Arrivederci, Mostro!
Luciano racconta così il perché del titolo:
"Ognuno di noi ha i propri mostri, i propri fantasmi. Li si possono chiamare ossessioni, paure, condizionamenti, senso di inadeguatezza, aspettative e chissà in quali altri modi ancora. Sappiamo, però, che sono vivi e sono il filtro attraverso cui chiunque matura la propria, personale visione del mondo. Credo di conoscere abbastanza bene i miei “mostri”, mi fanno compagnia da tanto tempo. Può darsi che sia anche per questa lunga frequentazione che ora, in questa fase della mia vita, mi sembrano meno “potenti” e “ingombranti”. Alcuni di loro li ho affrontati in questo album ma era solamente per fargli sapere che li stavo salutando. Loro come tutti gli altri. So benissimo che sarebbe fin troppo bello che fosse un saluto definitivo. Infatti non mi sono permesso di dire: “Addio, mostro!” ma un più prudente e realistico:
“ARRIVEDERCI, MOSTRO!”
Un titolo però che, solo a pronunciarlo o a leggerlo, mi porta a galla sensazioni come sollievo, voglia di giocare, leggerezza, energia e fiducia. Tutte sensazioni che mi piacerebbe che quest'album vi trasmettesse in pieno".


Quando canterai la tua canzone
Una potente chitarra dal suono hard rock/punk apre uno squarcio per lasciar passare l'intero album:
Son stati giorni che han lasciato il segno
e stare al mondo è già di più un impegno.
E adesso giri con in tasca un pugno,
nell'altra tasca il tuo rimario.

Siamo all'inizio, ed evidentemente qualche "mostro" è già stato lasciato alle spalle. Ligabue si rivolge forse a sé stesso, forse al figlio Lenny, o, più semplicemente, a chiunque sia pronto a vivere la propria vita in autonomia, a modo proprio, costi quel che costi. E' una strofa cantata su un tempo di batteria insolito, spezzato, che si raddrizza in un bridge nel quale Luciano ricorda all'interlocutore le sue nuove consapevolezze:
ma scegli tu fra botte e rime
e scegli tu fra inizio e fine
e scegli tu ma scegli tu per primo

Il refrain arriva con una grande carica liberatoria in una sequenza ascendente di accordi e chitarre potentissime:
e quando canterai la tua canzone
la canterai con tutto il tuo volume
lasciando qualcun altro a commentare
che tu devi andare

Tranne, più avanti ricordare:
quando canterai la tua canzone
la rabbia l'innocenza e l'illusione
ti toccherà cantare l'emozione
che non sa nessuno

e chiudere con:
quando canterai la tua canzone
la canterai con tutto il tuo volume
che sia per tre minuti o per la vita
avrà su il tuo nome

Verso il finale un assolo di chitarra viene doppiato dal suono ottenuto soffiando su un pettine coperto da carta velina, un vecchio trucco blues che poggia però su suoni decisamente attuali.
La canzone chiude con la stessa parte di chitarra con cui ha iniziato, come una parentesi "urlata" a racchiudere un brano dalla prorompente energia.

La linea sottile
Una rullata di batteria introduce un mid-tempo dal groove irresistibile. Ancora una volta, come ha spesso fatto in passato, Luciano affronta tematiche "di peso" cercando la chiave dell'umorismo e della leggerezza:
A mia volta mi fido del mondo
se sapessi le botte che prendo
Non c'è modo di starsene fuori
da ciò che lo rende tremendo e stupendo.

Si prova, con ironia, a fare i conti con una specie di terra di nessuno:
per il cielo è un po' presto
per l'inferno non c'è posto
per qualcuno è solo buio pesto

Freschezza musicale e gioco danno il tono alla canzone e toccano il loro culmine nel refrain: qui, anche se quasi scherzando, si fanno in realtà domande molto serie.
C'è una linea sottile
fra tacere e subire
cosa pensi di fare?
Da che parte vuoi stare?

Nella seconda strofa troviamo una serie di immagini al limite del paradosso:
una faccia che sembra destino
e un vecchio che torna bambino
e traguardi che sono partenze
e un tramonto che è come un mattino

Il "mostro" del titolo dell'album viene anche qui evocato, e pure qui affrontato con leggerezza:
a mia volta mi lascio un po' stare
e mi faccio un periodo di mare
che a mia volta non è che mi cerco
che poi non si sa cosa posso trovare

Nell'ultimo ritornello gli archi aumentano la sensazione di freschezza, e "La linea sottile" è:
fra baciare e mangiare
fra partire e venire
fra la voglia e il piacere
fra la noia e il bicchiere

Il pezzo chiude con la sola voce di Luciano che perentoriamente ti chiede:
da che parte vuoi stare?

