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MORALISTI E SICOFANTI CONTRO
IL MARXISMO
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| 1939 |
"Moralisti
e sicofanti contro il marxismo" venne scritto da Lev Trotsky
nel giugno del 1939, in risposta all'Avvertenza che era stata
aggiunta nel marzo dello stesso anno dall'editore francese al
testo de La loro morale e la nostra. La traduzione del testo
era stata realizzata da Victor Serge e quindi Trotsky ebbe motivo
di credere che quell'Avvertenza fosse stata redatta dallo stesso
Serge. Serge negò sempre di aver scritto la nota in questione.
Yurii Colombo |
Trafficanti d'indulgenze e alleati socialisti ovvero
il cuculo nel nido d'un altro
Il libello La loro morale e la nostra ha almeno il merito di aver costretto
certi filistei sicofanti a smascherarsi completamente. I primi ritagli
di giornali francesi e belgi che mi sono pervenuti ne sono testimoni.
Il più chiaro nel genere é il resoconto apparso sul giornale
cattolico parigino "La Croix". Quei signori possiedono un loro
sistema e non provano alcuna vergogna a difenderlo. Essi sostengono la
morale assoluta e, prima d'ogni altra cosa, il macellaio Franco. È
Dio che lo vuole. Dietro a loro procede un Igienista Celeste che raccatta
e ripulisce tutte le sporcizie cadute nella loro scia. Non é affatto
sorprendente ch'essi condannino come spregevole la morale dei rivoluzionari
che assumono in proprio le loro responsabilità. Ciò che
ci interessa in questo momento, non sono i professionisti del traffico
di indulgenze, ma i moralisti che rinunciano a Dio col cercare di sostituirsi
a Lui.
Il giornale socialista di Bruxelles "Le Peuple" (dove va mai
a ficcarsi la virtù) non ha trovato nel nostro libro null'altro
che una formula criminale per costituire cellule segrete nell'intento
di perseguire il più immorale fra gli scopi: quello di scalzare
il prestigio e i proventi della burocrazia operaia belga. Naturalmente,
si potrebbe replicare che questa burocrazia si é macchiata di innumerevoli
tradimenti, di truffe pure e semplici (basta rammentare la faccenda della
Banca Operaia), che essa smorza qualsiasi lume di pensiero nella classe
operaia, che (nella su morale pratica) essa non é minimamente superiore
alla sua alleata politica, la gerarchia cattolica. Ma innanzitutto, solo
degli screanzati farebbero menzione di cose tanto sgradevoli; in secondo
luogo, tutti quei signori, quali che siano i loro peccati veniali, fanno
provvigione dei più elevati principi della morale. Henri de Man
vi sovrintende di persona, e dinanzi alla sua alta autorità, naturalmente,
noi bolscevichi non possiamo sperare alcuna indulgenza.
Prima di passare ad altri moralisti, soffermiamoci un istante su un'"Avvertenza"[
1]
pubblicata dagli editori francesi del nostro piccolo libro. Per la natura
che le compete, un'"Avvertenza" raccomanda un libro o, almeno,
descrive oggettivamente quale ne é il contenuto. Quello che abbiamo
davanti, invece, é un prospetto di tipo assai diverso. Basterà
fornire un solo esempio: "Trotsky pensa che il suo partito, un tempo
al potere e oggi all'opposizione, abbia sempre rappresentato il vero proletariato
e lui stesso la vera morale.
Ne conclude per esempio questo: fucilare degli ostaggi prende un significato
affatto differente a seconda che l'ordine venga impartito da Stalin, o
da Trotsky". La citazione é sufficiente a farci apprezzare
il commentatore che sta fra le quinte. E' diritto incontestabile di un
autore controllare un'"Avvertenza". Ma poiché nel nostro
caso l'autore si trovava al di là dei mari, un "amico",
approfittando apparentemente della carente informazione dell'editore,
riuscì a infilarsi nel nido di un altro e deporvi il suo piccolo
uovo: oh!, un uovo alquanto piccolo, quasi virginale. Chi é l'autore
di questa "Avvertenza"? Potrebbe facilmente indicarcelo Victor
Serge, che ha tradotto il libro e che ne é al contempo il critico
più severo. Non mi sorprenderei se risultasse che il brano é
stato scritto non da Victor Serge, naturalmente, ma da uno dei suoi discepoli
che imitano altrettanto bene sia le idee sia lo stile del maestro. O forse,
dopotutto, non sarà stato il maestro medesimo, vale a dire Victor
Serge, nella sua qualità di "amico" dell'autore?
