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L'Espresso N 17 ANNO XXIV 30 APRILE 1978





 

MISTERI EDITORIALI 



STORIA DI UN MANOSCRITTO

Grandioso,formidabile,un capolavoro:non lo pubblico

di VINCENZO GUERRAZZI

Un anno fa, un noto operaio-scrittore, pittore e letterato "selvaggio", pensò di fare un'inchiesta tra gli intellettuali. Ne interpellò cento; ventuno risposero, sei lo invitarono a colloquio, E poi? Poi nessun editore s'azzardò a pubblicare il manoscritto. Perché? La storia è questa. Da ridere o da piangere? Giudicate

Il testo che pubblichiamo qui di seguito è un capitolo abbastanza imbarazzante, anche se scritto con molta verve e ironia, dei rapporti che vigono in Italia tra editoria e autori. Il protagonista dell'episodio è, ammettiamolo, abbastanza eccezionale: si tratta di Vincenzo Guerrazzi, calabrese d'origine, genovese di vita, meno che quarantenne, ex operaio dell'Ansaldo Grandi Motori, autore di quattro o cinque libri, candidato al premio Strega e, recentemente, anche pittore «meglio di Guttuso», dice lui. Dagli scandali, Guerrazzi non si tira mai indietro: cominciò con il primo romanzo, un'ironica anabasi sindacale in cui, tra l'altro, si riportavano paro paro i graffiti trovati sui muri dei gabinetti dell'Ansaldo (un procuratore della Repubblica fece sequestrare il libro per oscenità); nei suoi quadri non smette di raffigurare i protagonisti della vita politica e culturale italiana in pose compromettenti. Stavolta, è qui in veste di vittima. Come mai?Anni fa ebbe l'idea di fare un'inchiesta tra i dirigenti industriali: chiedeva loro cosa pensavano degli operai loro sottoposti. Ebbe molte risposte, anche di pezzi grossi; il libro fu pubblicato senza problemi. Nel marzo del 1977 pensò di rifare il colpo con gli intellettuali: mandò a una lunga lista di nomi 12 domande (vedi scheda a pag. 73). Ventun interpellati risposero (alcuni indirettamente: Biagi sul "Corriere della Sera", Ferdinando Camon e Carlo Bernari su altri giornali). Qualcuno si scusò con una letterina (Fanfani fece rispondere dal suo segretario: « Il Presidente mi incarica di spedirLe il suo più recente volume dal quale potranno trarsi utili elementi sul pensiero del Presidente circa l'inchiesta che Lei sta svolgendo »). Altri,Guerrazzi (insierne con i suoi compagni operai e soci nell'impresa, Russo e Currà) andò a trovarli a casa: Eco, Scalfari, Moravia, Asor Rosa, Arbasino, Bo; e poi stese un diligente (e spassoso) resoconto del colloquio. Riunito il tutto, ne risultò un voluminoso manoscritto, intitolato "Gli intelligenti", di circa 300 pagine, complessivamente molto interessante. Eppure finora nessun editore lo ha pubblicato. Perché? La spiegazione è nel racconto che Guerrazzi stesso ha scritto e che ora figura come primo capitolo del libro. Naturalmente, anch'esso inedito.

Ecco qua.

Valerio Riva


Verso la metà di ottobre insieme con Currà sono andato a trovare Paolo Volponi alla Finarte in piazzetta Bossi 1, Milano. «Allora », mi disse dopo esserci salutati, « con chi pubblichi il libro-inchiesta "Gli intelligenti"? ».

« Con chi mi dà più soldi », risposi. Lui si grattò la fossetta sotto il mento e rispose: « Secondo me questo libro dovresti pubblicarlo con Einaudi ». Currà con sarcasmo disse: « Un gran bel romanzo di Vincenzo, « Lettera amore dall'interno di una fabbrica » non gliel'hanno pubblicato dopo un anno di trattative, troncando il rapporto che sembrava risolto positivamente, con pretesti sciocchi. Figuriamoci se pubblicano questo libro che è ancora più irriverente ». Volponi si allungò sulla sedia e col suo vocione gridò: « Ma no! Che stupidaggini vieni a raccontarmi! Questa inchiesta è molto importante e l'unico editore che può darle il suo giusto peso culturale e politico è solo Einaudi. La Pubblicherà. Gliene parlo io ».

« Fai come vuoi », risposi e aggiunsi: «Non sono d'accordo. Secondo me l'unico editore potrebbe essere Rizzoli ».

« Se lo pubblichi da Rizzoli nessuno lo prenderà in considerazione; anzi, diranno che è il solito libro-scandalo », rispose Volponi. Aprì un tiretto e tirò fuori una piccola agenda. Cercò un numero di telefono e disse: « Adesso telefono a Giulio Bollati ».

