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# Il destino dell’immaginario #

di Mario Aldovini

La Patafisica, diciamo con Jarry, è la scienza delle soluzioni immaginarie. Già, ma in che direzione ci porta questo discorso? Smettiamo di lasciarci imbrogliare da chi, con la scusa che tutti siamo d’accordo nel chiamare pane il pane e vino il vino, poi vuole farci dire che la realtà è la realtà: prendiamo il coraggio a due manici (ah, Jarry!) e ribadiamo che le cose sono reali solo quando sono anche immaginarie, nel senso che sono reali solo dopo che le abbiamo pensate. Kant, uno dei precursori della Patafisica, insistette molto sul principio che tutto ciò che si conosce è pensato, mentre non è certo vero che tutto ciò che viene pensato è reale. Il buon senso comune possiede questo concetto, come si deduce da espressioni del tipo “prova a immaginare che cosa possa essere...” o “non riesco a immaginare la tal cosa...”, le quali in fondo significano che per noi una cosa non ha senso se non attraverso una qualche forma di rappresentazione mentale. Immaginare è dunque un lavoro della mente, che grosso modo consiste nel costruire immagini e modelli possibili della realtà, alla quale ci rinviano continuamente le percezioni che in quantità smisurata fioriscono nella nostra esperienza sensibile. Le nostre immagini sono sempre semplificazioni, così come una mappa è una semplificazione del territorio che rappresenta, ma senza mappa ci si perde...be’, ci si può perdere anche con la mappa, così come anche basandosi sull’esperienza si possono fare sciocchezze. Tuttavia anche l’errore può essere riciclato come esperienza, e sbagliando s’impara e vai e non errare più (nel senso di non peccare, ma anche di smetterla di vagare senza direzione). Insomma, facciamoci delle mappe. Mi sembra chiaro che questo far mappe, costruire modelli o come vogliamo chiamarlo, sia un lavoro della mente che solo intrecciandosi con l’esperienza pratica e con l’azione interagisce con la realtà, dalla quale trae senso e alla quale tende: forse esistono fuori di noi gli infiniti universi possibili e più o meno paralleli di cui a volte si parla (in fantascienza ma anche in scienza), certo esistono davvero dentro di noi e la mente li può tutti rappresentare girando più volte la stessa scena, senza compromettersi, perché il pensiero è reversibile. Mentre sull’altro versante, quello dell’azione, la traccia che lasciamo è indelebile e quel che si fa non si può disfare: come impariamo da bambini, il pensiero è quasi onnipotente mentre l’agire concreto ci impone limiti strettissimi, e se penso cuore con la “q” posso lavorare senza scorie, mentre se lo scrivo rischio poi di fare uno sgorbio di correzione, o di strappare la pagina ma poi si conosce, e così via. Sembrerebbe tutto chiaro. Le cose si complicano quando consideriamo che l’attività della mente ha diversi registri: fin qui abbiamo parlato riferendoci implicitamente soprattutto al pensiero razionale cosciente, ma la psicoanalisi è nata sulla base della considerazione che la coscienza riguarda una parte minoritaria dell’attività psichica. Ricordo la bellissima metafora dell’iceberg: se in esso la parte emersa stesse per coscienza, la parte sommersa (circa sette ottavi del volume) ben rappresenterebbe l’inconscio, sicché la parte emersa potrebbe pensare di andare dove la porta il vento, mentre va dove la portano le correnti. Le correnti dell’inconscio sono evidentemente le emozioni e le passioni, le abitudini e i modelli, gli ordini e le proibizioni, tutto ciò che in definitiva si muove nella nostra mente senza che noi lo decidiamo. Noi possiamo decidere, e anche qui con molti problemi, che cosa progettare e che cosa fare, mentre di ciò che temiamo e desideriamo, dei nostri ricordi e delle nostre fantasie, insomma di ciò che attiene al nostro inconscio, possiamo solo prendere atto quando riusciamo ad ammetterlo alla coscienza. E la forza delle emozioni è tale che, quando si rovescia