Parole di sabbia
di Francesco Argento, Alberto Melandri, Paolo Trabucco 

 

La sabbia in movimento
sabbia la sabbia sabbia…
La sabbia è la parola
in movimento nel tempo.
E nomadi del deserto
sono i nostri scrittori,
narratori di parole
scrittori della migranza.

"Parole di sabbia" raccoglie testi di scrittori di diversa formazione e provenienza, che tuttavia hanno in comune la condizione della "migranza",  intesa come spostamento, movimento, attraversamento di luoghi e culture in una prospettiva sempre aperta.
   Il migrante è colui "che parte - scrive Kossi Komla-Ebri - "frantuma tempo e affetti…egli rompe con la sua terra, i suoi paesaggi, l’aria, gli odori, i profumi, i colori, i rumori, i suoni familiari. Egli si porta a tracollo d’anima, un brandello della sua vita condito con l’acidulo fardello della nostalgia…Colui che parte, va ad affrontare, a vivere un’altra vita. Egli, sotto altri cieli, entra nei panni di un altro personaggio, accede su un altro palcoscenico per interpretare un altro se stesso in un nuovo contesto: altro clima, altro paesaggio, altre conoscenze, altri affetti, altri suoni, odori, rumori, altri ritmi. (Intervista in Voci dal silenzio). Il migrante è l'eterno viaggiatore nel senso che il suo approdo non è definitivo e il suo percorso non è mai esaurito. "Anche fermo in un posto - afferma Tahar Lamri - compie in realtà l'eterno viaggio del ritorno verso di sé ed è conseguentemente sempre pronto a perdere la propria identità senza alcun timore, coltivando in segreto l'identità primordiale" (Intervista, Fara Editore).
   Lo scrittore della migranza trasferisce questa  esperienza - sia quella dell'arrivo che della partenza - nell'immaginario letterario, traducendola in "parole nuove" e traendo da essa contenuti e linguaggi inediti. E' un pellegrino della voce,  "un trans-nomade che porta il senso oltre i confini (territoriali e di pensiero), ne passa i limiti, abbatte le barriere smascherandone la matrice dell'imposizione. E', in chiave attuale, il comunicatore orizzontale che discende dai cantori delle oasi, i trovatori, gli improvvisatori di tutte le culture" (Alberto Masala, Taliban).
   Senza dubbio, possono essere ricondotti alla comunicazione orizzontale, di cui parla Masala, i racconti di alcuni autori presenti nell'antologia, che si richiamano direttamente ed esplicitamente alla narrazione orale: da quella dei meddah del Nord Africa e dei Tuareg del deserto (Tahar Lamri) a quella della tradizione sufi (Yousif Latif Jaralla) o dei griot africani (Kossi Komla-Ebri), intrecciandosi in maniera originale e inedita con esperienze che  appartengono alle culture popolari delle regioni in cui questi scrittori vivono ed operano. Tahar Lamri, nel racconto Il pellegrinaggio della voce  costruisce la sua narrazione su questo attraversamento di mondi e di linguaggi, presentando in modo simmetrico il viaggio di tre "improvvisatori di culture", appartenenti a realtà diverse, che alla fine si ricongiungono metaforicamente nella comune speranza di "un mondo dove c'è ancora posto per le antiche storie". In fondo, i cortili, dove i "meddah" raccontavano le storie, non sono diversi dalle aie delle campagne padane, entrambi "luoghi dello scambio e dei sentimenti. Luoghi delle risa e dei pianti". Anche il linguaggio riproduce queste esperienze di scambio, mescolando forme linguistiche diverse (arabe e italiane)  e utilizzando espressioni dialettali (romagnolo, mantovano, veneto), che hanno talvolta una funzione autonoma, in altri casi rafforzano, alla maniera del parlato ( Che ora sono? C'or el? - Hai pensato alla radio? Te mai pinsè alla radio?), la lingua della scrittura.
   Analoga operazione compie lo scrittore iracheno Yousif Jaralla che, in entrambi i suoi racconti (I fiumi di altrove e Gli amici del narciso), rivela una spontaneità narrativa che affonda le sue radici nella tradizione orale mediorientale e si innesta in una cultura, quella siciliana, in cui la presenza araba costituisce ancora un'eredità importante. Da questa contaminazione nasce una miscela espressiva originale, dirompente, che sovverte regole e convenzioni della lingua italiana, in un gioco di sovrapposizione di registri linguistici e piani narrativi diversi.  La costruzione sintattica e l'uso dei tempi verbali sono continuamente piegati alle esigenze della voce narrante, che sembra seguire un sotterraneo ritmo musicale, alla maniera dell'oralità sufi, sottolineato dalle continue ripetizioni (a volte veri e propri stilemi - e…e…e; Senti…senti; Il sangue… sangue…sangue…) e da frequenti voci allitteranti (cesso, cesso, successo, progresso, processo, sesso, sesso). Questi adattamenti della lingua italiana sono quasi sempre funzionali alla narrazione, anzi ne costituiscono il collante emotivo ed espressivo, rendendola compatta e nello stesso tempo ricca di spunti evocativi.
   Anche il racconto di Kossi Komla-Ebri si richiama alla tradizione orale, anzi possiamo dire che questa è il vero soggetto della narrazione. La parola nella cultura africana è una cosa sacra, costituisce lo svelamento della realtà, o forse qualcosa in più: "Non ci si può parlare il mattino senza essersi lavati la bocca, perché essa è il tempio della parola…La parola e il saluto sono cose sacre. La parola ha potere taumaturgico: può sconfiggere la morte ma può anche darla" (Oralità, Convegno Culture della migrazione e scrittori migranti, Ferrara 2002). Su questo terreno l'autore costruisce un racconto che ha come protagonista un giovane figlio di migrante che, diviso tra due culture, quella della sua reale formazione (l'Italia) e quella di provenienza (l'Africa), sente spontaneamente prevalere la prima, pur avvertendo il peso della cultura della terra d'origine. Il dialogo con il padre, che è immaginario e rimane comunque virtuale fino alla fine, segue due percorsi diversi: nella prima parte si caratterizza come monologo tutto centrato sulla condizione di sradicamento del giovane; nella seconda, invece, padre e figlio si incontrano e il contatto si stabilisce proprio attraverso la mediazione della parola, che assume nel contesto un valore taumaturgico, rappresentando la via di accesso alla comprensione reciproca. Le forme narrative, modellate su quelle della tradizione africana, con il ricorrente ripetersi di espressioni proverbiali, accompagnano il progressivo avvicinamento tra padre e figlio: una sorta di percorso di formazione, che investe entrambi i soggetti.
   La centralità della parola si avverte, pur con sfumature diverse, anche nei testi della brasiliana Christiana de Caldas Brito e dell'italo-argentina Sandra Clementina Ammendola.
   Il destino dello scrittore migrante - scrive Christiana de Caldas Brito - è  quello di "abbandonare il proprio luogo di origine, come gli uccelli, per vivere altrove. Con due grandi differenze: gli uccelli ritornano al posto da dove hanno migrato; raramente, gli esseri umani. Gli uccelli mantengono le proprie ali nel paese di arrivo, ma gli scrittori migranti devono acquisire nuove ali. E le ali degli scrittori migranti sono le loro parole".
   La parola, nei racconti di Christiana de Caldas Brito, diventa memoria delle origini, ali che non riescono a volare (Le mie labbra tornano ad essere frontiere chiuse - Linea B), testimonianza dello sradicamento (Le ho seppellite tutte. E adesso ho un cimitero di parole dentro. Sono vuote di ricordi le parole che uso al lavoro, alla metro, negli incontri per la strada. Parlo con la gente, senza toccare le parole di dentro - Linea B), "saudade", struggimento che accompagna  ricordi ed eventi lontani (Che fare con le parole sepolte che non riesco a dimenticare, che di notte cantano come cicale, parole impazzite che odorano di mango? - Linea B). Ma le parole sono anche "lampi, accordi musicali improvvisi", canto, motivo per costruire un gioco surreale, come accade ne Il mendicante, in cui il protagonista raccoglie parole di ogni genere, cercando disperatamente quelle appropriate che possano dare un senso alla vita. Il mendicante-poeta fa di questa ricerca un attraversamento nel mondo delle parole, cogliendo significati nascosti, forme, colori, dimensioni che sfuggono agli altri. Il mendicante di parole è un po' come lo scrittore migrante che riesce a rappresentare aspetti inediti della realtà, perché la sua condizione lo proietta al di là della routine, delle consuetudini, del ripetersi scontato degli eventi. "E' un bambino capace di guardare con stupore quello che agli altri non sorprende più".
   Sandra Ammendola, argentina di nascita e calabrese per parte di padre, sottolinea con la parola lo sradicamento dovuto alla sua doppia origine, "figlia d'emigrato, esiliata, emigrata ancora". Questa doppia origine affiora sistematicamente nelle esperienze dei suoi personaggi, continuamente in bilico tra "un lasciare e un trovare ripetuto, circolare".
    Sono storie nelle quali  la parola diventa l'elemento di continuità tra due mondi, tra due appartenenze  che convivono  in un  equilibrio sempre instabile, "una voce di ricerca nella memoria" in grado di esprimere la circolarità delle origini attraverso  il racconto dei piccoli eventi quotidiani: una lettera, un regalo, una telefonata.

