| Vincenzo Guerrazzi |
Recensioni
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| Sergio Masini | Reggio Emilia, Novembre 1980/89 |
Il "Palazzo" ha sempre i posti occupati, solo per i "capi"; l'operaio
non ci sta né in poltrona né in galleria, allora s'incazza. Prende
il tornio e lo porta in palcoscenico, davanti ad una platea che
vuole il "melos", ma non il dramma e gli fa "il solista " col
trapano, non si sa se ridere o piangere. C'è ancora una letteratura
operaia nelle scritte sui cessi, come i graffiti nelle caverne?
Intorno ci sono tutte le grosse cilindrate politico-social-culturali,
esemplificate in 196 facce pittate una per una con 10.000 Watt
sulla testa - così pittura Guerrazzi - e tante altre lì, in fondo,
tutti quanti meno che gli operai, che non sai se stanno loro fuori
dalla festa o se ce li tengono gli altri - i padroni - fuori.
Guerrazzi sembra la sfinge, non ci mette lingua: gli operai non
ci sono perché da sempre tagliati fuori e basta. Guerrazzi te
la mette lì, la nuova sovrastruttura, "L'Eurocomunismo ", e gli
operai te li mette là, come struttura "altra", unita sul profondo:
quella passa e questi no.
Guerrazzi non è "contro" il PC o la DC, è "per e con" gli operai.
Scrivendo e dipingendo Guerrazzi è nella "substantia", non nel
"fenomeno". Non si mette né con Sechi né con la cellula che l'invita
ad iscriversi al partito; non è per i segmenti, è per la linea.
Guerrazzi è pensiero - sentimento che produce pensiero-sentimento:
è gnoseologia emotiva. Sta sull'ironia della ragione, la logica
calda, la tuta termica. Diciamolo facile: un cuore di classe,
punto d'aggregazione sicura. Non fa polemica ma educa perché fa
pensare, riflettere, meditare.
Calabrese, va al nord. S'imbuca in Ansaldo per diciassette anni.
E' già incinto di fabbrica quando incontra Kafka ed è fatta. Scrive
e pittura, quel dannato "castello" gli fa da levatrice. Legge
per anni enormi containers di libri di cultura borghese, l'unica
che c'è. Poi spara il romanzo "selvaggio" con la scrittura vaccaboia.
Ma le 150 ore serali non bastano alla classe operaia, Don Milani
deanalfabetizza troppo poco, i capi parlano difficile, tematica-problematica-Marx
sono congelati, il sinistrese ghettizza, e allora la scrittura
è spezzata, impenetrabile. Ci vuole anche la pittura che allarghi
lo spettro dei linguaggi operai. Ci vogliono ganci e diretti per
la psicologia di classe; tavole di riferimento e codici più immediati.
Le tele sono tante - e non solo politiche. Guerrazzi pittura gli
uomini per gli uomini.
Agnelli c'è sempre con la serqua di dotti e prodotti del Palazzo.
Ma anche l'operaio c'è sempre, anche quando non si vede. Il bipolarismo
funziona come schema del sistema base: padroni di qua - operai
di là. Chiaro? E la cultura in mezzo - ma è ambigua, perché egemonizzata
da secoli. Tutto è pitturato come Dio vuole. Prospettiva, colore,
ritratto, luce, volumi, impianti scenografici di grande mano,
al servizio dell'alfabeto politico-sociale.
Ma con Guerrazzi le carte ci sono tutte e senza trucchi: il gioco
si fa allo scoperto, con parole come pietre, una sull'altra in
bell'ordine. E' come quando Camillo Prampolini, proprio qui nella
nostra provincia, "predicava facile alle folle", e le educava
a pensare per costruire un socialismo a misura d'uomo, dove cultura
sigificava crescere nella lotta per la giustizia e la libertà.
E funziona ancora, c'è la Storia a dimostrarlo.
Guerrazzi non pittura soltanto il politico-politico. Fa quadri
e scene di vita meridionale di un colore e sapore d'olivi e di
cieli d'una stupenda bellezza. Fa figure di donne di un rispetto
eccezionale, nel nudo casto. Fa paesaggi intrisi di un nuovo modo
di stare in silenzio, alla Quasimodo, seduti sul mondo, dove fa
subito sera. Guerrazzi non è solo un pittore-operaio con l'etichetta
sulla maglietta. E' un pittore pittore.
Ci sono tele monocromatiche che sembrano proposte di psicologia
del profondo, dove le tinte ti fanno sentire solo o ti smarriscono,
ti allargano nel sorriso e ti stimolano al ragionamento. Ci sono
interni di famiglia, che ti svelano i fili sottili che intrecciano
la sensibilità dell'immigrato del sud con quella del contadino
del nord. Ci sono anatomie umane che si disvelano manipolate in
sintonia sulle psicologie dei volti, dando al contesto un significato
narrativo che non mostra scarti. E' pittura modernissima, dalle
tecniche sofisticate. C'è il cavallo col calesse - guidatore Agnelli
- che sembra uscire dalla tela, ad effetto tridimensionale, ma
non sai se valga più dello sfondo corale, dove c'è la gente come
in una tragedia greca.
Questa mostra vuole dire che il discorso su Guerrazzi non è finito
e non finisce. Il discorso su Guerrazzi oggi qui si allarga e
approfondisce, cioè continua, ma sulle tavole della legge primigenia:
"la condizione umana".
SERGIO MASINI
Reggio Emilia, novembre 1980
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Rileggo, dopo nove anni esatti, questo mio scritto sulla pittura
di Guerrazzi e sul rapporto fra l'Artista, la Classe Operaia e
la comunicazione espressiva, nella lingua cromofigurata. Non ho
niente da modificare.
La Classe Operaia è sempre più "fuori"... i quadri di allora,
da me "riletti" oggi, sono sempre stupendi e l'Artista mi appare
sempre più importante. Di più: vidi a Modena altre nuove tele:
con "Genova", barche, crostacei, frutta, altro non ricordo bene,
ma cose: nature che i critici d'arte, confusi, continuano a chiamare
morte .
Guerrazzi, le nature le fa "vive" - biofisiologicamente - perfino
sessualmente vive - anche se conchiglie o pere - in quanto "individue",
pezzi specifici di universo, cioè di vita. Il che fa molto esattamente
insieme, come si deve oggi. Rubbia e S. Francesco, Scienza e Feste,
quark e amore: Guerrazzi, oggi, misa a questo punto. E' filosoficamente
"fuoriuscito" dal coinvolgente discorso sull'antinomia padroni-operai,
e si è allargato a quella Kantiana: Dio, Anima, Mondo. Cose comprese.
Alla Fellini (Gelsomina): se c'è un sasso, vuol dire che è indispensabile
all'Equilibrio della Vita. Ed io lo prendo, lo accarezzo, lo stringo
nel pugno, me lo metto sul cuore, lo amo. E lo dipingo.
L'effetto è stupendo, perché il pittore porta avanti così il suo
discorso, come ho scritto nel novembre di nove anni fa, e la sua
pittura si arricchisce di colori, prospettive, contesti, luci,
tepori, dolcezza, tagli, incontri, prima sconosciuti.
Confermo: bella pittura, qui, oggi da noi, con Guerrazzi!
SERGIO MASINI
Reggio Emilia, novembre 1989
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