Telefonò. « Sono Paolo Volponi, mi passi Giulio Bollati». Dopo qualche secondo:

«Ciao, Giulio, come stai? ». Parlarono per qualche minuto, poi Volponi disse:

«Qui da me c'è Guerrazzi. Ha finito proprio in questi giorni l'inchiesta sugli intellettuali. E' molto bella ed è importantissima. C'é il pezzo su Eco che é il più bel racconto di questi ultimi anni ». Seguì una breve pausa, e ribadì: « E' il libro più importante di questi ultimi due, tre anni: letterariamente e politicamente. Ti passo Guerrazzi così vi mettete d'accordo ».

Mi passò la cornetta: « Buona sera ».

« Guerrazzi, come va? Volponi mi ha parlato di questo libro, lo facciamo ». Mi disse. «Facciamolo », risposi. «L'avverto che c'è un pezzo non tanto edificante che riguarda il suo padrone». Rise e rispose: « Noi siamo abbastanza liberi ed autonomi. Non so cosa ha scritto sul mio padrone, comunque non si preoccupi. Se l'irriverenza è solo quella del barolo, come mi diceva Volponi poco fa, è una irriverenza che ci sta bene ».

«Io non mi preoccupo», risposi, «ma con la Einaudi ho avuto delle esperienze non tanto corrette ». E gli raccontai del romanzo non pubblicato dopo un anno di trattative: avevo accettato di fare i tagli che mi consigliavano e alla fine conclusero:

« La Einaudi non può pubblicarlo perché troppo bene scritto ». E continuai:

« Caro Bollati, la ragione era un'altra: nel mio romanzo c'è una condanna continua della condizione dei lavoro in fabbrica; e oggi dire certe cose... ». Non mi lasciò finire. « Io non ne so niente di queste cose. Comunque questa inchiesta la pubblichiamo. Domani vengo a Milano. Lasci il libro a Volponi ed entro quindici giorni le darò una risposta ».

Passarono venti giorni e Paolo Volponi telefonò per me a Giulio Bollati:« Dobbiamo ancora decidere », rispose Bollati. « Fra una settimana gli daremo la risposta ». Dopo altri venti giorni un corriere mi recapitò il dattiloscritto senza nemmeno una lettera di accompagnamento.

La sera del primo incontro con Volponi, insieme con Currà andai a trovare Nanni

Balestrini all'AR&A. « Con chi pubblichi l'inchiesta? », mi chiese Balestrini. « La pubblicherei anche con te. Però io voglio dei soldi e un buon contratto ».

« Noi soldi non ne abbiamo, ma un buon contratto te lo possiamo fare ». Currà intervenne: « Dì a Nanni, per correttezza, che sei in trattative con Einaudi ». Balestrini ci guardò in silenzio, poi disse: « Einaudi?! ». Currà disse: « E' una fissazione di Volponi. Comunque spero che ci riesca ». Balestrini, uorno di poche parole, si alzò dalla seggiola, accese una sigaretta, si grattò i baffi e fece qualche passo nella stanza, lentamente come se avesse paura di schiacciare le uova. Quindi con voce bassa disse: « Tienimi informato. Cercherò di trovare i soldi. Sono sicuro che la Einaudi questo libro non lo pubblicherà mai ». Risposi: « Ho l'appoggio di Volponi ». Balestrini scuotendo la testa disse: « Mah. Alla Einaudi sono troppo perbenisti. Del tuo libro forse accetterebbero il capitolo su Eco perché lo odiano, ma gli altri... ».

Due giorni dopo ricevetti a Genova una telefonata da Milano: « Sono Alfredo Cattabbiani della Rusconi. Ho letto il suo libro "La fabbrica dei sogni" e mi è piaciuto molto. Vorrei conoscerla di persona. Quando si troverà a Milano se può venga a trovarmi».

La vigilia di Natale, Russo mi disse: «Andiamo a trovare Paolo Volponi così lo conosco anch'io e gli dò la possibilità di pagarmi il pranzo che mi ha promesso nelle risposte ». Così, il giorno dopo Santo Stefano, partimmo per Milano e Volponi ci portò a colazione. Mentre mangiavamo chiesi a Volponi: « Conosci un certo Cattabbiani? ». Il suo faccione luminoso si oscurò, mandò giù un sorso di vino e rispose: « Quello della Rusconi? ».

« Sì, quello. Mi hanno fatto delle proposte per pubblicare con loro. Cosa ne pensi? ».

