| Vincenzo Guerrazzi |
Recensioni
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| Tullio Cicciarelli | Roma, 28 settembre 1977 |
O si distruggono a calci o si abbracciano con gli occhi pieni
di ammmirazione. Siamo per l'abbraccio, proprio perché Guerrazzi
è un personaggio ingovernabile. Se non lo fosse, sarebbe il solito
tetro e trito calabrese destinato per sempre ad avere la Sila
per traverso. La fabbrica, il tornio, la fresa, la mensa, lo stipetto,
l'artificiale neon della periferia gli hanno preso gli anni ma
non sono stati capaci dl assassinargli il cervello.
Eppure il pericolo esisteva: la fabbrica prepara giorno per giorno
il massacro, elabora il piano che conduce alla buffoneria del
clown, tritura le cellule riducendole nella poltiglia dell'imbecillità,
infetta i sogni e mette in cassa integrazione il desiderio della
libertà.
Guerrazzi ha rischiato grosso perché il fabbricone gli si è attaccato
alla carne e più il romanticismo proletario mostrava la testa
(Guerrazzi non si è mai vergognato essere poeta) e più il mostro
della produttività sputava la saliva nera. Gli anni della giovinezza
sono tutti qui salpati dall'area umana di Guerrazzi e sono tra
noi per dirci in quale ventre misterioso si è andata a nasconde
la giustizia. I figli di papà e di mammà con il borotalco dei
quattrini e, certo non hanno conosciuto Guerrazzi e nemmeno lo
conosceranno.
L'ingovernabilità di Guerrazzi è come la spada dell'angelo sterminatore
che senza sgozzare gli angeli scende sulla profumata lana dei
ricchi. Una discesa che non uccide ma minaccia, un colpo che non
deforma ma ammonisce. Ecco dunque che non conta e nemmeno interessa
perdere tempo per stabilire sin dove esiste il personaggio e sin
dove l'uomo.
Distinzioni che sanno di muffa accademica, di saccenteria dirigenziale.
Vincenzo Guerrazzi ha vissuto la fatica fisica, ha digerito i
miasmi, ha respirato il vocabolario del "complesso industriale".
Egli è un vaccinato e non tollera la piccola chimica delle distinzioni.
Uomo nella sua unità; personaggio per chi si trastulla con l'estetica
o con gli arnesi di una falsa acrobazia mentale. Certo l'infernale
girone dei critici, gli iscritti ai vari club di una squallida
massoneria letteraria, i San Luigi della grafomania delirante,
i notabili che inquadrano i premi letterari tra un divano e un
drink vogliono che Guerrazzi, personaggio, faccia il ballo dell'orso.
Più balla e più si ride, più si agita e più i coltelli sono pronti
a colpire colui che ha avuto l'imprudenza di spalancare le porte
del tempio, di staffilare i mercanti e di mettere al muro i pavidi
ed i traditori. Come sarebbe grazioso il ballo dell'orso di Guerrazzi
di fronte a simile fauna! Quali accordi di orchestra, quali viaggi
melodiosi di violini sui panni e sulla carne dell'ex operaio dell'Ansaldo.
Che edificante spasso domenicale per i sacerdoti che hanno in
tasca il verbo della letteratura e la formula della pittura magica!
Signori e signore: lo spettacolo non va in scena perché in scena
ci vanno i buffoni laureati, quelli che piangono le lacrime sulla
fabbrica per meglio recitare il ruolo dei grandi elemosinieri.
Ed è Guerrazzi che ha preparato per questa gente la scena, lo
spettacolo, l'ironia, la forza e l'inventiva.
Questo calabrese che è nato allo scoppio della seconda guerra
mondiale non esce dalle pagine del "Cuore " perché il cuore non
è oggetto da pescare sui libri, questo calabrese ha saputo aspettare
il momento giusto non per gonfiarsi di livore (sarebbe stato troppo
facile e troppo scoperto) ma per dimostrare con i suoi documenti
scritti e con questa grande rassegna di pittura di aver evitato
lo spappolamento del cervello. Ma - e questo è importante - niente
vittimismo! Ripetiamo: l'ingovernabilità di Vincenzo Guerrazzi
sconfigge il vittimismo e pone il protagonista in condizione di
estendere il suo campo di analisi.
In fabbrica, Guerrazzi non ha lasciato un mondo di morti, un esercito
di emarginati, ha lasciato appeso al chiodo dello stipetto il
valore di una promessa e l'improrogabilità di un appuntamento.
Egli ha promesso ai compagni operai di non tradire la causa, ha
detto loro che bisogna rimanere vivi ed attivi e con gli occhi
aperti. Ha mantenuto la promessa anche con il rischio di essere
frainteso, definito un provocatore, un teppista che sa tenere
la penna in mano, un terrorista che usa il pennello impastando
i colori. Guerrazzi doveva farlo, doveva uscire all'aperto dopo
essere stato anni nel cuore della "Caienna " . E Guerrazzi ha
camminato, a volte inciampando in certe pietre della delusione
ma ha camminato ed ora cammina forte. La testimonianza l'abbiamo
davanti agli occhi: quaranta composizioni sono altrettante pagine
di vita che raccontano i giorni della vita con la lingua dei colori
e con l'arma di un artista che ha promesso ai compagni di lavoro
di non sporcarsi l'anima e di non perdere la faccia.
