ESULI A GRADO
Le vicende
del confine orientale d’Italia nel secondo conflitto mondiale e negli anni
dell’immediato dopoguerra sono tornate negli ultimi anni alla ribalta
dell'opinione pubblica nazionale.
L’esodo
della popolazione dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia è stato ricordato in
vari modi dai principali mezzi di comunicazione e nuovi lavori si sono aggiunti
alle già numerose pubblicazioni esistenti.
Restano
ancora alcune zone d’ombra legate soprattutto a particolari aspetti delle
vicende giuliano-dalmate e, in particolare, all’arrivo dei profughi nelle
località di accoglienza.
L’isola di
Grado, estremo lembo occidentale della Venezia Giulia, venne scelta per vari
motivi, sia per la vicinanza geografica con le località di provenienza dei
profughi, sia per la comune appartenenza a quel mondo giuliano e veneto in cui
le genti adriatiche si erano sempre identificate.
Questo
lavoro, nella sua brevità, si propone di dare un primo contributo alla
conoscenza dell’insediamento degli esuli a Grado ed al loro successivo
inserimento nel tessuto sociale gradese, con l’intento di aggiungere un
ulteriore tassello al variegato e vasto mosaico delle vicende giuliane degli
anni Quaranta e Cinquanta, che hanno cambiato il volto di una regione.
GUIDO
RUMICI (1959), docente di Economia Aziendale e pubblicista. Cultore di
Diritto dell’Unione Europea e di Organizzazione Internazionale nell’Università
di Genova. Ricercatore di storia ed economia regionale, è autore di numerosi
articoli e saggi sulla storia della Venezia Giulia e della Dalmazia. Ha vinto
nel 1998 la settima edizione del Premio Carbonetti con lo scritto “L’Istria
cinquant’anni dopo il grande esodo” e nel 2001 il Premio
Tanzella con “La Scuola Italiana in Istria”.
Nel 2001 ha pubblicato con Mursia “Fratelli d’Istria” con
cui ha delineato la storia, la situazione e le prospettive degli Italiani
dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia dal 1945 ad oggi. Nel 2002, sempre con
Mursia, ha pubblicato “Infoibati. I nomi, i luoghi, i
testimoni, i documenti.” con cui ha ricostruito l’intera vicenda
degli eccidi avvenuti sul confine orientale d’Italia durante il secondo
conflitto mondiale e nel dopoguerra, alla luce anche di numerosi documenti,
spesso inediti, di fonte jugoslava, inglese ed italiana.
Nel 2005 è uscito il volume “Un paese nella bufera: Pedena 1943/1948”,
lavoro dedicato al periodo dell’occupazione tedesca e del dopoguerra in una
località dell’Istria interna. Nel 2006 ha pubblicato “Storie di deportazione”,
raccolta di testimonianze di persone sopravvissute alle carceri jugoslave.
"La Voce del Popolo" 31/12/2009
RECENSIONE Due volumi dello storico Guido Rumici tesi a divulgare le vicende meno note della storia recente dell’Adriatico orientale
Esuli giuliano-dalmati:
accoglimento, sistemazione e integrazione nelle diverse regioni italiane
Negli ultimi anni l’attenzione della ricerca storica relativa all’esodo ha
iniziato ad indagare un aspetto meno dibattuto, e cioè l’accoglimento, la
sistemazione e la successiva integrazione, nelle diverse regioni italiane,
delle famiglie e/o dei singoli della diaspora giuliano-dalmata. Questo
interesse si riscontra a livello di ricostruzione storiografica nonché di
raccolta di testimonianze, che coinvolge sia gli istituti di ricerca sia le
università; infatti, tali aspetti non di rado sono prescelti come argomenti
per le tesi di laurea. Ne sono state discusse alcune incentrate sui borghi e
sulle case edificati appositamente per accogliere l’alto numero di esuli,
per esempio. Un’altra sezione d’indagine è quella dei campi profughi, ossia
delle prime strutture in cui affluirono gli esuli medesimi prima
dell’ottenimento di un alloggio vero e proprio e nei quali molti vissero per
lunghi anni. Questo aspetto venne affrontato alcuni anni or sono dal Gruppo
Giovani dell’Unione degli Istriani e dall’IRCI di Trieste con una
mostra allestita a Padriciano e un catalogo in cui si offrì un quadro
d’insieme che rappresenta un punto di partenza imprescindibile.