sulle nostre immagini interiori, le rende vivide quanto le percezioni reali o più ancora, tanto che spesso è difficile distinguere il reale dall’immaginario, controllare il continuo trascorrere della mente dall’uno all’altro; a volte si agisce come se si immaginasse, si fantastica come se si agisse, sicché c’è da un lato chi commette delitti, o vi assiste, con la sensazione di assistere a uno spettacolo in TV, dall’altro chi resta sconvolto da un pensiero “proibito” (orrendo o stupendo) che gli occupa con vivacità la fantasia. Se osiamo “pensare” i nostri pensieri, cioè prenderne coscienza, possiamo aumentare le nostre possibilità di decidere, altrimenti i pensieri non pensati troveranno altri modi di esprimersi. La capacità di pensare con spregiudicatezza è una importante condizione per agire con intelligenza, pensare per chiedersi che fare è certo molto vantaggioso rispetto al chiedersi, dopo aver agito, che cosa diavolo si avesse in testa. Prima del coraggio di agire (molto più diffuso di quel che si potrebbe credere) sembra da coltivare il coraggio di pensare, poiché questo e non altro è in fondo l’assunto patafisico delle soluzioni immaginarie: dare voce ed espressione alle voci interne, lasciare prendere forma agli universi paralleli che nutrono i nostri desideri e le nostre paure e da essi sono alimentati, rappresentare i paradisi e gli inferni, gli angeli e i demoni e i mostri e le chimere che popolano il retrobottega della nostra rispettabile quotidianità. Sapendo che conoscerli ci permette di decidere con più consapevolezza, di scegliere con un maggior grado di libertà: certo Jarry non si identifica, come sua quotidianità, nell’infame Ubu, ma in esso rappresenta e rende più gestibile qualcosa che appartiene a lui e a tutti noi. Qual’è il destino dell’immaginario? Se riusciamo ad esserne più consapevoli e a farne il laboratorio, il banco di prova del nostro agire, allora esso è una potentissima funzione della mente progettuale; se perdiamo la capacità di riconoscere gli scenari cangianti del nostro immaginario e dei nostri sogni (ad occhi aperti o chiusi che siano) e li confondiamo con la realtà in cui l’esperienza pratica condivisa costruisce la nostra traccia e la nostra nicchia di esistenza, allora il pericolo è grande. Tanto grande quanto lo è la nostra capacità distruttiva che, se non vista e conosciuta nei teatri dell’immaginario, sarà più difficile da contenere e incanalare in percorsi accettabili: in fondo, come qualcuno ha osservato, perfino Jack lo Sventratore, se avesse potuto rappresentare, in sedi diverse dai vicoli di Londra, la sua voglia di veder budella, sarebbe potuto diventare un appassionato chirurgo...In questa prospettiva ogni forma di espressione, dal canto alla pittura, dalla danza alla scrittura, è una opportunità che lo spirito critico e il senso di realtà hanno per dare libertà e progettualità alle forze che muovono la nostra attività nel paesaggio dal piano immaginario a quello pratico. Il vero coraggio, allora, si rivela quello di pensare con fatica e dolore la complessità senza lasciarsi spaventare, e appare un po’ ridicola la baldanza di chi agisce in fretta per non dover sopportare tale fatica e tale dolore. Fra le tante possibili forme espressive in cui la complessità del nostro mondo interiore si può esprimere consentendoci di meglio orientare le nostre scelte, mi piace talvolta praticare la sintesi sorridente ed ellittica che caratterizza l’aforisma.

[Mario Aldovini, nato nel 1939, ha insegnato fino al 1983 in vari Istituti Superiori, Filosofia e Storia prima, poi Psicologia e Pedagogia. Dal 1983 pratica, come libero professionista, la psicoanalisi; in questo campo a partecipato a vari congressi e ha pubblicato alcuni articoli. L’incontro con la Patafisica ha coinciso con un suo aprirsi alle possibilità espressive offerte dall’aforisma. Nel 1998 ha ottenuto il Diploma di Patafisica dall’Istituto Patafisico Vitellianense. Vive e lavora a Modena.]