Tra i suoi libri ed i suoi quadri, noi non vediamo salti, increspature,
deviazioni.
Una linea unica che, se nei libri ci restituiva la parola, nei
quadri ci offre lo stesso e con la stessa intensità il verbo plastico.
Il balbettio del dilettante o la furbizia del falso spontaneista
non varcano la soglia dei quadri di Guerrazzi. Il balbettio, Guerrazzi
lo lascia volentieri a certi seminaristi buoni a tutti gli usi;
la furbizia a quegli ecumenisti per i quali l'immediatezza dell'istinto
tiene lontano ogni morbo.
Intanto ogni quadro è un corsivo tagliente ed a volte un editoriale
che piglia per il petto l'argomento fondamentale. Il corsivo se
vuole avere una degna cittadinanza giornalistica deve colpire,
assediare la situazione, togliere il pelo al personaggio. Se un
corsivista va a letto con la cautela è fuori gioco. Ebbene, Guerrazzi
conduce da par suo il senso e la tecnica del corsivo. Irrobustisce
l'ironia, utilizza la satira e centra il cuore del tema. Esempio
lucido. Il quadro che mostra la testa di un lettore de "L'Unita'
" nell'attimo in cui la stessa testa spacca il foglio comunista
dove in prima pagina campeggia lo scritto "Austerità ". Questa
è la migliore sintesi pittorica raccontata nel giro cromatico
di un corsivo.
Il binomio fulminante tra il titolo del quotidiano (titolo che
svela tutto un discorso che sarebbe corretto se non facesse perno
sulla pelle della classe operaia) e lo scatto del lettore che
esce letteralmente dal foglio rappresenta il senso esatto del
racconto e colloca l'autore dalla parte di chi non accetta in
modo bovino appelli ad implorazioni non sempre sincere. Ma Guerrazzi
ha continuamente bisogno di materia, di spunti che divengano editoriali,
di indicazioni che vadano oltre lo spicciolo della cronaca. La
spaccatura tra paese autentico (quello che lavora) e paese artificiale
(quello composto da una gerarchia arrogante) è già un capitolo
che entra nell'analisi pittorica dell'artista e ci entra per scuotere
e chiamare in primo piano gli ultimi ritrovati governativi.
Si veda, per esempio "La non sfiducia " con quella torta in cima
alla quale in un non casto connubio compaiono la croce e Lenin
mentre a tavola la sintesi dei commensali è interpretata dalle
immagini di Berlinguer e Zaccagnini. Ed ora si impone, se si vuole
davvero considerare l'essenza di queste composizioni, un discorso
che forse nasce da lontano. Abbiamo detto che Vincenzo Guerrazzi
ha lasciato nella fabbrica i compagni operai ai quali ha fatto
una promessa ed ha dato un appuntamento, promessa ed appuntamento
che sono fuori della fabbrica ma dentro alla storia. L'operaio,
dice Guerrazzi, non è morto, è piuttosto nelle mani di alcuni
carnefici ma nonostante tutto è vivo. Ora in questi quadri che
poi (bisogna pur ripeterlo) sono pagine che colpiscono, dove è
la classe operaia? Dov'è insomma l'operaio? La risposta drammatica
viene dall'imponente composizione "Eurocomunismo " dove soltanto
nella piazza trionfalistica si mostrano i pavoni della ufficialità
politica, divistica, religiosa, industriale, finanziaria. La parata
è inequivocabile e l'artista è riuscito nell'intento di scodellare
addirittura una verosimiglianza che a volte rasenta il ghigno
della caricatura.
Attorno al palco si scorgono i portatori dell'operazione: da Aldo
Moro ad Alcide De Gasperi, Brandt, De Gaulle sino al trittico
papale: Giovanni, Eugenio e Paolo e poi Togliatti che saluta secondo
il rituale del Pugno Chiuso. Tutti a festa, tutti belli? Al di
là dei capi carismatici (Marx, Lenin, Engels) chiusi in una spettrale
prigione come in un imbuto di vuoto l'assenza della Classe Operaia.
Una festa senza il cuore che pulsa, un evento senza la spina dorsale.
Quindi, l'artista ha risposto alla domanda affermando con la forza
della sua composizione e l'eloquenza dei superpersonaggi che dal
banchetto di piazza, dall'adunata delle firme e delle teste d'uovo
gli operai sono assenti perché se sono loro che fanno e scrivono
la storia "gli altri" fabbricano con sistematica protervia le
varie falsificazioni."
Risposta, dunque, che elimina qualsiasi equivoco e che obbedisce
alla scelta definitiva di Guerrazzi di continuare il suo discorso
cosi aperto sulle pagine dei suoi libri ed ancora una volta la
continuità rimane intatta dando all'opera pittorica del Guerrazzi
una coerenza d'impianto e di ispirazione. Ma altre sensazioni
ci sollecitano mentre in agguato ci sono altri giudizi. "L'Aborto
in fabbrica " non è soltanto un tragico documento che inchioda
sul tetro terreno del bieco dogmatismo confessionale una società
che si dice civile e democratica ma è un'occhiata impietosa sulla
condizione della donna che lavora in fabbrica.