Morale da Ottentotti!
Souvarine e altri sicofanti si sono immediatamente impadroniti, com'é
naturale, di tale "Avvertenza", che gli risparmiava il fastidio
di cercare nuovi velenosi sofismi. Se Trotsky prende degli ostaggi,
é bene; se lo fa Stalin, é male. Di fronte a una simile
"morale da Ottentotti", non é difficile manifestare
una nobile indignazione. E tuttavia nulla é più facile
che dimostrare, sulla base di quest'esempio, recentissimo, la vuotaggine
e la falsità di quell'indignazione. Victor Serge, é divenuto
pubblicamente membro del POUM, partito catalano che aveva sue milizie
al fronte durante la guerra civile. Al fronte, é notorio, si
spara e si uccide. Si potrebbe dunque dire: "Per Victor Serge,
i massacri hanno un senso affatto differente a seconda che l'ordine
venga dato dal generale Franco o dai dirigenti del partito cui Victor
Serge appartiene". Se il nostro moralista avesse provato a riflettere
sul significato dei propri atti, prima d'impancarsi a insegnare agli
altri, avrebbe probabilmente detto questo: ma gli operai spagnoli lottavano
per l'emancipazione del popolo, mentre le bande di Franco lottavano
per ridurlo in schiavitù! Serge non potrà inventare altra
risposta. Ossia, dovrà ricorrete all'argomento "Ottentotti"[2]
di Trotsky sugli ostaggi.
Ancora a proposito di ostaggi
Non di meno, é possibile e anzi probabile che i nostri moralisti
rifiuteranno di dire francamente come stanno le cose, e tenteranno di
tergiversare: "Uccidere al fronte é un conto; fucilare gli
ostaggi, un altro!" Quest'argomento, come dimostreremo, é
assolutamente stupido. Fermiamoci per un istante sul terreno scelto
dal nostro avversario. Il sistema degli ostaggi, voi dite, é
immorale "in sé"? Bene, é quanto volevamo sapere.
Tale sistema é stato praticato nel corso di tutte le guerre civili
della storia antica e moderna. È evidente che esso dipende dalla
natura stessa della guerra civile. Non si può trarne che una
sola conclusione: ossia, che la natura stessa della guerra civile é
immorale. È il punto di vista del giornale La Croix il quale
reputa che sia necessario obbedire ai poteri costituiti, giacchè
il potere emana da Dio. E Victor Serge? Egli non ha alcun punto di vista
meditato. Deporre un piccolo uovo nel nido altrui, é una cosa,
definire la propria posizione in rapporto a dei complessi problemi storici,
un'altra. Ammetto volentieri che persone d'una moralità tanto
trascendentale quanto Azanha, Caballero, Negrin e Co. Si oppongano a
qualsiasi cattura di ostaggi nel campo fascista: da ambo le parti si
trovano dei borghesi, stretti da legami materiali e familiari, convinti
poi che, anche in caso di sconfitta, non soltanto potranno salvarsi,
ma altresì conservare i loro mezzi di sussistenza. A modo loro,
hanno ragione. Ma i fascisti, per parte loro, hanno preso degli ostaggi
fra i rivoluzionari proletari e, a loro volta, i proletari han preso
degli ostaggi fra la borghesia fascista, poiché sapevano quale
minaccia una sconfitta, fosse pure parziale e temporanea, implicava
per loro e i loro fratelli di classe.
Lo stesso Victor Serge non può dire con esattezza ciò
che vuole: purgare la guerra civile dal sistema degli ostaggi, o purgare
la storia umana dalla guerra civile? Essendo incapace di inquadrare
i fenomeni nelle loro relazioni interne, il moralista piccolo-borghese
pensa in maniera episodica, frammentaria, sconnessa. Isolata artificialmente,
la questione degli ostaggi, per lui, é un problema a sé,
indipendente dalle condizioni generali che generano le lotte fra le
classi in armi. La guerra civile é l'espressione suprema della
lotta di classe: tentare di subordinarla a delle "norme astratte"
significa, in effetti, disarmare i lavoratori che fronteggiano un nemico
armato sino ai denti. Il moralista piccolo-borghese é il fratello
cadetto del pacifista borghese che vuole "umanizzare" la guerra
proibendo l'uso di gas tossici, il bombardamento delle città
aperte, ecc. Politicamente, tali programmi non servono che a stornare
le masse dal pensare alla rivoluzione come al solo mezzo per mettere
fine alla guerra.
