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Mensile a cura del collettivo giovanile "Fuori dal gregge"

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Aprile 2006

Articoli disponibili:

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COSA NOSTRA, UN FANTASMA IN MENO di Gianluca Ricupati

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Politiche 2006: “L’Italia dei guelfi e dei ghibellini non tramonta” di Antonella Ferrara

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COMMENTO ALLE ELEZIONI POLITICHE 2006 di Salvatore Leto

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EMILIO ZANINI, MIO FRATELLO a cura del blog LiberaMente

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IL PITTORE  MALEDETTO di Francesco Evola

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Rock ‘n’ Roll revolution di Giuseppe "Jimmy" Palazzolo

 

COSA NOSTRA, UN FANTASMA IN MENO di Gianluca Ricupati

La primula rossa numero uno in Italia viene finalmente arrestata. Pisanu: “Cosa Nostra perde il suo capo indiscusso e lo Stato ottiene una vittoria di decisiva importanza”. Grasso: “Con questa cattura cade il mito dell'invincibilità”. 

Dopo quasi mezzo secolo, si materializza finalmente il fantasma di Corleone. Il boss dei boss, il vigliacco dei vigliacchi, Bernardo Provenzano, latitante da 43 anni, è stato trovato e catturato dalle forze dell’ordine. La notizia sconvolge l’Italia, se non il mondo, i media ci bombardano di notizie, che si fanno sempre più dettagliate. Nessuno si aspettava che u’ ziu Binnu si trovasse proprio vicino Corleone; paradossalmente tutti si aspettavano che si nascondesse in un luogo sperduto del mondo, almeno fuori dalla Sicilia. Ed invece, si trovava a soli 3 km da Corleone, suo paese natale, in un casolare situato tra le campagne della Montagna dei Cavalli. Un letto, un frigorifero, un tavolino: questi gli oggetti essenziali che hanno accompagnato il boss nella sua permanenza all’interno del covo, oltre la sua fidata macchina da scrivere elettrica, con la quale si dilettava nella sua arte migliore: la scrittura dei pizzini. È stato sorpreso proprio nel corso di questa attività, mentre preparava un qualche ordine da passare ai suoi fidati. Viene da ridere pensando che Binnu u’ tratturi avesse da poco ricevuto della ricotta ancora calda e che forse neanche ha avuto il tempo di gustarsela. Proprio il riscuotere questa ciotola di ricotta ha incastrato l’”astuto” boss: una mano che prendeva questa scodella “traditrice”, passatagli dal proprietario di quella masseria, Giovanni Marino, anche lui arrestato per favoreggiamento, ha dimostrato che dentro quel casolare, dichiarato disabitato, ci dovesse essere qualcuno e che quel qualcuno potesse essere Bernardo Provenzano. Da qui la perquisizione: l’uomo dapprima nega di essere il boss tanto ricercato, poi ammette: “sono io”. Nella prima serata tutte le televisioni cominciano a inviare le foto e le immagini del ex-capo di Cosa Nostra. E qui lo stupore: l’imprecisione degli identikit viene subito agli occhi. Nessuno, se lo avesse incontrato per strada, lo avrebbe riconosciuto. Chissà se u’ ziu Binnu sia mai andato a Corleone, magari a fare qualche compera. Forse la gente comune, ignara della sua identità, gli porgeva pure i propri saluti. O molto più probabilmente conduceva una vita da codardo, rinchiuso nei suoi covi-bunker, trascorrendo le