Altri studiosi – anche privi di alcun legame con la sponda opposta
dell’Adriatico – si sono cimentati in lavori simili. Tra questi rammentiamo
i due volumi di Enrico Miletto, “Con il mare negli occhi. Storia, luoghi e
memorie dell’esodo” (2005) e “Istria allo specchio. Storia e voci di una
terra di confine” (2007), entrambi editi dalla casa editrice Franco Angeli
di Milano. Accanto alla presentazione dell’arrivo dei profughi e
dell’inserimento nel tessuto sociale delle varie realtà regionali italiane,
ricordiamo anche i contributi che illustrano le vicende delle comunità
dell’Adriatico orientale nei territori extraeuropei, le più note sono,
indubbiamente, quelle relative all’Australia, al Canada e agli Stati Uniti.
Negli ultimi anni anche all’Ateneo di Lubiana sono state discusse delle tesi
sull’arrivo degli esuli nella provincia di Trieste, mentre alcuni
ricercatori studiano le caratteristiche sociali e/o familiari di coloro che
lasciarono le proprie terre. Quindi possiamo affermare, senza timore di
smentite, che i percorsi che portarono centinaia di migliaia di persone
dall’abbandono dei siti originari sino all’approdo in nuovi contesti, siano
entrati a pieno titolo nei filoni della ricerca, e una certa attenzione è
riservata pure alle strutture preposte all’assistenza degli esuli nonché
alle loro organizzazioni.
La genesi
Guido Rumici nella sua attività pubblicistica tesa a studiare e a
divulgare le vicende meno note della storia recente dell’Adriatico
orientale, ha dato alle stampe due brevi lavori concernenti la presenza di
comunità istriane in due località del Friuli Venezia Giulia, stabilitesi in
concomitanza con le ondate dell’esodo. Si tratta di “Esuli a Grado”
(Edizione A.N.V.G.D. Gorizia-Istituto di Cultura Veneta, 2008) e “Esuli a
Fossalon” (Edizione A.N.V.G.D. Gorizia-Comune di Grado, 2008).
L’autore riporta all’attenzione del pubblico la genesi delle collettività
giuliane nelle due località surricordate e lo fa attraverso la ricostruzione
storica dei fatti nonché mediante le interviste. La storia orale – genere
caro a Rumici – gli permette, attraverso centinaia di colloqui con gli
interessati, di raccogliere informazioni che successivamente raffronta con
le fonti a disposizione, mentre in altri casi, quando la documentazione è
povera o inesistente, essa si presenta come un prezioso supporto che giova
alla comprensione di determinati aspetti. Nonostante i vari contributi
esistenti, vi è ancora molto lavoro da svolgere e si è ancora lontani da
un’opera che interessi l’intero territorio italiano, al contempo però
l’analisi delle situazioni circoscritte a livello locale permette di
cogliere i problemi, le caratteristiche o le analogie ed è indubbiamente
indispensabile in previsione di un venturo lavoro di sintesi.
I due fascicoli si aprono con un
testo introduttivo comune dedicato all’esodo, quindi alle partenze e agli
arrivi dei nostri conterranei nei nuovi contesti. “Lo sconvolgimento totale
del tessuto sociale, degli usi, delle consuetudini e dei valori consolidati,
le vessazioni verso la religione e l’introduzione di disposizioni
amministrative spesso non comprese o condivise da molti, contribuirono a
creare un senso di completa estraneità verso la nuova e complessa realtà che
si stava delineando. L’introduzione della lingua slovena o croata nella vita
di tutti i giorni rappresentò poi, per l’elemento italiano della regione,
una difficoltà aggiuntiva con cui doversi misurare. Numerosi furono anche i
motivi di ordine economico che influenzarono la decisione di partire: i
licenziamenti, i sequestri e le confische dei beni personali ed aziendali,
il cooperativismo obbligatorio e la politica degli ammassi contribuirono a
far crollare la base economica di molte persone privandole del necessario
sostentamento”.
