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# LE DODICI CHIAVI DI TANIA LORANDI #

di Mauro Zanchi

"Quando Vincent van Gogh ebbe tolto
il luto dal suo crogiuolo, e raffreddato
la massa in buono stato della vera pietra
filosofale, e al contatto della meraviglia
fatta reale, in quel primo giorno del mondo,
tutte le cose si trasmutarono per il metallo-re,
l'artefice della grande-opera si accontentò
di trarre dall'utilità delle sue dita la
sontuosità appuntita della sua barba luminosa.

E disse: "Com'è bello il giallo!". Sarebbe
per me facile trasmutare ogni cosa, perché
posseggo anche questa pietra (me la mostrò
al castone di un suo anello), ma ho
sperimentato che il beneficio non si
estende che a coloro il cui cervello è
questa pietra (attraverso un vetro d'orologio
incastonato nella fontanella del suo cranio,
mi fece vedere quella pietra una seconda volta) …"

(Alfred Jarry, Gesta e opinioni
del dottor Faustroll, patafisico
, pag.104)

le dodici chiavi

Lorandi ha vagato a lungo come il dottor Faustroll per trovare la materia prima necessaria per dare forma a quel qualcosa che "accorda simbolicamente ai lineamenti le proprietà degli oggetti descritti per la loro virtualità".

L'artista ha creato dodici "soluzioni immaginarie" tanto care sia alla 'patafisica che all'alchimia, ha assemblato le dodici microsculture sotto quella luce a raggi infrarossi utilizzata da Jarry per scrivere le sue opere, non alla luce del sole ma sotto il lampo oscuro del faro a forma di obelisco costruito sull'île de bran de la mer d'Haboundes.

Le dodici chiavi 'patafisiche sono state immerse per quaranta giorninotte dentro la preziosa acquavite di Danzica che ha nel suo liquido vitale spermatozoi d'oro.

Queste chiavi di natura alchimistica sono state create per aprire la porta della camera dove il dottor Faustroll nascose i suoi ventisette preziosi volumi utili per entrare nella terza e nella quarta dimensione, un letto in tela di rame lungo dodici metri, una sedia d'avorio, iperboli equilatere, superfici di curvatura nulla, epifenomeni e un tavolo d'onice e d'oro.

Chi riesce ad assorbire l'energia delle dodici chiavi 'patafisiche ha la possibilità di ascendere dal vuoto verso una periferia interiore dove si riescono a cogliere tutti i particolari dell'esistenza; questa dimensione periferica, dove l'unità di misura è la non-densità, è segnata da un tempo battuto dai rintocchi di un campanile che non ha un orologio rotondo ma un cerchio visto di profilo e per tre quarti ellittico.

Le dodici chiavi aprono le dodici porte dei segni 'azodiacali governati dal Signore del Non Tempo: oltrepassate le soglie si potranno vedere le antiche opere di pietra squadrata, le statue verdi smeraldo, cieli azzurri che divengono violetti, la testa del re gigante che si carbonizza davanti alla fornace della luna, le innumerevoli formiche che hanno sul dorso la cifra 3 (simbolo del Dio trascendente che è trigono, e del Dio immanente che è triedro), la cetra che ha sette corde di sette colori eterni, lo specchio d'acqua che non riflette le nostre rughe, il carbonchio del biscione, il rospo mostruoso dell'isola delle Tenebre che affiora alla superficie dell'Oceano e divora il sole come la luna mangia le nuvole trasformando l'acqua in notte, la pietra filosofale nel cervello di Van Gogh, la grande nave Mour-de-Zencle (che significa "Muso-di-Cavallo-che-ha-macchie-a-forma-di-falce) che si leva all'orizzonte immediato come un sole nero, la croce dal centro azzurro che ha i fiocchetti rossi verso il nadir e lo zenit, e l'oro orizzontale delle code di volpe poiché "la morte è solo per i mediocri".

Lorandi si lascia suggestionare da "Le dodici chiavi della filosofia" (1599) di Basilio Valentino, opera di farmacologia spagirica densa di immagini e metafore che hanno influenzato parecchi trattati di alchimia spirituale.

Basilio Valentino è uno pseudonimo scelto da un paracelsiano tedesco, Johann Tölde, un ispettore delle miniere di Cranach vissuto nella seconda metà del Cinquecento, che ebbe fama, soprattutto a causa della retrodatazione delle sue opere, come precursore della dottrina di Paracelso.

La pseudoepigrafia, artificio utilizzato da Tölde per conferire un'aura di autorevolezza alle sue nuove sperimentazioni alchemiche, ben si adatta, con la finzione dell'antichità, all'evocazione di un mistero archetipale qui incanalato in una dialettica di stampo 'patafisico.

Lorandi rielabora a suo modo gli archetipi alchemici del Re e della Regina, dei due caducei del Mercurio Filosofico, di Eros, di Afrodite, di Ares, della morte, dell'amore, del Sole e della Luna, dei quattro elementi e della quintessenza spirituale, dipanando in chiave moderna la sottile trama ermetica espressa dalle dodici immagini di Basilio Valentino.

I temi fondamentali dell'amore e della morte sono espressi in chiave ludica e costellati di pietre preziose che servono a evocare la necessaria trasmutazione dell'essere vitale nelle varie forme della materia visibile e invisibile.

Le dodici chiavi alludono alla ricerca del sale della vita, necessario per respirare e per creare, al sale invisibile che proviene dal Cielo e penetra in forma di quintessenza nel nucleo fondamentale di ogni cosa terrestre.

Con le sue opere Lorandi cerca di stimolare l'intelletto del fruitore a cercare quel qualcosa che sta al di là dello specchio delle apparenze; le microsculture fungono da immagini di memoria che, per mezzo dell'aspetto ludico, attivano un processo di ironia che fonda la sua forza sull'intuizione di qualcosa definibile per ognuno con sfumature diverse dipendenti dai differenti background degli individui.

Ma questo approccio "ironico" si fonda allo stesso tempo sull'ineliminabilità della ruggine culturale che ogn'uno di noi si porta addosso come una chiave ossidata che ha difficoltà ad aprire quello per cui era stata creata in origine.