Nel tempo
Questo testo, pubblicato in anteprima in occasione del compleanno di Luciano, racconta alcuni eventi del suo "romanzo di formazione". Cinquant'anni di vita non possono certo essere riassunti in una canzone, e Ligabue sceglie la strada della citazione per evocare solo alcuni momenti che riguardano soprattutto i suoi primi vent'anni. In questo caso "mostri e fantasmi" hanno un nome e, per la maggior parte, una connotazione positiva.
Luciano parte subito con un certo humor:
c'ero quando sono nato
per poi lasciarsi andare al racconto della "sua" Italia del boom anni '60:
Zorro, Blek e Braccobaldo,
Belfagor e Carosello
e hanno ucciso Lavorini
e dopo niente è stato come prima.

e a quella -piena di curiosità e di voglia di cambiamento, ma anche di tensioni- degli anni '70:
c'ero nel '77
a mio modo e col mio passo.
Il processo a De Gregori...

per poi arrivare a un chorus che riassume:
tempo
tutto il tempo lì a tenere il tempo.
che fosse il mondo o solo fantasia
o quello di una batteria
era sempre tempo

La chiave di volta della canzone è stata la decisione di farne un pezzo rock, potente e veloce: potenza e velocità sembrano infatti rispecchiare il modo in cui chi racconta sembra avere vissuto.
Tutti quegli scherzi che fa il tempo
tutte quelle foto che non ho
ne ho scattate solo un po'
non ne ho mai avuto il tempo.

Prima dell'ultimo ritornello c'è uno special dal chiaro sapore new wave anni '80, in cui i “c'ero” sono cantati in coro come se quella prima persona singolare diventasse plurale, quasi a suggerire la condivisione collettiva di almeno una parte del percorso; la canzone poi decolla di nuovo per esplodere e distendersi nel refrain finale.

Ci sei sempre stata
E se anche l'amore diventasse "ossessione" e quindi "mostro", anche se buono?
Si comincia con una strofa musicalmente sospesa, quasi ipnotica, in cui Ligabue sembra rapito da un certo mistero:
più ti guardo e meno lo capisco
da che posto vieni
forse sono stati tanti posti
tutti da straniera

Sempre nella contemplazione di quel mistero, Luciano arriva a qualche conclusione:
chi ti ha fatto gli occhi e quelle gambe
ci sapeva fare
chi ti ha dato tutta la dolcezza
ti voleva bene

Quando arriva il ritornello i suoni si induriscono e Luciano può dispiegare la voce per una dichiarazione d'amore fra le sue più forti di sempre:
quando il cielo non bastava
non bastava la brigata
eri solo da incontrare
ma tu ci sei sempre stata

E se nella seconda strofa continua la sua contemplazione:
più ti guardo e più mi meraviglio
e più ti lascio fare
che ti guardo e anche se mi sbaglio
almeno sbaglio bene

arriva un bridge ritmicamente deciso:
nemmeno un bacio
che sia stato mai sprecato
nemmeno un gesto così...
tanto per... così...

Nel finale tutta la band alza la pressione sonora per accompagnare a dovere un lungo, epico assolo di chitarra suonato da Rustici e mescolato a suoni "concreti" (il pianto e il riso di un bambino, fuochi d'artificio, i sospiri di una donna e altro ancora), come a dare ancora di più la sensazione di un percorso di vita fatto "comunque" insieme.