Tra le concause, Rumici ricorda anche
il cosiddetto lavoro volontario, l’uso strumentale della giustizia mediante
i tribunali del popolo nonché l’operato dell’apparato repressivo poliziesco.
Lo stillicidio delle partenze determinò un cambiamento totale della
fisionomia etnica, linguistica, culturale e sociale del territorio. “La
partenza di una così grande massa di persone trasformò radicalmente
l’immagine e l’essenza di una regione ed in pochi anni le principali città
della costa istriana e delle isole del Quarnero si svuotarono dell’elemento
italiano, che all’epoca era percentualmente maggioritario”. L’autore
evidenzia ancora che “nell’interno dell’Istria, invece, la situazione fu in
parte diversa sia per la presenza dell’elemento slavo, concentrato nelle
campagne, sia per altri fattori che rallentarono l’esodo degli abitanti, tra
cui le difficoltà logistiche non indifferenti che ostacolarono i movimenti”.
Secondo Rumici medesimo, si può
parlare di una sorta di “geografia dell’esodo” determinata dalla
posizione specifica delle località nonché dalle infrastrutture presenti,
ossia dai mezzi di trasporto. Pertanto fu relativamente più facile
abbandonare i territori costieri ed insulari a bordo delle imbarcazioni, che
giornalmente partivano in direzione dell’Italia; il mare, inoltre, a
differenza delle vie terrestri, era ancora quel vettore che metteva in
relazione i lidi opposti, mentre le strade, ed i relativi controlli e/o
blocchi dei passaggi, spesso e volentieri impedivano i movimenti, in questo
caso a senso unico. “Ciò rappresentò un deterrente iniziale per parecchie
persone, ma non impedì comunque che in seguito si svuotassero i centri
maggiori dell’interno dell’Istria, come Montona, Portole, Pinguente e
Pisino”.
Una volta lasciata la terra natia i profughi furono accolti dagli uffici
provinciali del Ministero all’Assistenza Postbellica e dagli Enti Comunali
di Assistenza furono allestiti anche i Centri di Raccolta Profughi (C.R.P.);
in tutta la penisola si contavano più di 140 strutture.
Il caso di Grado
Passando al caso specifico di Grado, il ricercatore rammenta che i primi
arrivi si registrarono già nel biennio 1943-44; nella laguna arrivarono
dapprima gli sfollati di Zara, città pesantemente colpita dai bombardamenti
alleati, successivamente vi furono altri approdi; il grosso, però, giunse
all’indomani del Trattato di pace. Tra il 1947 ed il 1949 la maggior parte
delle persone erano originarie da Pola, da Fiume e dalle altre cittadine
dell’Istria meridionale ed occidentale, ossia dai territori ceduti alla
Jugoslavia. Tra le comunità più numerose ricordiamo quella di Rovigno (con
oltre duecento persone), di Parenzo, di Orsera, di Fasana e di Albona.
Grado fu scelta come meta in quanto
geograficamente è molto vicina all’Istria, ma anche perché quel territorio
presentava non poche caratteristiche comuni con le genti dei lidi
dirimpettai. Le due comunità “(...) avevano sempre condiviso nei secoli
passati la stessa cultura di stampo veneto, gli stessi valori, le stesse
usanze e consuetudini, e anche la storia politica ed amministrativa era
stata spesso comune e queste vicinanze culturali, religiose e linguistiche
favorirono subito l’inserimento degli esuli nel tessuto sociale gradese”.
Considerato che una parte rilevante
della popolazione della costa istriana si occupava di pesca, a Grado,
malgrado la cesura con la terra originaria, i nuovi arrivati non si
sentirono del tutto estranei, anzi, in quell’estremo lembo di Venezia Giulia
poterono continuare a esercitare la tradizionale attività e non pochi, oltre
a portarsi seco le conoscenze di un lavoro che si tramandava di generazione
in generazione, riuscirono a trasportare nell’Isola del Sole anche le loro
imbarcazioni.
