| Vincenzo Guerrazzi |
Recensioni
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| Tiziano Marcheselli | Parma, gennaio l988 |
L'impatto con i complessi quadri di Vincenzo Guerrazzi appare
subito difficile e traumatico; difficile, per chi si interessi
professionalmente di pittura, a causa di quella deformazione che
costringe abitualmente il critico a "classificare" un autore in
una sorta di ghetto stilistico (naïf, populista, espressionista,
simbolista, realista, fantastico, satirico?) quando sarebbe giusto
cogliere complessivamente le varie sfaccettature di una personalità
accettandola con pregi e difetti per ciò che è e non per la simbiosi
con una già nota corrente.
Impatto traumatico, poi per la mancanza di dolcezza, di possibilità
di pensiero e contemplazione; l'aggressione è evidente e non ammette
mezze misure; nei quadri di Guerrazzi ci si cala, si partecipa
con entusiasmo o, all'opposto, il rifiuto è completo, la chiusura
(tecnica e ideologica) totale.
Un innegabile imbarazzo iniziale, quindi, che si tramuta però
piano piano in interesse, conoscendo l'ambiente, le cause, il
retroterra di queste opere zeppe di fatti e di personaggi, raccontati
senza peli sulla lingua (come, del resto, l'autore aveva già fatto
precedentemente nel mondo della letteratura). Di conseguenza,
un'indagine psicologica doppia: per risalire al passato operaio
del pittore (attraverso l'odio-amore per i protagonisti del nostro
tempo) e per comprendere l'attuale, evoluto rapporto con lo stesso
ambiente.
Certo, oggi, all'operaio che possedeva solo la parola come arma
(e, oltretutto, di difesa) si è sostituito l'artista, provvisto
di una complessa serie di armi d'attacco, quali sono le immagini.
E, se le parole potevano venire rifiutate e i romanzi tagliati,
questi grandi quadri hanno invece trovato un loro deciso inserimento
nella cultura e nella società odierne, un po' preoccupate di questo
spietato affrescatore di comizi, di feste e di funerali.
Così, tra un entusiasmo e un timore, e con molta curiosità, oggi
Guerrazzi approda a Parma: i suoi modelli sono le "colonne" della
cronaca cittadina del nostro secolo (con l'aggiunta degli eterni
Verdi e Maria Luigia); il suo angelo custode è l'unico pittore
che Guerrazzi accetti come maestro, Renato Guttuso; lo stile è
quello popolare, immediato, da murales. Più che di un "Ligabue
metropolitano", come ha scritto Solmi (il che implicherebbe più
fantasia e meno partecipazione diretta), mi sembra si tratti dell'intervento
concreto di un protagonista stesso, non di un "osservatore" (come
solitamente si intende l'artista).
Anche se il quadro esposto a Parma, in fondo, parte sì dalle adunate
di massa dei "funerali" o delle propagande politiche, ma, un po'
per l'evoluzione culturale dell'autore e un po' per quella strana
atmosfera che si respira in città (tra il fatalismo e l'autoironia)
finisce per offrirsi come un complesso balletto nel quale i troppi
solisti, nonostante la bacchetta.. di Toscanini, non "fanno orchestra".
Ma Parma è proprio così, individualista e un po' arrogante. Che
poi i protagonisti finiscano per sfilare in banca, non fa che
confermare l'immagine controversa dell'intellettuale ducale: colto
e astratto, ma con giudizio...
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Vincenzo Guerrazzi H o m e P a g e |
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