La verità è una scelta
ogni passo è una scelta
ogni passo fa l'impronta
quante cose spegne la prudenza

Se la "verità" è un concetto variamente interpretabile, Luciano taglia corto fin dal titolo.
Il testo, uno dei più "decisi" dell'intera produzione di Ligabue, è accompagnato dalle sonorità più dure di tutto l'album: chitarre trattate al limite del noise, una batteria strabordante, una memorabile bass-line, un piano che suona "al contrario" accordi in minore e una voce filtrata e tagliente.
e conosci tutti i santi
tutti i nomi dei potenti
e sai che fine fanno gli innocenti

Il chorus si apre musicalmente a una dichiarazione ancora più decisa:
la verità è una scelta
la verità è già pronta
di giorno sempre un occhio chiuso
di notte uno aperto

"Mostri e fantasmi" fanno inevitabilmente parte della realtà: la scelta è fra cercare di non vederli oppure affrontarli. Luciano sembra voler togliere all'ascoltatore qualsiasi alibi:
ogni battito è una scelta
ogni sguardo mantenuto
ogni nefandezza che hai scordato
ogni tanto non ci pensi
vuoi soltanto andare avanti
e schivare tutti gli incidenti

Il finale è reso ancora più nervoso da beats elettronici che vengono sovrapposti al suono della band.

Caro il mio Francesco
Verso la fine del 2008 Ligabue ha passato un difficile momento personale; in quei giorni duri sono, evidentemente, venuti a galla pensieri e riflessioni ad ampio raggio, anche su argomenti che non riguardavano direttamente il motivo di quella sofferenza personale.
Ecco dunque Luciano affrontare il "mostro" della sua insofferenza verso l'ipocrisia di una parte dell'ambiente musicale: lo fa scrivendo, durante una notte insonne, una canzone sotto forma di lettera inviata a Francesco Guccini.
sarà che anche qui
le quattro del mattino
sarà che anche qui l'angoscia
e un po' di vino
sarà che non ci posso fare niente
se ora mi viene su il veleno

Non si lamenta del successo, ma piuttosto di come, in nome di quello, "valga tutto".
e allora avanti un altro
con quello che guadagni stai muto
avanti pure un altro
con quello che guadagni sorridi nella foto

Qui la produzione di Rustici è sospesa e discreta per lasciare in primo piano il testo, piuttosto "duro" ed evidentemente allineato all'emotività dello sfogo di Luciano, con temi quali
La solitudine:
caro il mio Francesco questa lettera ti arriva
in un paese piccolo lì sugli Appennini
ho capito forse come mai ci vivi
che tanto ci si sente soli

I tradimenti subiti:
parlavano di stile, di impegno e di valori
ma non appena hai smesso di essere utile per loro
eran già lontani,
la lingua avvicinata a un altro culo

Le polemiche create da altri:
e io che il mio disprezzo me lo tengo dentro
che il letamaio è colmo già pubblicamente

La superficialità di certi giudizi:
non c'è peggiore sordo di chi non vuol sentire
tu pensa a chi non sente e poi ne vuol parlare

Ma dopo lo sfogo, nell'ultima strofa, Luciano stempera la sua amarezza:
Caro il mio Francesco è il momento dei saluti
ci avremmo riso sopra se ne avessimo parlato
lo so che non ha senso starsi a lamentare
di alcune conseguenze del mestiere

e ancora:
So che mi son fatto prendere la mano
perché uno sfogo fa sbagliare spesso la misura
ma come ti dicevo son le quattro del mattino
l'angoscia e un po' di vino

Per poi chiudere con quello che per lui sembra contare veramente:
e allora vado avanti a cantare della vita
sempre e solamente per come io la vedo

L'ultimo ritornello chiude, musicalmente e liricamente, con una sensazione di fiducia una canzone in cui Luciano si espone con una sincerità "ruvida" ma evidentemente necessaria.

Atto di fede
Questa è la canzone che forse più di tutte in quest'album riesce a ricordare la scrittura di Luciano per come la conosciamo e, allo stesso tempo, mostrare la più forte attualizzazione del suo suono.
Su un tappeto di tastiere Ligabue comincia in modo confidenziale:
ho visto belle donne
spesso da lontano
ognuno ha il proprio modo
di tirarsele vicino
ma ho visto da vicino
chi c'era da vedere
e ho visto che l'amore
cambia il modo di guardare

Poi, di colpo, la canzone si impenna con un'epica frase di chitarra.
Ora la strofa si regge su un tempo di batteria spezzato e una chitarra col wha-wha fraseggia mentre Luciano continua a raccontare parte del suo personale percorso:
ho visto mari calmi
e mari tempestosi
e ho visto in sala parto
la potenza delle cose

Il ponte fra strofa e refrain vede un cambio di tempo e una chitarra col delay sul cui arpeggio Ligabue ricorda:
è tutto scritto
ed è qui dentro
e viene tutto via con me

