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Vincenzo Guerrazzi
Recensioni



 

Carlo Cassola "IL CORRIERE DELLA SERA" 28 luglio 1978


Intellettuali, "megafoni del Potere"

 

La congiura del silenzio rischia di affossare un libro molto vivo. "Gli intelligenti" (Marotta, 244 pagine, 3.500 lire) di Vincenzo Guerrazzi.
Il perché di questa congiura del silenzio, avvenuta, credo, non per la velina di qualche potente, ma per lo spontaneo moto di rifiuto e di riluttanza da parte dei recensori, (perfino al tempo delle veline del Minculpop, la congiura del silenzio era dovuta più all'autocensura che alla censura) lo si capisce facilmente: quello di Guerrrazzi è un libro "scomodo".
Si articola in questo modo: c'è un prologo dello stesso Guerrazzi intitolato "Il rifiuto degli editori", ci sono dodici domande provocatorie rivolte agl'intellettuali, ci sono le risposte di alcuni e il silenzio di altri; chiude il volume una serie di "Incontri immaginari" dello stesso Guerrazzi, che finge di avere un colloquio con Umberto Eco, con Giulio Einaudi, con Alberto Moravia, con Alberto Asor Rosa eccetera.  Non tutti gl'intellettuali interpellati hanno risposto: e Guerrazzi e il suo aiutante Russo del Collettivo operaio dell'Ansaldo di Genova registrano scrupolosamente questi silenzi.  Per cui veniamo a sapere che non hanno risposto al questionario formulato da Guerrazzi e dai suoi amici operai, Giorgio Amendola, Gaetano Arfé, Giulio Carlo Argan, Alberto Asor Rosa, Ugo La Malfa, Franco Fortini, Davide Lajolo, Giovanni Spadolini, Aldo Tortorella.
Alcune sono poi risposte per modo di dire: chi scrive si scusa di non poter rispondere al questionario, o perché ha troppo da fare, o perché non ne vede l'utilità, o perché non gli sembra di appartenere alla cerchia dei destinatari: gli uomini di cultura, anzi, gli uomini di cultura dell'arco costituzionale (tra i quali sono stato infilato anch'io non so per quale ragione).  Tra gli editori che hanno rifiutato il libro di Guerrazzi, vengono messi sotto accusa con particolare insistenza Einaudi e Rusconi, che dopo aver promesso all'autore la pubblicazione, si sono poi tirati indietro: "Gli intelligenti" alla fine è stato edito da Marotta.

Un abisso

Tra coloro che nella risposta si sono limitati a criticare il questionario spicca Norberto Bobbio, il quale dice che le domande sono solo apparenti, in quanto gli autori non vogliono aver lumi su un fenomeno a loro sconosciuto ma al contrario sanno benissimo come stanno le cose: sanno cioè che la cultura attuale non riflette minimamente gl'interessi mentali degli operai e che tra questi e i cosiddetti intellettuali c'è un abisso.
In una di queste pseudorisposte, Leonardo Sciascia mette giustamente in luce come lui a questa condizione di privilegio, di scrittore che può vivere dei frutti del proprio lavoro non c'è arrivato di colpo: per trent'anni ha dovuto tirare la carretta: "(...) ho lavorato per dieci anni negli uffici e nei magazzini dell'ammasso del grano e per venti nelle scuole elementari - scrive Sciascia. - Ho cinquantasei anni, e per trenta ho fatto un lavoro che non amavo". Sciascia stesso però, riconosce: "Mi ritengo un privilegiato".  Anche lo psicanalista Cesare Musatti ritiene un privilegio poter fare un lavoro intellettuale anziché manuale.  La risposta più dettagliata e meglio circostanziata l'ha data Cesare Zavattini.
Con le asserzioni di Sciascia e di Musatti, siamo a uno dei punti che l'inchiesta voleva far risaltare: quella del lavoro intellettuale è una scelta libera, quella del lavoro in fabbrica è una strada obbligata per chi s'è visto chiudere tutte le altre porte.  Dice Musatti: "(...) il mio lavoro è sempre stato molto divertente, mentre quello dell'operaio non lo è.  Il lavoro dell'operaio non soltanto è monotono: molto spesso è anche malsano e pericoloso".
Secondo me, l'inchiesta di Guerrazzi e dei suoi amici del Collettivo operaio genovese, vera o finta che sia, rappresenta un passo avanti nella presa di coscienza politica degli operai. Essa dimostra che gli operai non sono più fermi alla coscienza dello sfruttamento padronale ma si domandano com'è che la collettività spende quello che loro producono.
Non lo producono solo loro, naturalmente: ma, tra le bestie da soma che lavorano e producono, gli operai sono il gruppo più numeroso.  La retorica "operaista" può anche dar fastidio; ma è giusta la pretesa di fondo che hanno questi operai, di rendersi conto di come vengono spesi i soldi accumulati con le loro fatiche.  Una porzione considerevole l'ha già presa il padrone (quella che Marx chiamava pluslavoro o plusvalore): ma qui siamo in una fase successiva: la ricchezza è già. stata accumulata, e la collettività la ripartisce tra i vari ceti sociali che producono servizi, non beni.  E' giusto che i maggiori produttori di beni vogliano condurre un'indagine intorno alla natura di questi servizi.

I domestici

Ora il servizio culturale è pessimo: concordo pienamente, a questo riguardo, col risultato che emerge dall'inchiesta condotta da Guerrazzi. L'intellettualità continua a essere formata da "megafoni del potere" e da "domestici" come per il passato. Perché? Perché non s'è sognata di aggiornare la propria cultura, solo gli aspetti minori del presente sono entrati a far parte del suo patrimonio di idee.  Accade così che si discuta a non finire sulla civiltà dei consumi e sulla degradazione dell'ambiente ma non si dica mezza parola su quello che è il male peggiore: il pericolo che il mondo vada verso il proprio annientamento a causa delle armi micidiali che sono oggi in possesso delle Potenze e il fatto che il principale ostacolo all'eliminazione della miseria sia dovuto proprio a queste armi, cioè al prevalere della tendenza militarista in ogni Paese.
La cultura è stata zitta per non inimicarsi la potentissima casta militare e le forze politiche dell'arco costituzionale che l'appoggiano: sì che calzano benissimo al caso degl'intellettuali le qualifiche infamanti di "megafoni del potere" e di "domestici", che Guerrazzi appioppa loro nell'atto di far le domande. O forse è stata zitta per cecità, per incoscienza.  In questo secondo caso, che secondo me è il più probabile, gli uomini di cultura non sarebbero colpevoli di niente: usurperebbero solo il nome di uomini di cultura, dato che cultura è sinonimo di coscienza e di conoscenza, è il contrario, quindi, della cecità e dell'incoscienza.
Tuttavia dalla stessa inchiesta di Guerrazzi emerge chiaramente che se la cultura fosse quello che dovrebbe essere, vale a dire luce, rappresenterebbe un servizio utilissimo per la società.  Che ha bisogno dei lumi della cultura non meno che dell'acciaio e della ghisa prodotti dagli operai degli altiforni.  In altre parole, gli uomini di cultura sono parassiti non perché la loro funzione non sia utile, ma perché non l'assolvono.
Senonché c'è un servizio che è in se stesso inutile, anzi dannosissimo; che costa alla collettività. molto di più di quanto le costi il mantenimento degl'intellettuali; di cui bisogna liberarci al più presto se vogliamo sopravvivere: quello della difesa militare. Restiamo in attesa di un altro libro di Guerrazzi e dei suoi amici che denunci questo gigantesco sperpero.


Vincenzo Guerrazzi
H o m e P a g e