| Vincenzo Guerrazzi |
Recensioni
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| Giovanni Giudici | "IL CORRIERE DELLA SERA" 15 luglio 1975 |
Utilità di Dio e giorni di mutua, assenteismo e dirigenti, ravioli e compromesso storico, Brigate rosse e soddisfazione delle esigenze sessuali della moglie, ipotesi se ci sia qualcuno che vuole il bene della classe operaia e pensiero della morte: ecco soltanto alcune delle ventisei domande che Vincenzo Guerrazzi, operaio dell'Ansaldo Meccanico Nucleare di Genova, aveva posto a suo tempo a ottantuno dei suoi compagni di lavoro, "per avere un quadro abbastanza reale del pensiero operaio" come base di documentazione per un romanzo (che probabilmente avremo occasione di leggere in futuro).
Perché Guerrazzi, come molti ormai sanno, non è soltanto un operaio,
ma anche un romanziere: prima ancora che un magistrato ne ordinasse
il sequestro per ,,"oscenità",, (vi sono riportate testualmente
le scritte sui muri dei gabinetti della fabbrica), il suo " Nord
e Sud uniti nella lotta" aveva già attirato l'attenzione di parecchi
lettori sia per l'insolita violenza dei temi affrontati senza
trionfalismo né pretese edificanti, sia per la abilità. piuttosto
sperimentale della costruzione.
Ora questa sua inchiesta, " L'altra cultura" (Marsilio Editore,
pp. 383, lire 3.800) presentata con tanto di avallo del "Collettivo
Operaio" dello stabilimento, rischia di diventare da sottoprodotto
di una ricerca svolta per altri fini un documento di primario
interesse e di notevole originalità.
E questo per due ragioni: primo, perché tra intervistatore e
intervistati non esiste (o, diciamo, esiste in misura molto minore)
quel diaframma culturale che vizia spesso l'attendibilità. delle
risposte ai questionari, soprattutto quando a rispondere siano
persone appartenenti a una fascia di cultura diversa da quella
che ha ormai ritualizzato tal genere di scambi.
Secondo, perché l'essere state fornite per iscritto (col questionario
Guerrazzi consegnava ai suoi colleghi anche due blocchetti da
compilare) non toglie alla maggior parte delle risposte il tono
di calda immediatezza nella terminologia e negli argomenti che
avrebbero avuto se fornite a voce e che avrebbero peraltro perduto
nella necessaria trascrizione.
Siamo, insomma, in presa diretta.
Tanto è vero che più di uno fra i sessantotto operai che hanno risposto non perde di vista, anche nell'inevitabile mediazione a freddo che l'atto della scrittura. comporta, la presenza personale del suo interlocutore; talvolta addirittura giudicandolo sociologicamente dall'altra parte ("...tu sei come i padroni caro Guerra', perché i padroni ci sfruttano facendoci lavorare e tu ci sfrutti facendoci scrivere i quesiti che poi vendi ai giornali... e, poi magari scrivi i libri e li vendi come il primo e fai i soldi.."), talvolta coinvolgendolo in una carica di affettività e gratitudine che supera anche il dissenso politico (come nel caso del cinquantenne ex-crumiro che si è iscritto al sindacato perché "non ho avuto il coraggio di dirti di no").
Ci sarebbe un modo sbagliato di parlare di questo libro; quello di registrare le punte più aspre o più perentorie o più stupefacenti delle varie risposte, che fatalmente verrebbero così colte da un'ottica intellettualistica se non proprio letteraria, estranea, anzi nemica, agli autori protagonisti. E si potrà anche citare qualche esempio: la fabbrica ("Cosa pensi della fabbrica e come la vedi?") paragonata a una galera, a un manicomio, a un inferno, a un campo di concentramento, a una cella di tortura, a un mattatoio, al ventre nero della balena di Giona, a un convento, a un in cubo orripilante, a tutto ciò che c'é di più disgustoso, infame, crudele, disumano, osceno, orribile, criminale"; il "mio malgrado devo partecipare perché altrimenti rischio di farmi male" opposto alla domanda sulla "partecipazione" al lavoro; l'orgoglioso "la cultura la classe operaia ce l'ha è il potere che non ha" riguardante il quesito sull'utilità della cultura per i lavoratori.
Oppure l'amaro umorismo che, circa le possibilità per un operaio
di soddisfare sessualmente la moglie dopo otto ore di fabbrica,
induce a rispondere che "se la moglie è insoddisfatta ha molte
possibilità di farsi soddisfare, tanto il marito non c'è', è al
lavoro...".
E lo stesso è da dirsi per un eventuale tentativo di antologizzazione dei giudizi politici sui partiti e sui sindacati, giudizi dai quali sembra emergere specialmente negli intervistati più giovani un atteggiamento di indiscriminata negatività o di critica accentuata, appena corretto dalle posizioni più disciplinate o addirittura arcaiche (Dio = Stalin) di qualche anziano: tutto quel che si può dire a questo riguardo è che le innegabili incongruenze o più ancora certe espressioni di rabbioso qualunquismo o motivate acerbità polemiche non devono necessariamente indurre alla conclusione che l'orientamento prevalente fra gli operai è "extraparlamentare"; ma semmai confermano la persistenza di una frattura politico-culturale fra la classe e le sue espressioni istituzionalizzate, partiti e sindacati.
Se l'intento di Guerrazzi è stato di offrire, sia pure nei limiti di un campione ristretto un quadro non falsato, critico e autocritico al tempo stesso, del modo di pensare operaio, io credo che sia stato raggiunto e che proprio in certe "divaricazioni' consista la utilità politica di "L'altra cultura": un libro da raccomandarsi (se potessero permettersi di acquistarlo) anche ai suoi anonimi e oscuri autori, come strumento di riflessione e di discussione.
Ma bisognerà. subito aggiungere che è anche un libro di alta leggibilità
da raccomandarsi a quanti, annoiati da letture troppo spesso infruttuose,
non abbiano deposto la speranza di imbattersi in qualche pagina
esente dal vizio narcisistico che lo scrivere istituzionalizzato
porta quasi sempre con se.
Qui vi sono pagine scritte con duro sforzo, sera per sera, qualche
volta per strenua convinzione, qualche volta per un'ingenua e
nobile e ostinata fiducia nella parola, e qualche altra semplicemente
per non scontentare un compagno di lavoro: "Ti confesso che sono
contento di essere arrivato all'ultima domanda. Non so se ti serve
ancora ma mi ci è voluto tutto questo tempo perché la sera quando
arrivavo a casa più di una domanda non facevo. Tuo amico G. Grazie...
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Vincenzo Guerrazzi H o m e P a g e |
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