Il ritornello si spalanca melodicamente e armonicamente a una delle sue frasi più dirette di sempre:
di tutta la vita passata questo è il momento
di tutta la vita davanti questo è il momento
vivere è un atto di fede
mica un complimento

Questa è una delle conclusioni a cui arriva Luciano dopo le esperienze di vita fino a oggi:
vivere è un atto di fede
al di là del credo religioso, politico, filosofico, scientifico o spirituale di chiunque.
Non c'è l'intenzione di indorare nessuna pillola:
ho visto tanti Giuda
tutti in buona fede
e ho visto cani e porci
fatturare a chi gli crede

Ma nemmeno quella di "negarsi la meraviglia":
ho visto la bellezza
che ti spacca il cuore
e occhi come il mare
nel momento del piacere

Perché, come canta nel finale:
ho visto solo
per come io sapevo
e c'era luce anche
nelle notti più cattive


Un colpo all'anima
Il "mostro" affrontato in questo caso ha a che fare con la presenza/assenza di una persona; il tema però non viene musicalmente appesantito da sensazioni di nostalgia, ma anzi viene raccontato da una canzone freschissima e dall'andamento coinvolgente. Una breve introduzione musicale dal vago sapore dance sfocia in una ritmica essenziale ma solidissima su cui poggia una chitarra dalle sonorità blues a doppiare la melodia:
tutte queste luci
tutte queste voci
tutti questi amici
e tu dove sei?

e anche:
tutte queste radio
piene di canzoni
che hanno dentro un nome
ecco chi sei.
Non ti sai nascondere per bene

per poi "arrendersi" a un refrain apertissimo:
quante volte sei passata
quante volte passerai
e ogni volta è sempre
un colpo all'anima

Prima del finale un bridge con un trascinante assolo dal sapore rock-blues, seguito dall'ultimo ritornello:
quante volte sei mancata
quante volte mancherai
un colpo al cerchio
e un colpo all'anima

Di questa canzone Luciano ha realizzato anche una versione acustica per chitarra, piano e armonica suonati da lui stesso. La medesima canzone sembra assumere in questa seconda veste quasi un significato diverso, dai colori decisamente più dolenti e malinconici.

Il peso della valigia
hai fatto tutta quella strada per arrivare fin qui
e ti è toccato partire bambina
con una piccola valigia di cartone
che hai cominciato a riempire

Fra le poesie comprese nella raccolta "LETTERE D'AMORE NEL FRIGO" ce n'è una intitolata "COSA NON METTERE IN VALIGIA": Luciano ha deciso di trasformare quella poesia in una canzone, riducendola, adattandola a nuove metriche e cambiandola in più punti.
Il risultato è uno dei testi più delicati fra i suoi di sempre, intenzione questa assolutamente rispettata dall'arrangiamento musicale, che segue da vicino il testo rispettandone le dinamiche e le sfumature:
due foglie di quella radura che non c'era già più
rossetti finti e un astuccio di gemme
e la valigia ha comincato a pesare
e dovevi ancora partire

E' un percorso, quello della protagonista, in cui "mostri e fantasmi" finiscono dentro una valigia che pesa sempre di più:
e ti sei data e ti sei presa qualchecosa chissà
ma le parole che ti sono avanzate
sono finite tutte nella valigia
e lì ci sono restate

ma anche:
sole pioggia neve e tempesta
nella valigia e sulla tua testa
e gambe per andare
e bocca per baciare

Senonché, a destinazione raggiunta:
hai fatto tutta quella strada
per arrivare fin qui
ma adesso forse ti puoi riposare
c'è un bagno caldo e qualcosa di fresco
da bere e da mangiare

e, una volta aperta la valigia:
e piano piano ti faccio vedere:
c'erano solo quattro farfalle
un po' più dure a morire

e dopo un epico chorus finale arriva la stessa chitarra con delay, sospesa ed eterea, che ha aperto la canzone.

Taca banda
Nell'album trova posto una canzone nata da una jam session. Una volta riuniti i musicisti e (dietro le insistenze di Rustici e Urbano) con suo figlio Lenny alla batteria, Ligabue fa partire questo shuffle su cui canta tic e attitudini di diverse tipologie umane, "punte dell'iceberg", per restare ancora una volta in tema, dei rispettivi "mostri" personali.
alcuni si lavano tredici volte al giorno
non riescono in nessun modo a sentirsi puliti
alcuni profumano solo il proprio inferno
son tutti qui intorno son tutti impuniti

Il pezzo è suonato e registrato in presa diretta; attorno ai musicisti ci sono amici e famigliari che si uniscono per tenere il tempo con le mani e per cantare un ritornello fatto di soli vocalizzi.
alcuni hanno trovato alla fine il nemico
e non dovevano mica cercarlo lontano
alcuni si chiedono di che cosa vivranno
alcuni si chiedono come,
alcuni lo sanno

L'umorismo, sia musicale che letterario, è ancora una volta una delle chiavi preferite di Luciano nell'affrontare temi solo apparentemente leggeri.