« Fascio, fascio! », gridò con la sua voce baritonale e alzò il braccio salutando alla romana. Poi aggiunse con voce calma: « Ti sputtani. Io sono sempre dell'avviso che questo libro dovrebbe pubblicarlo Einaudi. Non so perché l'hanno rifiutato, sinceramente non lo so, non so cosa dirvi. Ho provato con Rizzoli, ma nemmeno loro lo vogliono pubblicare. Si potrebbe provare da Feltrinelli o da Garzanti ».

« Non proviamo più da nessuno risposi. « Vado da Rusconi, e basta. In fondo è stato lui a cercarmi: il libro lo pubblica senza nessun taglio e soprattutto mi dà i soldi. Il capitale non ha colore né bandiera ». Lui scosse la testa. « Ma che devo fare? », continuai: « Ho pubblicato sempre con editori cosiddetti rivoluzionari e mi hanno tutti fregato, truffato, derubato. Sono dei pirati. Il compagno De Michelis lo sa solo lui quanto ha guadagnato coi due libri che ha pubblicato. Mi ha sempre mandato rendiconti fasulli. All'altro mio editore, Savelli, bisognerebbe mettergli un missile nell'ano e spedirlo sulla luna. Mazzotta, a tutt'oggi, anche se mi ha dato alla firma del contratto un anticipo, non mi ha mandato nemmeno un rendiconto fasullo ». Volponi sorseggiò un po' di vino e rispose: « Io sono sempre stato avaro dei frutti del mio lavoro; non sopporto che uno se ne appropri di una parte. Per questa ragione non sono mai andato da Linder. Forse ho fatto male ma continuerò a non andarci ». Russo stupefatto chiese: « Ma chi è questo tizio che prende una parte dei soldi del tuo lavoro, compagno Volponi? ». Volponi sorrise bonariamente e rispose: « E' un agente letterario », e rivolgendosi a me: «Si prende il 10 per cento ma almeno risolve i tuoi problemi ».

« Me l'ha consigliato anche Balestrini », risposi. « Allora vai da Balestrini che è una persona onesta e fatti accompagnare », disse Volponi.

Insieme con Russo andai da Balestrini. Appena mi vide disse tranquillo: « Hai visto che Einaudi il libro non te lo pubblica? ».

« Ed io lo pubblico con Rusconi », risposi. E aggiunsi: « Se gli editori democratici rifiutano i miei libri vado dagli antidemocratici che mi hanno cercato, non fanno censure e soprattutto mi pagano ». Restò in silenzio. « Me lo faccio insalata il libro se i democratici non lo vogliono pubblicare », continuai, « e poi da Rusconi hanno pubblicato autori di sinistra come Chilanti e Compagnone ».

« Ma si sono sputtanati », rispose lui. « Aspetta un po' prima di andare da Rusconi. Proviamo altre strade. Telefono a Del Buono della Bompiani ».

Telefonò: « Sono Balestrini. Oreste, qui da me c'è Guerrazzi. Ti vorrei proporre il suo libro sugli intellettuali. E' molto divertente e bello. C'è anche un pezzo su Eco che il Nostro troverebbe senz'altro divertente». Riattaccò: « Del Buono è disposto a pubblicarlo. Vieni, andiamo da Linder. Penserà a tutto lui. Farà i contratti e risolverà i tuoi problemi con gli altri editori».

Entrammo nello studio di Linder, un omino senza età e dal colore sbiadito come l'ambiente. « Questo è Guerrazzi », mi presentò Balestrini. Strinsi la sua mano sudaticcia e viscida come un'anguilla. Balestrini parlò per me spiegando tutte le peripezie che avevo avuto con gli editori "rivoluzionari". Linder sentendo i nomi di Marsilio, Savelli e Mazzotta disse: « Ma è andato a cercarseli proprio con il lanternino... Per quanto riguarda Marsilio non si faccia tante illusioni. Ogni volta che devo risolvere una pendenza sono costretto a fargli sigillare i magazzini. C'è da perdere molto tempo e c'è da diventar matti. Con Savelli e Mazzotta qualcosa si può fare ». Guardò i contratti che gli porgevo e disse allibito: « Io sono un conservatore...ma questa gente che dice di essere rivoluzionaria! » Quando finì di leggere i contratti Balestrini gli presentò l'inchiesta. E Linder disse: « Se ben ricordo le risposte di Biagi le ho lette sul "Corriere", sfogliò il dattiloscritto e nel frattempo Balestrini gli spiegava il rifiuto dell'Einaudi. « Secondo me », l'interruppe Linder, « questo libro potrebbe pubblicarlo solo Rìzzoli. -E' l'unico che non ha nulla da perdere perché è pieno di debiti con tutti ».