La paura dell'opinione pubblica borghese
Impastoiato da queste contraddizioni, il moralista potrebbe argomentare
che una lotta "aperta" e "consapevole" fra i due
campi, é una cosa, ma che la cattura di non-partecipanti a tale
lotta, un'altra. Tuttavia, l'argomento addotto non sarebbe che un miserabile
e stupido sotterfugio. Nel campo franchista si battevano decine di migliaia
di uomini che erano stati raggirati ed arruolati sotto costrizione.
Gli eserciti repubblicani hanno sparato su quei sventurati prigionieri
di un generale reazionario e hanno ucciso un gran numero di essi. Ciò
era morale o immorale?
Peggio ancora, la guerra moderna, con la sua artiglieria a lunga gettata,
la sua aviazione, i suoi gas tossici, col suo corteggio di distruzioni,
di carestia, di incendi e di epidemie, implica inevitabilmente la perdita
di centinaia di migliaia di individui, vecchi e bambini compresi, che
non partecipano direttamente alla lotta. Le persone perse come ostaggi
sono strette da legami di classe e di solidarietà familiare a
uno degli opposti campi, o ai dirigenti di esso. Prendendo degli ostaggi,
si può procedere a una selezione consapevole. Un proiettile scagliato
da un cannone o sganciato da un aereo é affidato al caso e può
facilmente distruggere non soltanto dei nemici ma altresì degli
amici, o i loro genitori e i loro figli. Perché allora i nostri
moralisti isolano dal contesto la questione degli ostaggi e chiudono
gli occhi sul contenuto della guerra civile nel suo insieme?
Perché non sono particolarmente coraggiosi. In quanto uomini
di "sinistra", essi hanno paura di romperla definitivamente
con la rivoluzione. In quanto piccolo-borghesi, hanno paura di tagliare
i ponti con l'opinione pubblica ufficiale. Condannando il sistema degli
ostaggi essi si sentono in buona compagnia: contro i bolscevichi. Essi
passano vigliaccamente sotto silenzio la Spagna. Contro il fatto che
i lavoratori spagnoli, gli anarchici e gli aderenti al POUM abbiano
catturato degli ostaggi, Victor Serge protesterà fra vent'anni.
Il codice morale della guerra civile
Alla medesima categoria appartiene un'altra scoperta di Victor Serge,
ossia che la degenerazione dei bolscevichi risale al momento in cui
la Ceka fu investita del diritto di decidere della sorte della persone
a porte chiuse. Serge giocherella col concetto di rivoluzione, ci scrive
sopra dei poemi, ma é incapace di comprendere che cosa sia.
I processi pubblici non sono possibili che nell'ambito di regimi stabili.
La guerra civile é una situazione di estrema instabilità
per la società e per lo Stato. Così come é impossibile
pubblicare sui giornali i piani dello stato maggiore, é altrettanto
impossibile rivelare nel corso di processi pubblici i dettagli dei complotti,
poiché questi ultimi sono intimamente connessi allo svolgimento
della guerra civile. Senza dubbio, i processi a porte chiuse aumentano
considerevolmente il pericolo di errori giudiziari. Ciò significa
semplicemente, e lo concediamo di buona grazia, che le condizioni della
guerra civile sono poco favorevoli all'esercizio di un'ingiustizia imparziale.
E che si dovrebbe dire di più?
Noi proponiamo che Victor Serge sia nominato presidente di una commissione
composta, per esempio, da Marceau Pivert, Souvarine, Waldo Franck, Max
Eastman, Magdeleine Paz e altri ancora, per redigere un codice morale
della guerra civile. Il carattere complessivo ne sarebbe chiaro a priori.
Le due parti s'impegnano a non prendere ostaggi. I processi pubblici
resteranno in vigore. Perché possano svolgersi correttamente,
é lasciata la più ampia libertà alla stampa per
l'intera durata della guerra civile. Il bombardamento delle città,
essendo pregiudizievole alla giustizia pubblica, alla libertà
di stampa e all'inviolabilità dell'individuo, é formalmente
vietato. Per altre ragioni simili o diverse, é proscritto l'uso
dell'artiglieria. E, visto che i fucili, le bombe a mano e persino le
baionette esercitano incontestabilmente un'influenza nefasta sugli esseri
umani così come sulla democrazia in generale, l'utilizzazione
delle armi "siano armi da fuoco o armi bianche" é formalmente
vietata nella guerra civile.
