Roma e le osterie

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La storia del vino e delle osterie si intreccia con il succedersi dei Papi sul Sacro Soglio. L’interesse di questi era dettato dalle entrate delle tasse sul vino.

Le misure più comuni usate per servire il vino nelle osterie erano il congio, il mezzo congio, il boccale o pettito, il mezzo boccale o foglietta: solo nel 1580 fu aggiunta la mezza foglietta da Gregorio XIII. Questi recipienti erano di terraglia o di metallo. Il Papa Sisto V Peretti, decise di porre fine hai contenitori nei quali il vino non fosse visibile, concedendo all’ebreo Meier di fabbricare dei contenitori in vetro. Nascono così le misure tipiche delle osterie romane:

2 litri = er barzilai

1 litro = tubo o tubbo

 ½ litro = foglietta o fojetta

¼ litro = quartino

1/5 litro = chirichetto

1/10 litro = sospiro o sottovoce

Ma quando i Papi aumentarono l’imposta sul vino, il popolo protestò e appese un cartello alla statua di Pasquino: Urban, poiché è di tasse aggravò il vino ricrea con l’acqua il popolo di Quirino.

Ma per i romani la maggior disgrazia fu l’editto di Leone XII (1823-29) che proibì la consumazione del vino dell’osteria, perché nelle osterie avvenivano risse, a meno che non si mangiasse nella stessa osteria. Le proteste provocarono una bufera rivoluzionaria, così grande, da far sciogliere le Corporazioni, comprese quelle del vino.

A Roma la presenza d’osterie si era fatta numerosa nel 1800. L’osteria diventava così la vera casa dei “romaneschi”.Alle osterie, infatti, non si bevevo soltanto, ma si parlava, si discuteva, si faceva corte alle donzelle, ma soprattutto si giocava: i più popolari giochi erano la passatella, la morra e la conta del vino.

Di questi locali, la maggior parte erano concentrati a Trastevere e se ne contavano circa 573; nello stesso periodo al Pantheon c’era un’osteria frequentata dai giornalisti, che era chiamata Sora Rosa. Tra le osterie frequentate da letterati artisti e poeti merita di essere ricordato: le Grotte della Rupe Tarpea. Molte osterie erano specializzate nei pranzi, infatti, agli inizi del Novecento c’erano osterie che servivano gli uffici del Comune.

A Roma, insieme alle osterie, sono scomparse anche molte tradizioni popolari, ad esempio, le Ottobrate romane, una festa per celebrare il dio del vino, cioè Dioniso. Le Ottobrate si svolgevano fuori porta, al quartiere Testaccio, e molta gente per parteciparvi era costretta ad impegnare tutto al Monte di Pietà. In molte taberne ci si abbuffava con  “trippa di vitello e pancetta di maiale;gallinaccio ripieno de sarsiccia; garofanato de manzo; coscia d’abbacchio; pizza cò l’ajo, pepe e alici”. Alla fine della giornata, invece, si suonava la chitarra e il mandolino. Queste allegre riunioni, molto spesso si trasformavano in risse, che diventavano veri e propri combattimenti con il coltello.