« Io ho già parlato con Del Buono », disse Balestrini. « Sembra disponibile ». Linder continuava a sfogliare il dattiloscritto. Posò lo sguardo su un foglio e disse:

« Ha risposto anche Ottone. Voglio leggere cosa dice », e rivolgendosi a me:

« Ottone lo conosco, siamo amici ». Lesse e non fece alcun commento. Infine disse: « Dunque lo presenteremo alla Bompiani. I suoi problemi con gli altri editori li discuteremo in un secondo tempo: adesso pensiamo alla pubblicazione di questo libro. Mi lasci il suo numero di telefono e la terrò informata ».

Era il quattro gennaio 1978. Circa venti giorni dopo telefonai a Balestrini:

« Linder non si è fatto sentire. Hai qualche notizia tu?». Nanni rispose: « Non so niente, nessuno mi ha cercato ». Sfiduciato, risposi: « Allora vado da Rusconi perché sono stufo a questo punto ».

« Non so cosa dirti, fai come vuoi ». Ci salutammo.

Mi presentai da Rusconi in via Oldo Frei. Alfredo Cattabbiani mi venne incontro e mi accompagnò nel suo ufficio. Dopo i soliti convenevoli arrivò al dunque: « Le ho telefonato perché vorrei contattarla come nostro autore, sempre che lei non abbia delle riserve verso la Rusconi. Qui da noi avrà tutta la libertà che desidera, nessuna censura e rendiconti ogni sei mesi ». Lo ascoltavo senza rispondere. Lui continuò: « A me piace come scrive. Io ero nella giuria del premio Strega. Il suo romanzo meritava di vincere. Purtroppo ho dovuto dirottare i voti su Modugno perché rappresentavo la Casa. Ma il suo libro era un'altra cosa. Io, per fedeltà di scuderia, ho dovuto mettere da parte il mio giudizio di critico. Me ne dispiace ». Io l'ascoltavo e lui: « La vedo perplesso ».

« No », risposi, « io sono venuto per sentire, non per parlare. Rusconi è un editore dell'arco costituzionale come gli altri. E poi, il capitale non ha differenze ideologiche. Le lascio questa inchiesta e ne riparleremo dopo che l'avrà letta ». Me ne andai.

Da una cabina pubblica telefonai a Volponi: « Ciao, Volponi. Esco proprio adesso dagli uffici della Rusconi, gli ho portato l'inchiesta. Mi dai il tuo appoggio morale? ».

« Hai fatto bene, hai intatta la mia stima », rispose.

Dopo pochi giorni Cattabbiani mi telefonò. Al telefono rispose mio cugino e lui mi lasciò questo messaggio: «Sono Alfredo Cattabbiani. Dica al signor Guerrazzi che ho letto l'inchiesta e l'ho trovata bellissima: una bomba. Sto partendo per Torino, lo chiamerò lunedì ».

Tre giorni dopo mi chiamò Raffaele Crovi: « Guerrazzi, sono Crovi della Rusconi. Ho letto la sua inchiesta. Mi congratulo con lei. E' bellissìma. Faremo un gran bel libro. Giovedì venga a Milano: discuteremo le proposte che le faremo e firmeremo il contratto ».

Giovedì alle tre e mezza del pomeriggio mi presentai da Rusconi. Mi venne incontro Cattabbiani col quale parlai per circa mezzora in attesa che arrivasse Raffaele Crovi. Verso le quattro un uomo non tanto alto, tozzo, coi capelli brizzolati tagliati a spazzola, vestito di grigio con cravatta e calzini intonati, fece ingresso nell'ufficio di Cattabbiani. Mi toccò la mano e si presentò. « Sono Crovi », disse. Si sedette e disse dopo un po': « Sono stato a colazione con Rusconi. Siamo stati a tavola sino a cinque minuti fa. Abbiamo parlato ampiamente della sua inchiesta e lui si è divertito molto... E' veramente bella », aggiunse soddisfatto. Continuò: « Ho già dato un ordine di composizione. Apriamo il libro con la risposta di Fanfani». Si aggiustò il paciotto e disse ancora: « Che risposta! ». E rise. Cattabbiani disse: « In questo libro c'è un humour molto sottile, fine».