giornate scrivendo pizzini. La curiosità delle nostre menti viene finalmente soddisfatta: un volto quello di Binnu u’ tratturi di cui si era riuscito a fare un identikit grazie alle dichiarazioni dei pentiti, ma che dava la sensazione di un uomo forte e robusto, con i lineamenti del volto che lo rendevano ancor più cattivo, quasi il diavolo in persona. Ed invece adesso, davanti allo schermo televisivo, ci troviamo davanti un uomo magro, ossuto, con un sorriso quasi da sornione e da beffa. La domanda allora sorge spontanea: “come ha fatto un uomo così a tenere sotto scacco uno Stato?” Forse dobbiamo rifarci al detto “le apparenze ingannano” e pensare che dietro questo volto da viddanu si nasconda un cervello da volpe, nonostante un tempo Luciano Liggio disse che Bernando era uno che sparava da Dio, ma con un cervello da gallina. Ma al di là delle apparenze, ciò che appare più strano è l’arresto in se stesso. Nonostante i mezzi delle forze dell’ordine si siano fatti sempre più sofisticati, sembra strano che un uomo, considerato la primula rossa numero uno in Italia, si sia nascosto in uno squallido casolare (per giunta vicino la sua città natale), sia stato trovato solo, senza nessun picciotto che poteva proteggerlo o almeno agevolarne la fuga, e per giunta si sia incastrato con le sue stesse mani a causa di un sacchetto di panni lavati e stirati (una cosa così banale per un fantasma) che la moglie voleva fargli recapitare, o di una ciotala di ricotta, che il pastore gli aveva portato. Un uomo, latitante da 43 anni, non si sarebbe fatto prendere così facilmente. E allora forse viene da pensare che u ziu Binnu, stanco della sua vita nomade, di non ricevere costantemente tutte le cure necessarie, si sia fatto prendere per passare gli ultimi anni di vita in un carcere, un luogo certamente più comodo del covo nel quale alloggiava. Dopo la notizia dell’arresto, una folla si ammassa davanti la questura di Palermo. Si attende l’arrivo del boss. Tanti soprattutto i giovani. Ci sono i ragazzi di Addio Pizzo, che cominciano ad intonare un coro unanime “Siamo noi, la Sicilia quella vera siamo noi!”, a loro si unisce tutta la gente. Arriva Provenzano. “Bastardo, Bastardo” urla la folla. Qualcuno piange per la commozione, altri si abbracciano. I ragazzi hanno ragione: “la Sicilia vera siamo noi”. Basta con la mafia, diamo un taglio netto alla storia siciliana. Contribuiamo tutti alla sconfitta di Cosa Nostra. Forse quel che più blocca lo sviluppo siciliano non è tanto il sistema di collusioni, quanto la mentalità omertosa e la corruzione dei nostri rappresentanti negli organi statali (i politici): del resto, dove Bernardo mangiava e dormiva sono stati trovati i facsimile che invitavano a votare Totò Cuffaro (attuale presidente della Regione, già accusato di favoreggiamento) e Ciccio Nicolosi, esponente del Patto per la Sicilia. Ed intanto adesso si pensa ad una guerra di successione al trono mafioso. Matteo Messina Denaro e Salvatore Lo Piccolo, entrambi già latitanti, dovrebbero essere i candidati alla supremazia mafiosa. Qualcuno teme che la mafia possa di nuovo cambiare aspetto: si pensa e si ha il timore di un passaggio dalla mafia dei colletti bianchi e del pizzo alla mafia delle stragi del 92’. Ora che u ziu Binnu, proclamatore di quella mafia bianca, che molti siciliani accettano con rassegnazione, non c’è più, tutto potrebbe succedere.