   L'interpretazione che noi offriamo dei racconti raccolti in "Parole di sabbia" è certamente solo uno dei possibili approcci di lettura; ci sono altre chiavi interpretative e ed altre modalità di analisi, che lasciamo naturalmente individuare al lettore. Ci sembra tuttavia giusto sottolineare una novità importante di questa antologia: la presenza di scrittori che, pur nella diversità dello stile e delle tematiche trattate, si caratterizzano per un linguaggio letterario non convenzionale, proponendosi come protagonisti di una nuova idea di letteratura migrante, transnazionale e transculturale.
   In questo senso, diventa significativo il contributo di alcuni poeti, italiani e stranieri,  accomunati agli autori dei racconti dall'adozione di un linguaggio di confine che scavalca frontiere, colma distanze, affida all'universalità del canto e dell'ascolto della parola la costruzione di un'identità aperta e plurima.
   Questi autori sono: Carmine Abate, "transfuga linguistico", come egli stesso si definisce; Hawad, poeta tuareg in cui rivivono tutte le suggestioni della  tradizione orale che appartiene agli uomini del deserto; Alberto Masala, che fa della mescolanza (sardo, italiano, francese, inglese, castigliano) uno strumento di liberazione e di difesa da ogni tipo di omologazione; Serge Pey,  sciamano che cavalca le pulsioni del respiro del sangue.Con lui la poesia batte i piedi, diventa vertigine e svuotamento di ogni fibra del corpo. Jack Hirschrman, definito da Poet News " il più importante poeta vivente."

 


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