NELLO STRANO MONDO PITTORICO DI VINCENZO
AMICONE.
Uso questo termine, "stranezza", in sostituzione di
"originalità", a proposito della pittura di Amicone,
in quanto è tecnicamente più significativa, più appropriato e
meno pretenzioso dell'altro. Il primo impatto con le sue tele mi
ha riportato alla mente, a parte i troppo scontati accostamenti
ai surrealisti europei, che a me solo in piccola parte
convincono, quello "strano" pittore del '500, Giuseppe
Arcimboldi, il quale, con una fantasia trasfigurativa
eccezionale, riusciva a dare forme umane ad un repertorio esteso
di oggetti, naturali o artificiali: con ciò non voglio altro
che offrire una modesta chiave di lettura di queste costruzioni
pittoriche, dettate nello stesso tempo da pulsioni interiori di
non facile decodifica perché mascherate da un clima onirico,
visionario, che si impone come "segno" primario, ma
anche da intenzioni intellettualistiche abbastanza dichiarate e
scoperte, che in parte tendono a reinterpretare, in modo
dissacrante, conosciutissimi modelli storici (il Perugino,
Leonardo, Raffaello, Picasso, ecc.), e d'altro canto a
materializzare un preciso messaggio teorico in merito al
rapporto tra l'uomo di oggi e la realtà in cui si muove. Su
questo piano intenzionale, molto dirompente, per ora ci
soffermiamo. Quale significato acquistano quei volti
fanciulleschi deformati, con palline inespressive al posto degli
occhi, con bocche sdentate, bocche distorte, spalancate, con
rari, massicci denti d'avorio e lingue oscenamente protese,
masse omogenee e compatte al posto dei capelli, orecchie come
ventole, nasi come bitorzoli, corpi come congegni meccanici,
arti come tubi o metalliche diramazioni, in intima simbiosi con
una oggettualità tecnologica, che a sua volta sembra
"umanizzarsi", assumere vitalità e movimento,
un'anima propria? Queste opere sicuramente vogliono
rappresentare un processo che coinvolge l'essere umano e la
"cosa", che non è più, nella visione dell'artefice,
un inerte oggetto: direi che, in questo processo, la persona si
"cosifica", cioè viene ad identificarsi,
dinamicamente, con gli strumenti materiali (una bicicletta, una
pentola, un elettrodomestico), mentre la "cosa" si
"umanizza", risorge dalla sua fisica inerzia e tende
ad invadere, fagocitandolo, il campo umano, determinando un
groviglio di "presenze" inscindibili. L'essere umano e
la cosa subiscono una metamorfosi totale, entro cui quel che
risalta plasticamente è la "cosificazione della
persona", cioè, la sua disumanizzazione, la sua riduzione
ad un grottesco congegno automatico. Un congegno che denota, con
molta chiarezza, la scissione, che è anche intima e sofferta
coniugazione, tra una presunta armonia della corporeità
naturale, ma costruita in modo seriale (si noti la ricorrente,
geometrica, disposizione dei colori e del disegno nei costumi
che rivestono le figure "umane"), ed una testa che
s'impone, con dirompenza spettacolare, sul tronco del corpo:
teste deformate, ed anch'esse ambivalenti, ovvero concentranti
le immagini della bestialità arcaica e dell'automatismo
riflessivo, introverso, asettico, immune dall'invadenza dell'
"umano" (vedi quelle palle ovoidali, grigie,
inespressive al posto degli occhi; le mani e i piedi rivestiti
di guanti). In sintesi: quelle immagini "umane", così
intellettualisticamente costruite, hanno sul piano
dell'intenzione, questo probabile significato, ossessivamente
marcato: la plateale, provocatoria segnalazione, della
incombente, minacciosa, clonazione di soggetti umani nei quali,
uccisa l'anima, s'impone l'animalesco tecnologico, con il suo
stile omologato. Ma questo messaggio allarmante viene immerso in
un clima tutt'altro che apocalittico: anzi direi, caratterizzato
da una levità cromatica, molto ben modulata, che esorcizza, con
la sua delicatezza, ogni possibile tensione catastrofica. Ci
sembra addirittura, che l'autore trasformi in azione ludica ciò
che di sconvolgente scaturisce dalle immagini, veicolo di un
"sommerso" evidentemente torbido e sofferto; in
divertissement fumettistico, attraversato da un'aura metafisica,
una serie di pulsioni profonde assai inquietanti: pulsioni
dell'inconscio che straripano in quei segni così ossessivamente
ricorrenti, decifrabili, freudianamente, come indizi di un
rimosso che s'impone e rompe i cancelli della coscienza
sorvegliante. Sicché, il sogno visionario, mostruoso, catturato
dalla fantasia, riversa sulla tela la sua terrificante verità,
da intendere come "alterità" reale rispetto alla
corteccia arida, metallica, dinamicamente nevrotica, della
normalità vivente. E la luna, quella palla rotonda e bianca
sprofondata in un cielo tersamente blu, sta a guardare placida
nella sua lontananza, leopardianamente, testimone stupefatta
delle effusioni notturne di manichini vestiti di costumi
rigorosamente simili, di colore celeste cerchiati
geometricamente da fascette rosa. Cosa dire di più: molto ci
sarebbe da dire ancora, ma lo spazio è tiranno; ed allora
aggiungiamo soltanto che l'autore dimostra di possedere una
tecnica impeccabile, una eccellente padronanza dei colori, una
disciplina figurativa raffinata, pulita, estremamente vigilata
nelle regole. La dissonante disarmonia della vita, personale e
collettiva, ritrova una "strana" armonia nelle forme e
nei colori, molto soffici, delicati e sfumati, come a dire che
una catarsi è avvenuta mediante l'arte; l'osservatore, a primo
acchito, rimarrà stupito, piacevolmente stupito, da questo
labirinto di immagini; poi ne sarà, questo è certo,
emotivamente ed intellettualmente coinvolto; ma, infine sarà
placato da quella vena vivacemente ironica che percorre tutta la
presente produzione: ed in questa elegante, seducente ironia,
non priva di una buona dose di perfidia, rinvenirà la sua
catarsi, la mente turbata del lettore, il quale si ritroverà
più nel gradevole mondo fantastico di Arcimboldi, che nella
dimensione allucinante della fantasia patologica di Hieronymus
Bosch. |