E Crovi: « Dopo Fanfani seguirà la lettera di Natalia Ginzburg. Faremo una prima tiratura di diecimila copie e speriamo di raggiungere e superare il grande successo di Gervaso. Certo, questo non è il libro di Gervaso. Il suo è più impegnato... Anche se stimo le centomila e più copie che Gervaso riesce a vendere. Purtroppo è così: in Italia quelli che vendono i libri sono tre persone: Biagi, Gervaso e Goldoni, non quello vero. Ma con questo suo libro riusciremo ad abbinare cultura e tiratura. Sarei felice di consegnare anche a lei un assegno come quello che l'altro ieri ho consegnato a Gervaso, in partenza per l'America: la bella somma di venticinque milioni come acconto delle centomila copie vendute al 10 per cento del prezzo di copertina. A me di famiglia contadina, quei soldi hanno fatto effetto. Dopo abbiamo brindato con una bottiglia di champagne ». Fece una pausa. « E ora vorrei fare un discorso globale su Guerrazzi autore della Rusconi. Per l'inchiesta le offro due milioni di anticipo e il 10 per cento sul prezzo di copertina, non scontato, che equivale al 12 per cento. E rendiconti ogni sei mesi. Inoltre le do un milione di anticipo per l'altro suo libro. Tre milioni subito, va bene? ».

« Accetto per l'inchiesta, mentre per il resto preferisco non impegnarmi. Ne parleremo dopo la pubblicazione dell'inchiesta ».

« Allora firmiamo questo contratto », rispose lui. E aggiunse: « Firma lei, oppure ha un agente o qualche avvocato? ».

« Vorrei farlo Firmare da Linder per correttezza, poiché sono andato a chiedergli di risolvere i miei problemi con i vecchi editori e di diventare il mio agente anche se non si è fatto sentire dal giorno che l'ho conosciuto ».

« Lo chiamo subito io », disse Crovi. « Proprio oggi ha firmato due nostri contratti. Linder è anche il mio agente. Fa bene ad andare da lui, così vive tranquillo ed evita di scrivere lettere e raccomandate agli editori ». Telefonò a Linder ma il telefono risultava sempre occupato. Visto che si faceva tardi mi disse: « Intanto lei vada da Linder. Io cercherò di fermarlo per telefono. Dobbiamo fare presto, il libro dobbiamo farlo uscire per la fine di marzo, primi di aprile ». Prima di uscire mi disse ancora: « Una cosa, Guerrazzi: ho visto che Zavattini ha messo il veto per la pubblicazione delle sue risposte. Scriva subito un espresso e chieda l'autorizzazione a pubblicarle. Chieda a Volponi se accetta di scrivere un risvolto di copertina. Sarebbe molto importante. A proposito, cosa pensa Volponi della sua decisione di pubblicare con noi? »

« Signor Crovi, sono onesto. Volponi dice che questo libro solo Einaudi dovrebbe pubblicarlo perché avrebbe più prestigio culturale, e che con voi mi sputtano. Comunque in questi ultimi tempi non aveva più tante riserve, Glielo chiederò ». Fece una smorfia e rispose: « Tutti così questi intellettuali che si dicono di sinistra e progressisti. Sa cosa ha scritto di me "La Repubblica", quando hanno saputo che venivo a dirigere la Rusconi?... Ma lasciamo andare. Ne vedranno delle belle andando avanti vedranno chi pubblicherà da noi ».

Cattabbiani mi accompagnò all'uscitta e soddisfatto mi disse: « Sarà un grande successo. Ma pensa un po': Guerrazzi, Crovi, Cattabbiani e se poi farà il risvolto anche Volponi. In bocca al lupo ».

Arrivai da Linder che mancavano venti minuti alle sette. Suonai il campanello e venne ad aprirmi un giovanotto biondo con i baffi. « Vorrei par lare con il signor Linder ».

« Mi di spiace », rispose, « Linder è già uscito. comunque può dire a me ». Mi presentai. « Ah, lei è Guerrazzi, mi ha telefonato proprio adesso Crovi e gli ho già spiegato che non possiamo accettare di rappresentarla. Ma lei non ha ricevuto la lettera che Linder ha spedito non so se a lei o a Balestrini? ». Risposi di no. « In quella lettera spieghiamo i motivi che ci spingono a non rappresentarla. Eppure sono più di venti giorni che l'abbiamo spedita ». Me ne andai e telefonai a Crovi e lui mi disse:

« So già tutto. Linder ha rifiutato per un eccesso di cautela, così mi disse il suo collaboratore. Comunque non si preoccupi. Vedrò lunedì Linder e gliene parlerò ».

« Ma a me non mi interessa più nulla di Linder, il contratto me lo firmo io. Questa è una mafia ».

« No, no Guerrazzi, noi dobbiamo curare il libro con molta cautela. Non dica niente, è meglio non mettersi contro Linder: gli editori lo temono molto. Venga da me la prossima settimana che intanto preparo il contratto e lo firmiamo. Mi raccomando, scriva a Zavattini e se per caso dovesse rifiutare farò intervenire Rusconi che gli è molto amico ».