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Politiche 2006: “L’Italia dei guelfi e dei ghibellini non tramonta” di Antonella Ferrara

In televisione cominciano a scorrere i primi risultati approssimativi, i primi exit poll, le prime proiezioni;sono appena le quindici e trenta del pomeriggio, da trenta minuti i seggi elettorali hanno chiuso i battenti e già, forse prematuramente, nel centro sinistra  si respira il profumo della vittoria. Gli exit-poll, forniti dalla Nexus, registrano infatti un netto vantaggio del centro sinistra sugli avversari del centro destra. L’Unione si affretta ad allestire i preparativi per i festeggiamenti in piazza Santi Apostoli a Roma, ma quel sogno che sembra prendere forma nella realtà, nelle ore direttamente successive sfiorerà la soglia dell’incubo fino alla conferma definiva della vittoria, giunta a notte inoltrata. Ha inizio così una estenuante maratona televisiva che si protrarrà fino alle prime ore del mattino,quando i risultati promanati dal Viminale delineeranno con maggiore chiarezza il profondo divario politico-culturale che divide l’Italia, appena uscita dalle urne. L’intera giornata si snoda in un gioco di ansie ed emozioni, delusioni e aspettative, i risultati si capovolgono: la certezza diviene un traguardo sempre più lontano e il percorso per arrivare sempre più tortuoso. L’Italia si ferma, inchiodata davanti a quel piccolo schermo, constata con grande stupore come questo nostro Paese da sempre dilaniato da lotte intestine tra fazioni opposte,guelfi e ghibellini,papato e impero, fascisti e comunisti, porti ancora su di sé l’insostenibile fardello dell’antagonismo culturale, dell’antinomia politica, della rivalità netta. E’ un’Italia che si spacca, un’Italia fortemente influenzata dalla competizione tra destra e sinistra, tra culture politiche alternative, che nella pragmaticità della vita reale si  trasformano in identità, modelli, modi di essere, stili di vita. E’ la realtà italiana che emerge in tutta la sua complessità, con le ferite non ancora rimarginate lasciate dalle due guerre e con un desiderio di cambiamento tenue, appena accennato. Creando stupore tra alleati e avversari, Forza Italia si riconferma il primo partito del centro destra, seguito da A.N. e U.D.C.; la Lega vede riconosciuto il quarto posto mentre i partiti più estremisti della coalizione conquistano appena l’1 %. Nella coalizione di centro sinistra, invece, l’Ulivo non ottiene quell’exploit di preferenze da più parti pronosticato.Stupefacente il risultato conseguito da Rifondazione che raggiunge alla camera il 7,5%  con uno stacco netto rispetto agli altri partiti radicali, che seppur con risultati meno eclatanti, ottengono molte preferenze. Se il centro destra rivendica fortemente il primato del partito di Berlusconi, nell’Unione l’asse si sposta più a sinistra, tratteggiando con marcata evidenza la necessità di una svolta radicale. Era un risultato inatteso, eppure con la sorpresa e lo stupore di entrambe le coalizioni,domenica l’Italia si è divisa verticalmente in due, consegnando alle forze dell’Unione, risultate vincenti, una struttura istituzionale assolutamente ingovernabile. Una tornata elettorale che per molte ragioni non dimenticheremo facilmente, che con le sue ansie e delusioni, con le sue sorprese ha dimostrato a chi credeva che il virtuale avrebbe potuto sostituire il reale che il paese non è un computer ma una realtà vera, immanente. Imputabile è forse la campagna elettorale che da mesi alternando toni forti a toni pressoché “teatrali” ha campeggiato da vera protagonista  su tutte le prime pagine dei giornali  e in tutte le trasmissioni televisive, talvolta confondendosi con reality show  e vendite promozionali. Una campagna elettorale, impostata sulle regole del virtuale, che anziché porre al centro della dialettica politica e del confronto tra le coalizioni i problemi improcrastinabili del Paese, ha alienato le questioni della vita quotidiana, le reali problematiche del Paese, risultando lontana dai cittadini e consegnando  alle urne  una popolazione confusa e priva di un orientamento politico chiaro. Gli  scontri vertenti sulle tematiche della par condicio e della visibilità hanno fuorviato  i momenti di confronto tra le due coalizioni in competizione. Gli incontri televisivi arbitrati ora da Mimmun ora da Vespa, sono stati un mero cronometraggio pubblico, un batti-becco sconclusionato. Ma in quale occasione si è parlato dei giovani disoccupati, della precarietà del lavoro che questo governo ha trasformato in imperativo categorico, del caro vita, della scuola pubblica, ridotta a fenomeno da baraccone,  delle Università? Il confronto è degenerato in uno scontro, improntato su una logica inconcludente in cui il cittadino si trasformava in passivo spettatore di un gioco di scommesse e promesse. Oggi all’indomani delle elezioni ci si interroga su come  il nuovo governo  intenderà destreggiarsi sui temi della politica economica, nel rilancio del mercato, nei rapporti internazionali. Non dimentichiamo che su questa nuova forza di governo grava il peso non indifferente della sinistra radicale, le cui  posizioni influenzeranno la linea politica che l’Unione intenderà seguire nella sua azione governativa. Date queste premesse risulta conseguente la domanda: quale sarà il metodo che adotteranno nell’iter di riorganizzazione dello Stato? “Rivoluzione o riforma sociale”, volendo citare Rosa Luxemburg. L’Unione eredita un Paese in crisi, da rinnovare e  rilanciare. Uno dei dati che queste elezioni hanno reso percepibile è l’antipolitica dilagante, che rimane forte e presente. Priorità nell’ azione governativa dell’Unione  dovrà essere proprio proporre una politica improntata sui valori della cultura e dell’etica  cosicché venga quantomeno ridimensionata l’antipolitica e riproposto l’interesse e la partecipazione attiva. L’Italia odierna, l’Italia che non ha scelto alle ultime Politiche grida un imminente bisogno di certezze e stabilità, di un governo forte che miri senza attenuanti al benessere comune e al rilancio del mercato, alla ripresa economica.