Quando mi vieni a prendere (Dendermonde, 23/01/09)
Mia madre che ha insistito che facessi colazione
e sa che la mattina il mio stomaco si chiude
ho finto di esser stanco, ho finto di star male
lei non ci casca più e io non schivo più l'asilo

La mattina del 23 gennaio 2009 a Dendermonde, una città a trenta chilometri da Bruxelles, un ragazzo di vent'anni è entrato in un asilo nido armato di un coltello con una lama di circa trenta centimetri, con il quale ha ucciso una donna e due bambini e ne ha feriti altri dodici. Il nome dell'asilo è "Paese delle favole".
Ligabue, evidentemente toccato in profondità da quel fatto di cronaca, si cala nel cuore della tragedia raccontandola –in modo piuttosto inedito e con una forza d'urto che toglie il fiato- dal punto di vista di uno dei bambini. Il brano, che si apre con una sorta di inquietante carillon, si propone all'ascoltatore con un arrangiamento fatto di rumori concreti, contrabbasso distorto, archi, elettronica, echi e trattamenti: il tutto per una canzone (fatto unico nella discografia di Luciano) che dura più di sette minuti.
Quando mi vieni a prendere?
Quando finisce scuola?
Quando torniamo ancora insieme a casa?

La voce di Luciano cerca di non spingere sul versante emotivo ma la sua interpretazione mette l'ascoltatore di fronte alla terribile scena.
e poi è stato come quando tolgono la luce la maestra urlava come con un'altra voce.
Se non stiamo buoni arriva forse l'uomo nero
io prima ho vomitato e lui adesso è qui davvero

E' probabilmente il testo più drammatico fra quelli scritti da Luciano.
e la maestra ora è sdraiata e sta dormendo
e i miei amici urlano, qualcuno sta ridendo
ci sono le sirene e sono sempre più vicine
che giochi enormi che sa organizzare l'uomo nero

L'ultimo ritornello viene cantato in una sospensione musicale che accresce ancora di più la sensazione di gelo, e non sappiamo se il bambino che ci ha accompagnato in questa vicenda sia una delle due vittime o sia fra quelli che sono sopravvissuti.
Quando mi vieni a prendere?
Dammi la tua parola.
Vieni un po' prima
fammi una sorpresa.


Il meglio deve ancora venire
Arriva in chiusura dell'album il pezzo che forse più di tutti ha richiami con il passato musicale e lirico di Luciano, un'altra cavalcata rock dal bpm molto alto in cui la band marcia fortissimo.
ti voglio credere per come cammini
per le promesse che comunque mantieni
io ti voglio credere per quello che chiedi
e che non chiedi

E' una serata da trascorrere bruciando tutto:
è una città piuttosto dura
dipende quanto puoi pagare
e tu che sai quali porte aprire
sembri sapere come va a finire

E Luciano confida tanto in questo incontro: lo urla in un refrain gioioso e apertissimo
sei qui per dire,
mi devi dire che
il meglio deve ancora venire

Ancora una volta Ligabue contempla il mistero di chi ha davanti:
c'è qualcosa fra te e la vita
che non ho ancora conosciuto
mentre ridi così facilmente
c'è qualcosa fra te e la vita
chissà quanto vi conoscete
mentre ridi, mentre ridi

E il panorama intorno sembra rischiararsi:
e la città risplende ancora
anche con poche luci fuori
e tu che non cambi direzione
sai di sicuro come va a finire

La band chiude con una parte strumentale potentissima una canzone che promette di essere uno dei prossimi cavalli di battaglia dei concerti di Luciano.
E così, alla fine di "ARRIVEDERCI, MOSTRO!", l'album dei suoi cinquant'anni compiuti, Ligabue ci lascia con una dichiarazione che non si sa se sia impegno, fiducia, richiesta o evocazione:
il meglio deve ancora venire


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