| Vincenzo Guerrazzi |
Recensioni
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| Giuliano Zincone | "IL CORRIERE DELLA SERA" 2 luglio 1977 |
Vincenzo Guerrazzi, ex-operaio. E' scrittore, saggista, pittore, provocatore temutissimo "cervello labirintico" (come gli piace definirsi), "artista totale", mitomane ed elaboratore di miti. Ha pubblicato recentemente un romanzo, La fabbrica del sogno (Ed. Cooperativa Scrittori), presentato con scarsa fortuna al premio Strega, e ha scatenato, ancora una volta, polemiche ferocissime e pesantissime. Intanto prepara una grande mostra dei suoi quadri (a Roma, al Palazzo dei Congressi) che sono esempi strepitosi di "pittura narrativa" e ricordano lo stile di Eduardo Arroyo con parecchi simboli in più.
Durante l'intervista, Guerrazzi è torrenziale e pieno di crudeltà politica. Parla cantando le sue frasi, assaporandone l'effetto. ,Nella Fabbrica del sogno - dice - ho rappresentato la solitudine dell'operaio che continua anche quando ci sono al potere i partiti che dovrebbero difenderlo. Il mio protagonista, un immigrato come me viene arrestato e processato e lui a questo processo non è nemmeno presente. Incomincia a capire le cose quando entra in fabbrica, parlando con i compagni. E il tempo, nella sua testa, va e viene, con la tecnica del flash back. Vanno e vengono i sogni, la realtà., le speranze. E le delusioni, quando scopre l'impotenza dei partiti di sinistra. E poi c'è il rapporto con la fabbrica, l'amore e l'odio per la vita di lavoro, per il ferro, per le operaie che sanno di ferro. E le rivolte, che tutti vorrebbero fare, ma nessuno ne è capace".
Guerrazzi non è affatto un naïf, anzi. E' uno dei pochi che credono
ancora nei contenuti magici della scrittura, della letteratura.
Ma, naturalmente, manifesta un supremo disprezzo per gli scrittori
italiani contemporanei. Perché, allora, ha partecipato al premio
Strega? "Ho commesso un errore gravissimo - dice - la mia presenza
ha dato lustro al premio, ha fatto pubblicità a tutti quei Tomizzoni
che scrivono libri falsi e non sono nemmeno capaci di cercare
aggettivi e sostantivi. Ho sbagliato, ma sapevo di sbagliare.
Sapevo che il mio libro puzzava di ferro e non sarebbe piaciuto
a quegli ammuffiti che stanno nel salotto della signora Bellonci.
Ma ormai non me ne importa più niente, ho già scritto un altro
romanzo che si chiama Lettera d'amore dall'interno di una fabbrica".
Guerrazzi scrive veloce. "Se avessi la tranquillità. e il tempo
libero che hanno tutti quei masnadieri che scrivono - dice - potrei
fare un libro ogni quaranta giorni. Ma quelli sono ladri. Se
ne stanno all'ombra dei limoni a scrivere "meriggiare pallido
e assorto" e subito trovano qualcuno pronto a decantare la "dolcezza
delle loro erre". Un operaio mi ha portato una poesia che diceva:
"alesare, fresare, tornire, barenare". Gli ho detto: "questa si,
che è una melodia di erre: la tua poesia è superiore a quella
di Montale"".
Bene, parliamo della pittura. Guerrazxi ha con se un pacchetto
di foto dei suoi quadri. Ce le mostra. "Avevo un mecenate -
sospira - mi dava un milione lordo al mese. Tra i colori e le
tele, mi rimanevano trecentomila lire. E voleva che producessi,
in fretta, in fretta, come in fabbrica. Eccolo: gli ho fatto
il ritratto, con il cronometro in mano". A Guerrazzi piacciono
le sfide. Sfida Sgorlon a scrivere meglio di lui, sfida Guttuso
e Annigoni a fare ritratti più belli dei suoi. I suoi quadri,
in realtà,, sono popolati di ritratti e di allegorie.
In un dipinto chiamato "L'Eurocomunismo" ha messo ben centosedici
"personaggi riconoscibili", scrittori, uomini politici, industriali,
gente dello spettacolo, santi e giornalisti. - dice Guerrazzi
- questo è Amendola sul risciò, trascinato da un operaio nudo
e gracile in una città assolata e surreale, dipinta alla De Chirico.
E poi c'è il capolavoro. Eugenio Scalfari e Indro Montanelli,
in livrea accudiscono Agnelli e Cefis appena svegliati e assisi
su poltrone-gabinetti. Quest'altro quadro mostra Dante che ha
sottobraccio un libro di Lenin, "Che fare?" e dice a un operaio
anziano che deve studiare. Nell'altra metà del quadro ci sono
Boccaccio e Umberto Eco che sono i trastullatori' della borghesia
godereccia".
Guerrazzi non si stanca mai. "Ho un vulcano di idee che mi ha
fornito la fabbrica", dice serio serio. Nei mesi scorsi ha inviato
a un gran numero di intellettuali italiani di vario genere e calibro
un questionario di dodici domande spaventosamente provocatorie.
Le risposte saranno raccolte in un volume, e sarà la terza "inchiesta"
di Guerrazzi, dopo quella, celebre sugli operai e quella, quasi
ignorata, sui dirigenti d'azienda.
Hanno già risposto grossi nomi - dice Guerrazzi - scrittori,
studiosi, giornalisti noti, anche il presidente della Rai e il
direttore del Corriere della Sera. Questo libro voglio metterlo
all'asta, e l'editore che vorrà pubblicarlo dovrà impegnarsi a
non leggerlo prima di averlo stampato". Le risposte degli intellettuali
lo hanno sbalordito.
"Non me le sarei mai aspettate così rozze. Dal punto di vista
dei contenuti culturali, gli scrittori e i giornalisti si sono
dimostrati nettamente inferiori ai dirigenti. Me li aspettavo
sprezzanti, ma non così ottusi. La domanda che li ha fatti più
arrabbiare è stata la seguente: "Come giustifichi il tuo assenteismo
dalla fabbrica? ". Tutti hanno risposto confaccia tosta che invece
loro lavorano moltissimo. Gli ho domandato anche come mai tra
gli intellettuali non avvengono omicidi bianchi, e tutti mi hanno
citato i rischi di quei quattro inviati speciali che fanno le
corrispondenze di guerra. Una vergogna".
Guerrazzi è ironico, parla emettendo una serie di erre artificialmente
melodiose: "Che razza di risposte. Ho domandato: "Vi sentite
servi?" Figurarsi. Nessuno si sente servo, naturalmente. E nessuno
si sente dogmatico. Faticano tutti come bestie, come l'operaio
alla fresa, dicono. Tutti citano il fresatore: chissà perché.
Io ce li metterei davvero, alla fresa. Facciamo un po' per uno,
direi. Perché devo essere sempre io, a girare le maniglie della
fabbrica?".
In realtà, Guerrazzi, in fabbrica non ci va da un pezzo. E' in
permesso, ha cambiato mestiere. "Certo - ammette - lavorare non
mi piace. Non piace a nessuno. Io l'ho detto molto prima degli
autonomi. Ho girato maniglie per diciotto anni, e sono stufo.
Smettendo, non credo affatto di aver liberato la classe operaia,
perché al posto mio ci sarà qualcun altro, attaccato alla fresa.
Ho liberato me stesso. Non basta, ma è meglio di niente".
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