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COMMENTO ALLE ELEZIONI POLITICHE 2006 di Salvatore Leto

È stata una campagna elettorale dura, sofferta, estenuante. Per questo eravamo veramente felici quando si era arrivati al giorno delle elezioni. Ma, purtroppo il post tornata elettorale si è rivelato ancora più duro e aspro della campagna elettorale stessa. La casa delle libertà non accetta la sconfitta e chiede il riconteggio dei voti mettendo in crisi il ministro dell’interno, Beppe Pisanu, esponente della Casa Delle Libertà. Ad alimentare un clima per niente disteso è stato l’indiscusso protagonista degli ultimi mesi, colui che è entrato quotidianamente nelle nostre case direttamente delle reti televisive Mediaste; il “nano incipriato” che dopo aver giocato sui numeri del suo governo, ha attaccato l’altro polo come se al governo in questi cinque anni non ci fosse stato lui: Silvio Berlusconi. Per non parlare dell’ultima sparata dell’ormai ex premier: l’abolizione dell’imposta ICI. Probabilmente questo suo modo di porsi ha fatto si che il suo partito (Forza Italia) si riconfermasse il primo d’Italia. Oppure, molto più probabilmente, la gente non sente il forte desiderio di cambiare lo stato di cose presente. E se alla gente le cose vanno bene così, forse sarebbe stato meglio se avessero patito (senza accorgersene) per altri 5 anni le mostruosità del governo Berlusconi. Comunque, per fortuna!, l’Unione c’è l’ha fatta. Una vittoria risicatissima che per molti equivale ad una sconfitta. Infatti, Prodi e i suoi alleati avranno vita difficile nel duro compito che li aspetta. Perché non potranno agire indisturbati come il cavaliere ha fatto in questi cinque anni, ma dovranno fare i conti con una pesante situazione in Parlamento, dove per l’esiguo vantaggio di seggi, le riforme faranno fatica a passare. Con Forza Italia vittoriosa, l’Unione che ha ottenuto la maggioranza, gli unici ad uscire sconfitti e distrutti da questa tornata elettorale sono e saranno i cittadini italiani.

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EMILIO ZANINI, MIO FRATELLO a cura del blog LiberaMente

Nel frullatore mediatico in cui è finita la vicenda Roberta-Rita-Mostro, Libera Mente è un luogo dove si è cercato di discutere e riflettere sulla nostra comunità, mettendo a confronto dolore, indignazione e analisi sociale. E non è un caso che chi si trova in una situazione a dir poco imbarazzante come la famiglia del presunto assassino, ha trovato proprio sul blog (www.partinico.info) il luogo giusto per dire delle cose alla città. Che questa tragedia poteva essere evitata, se si fosse intervenuto per tempo ad aiutare Emilio Zanini. Disturbato, depresso, ma sconosciuto ai servizi sociali e al Dipartimento salute mentale dell'Ospedale di Partinico.

Giornali, radio, tv si stanno occupando da giorni della vicenda, perché ha scelto di parlare proprio con Libera Mente?
Ho letto il vostro forum, i commenti delle persone. Ho visto che si discute, che il dolore è diffuso e la gente è rimasta molto colpita, si vuole cercare di capire. Poi tutti parlano del mostro…

Comprensibile. E lei invece difende suo fratello?
Per niente. Io sono sicuro che è stato lui a uccidere Roberta. Anzi ci metterei la mano sul fuoco.

