ho perdonato il mio padrone, mi fa pena ....costretto a portare quel pesante fardello chiamato rimorso per il resto dei suoi giorni... Canta Elvis, canta per me. (Carlo Bramanti) |
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