Quel lago di sangue sul pavimento mentre lo strazio occupa lo
spazio del quadro, illividisce la sostanza del tema indicandone
sia la statura cromatica che la tensione psicologica. E che dire
della Mensa dove un esemplare monocromatismo pialla intenzionalmente
il clima sino a portarlo sul piano di un compatto mutismo? O la
chapliniana "Cena con i bulloni " soltanto illuminata dalla luce
del televisore? Documenti questi che si collocano accanto alla
impressionante "Via Operai ": oceano di ombrelli che danno agli
operai stinti e fradici il colpo del grottesco rappresentato dai
manifesti pubblicitari che invitano quasi sessualmente ad un viaggio
alle Haway. Il racconto pittorico di Guerrazzi non conosce la
tregua: bisogna chiamare altra materia di vita a costo di essere
accusato di disfattismo ideologico e di caotico operaismo.
Documenti questi che si collocano accanto alla impressionante
"Via Operai ": oceano di ombrelli che danno agli operai stinti
e fradici il colpo del grottesco rappresentato dai manifesti pubblicitari
che invitano quasi sessualmente ad un viaggio alle Haway. Il racconto
pittorico di Guerrazzi non conosce la tregua: bisogna chiamare
altra materia di vita a costo di essere accusato di disfattismo
ideologico e di caotico operaismo.
Ecco il vecchio operaio che procede, orfano di slogan (le parole
d'ordine gridate e quasi mai mantenute gli hanno avvelenato il
sangue e spento i muscoli) in un mare di cartelli dove ormai le
parole non hanno più senso e sono volate via. Ecco "il Picchetto
d'amore " con l'eros a pagamento che esprime i colori del tramonto
nei confronti dell'anziano operaio. Non crediamo che ci sia una
punta di civetteria nei quadri che intendono culturizzare una
determinata situazione. Non è civetteria ma l'esigenza di smontare
certi miti, di vederci dentro e chiaro, di estrarre dal giocattolo
dell'alta cultura alcuni pezzi, piccoli dati, molle, fili, forse
per ricostruire un meccano. Questa incursione, destinata a far
esplodere tutte le anomalie e le incongruenze di una cultura accademica,
chiarisce l'essenza della polemica di Guerrazzi che proprio a
contatto con la composizione plastica può estendere nel giro cromatico
e nella scelta di alcuni notabili, la sua amara ironia per cui
non è fuori posto parlare di "tradimento dell'arte".
La mostra di Guerrazzi noi crediamo sia in definitiva una risposta
alla latitanza di un'arte popolare. Bisogna avere il coraggio
- se si vuole davvero che la denuncia si muti in dialogo - di
usare strumenti espressivi che non abbiano codici o cifrari ma
semplicemente il senso e la radice di quello che avviene attorno
a noi. Guerrazzi non si nasconde dietro l'insidia degli indovinelli,
dei rebus ma trasmette al suo impegno politico la sintesi di quello
che il popolo esprime nella sua quotidiana protesta.
Gli artisti laureati anche se recepiscono il male della società
si abbandonano ai giochi di un intellettualismo di maniera ottusamente
oscuro. Pertanto le opere di Guerrazzi con tutti i loro precisi
riferimenti all'emporio di una politica ricca soltanto di inganni
rinnovano la loro cadenza popolare e si rifanno interamente ai
moti della semplicità ed alla elementare esigenza della sincerità.
Al di là delle giuste ed importanti sensazioni ideologiche rimane
ben alta e ferma la convinzione che Guerrazzi nelle sue opere
abbia seguito una interpretazione di corretta milizia pittorica.
Niente improvvisazione, nessuna invenzione gratuita ma un uso
esatto del colore ed anche un risultato di eleganza cromatica
attorno ai personaggi ed agli ambienti: eleganza che non ha nulla
da spartire con la leziosità, con l'imparaticcio del cicisbeo,
ma elemento portante di una pittura che legge sino in fondo la
vicenda umana.
Tra la folta comitiva degli "spiriti eletti" partecipanti all'artificiale
spacco dell'Eurocomunismo e la piccola famiglia della periferia
genovese inquilina per poche ore di un povero "Luna Park ", tra
"il Matrimonio " officiato da Berlinguer con la lama dell'incubo
della fabbrica sciabolante sullo sposo ed il sogno dell'operaio
tutto preso nella impossibile cattura della donna magica, corre
una linea sola che si identifica con l'immagine dell'autore al
quale i compagni operai hanno affidato il compito di continuare
il viaggio creativo verso i segni ed i lumi di un mondo nuovo.
Sarà allora che il vecchio operaio riaprirà gli occhi uccidendo
per sempre gli slogan dell'inganno e della ipocrisia.
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Vincenzo Guerrazzi H o m e P a g e |
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