E allora?
Voglio dire alla gente di Partinico che la nostra è una famiglia per bene. Non c’entriamo niente con mio fratello. Lui è pazzo. Sono anni che è così, che non sta bene, ma non interessava a nessuno. E si deve sapere anche che Emilio prima non era così. E’ stato il servizio militare che lo ha rovinato. Ha fatto un anno in Friuli e quando è tornato non era più lo stesso. Parlava da solo, era depresso, non sorrideva più.

E invece prima che ragazzo era Emilio Zanini?
Era un ragazzo estroverso. Ha studiato fino alla terza media, però era un autodidatta. Ha imparato a suonare la chitarra da solo, ha scritto pure una canzone. Gli piaceva vestirsi un po’ strano, si modificava i vestiti, li candeggiava o li scuciva. E poi gli piaceva farsi allungare i capelli, una volta andò in Germania e portò un taglio di capelli nuovo. Diceva sempre che voleva diventare famoso... Adesso c’è diventato…

Che rapporti aveva con gli altri, era socievole?
Da piccolo non era molto affettuoso, si è sempre tenuto un po’ a distanza. Magari sapeva esserlo con un cane, ma con le persone non era particolarmente affettuoso. Con gli amici era un leader, molti cercavano di imitarlo.

E con le ragazze? Ricorda di amiche, fidanzate?
Nessuna, che io sappia. Finché sono stata in Sicilia l’ho visto interessato solo una volta. Era l’estate 1982 e vicino da noi c’era una ragazza di Torino che era in Sicilia per la villeggiatura. Lui se ne era invaghito, uscivano, gli piaceva. Dopo che lei partì mi chiese di scriverle una lettera al suo posto, perché lui non era capace. Poi non ne ho saputo più niente.

Per i servizi sociali del comune suo fratello è uno sconosciuto, e non c’è traccia di lui al Dipartimento di Salute Mentale dell’AUSL di Partinico. Non lo avete mai fatto aiutare?
Io manco ormai da molti anni a Partinico, quindi non so nei dettagli. Però mi ricordo che una volta venne a casa una psicologa e lui non ne voleva sapere. Le diceva che perdeva tempo. E a un certo punto se ne scappò lanciandosi dalla finestra. Ma negli ultimi anni la situazione era peggiorata. Mi madre più di una volta è stata dai Carabinieri e dalla Polizia, non ha fatto denunce ma ha detto che aveva paura, che Emilio la minacciava. Si doveva chiudere a chiave in camera, lui non sopportava nemmeno di sentirla masticare. Ma le dicevano di non preoccuparsi. Poi c’è stata la molestia a mia nonna. Io allora feci venire mia madre a stare da me perché avevo paura che potesse fare di peggio. Però mia madre non è rimasta molto, aveva paura che le bruciasse la casa e se ne tornò a Partinico. Mi continuò a raccontare cose sempre peggiori, io a un certo punto non ce la facevo più a sentire queste cose al telefono, feci come lo struzzo, misi la testa sotto la sabbia e non ne ho voluto sapere più niente.

Si aspettava che potesse compiere un crimine così orrendo? 
No, una cosa così no. Io lo pensavo che avrebbe fatto una brutta fine. Pensavo che si sarebbe ammazzato. Ormai era incontrollabile, usciva di casa senza nemmeno il giubbotto e mancava per settimane. Mia madre aveva paura che un giorno glielo portassero a casa morto. Nemmeno quando ho saputo dell’omicidio della ragazza ho pensato che potesse essere lui.

Sua madre le ha detto di aver notato qualcosa di diverso nel suo comportamento in questi mesi?
Niente, assolutamente niente. Una sua lucidità ce l’ha, aveva continuato la sua solita vita. Però in questi giorni mia madre mi ha detto che lui le leggeva continuamente l’articolo del giornale sull’omicidio. Nelle ultime settimane non mangiava più, stava dimagrendo a vista d’occhio e le chiedeva spesso “mamma mi vuoi bene”? Mia madre rispondeva “si, a te come a tutti gli altri figli”. 

Cosa ha pensato quando ha saputo dell’accusa?
Mi sono tornate in mente tante cose di quando eravamo piccoli, quando giocavamo. Ho cercato le nostre vecchie foto, le ho appese in cucina, me le guardo…

Pensa di andare a trovarlo?
No. E vorrei che non andasse nemmeno mia madre. Voglio dimenticarlo. Piuttosto vorrei andare a trovare la famiglia di Roberta e anche Rita. Non subito però. Lo so che non è facile che accettino. Sto cercando di mettermi in contatto tramite la chiesa. Non so nemmeno cosa vorrei dire, chiedere scusa non serve a niente. Vorrei abbracciarli. Ecco li vorrei abbracciare senza dire niente.