Incazzato andai da Balestrini. Appena mi vide mi disse: « La lettera di Linder l'ho letta proprio adesso. Non so da quanto tempo l'ho ricevuta. Era dentro il bustone col dattiloscritto » Lessi la lettera: « Caro Balestrini, ho letto il dattiloscritto di Guerrazzi, e preferisco non occuparmene. Il libro si divide, come Lei sa, in tre parti: le risposte alle domande poste da Guerrazzi e Russo; le lettere di Russo, e le "conversazioni" con gli intellettuali che non avevano risposto per iscritto al questionario. Non giudico il questionario, perché non mi compete. Ma nelle lettere di Russo e nelle "conversazioni" trovo un'atteggiamento ed uno stile nel quale non posso identificami neppure per quel tanto che mi consenta di avallarlo attraverso la mia mediazione contrattuale. Vi si colpiscono amici ai quali mi lega una lunga consuetudine e che stimo da anni, e si colpiscono con affermazioni o sulIa base di fatti che so non essere veri, questi fatti presi come piattaforma di attacco, finiscono, a parer mio, per collocare le persone in una luce anch'essa non vera. Ho pochi amici, e, nel corso degli anni, me li sono scelti con tutta la cura di cui sono capace, poca o tanta che sia. Non credo all'amicizia come ad un abito che si possa smettere alla prima occasione, o che si possa cambiare per una veste più comoda o più sgargiante. Comprendo tutta la rabbia di Guerrazzi e dei suoi compagni: ma la comprensione non giunge all'identificazione, anche mediata, che nascerebbe se mi assumessi una parte attiva nel collocamento del testo. Non discuto le ideologie, ma non posso prescindere dai fatti. Non giudico Guerrazzi né i suoi compagni, ma resto giudice delle mie azioni. Temo che Guerrazzi, nonostante queste spiegazioni, vedrà dietro le mie parole un intento di emarginazione, o di solidarietà di classe, o censorio. Tutti questi intenti mi sono estranei: spero, perciò, di non venire frainteso. Resto, comunque, disposto ad aiutare Guerrazzi, se egli lo vorrà, a districarsi nelle sue passate vicende editoriali; esaminerò i suoi incarti, se vorrà riportarmeli, e potrò suggerire i modi migliori, o meno dispendiosi, per trovare una via d'uscita dalle sue difficoltà. Vorrei aggiungere che, trattandosi di difficoltà oggettive, dovute all'inesperienza dell'autore, non intenderei farmi pagare per questa assistenza - e spero che Guerrazzì non consideri questo atteggiamento come dettato dalla cattiva coscienza: non penso che Guerrazzi si farebbe pagare se gli chiedessi di consigliarmi su come mettermi alla fresa. Cordialmente, Erich Linder ».

« Nanni, non prendermi in giro: questa lettera è stata spedita a mano più di venti giorni fa. E' impossibile che tu non l'abbia vista prima ». Lui si accese una sigaretta Bond e rispose: « Ci sono stati dei contrattempi ».

A Genova tre giorni dopo mi telefonò Cattabbiani. Mi disse: « Guerrazzi, questo libro sarà una bomba. Ha scritto a Zavattini? Ha chiesto a Volponi il risvolto di copertina? Venga venerdì a Milano che faremo tutto.

Alle tre e mezzo del pomeriggio di venerdì ero di nuovo da Rusconi per firmare i contratti. La segretaria mi venne incontro e mi disse: « Cattabbiani non è ancora arrivato, si accomodi pure nel salottino ».

Dopo circa cinque minuti si presentò Crovi. Indossava un pantalone grigio scuro e una maglia girocollo nera sfumata di bianco come quella che portano i preti quando non vestono l'abito. « Come va? Venga, si accomodi pure nel mio ufficio. Cattabbiani non c'è ancora ». Lo seguii nel suo ufficio e mi sedetti in una comoda sedia spaziale davanti alla sua scrivania anch'essa spaziale. Incominciò a parlare di strane cose ed io non riuscivo a seguirlo. Poi disse: « Ha visto che tempo, quanta neve. Quest'anno è un'annata nevosa, ho visto per televisione che anche a Genova ha nevicato ». Risposi di sì con un cenno della testa. Seguì un lungo silenzio imbarazzante. Lo ruppi io dicendo: « Signor Crovi, Cattabbiani mi aveva detto che oggi facevamo tutto. Che signìfica? ».

