| Vincenzo Guerrazzi |
Recensioni
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| Franco Solmi | Bologna, settembre l982 |
Non ho la fortuna di conoscere Vincenzo Guerrazzi così bene
come lo conoscono, o dimostrano di conoscerlo, tanti personaggi
illustri che di lui hanno scritto cose affascinanti e. immagino,
assai giuste. Quel poco che ne so l'ho tratto da un suo libro
pubblicato da Rizzoli , "La Festa dell'Unità " e dalle immagini
accavallate d'innumerevoli suoi quadri di cui, per più diretta
esperienza han scritto congeneri e degeneri, da Luigi Compagnone
a Corrado Costa, da Maurizio Fagiolo a Paolo Volponi: per dir
di pochissimi che si sono cimentati nell'impervio groviglio di
letteratura, pittura, vita e politica. che l'ex operaio dell'Ansaldo
Grandi Motori, deluso e arrabbiato quanto basta, ha finito per
costruire in questi anni.
Mi sarà quindi consentito d'andare all'azzardo, di scrivere
all'improvviso per dar conto, una volta tanto, più d'impressioni
che di meditate analisi: difficilissime da condurre col solo ausilio
degli strumenti critici di cui dispone chi fa il nostro mestiere.
Del resto Costa l'aveva previsto che di fronte al lavoro di Guerrazzi
il critico d'arte sarebbe stato costretto ad uscire fuori dal
suo linguaggio. E' quasi un invito.
L'accolgo cominciando col dire di quel libro feroce ed estremamente
garbato che ho appena finito di leggere con lo stesso stupore
con cui il trapanista pentito s'aggira per il sociale, inviluppato
nell'ostinata memoria della fabbrica almeno quanto nei lacci di
una coscienxa culturale ed estetica, oltre che politica, pressoché
inconfessabile. La stessa, voglio dire, che emerge dai complicatissimi
meccanismi rituali dei dipinti por.tati, per amor di metafora,
a svariare fra incanto realistico e allegoria surreale con una
sottigliezza d'invenzione che l'evidenza della satira, del grottesco
o del moralistico non basta a mascherare.
In quei quadri, intendo, s'annidano finzioni pittoriche sufficienti
a dar parvenza d'ingenuità all'opera. Ciò spiega probabilmente
l'equivoco in cui è caduto chi ha visto Guerrazzi come un "naif"
e il suo "operaismo" come una maschera di superstite retorica
populista. Pressapoco le stesse cose m'avvenne di scrivere a proposito
dei "Funerali di Togliatti" di Guttuso, rilevandone la limpida
premeditazione e i sofisticati congegni costruttivi: un omaggio
della cultura colta all'emozione, originata forse da uno sterminato
pudore, certo da una umiltà che il maestro di Bagheria, pittor
superbo, periodicamente ha bisogno di ritrovare ed infatti ritrova.
Ora, non è un caso se il nome di Guttuso, la sua antica e
ancor presente ambizione di parlar per metafore e per leggibili
liturgie, son continuamente ricordati dagli esegeti dell'opera
di Guerrazzi. Ne è un caso che lo stesso artista sia rimasto l'unico
pittore in Italia a dichiarare la propria stima per Guttuso e
a perdonargli il successo in nome di ragioni prime che egli stesso
condivide, dipinga operai o cardinali, scriva di veterinari o
di madonne dall'incanto decuplicato. Una di queste ragioni è indubbiamente
la malinconia, l'altra la fiducia nella parola, dipinta o scritta
che sia, esplicita quanto basta per non essere arida e allusiva,
e iperbolica a sufficienza per svolgere in atmosfere magico-rituali
le macchine allegoriche in cui Guerrazzi stiva i suoi personaggi
dall'eterno presente: Cristoforo Colombo e Gilberto Govi, l'Anonimo
Guerriero e il Doge, il Cardinale Siri e Pertini, l'Assessore
alla Cultura e Se Stesso, tutti imbarcati in una sorta di Guibileo
laico senza amore, cosi come senza pietas erano i Funerali laici
di qualche tempo fa. Nel vascello galleggiano i Nuovi ricchi,
ma mancano del tutto i Vecchi e Ultimi poveri.
L'Italia prende il mare dopo aver gettato chissà dov'è la
zavorra ideologica che qualche randagio cassintegrato si spera
finirà per raccogliere e riportare in più o meno effimero" spazio
giovani". La pittura? Ha molti titoli per entrare nel giro delle
citazioni e dei recuperi dal museo predicati dai teorici del postmoderno,
prima di tutti quello dell'ironia, della manualità, del gusto
rituale e celebrativo in cui si scarica l'inedito stordimento
libertario provocato dall'improvvisa crisi delle avanguardie.
La mistica processionale, inscindibile dall'arte "popolare", si
ripete nel viaggio stranito di Cristoforo.
Le figure si assiepano come a un funerale o a un comizio:
eremiti di massa raccolti fuor di convinzione e di necessità,
proprio come in una festa di partito o alla catena di montaggio.
Solo che qui manca l'operaio che, essendo divenuto inconoscibile
, non ha alcuna possibilità d'immagine, di essere immaginato.
La nave è un paradigma della società ove v'è chi galleggia e chi
viaggia sommerso o clandestino.
Oggi non v'è nulla di più sottomesso e clandestino dell'antico
operaio a cui Guerrazzi continua a credere come a qualcosa, appunto
di immaginabile.
Dopo questa opera non riesco a vedere come farà il nostro
pittore operaio-scrittore a dipingere pesche del tonno o raccoglitrici
di olive se non, come Chagall o come Zavattini, mandando i cari
personaggi della memoria a perdersi in cieli altissimi, aggiungendo
cioè allegoria ad allegoria e placando nella favola l'ansia e
la rabbia d'incomprensibili giornate.
Scrittore per vocazione e per dannazione pittore, Vincenzo
Guerrazzi troverà sempre qualcuno pronto ad invitarlo a scorciare
un quadro o a tagliare un libro, ma se fosse possibile lasciarlo
andar vagolando fra miti e riti di bassa miracolistica senza inchiodargli
la fantasia, penso ne sortirebbe un'immagine diversa da quella,
troppo innamorata, costruita dai suoi esaltatori. C'è infatti
abbastanza cattiveria e sufficiente rapina in queste opere da
far pensare a Guerrazzi come a una specie di Ligabue metropolitano,
colto e sottile, vagante con ostinata disperazione nelle foreste
urbane, da cui trae fragori di comizi e fluidi fascinosi di poesie
celtiche.
Anch'egli dipinge tigri e pavoni, tacchini e saltimbanchi
e se il suo è il comportamento di un selvatico che ha letto Kafka
e studiato Velasquez, ciò non significa che Guerrazzi non possa
guardare la realtà e l'irrealtà dei nostri giorni con infinito
stupore.
Lo stupore, anche, per un proprio, ultimo, inerme cinismo.
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Vincenzo Guerrazzi H o m e P a g e |
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