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IL PITTORE  MALEDETTO di Francesco Evola

Michelangelo Merisi nasce nel 1571 a Caravaggio, da cui il soprannome, un paesino in provincia di Bergamo. La sua pittura è una delle più alte espressioni dell’arte di ogni tempo, e forse la più sconvolgente e appassionante, ma anche la più discussa. Nato da una famiglia di umili origini, entrò a 11 anni in una bottega, per uscirne a 20 come uno fra i maggiori maestri di composizioni luci ed ombre; egli riusciva con il chiaroscuro e i contrasti cromici a modellare le figure, esaltare la drammaticità dei movimenti e l’atmosfera dei suoi quadri sembrava non esser limitata dalla tela. Nei quadri del periodo giovanile le composizioni del Caravaggio sono fortemente simboliche ed allusive, esprimono una malinconica e struggente sensualità. Compose in questo periodo opere di straordinaria bellezza e complessità, vista la sua giovane età, tra cui il Bacco e Amore Vittorioso. Ma se la sua carriera e la sua abilità pittorica erano in rapida ascesa, di pari passo andavano la sregolatezza e la stravaganza del suo temperamento aggressivo. Il Caravaggio infatti passava la sua vita tra ricchi palazzi di alti prelati, e sordide bische, tra risse, omicidi e fughe, in compagnia di ladri, bari e prostitute. Un personaggio la cui umanità suscitava scandalo e indignazione, lo stesso scandalo che accompagnava le tele del pittore “maledetto”, in cui l’artista interpretava la crisi dei tradizionali valori artistici del cinquecento, ed esprimeva anche quella malinconia che avvolgeva la sua vita. Caravaggio dipinse soprattutto a Roma, dove gli furono commissionate importanti opere religiose, tra cui la Crocifissione di S. Pietro, la Madonna della Serpe, la morte della Vergine. Da questa città fu costretto a scappare quando, accusato di un omicidio in una rissa, fu condannato a morte in contumacia. Fuggiasco il Caravaggio vagò molto, passando per Napoli, Malta, Siracusa, Messina e Palermo, e lasciando in ognuna di queste terre opere ricche di tensione e cariche di emozioni, tra queste la Decollazione di Giovanni Battista (l’unica firmata), il seppellimento di Santa Lucia, la resurrezione di Lazzaro. Era il 1610 e in 19 anni Caravaggio aveva compiuto circa 30 capolavori, fra i più belli del patrimonio artistico dell’umanità. Nonostante il suo successo però Michelangelo non si era mai sistemato, aveva sempre vissuto in miseria, era abituato a un’esistenza affannosa, invischiato da risse e ferimenti. Continuamente braccato e costretto a dipingere in fretta quadri drammatici come la sua vita, con un piede in prigione e l’altro pronto alla fuga, ma ormai era stanco. Le avversità e i vizi l’avevano precocemente invecchiato. Così decise di cambiare vita, dopo l’ennesimo agguato che lo aveva sfigurato in volto, e racimolate le sue poche cose, prese il primo vascello per il nord, sperando di trovare qualche tela da riempire di colori per vivere. Ma purtroppo, la fortuna lo aveva già abbandonato da tempo, infatti durante uno scalo a Porto Ercole, fu scambiato per un ricercato e gettato in cella. Quando lo rilasciarono corse subito verso il porto, sperando di poter tornare a bordo, ma il vascello era già partito portandosi via le sue cose: i pochi stracci, la cassetta dei colori, i pennelli. Forse illuso di raggiungerlo, forse in preda alla disperazione, si mise a correre lungo la spiaggia: chi lo vide restò scioccato. Michelangelo da Caravaggio si lasciò cadere spossato sulla spiaggia arroventata. Non si alzò più, aveva 39 anni ed era il più grande pittore del suo tempo.