« Cattabbiani non se l'è sentita», rispose Crovi, « non ha avuto il coraggio di dirle quanto io ora le esporrò »; cambiò completamente atteggiamento e tono di voce. Continuò: « Cattabbiani non se l'è sentita. Lo capisco. Daltronde sono io il direttore generale. Io devo prendere le decisioni ed è giusto che faccia io le belle come le brutte figure ». Tirò fuori dal cassetto della scrivania l'inchiesta e disse: « Avevo già trovato persino un bellissimo titolo che lei può usare: "L'intellettuale è un operaio?". Bello vero? E' più bello che "Gli intelligenti", no? Avevo anche fatto fare un sondaggio con i rivenditori e andava tutto bene ». Lo guardai e sorrisi ironico. Continuò: « Non ho dormito per giorni; io sono un uomo onesto e di fede, però mi creda, oggi come oggi non me la sento di pubblicarlo. Questo libro, ha ragione Volponi, è meglio che lo pubblichi Einaudi. Linder mi ha aperto gli occhi. Ci ho pensato per otto giorni prima di chiamarla e sono arrivato alla conclusione che Linder ha ragione. Rimane però aperto con noi il discorso dei suoi tre romanzi. Li sottoscrivo a scatola chiusa. Però quelli sono romanzi, i personaggi fantastici non disturbano nessuno ».

Visto che continuavo a fissarlo senza rispondere e avevo sulle labbra sempre un velato sorriso ironico, lui continuò: « Io ho letto tutti i suoi libri e come narratore la stimo molto, per questo insisto a pubblicare la trilogia. Cerchi di capirmi, io son venuto qui alla Rusconí, casa editrice notoriamente di destra, per darle un taglio democratico, un'apertura verso altri sbocchi... Mi capisce vero? Se pubblico questa inchiesta avrò tutti contro, e l'ho capito bene da Linder ». Mi accesi una sigaretta e fumai. Non lo stavo più a sentire. Continuò Crovi: « Quella sera per me è stata una grande fortuna che lei non abbia firmato il contratto preferendo farlo firmare da Linder. Sì, devo ammetterlo per onestà intellettuale. E' stata una grande fortuna per me, ché altrimenti lo avrei pubblicato ». Chiamò al citofono ed arrivò Cattabbiani. Sconsolato, con la faccia da Ecce Homo, disse stringendomi la mano: « Mi dispiace ».

« Ho già spiegato tutto io », disse Crovi, «mettetevi d'accordo per i romanzi ». Appena fuori dall'ufficio di Crovi, Cattabbilani mi disse: «Io l'avrei pubblicato, ma il

conformismo... ». Allora per i romanzi gli chiesi un anticipo tanto sproporzionato che Cattabbiani si spaventò. Lo lasciai e con tanta rabbia in corpo andai a sfogarmi dal caro Paolo Volponi.

Volponi si trovava nel suo ufficio alla Finarte con Michele Straniero. Vedendomi pallido e nervoso mi chiese se stavo male. Allora gli raccontai di Linder, di Balestrini e della Rusconi. Disse, rivolgendosi a Michele Straniero: « E' un gran bel libro ed io sono sempre dell'avviso che Einaudi dovrebbe pubblicarlo. Parlano di cultura alternativa ma si vede che la cultura alternativa la vogliono far fare a quelli con le lauree. Ma perché ci sei andato da Rusconi, perché? » mi disse, e visto che non rispondevo: « Avevi ragione, se gli altri non lo pubblicano. Ma non capisco perché Linder è dovuto intervenire e perché Crovi ha perso l'entusiasmo iniziale... Già, è un cattolico... ». Straniero sfogliava il manoscritto, lesse la lettera di Eco e scoppiò in una risata. Disse: « Fantastica questa lettera; "Cahiers d'études sémiotiques...Semiotic Studies".... Che palloni gonfiati!». Volponi ripeté: «Ti dico che è un gran bel libro ».

« Posso prendermelo? Vorrei leggerlo », mi chiese Straniero e aggiunse: « Lo propongo a Pini della Sugar ».

Lunedì sei marzo Massimo Pini per telefono mi disse: « Ho letto il libro e i pezzi

che hai scritto tu mi hanno divertito, sono disposto a pubblicarli. Facciamo un pamphlet ma il resto no, non posso pubblicare un mattone, né le scempiaggini che hanno scritto Bocca e Volponi. Verrebbe un libro troppo grosso. Mi è già andata male con il "Video malandrino" di Saviane: noi siamo una casa povera, non ci finanzia nessuno e non possiamo permetterci certi lussi. Ti ripeto, se ti interessa, pubblico solo i tuoi pezzi, nemmeno le domande che sono brutte ».

« Il libro, chi lo vuole pubblicare, lo deve stampare tutto », risposi.