Una parte non indifferente degli
esuli giunti tra il 1947 e il 1950 furono accomodati nelle ville e negli
alberghi della zona e taluni, prima di trovare una sistemazione definitiva,
vi rimasero per un lungo periodo, almeno sino al 1958. Il comune di Grado
dovette far fronte ad un problema di un certo spessore e portata; infatti,
dovette provvedere a dare un tetto a 1.730 uomini, donne e bambini. L’ultima
ondata di profughi giunse dopo il 1954: si trattò di alcune centinaia di
persone provenienti per lo più dall’agro buiese, umaghese e cittanovese.
A Fossalon come nell’agro istriano
Una parte di siffatte famiglie, grazie all’Ente Nazionale per le Tre Venezie,
trovò nelle campagne di Fossalon dei poderi (in tutto 142 unità) di
superficie pari a cinque ettari, mentre 12 avevano una dimensione pari al
doppio. Tra la città di Grado e la località di Fossalon, tra il 1943 e il
1956, si registrarono circa 3.500 profughi, di cui circa la metà rimase solo
temporaneamente per poi spostarsi altrove. Rumici ha raccolto, inoltre,
alcune testimonianze e presenta una galleria di personaggi. Come abbiamo
evidenziato all’inizio, l’autore ha dedicato una piccola monografia anche a
quegli esuli che giunsero a Fossalon.
Le zone orientali della laguna di
Grado sino al primo dopoguerra erano paludose e insalubri e predominava la
malaria. Con la “redenzione”, il comprensorio situato tra il mare, l’Isonzato,
Punta Sdobba ed i Canali di Zemole, Primero e Cucchini furono interessati
dai lavori di trasformazione fondiaria ed il comprensorio fu battezzato
“Bonifica della Vittoria”. Il già ricordato comune, non potendo provvedere
direttamente alle opere di bonifica, vendette, tra gli anni 1928-1934,
l’intero comprensorio di Fossalon, di Val Primero e di Boscat all’Opera
Nazionale Combattenti.
I lavori veri e propri iniziarono nel
1933 e terminarono nel 1941; i piani di trasformazione agraria, invece,
furono eseguiti tra il 1936 e il 1943. Lo scoppio del conflitto impedì
ulteriori sviluppi e molti progetti rimasero solo sulla carta. Guido Rumici
riporta che proprio durante la guerra a Fossalon fu creato un campo di
internamento per circa 100-150 sloveni deportati in quanto familiari di
persone che avevano aderito alla Resistenza. Dopo l’armistizio, e con
l’intensificarsi dell’attività partigiana nell’Istria interna e nel
Goriziano, l’Ente Nazionale per le Tre Venezie ritenne opportuno dislocare
una parte della popolazione rurale, situata in zone ritenute ad alto rischio
di sicurezza, nella più tranquilla zona di recente bonifica.
Soltanto dall’area della Valdarsa
partirono, nel febbraio 1944, 143 persone; altre famiglie di coloni
provenivano, invece, dal Carso triestino o dalla Valle dell’Isonzo. L’area
in questione fu, inoltre, allagata dalle forze militari tedesche (ottobre
1944) in quanto temevano un possibile sbarco alleato in qualche settore
dell’Adriatico settentrionale. Oltre un migliaio di ettari rimase
completamente sommerso dalle acque sino al maggio del 1945. Al termine della
guerra iniziarono i lavori per ridare vita alla zona e far sì che le
attività agricole riprendessero.
Con la firma del Memorandum di Londra
e la fine del nodo di Trieste, la zona accolse non pochi profughi dalla Zona
B. Alle famiglie rurali si desiderava offrire un ambiente il più possibile
simile a quello istriano, sia dal punto di vista ambientale sia da quello
agrario. Alle medesime si cosegnò dei terreni nella maggior parte dei casi
incolti ma che fossero suscettibili di una rapida trasformazione e al così
si evitò di sottrarre i terreni curati dalla popolazione locale. Il lavoro è
corredato da molte foto che raffigurano l’ambiente agricolo e al contempo
testimoniano lo svolgersi della vita e dei lavori a Fossalon, che nel
secondo dopoguerra divenne a tutti gli effetti una cittadina anche istriana.
Kristjan Knez
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