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Rock ‘n’ Roll revolution di Giuseppe "Jimmy" Palazzolo

 

Il rock, fin da quando è nato, è sempre stato la voce dei giovani, la voce di chi voleva urlare al mondo la propria insofferenza verso una società opprimente e indifferente; tutto cominciò quel giorno del 1954 quando Elvis Presley con i suoi due minuti scarsi di “That’s All Right” rivoluzionò, inconsapevolmente, la storia della musica moderna tanto quanto quella della cultura popolare. Milioni di ragazzi riconobbero nelle note, nelle parole e nell’attegiamento dei primi cantanti rockabilly i propri sogni e aspirazioni. Rolling Stones, Doors, Bob Dylan, Jimi Hendrix, Beatles, divennero i portavoce di una generazione che credeva nella pace, nell’amore libero, nella libertà dell’uomo; cantori della vita in tutti i suoi aspetti, dai più torbidi ai più poetici. Alla base di tutto c’era sempre la voglia di ribellione, di “andare contro”: contro la guerra, contro i falsi moralismi, contro le disuguaglianze; si credeva davvero che un ragazzo con la chitarra potesse cambiare il mondo, con la forza della musica e delle parole: così non è stato, ma gli ideali non si arresero alla realtà; e se non si era liberi e in pace fisicamente, lo si era nello spirito. Dall’altro lato c’erano i “grandi”, i potenti, quelli che facevano le guerre, e per i quali il rock ‘n’ roll era solo rumore, e gli hippies erano dei capelloni senza cervello, ma in realtà li temevano… li temevano perché l’inno degli USA stuprato da Hendrix o la voce stridula di Bob Dylan bruciavano le coscienze quanto il napalm buttato sul Vietnam, ma soprattutto perché combattevano la violenza con l’amore! Il rock era diventato un fenomeno di massa, la musica delle gente comune. Era nata una nuova forma di cultura: le “poesie in musica” di Jim Morrison, leader dei Doors, erano la prosecuzione dell’opera di poeti maledetti quali Baudelaire e Rimbaud; e gli happenings psichedelici dei Pink Floyd si proponevano di fondere musica e immagini, di abbattere le barriere fra le arti. Un’altra sorta di rivoluzione si ebbe nel 1977 quando la furia nichilista dei Sex Pistols si abbattè sul Regno Unito, prendendo di mira le istituzioni e l’ipocrisia della borghesia al grido sarcastico di “God Save The Queen”. Il punk restituì alla musica quell’immediatezza di comunicazione propria del rock, che negli ultimi anni era stata soffocata dagli sterili virtuosismi del progressive-rock, e alla gente un mezzo per manifestare la propria frustrazione ed emarginazione. L’ultima grande icona del rock, capace di dare un senso più profondo a una semplice canzone, di farsi portavoce del disagio giovanile è stato Kurt Cobain, cantante/chitarrista dei Nirvana, alfieri del movimento grunge a cavallo degli anni 80/90. Il suo urlo disperato e i suoi testi apparentemente senza senso esprimevano al meglio la condizione di apatia e la mancanza di ideali dei teenagers degli anni 90. Ma a Kurt questo mondo stava stretto e come molti altri prima di lui scelse l’autodistruzione. Dopo 50 anni i martiri del rock sono decine: Elvis Presley, Jim Morrison, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Sid Vicious, John Bonham, tutti vittime di una vita vissuta perennemente in corsia di sorpasso, rifugiatisi nelle droghe e nell’alcol con la speranza di trovare un mondo migliore, il mondo che cantavano utopisticamente nelle loro canzoni. Hanno lasciato questo mondo tra gli applausi e il feedback assordante delle chitarre per entrare direttamente nella leggenda: sono loro gli eroi mitici dell’epoca moderna. Il grido di libertà inciso sui loro dischi risuonerà ancora a lungo nelle nostre orecchie… Oggi il mondo della musica è in assoluta agonia, monopolizzato dai cantanti di plastica, dalle band attente più al conto in banca che alla musica; sembra che nessuno abbia più nulla d’importante da dire, nessun messaggio da comunicare… ma fin quando ci sarà un ragazzo ad imbracciare una chitarra nel buio di una cantina, la fiamma del rock ‘n’ roll arderà ancora; per dirla con Neil Young «rock ‘n’ roll can never die!».

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