 

VINCENZO GUERRAZZI


LA BELLA, IL MAIALE E LA FRESATRICE

 

Ma cosa c'è poi di così terribile nel manoscritto di Guerrazzi, da indurre tanti editori a rifiutarsi di pubblicarlo? Cominciamo dalle domande che Guerrazzi ha inviato ai destinatari della sua inchiesta. Qualcuna è francamente irritante:

« Marx scrive: "Noi abbiamo due punti di partenza: il capitalista e l'operaio. Tutte le altre persone ricevono del denaro da queste due classi in cambio di servizi reali". Tu ti senti un domestico? ». Oppure: « Se tua moglie, -tua figlia o la tua amante rientrassero in casa con gli abiti stracciati e con gli occhi lucidi dicendoti: un operaio mi ha violentata, quale sarebbe la tua reazione? ». Altre sono più sottilmente imbarazzanti: « Siete megafoni del potere ? Non ritenete di essere dei dogmatici? Perché l'austerità la predicate solo a noi ? » O anche: « Noi operai non siamo gli eroi del realismo socialista o cristiano. Ci ricordiamo dell'umanità e della bontà solo se pensiamo a una reale rotazione dei mestieri. Cosa pensi di noi? ». Oppure: « Se l'operaio è tutto quel bla-bla che dite voi, perché non fate studiare i vostri figli da operai? ».

Le risposte degli intellettuali non sono tutte uniformi, ma qualche tratto in comune ce l'hanno. Vediamo: prima di tutto, ci sono speranze di comunicazione tra queste due categorie, spesso tanto contrapposte? Dipende:

« Caro Guerrazzi », risponde il poeta Corrado Costa, « se vai cercando la verità, non la puoi tirar fuori da me: io non mi intendo di operai ». Ma è l'unico: quasi tutti gli altri interpellati sostengono di avere almeno qualche conoscenza ed esperienza della vita operaia. « Per un certo periodo della mia vita », ha risposto per esempio lo psicanalista Cesare Musatti, « ho vissuto in fabbrica, perché i fascisti mi avevano cacciato dalla mia cattedra universitaria... ».

«Non ho fatto l'operaio in fabbrica, ma ho lavorato per dieci anni negli uffici e nei magazzini dell'ammasso del grano », confessa Sciascia. E il sociologo Alberoni: « Per tre anni ho lavorato in fabbrica e so come si fa... ».

Già, come si fa? All'atto pratico, qualche difficoltà c'è. Guerrazzi chiede:

Sai lavorare alla fresa, allevare un maiale? La fresa, tutti ammettono di non sapere neanche da che parte prenderla; ma, curiosamente, moltissimi invece si vantano che un maiale saprebbero allevarlo benissimo: che si abbia in Italia ancora una letteratura pastorale?

Quel che tutti negano concordemente è di essere dei "dogmatici" e dei "megafoni del potere" (semmai lo sono altri intellettuali, non loro). Sull'essere o no dei "domestici", invece, c'è un po' di discussione: « Sì », dice Volponi, e c'è più che una punta di amarezza autobiografica: « mi sento un domestico e come tale sono stato trattato dal mondo industriale attuale »; « No », risponde Ottone, che contrattacca: « non mi sento un domestico: il disprezzo verso i "servizi' è il risultato di un antico malinteso verbale ». Neanche Alberoni si sento un domestico, « ma uno sfruttato, sì ». E Paolo Grassi: «Perché? Forse per qualcuno lavorare,come intellettuale non è lavorare?».

E se la tua donna è violentata da un operaio? Qui, in tutte le risposto c'è come un moto d'impazienza: « Domanda brutta, emotiva e proculturale », protesta Volponi; e Goffredo Parise, ironico: «Direi: che mascalzone, non è riuscito nemmeno a farsi amare ». E l'unica donna Interpellata da Guerrazzi, Adele Cambria? Lei non ha certo peli sulla lingua: « Direi che sei intriso dei valori falsificanti della virilità e approfitti anche tu di un mondo spaventosemente sessista ». E in verità, quasi nessuno degli intellettuali che rispondono a Guerrazzi mostrano di essere rimasti poi tanto intimiditi dal tono perentorio delle domande. Valga per tutte Norberto Bobbio: « Che volete che vi dica? Che sono un dogmatico? Che sono un domestico? Che sono di razza superiore? Che sarebbe meglio non fossi mai nato? Che non mi sento affatto sminuito dal non sapere allevare un maiale? Che non ho nessuna intenzione di far studiare mio figlio da operaio? Non sono un testone. Sono uno che fa le cose volentieri quando è convinto che sia utile farlo. Mi sono reso conto che le vostre domande sono fatte in modo da non lasciare altra alternativa che fra la presunzione e il masochismo. Qualunque cosa vi risponda, sono un invito all'ipocrisia. Sono disposto e ricredermi se mi dimostrerete che ne valga la pena ».

VALERIO RIVA


Vincenzo Guerrazzi
H o m e P a g e