Codice meraviglioso! Magnifico monumento in onore della retorica di
Victor Serge e di Magdaleine Paz! Nondimeno, fin tanto che questo codice
resterà inaccettabile quale regola di condotta per tutti gli
oppressori e per tutti gli oppressi, le classi in lotta cercheranno
di riportare la vittoria con ogni mezzo, mentre i moralisti piccolo-borghesi
continueranno, come han fatto sinora, a vacillare pieni di confusione
fra i due opposti campi. Soggettivamente, essi simpatizzano con l'oppresso:
nessuno ne dubita. Oggettivamente, essi restano prigionieri della morale
propria alla classe dirigente e cercano di imporla agli oppressi, invece
di aiutarli a elaborare la morale dell'insurrezione.
Le masse non vi hanno niente a che vedere
Victor Serge ha svelato, di passaggio, ciò che avrebbe provocato
il crollo del partito bolscevico: l'eccessivo centralismo, la diffidenza
nei confronti della lotta ideologica, la mancanza di spirito libertario.
Maggior fiducia nelle masse, maggior libertà! Tutto ciò
é campato in aria.
Le masse non sono mai esattamente identiche: vi sono masse rivoluzionarie;
vi sono masse passive, vi sono masse reazionarie. Le medesime masse
sono, in periodi differenti, ispirate da propositi e da obiettivi diversi.
E' appunto per questa ragione che é indispensabile un'organizzazione
centralizzata dell'avanguardia. Solo un partito che eserciti effettivamente
l'autorità conquistata é capace di superare le oscillazioni
delle masse stesse. Far indossare alle masse i panni della santità
e ridurre il proprio programma a una democrazia "amorfa" vuol
dire dissolversi nella classe quale essa é, trasformarsi da avanguardia
in retroguardia e, di conseguenza, rinunciare ai propri compiti rivoluzionari.
D'altra parte, se la dittatura del proletariato significa qualcosa,
significa che l'avanguardia della classe si arma delle risorse pertinenti
allo Stato per respingere ogni minaccia, ivi comprese quelle provenienti
dai settori più arretrati del proletariato stesso. Tutto ciò
é elementare; tutto ciò é stato dimostrato dall'esperienza
della Russia e confermato dall'esperienza della Spagna.
Il segreto sta nel fatto che, comandando la libertà "per
le masse", Victor Serge in realtà domanda la libertà
per sé e per i suoi pari, domanda la libertà da qualsiasi
controllo, da qualsiasi disciplina e addirittura, se possibile, da qualsiasi
critica a suo riguardo. Quando il nostro "democrate" corre
da destra a sinistra e da sinistra a destra, seminando il dubbio e la
confusione, egli crede d'essere l'incarnazione di una salutare libertà
di pensiero. Ma quando noi giudichiamo da un angolo visuale marxista
i vacillamenti di un intellettuale piccolo-borghese disilluso, gli sembra
che ciò sia un oltraggio alla sua individualità. Egli
s'allea in tal caso a tutti i confusionari per partire in crociata contro
il nostro dispotismo e il nostro settarismo.
La democrazia all'interno di un partito non é uno scopo in sé.
Essa deve essere completata e tenuta insieme dal centralismo. Per un
marxista la domanda é sempre stata la seguente: la democrazia
per che cosa? Per quale programma? Inquadrare il programma equivale
a inquadrare la democrazia. Victor Serge chiedeva che la Quarta Internazionale
concedesse la libertà d'azione a tutti i confusionari, i settari
e i centristi del POUM del tipo Vereecken e Marceau Pivert, ai burocrati
conservatori del tipo Sneevliet o a dei semplici avventurieri del tipo
R. Molinier. D'altra parte, Victor Serge ha sistematicamente aiutato
le organizzazioni centriste a cacciare dai loro ranghi i partigiani
della Quarta Internazionale. Conosciamo a menadito questo genere di
democrazia; essa é compiacente, accomodante, conciliatrice verso
la destra; al contempo essa é esigente, malevola e scaltra verso
la sinistra. Essa rappresenta semplicemente il regime d'autodifesa del
centrismo piccolo-borghese.
La lotta contro il marxismo
Se l'atteggiamento di Victor Serge riguardo i problemi teorici fosse
serio, egli avrebbe dovuto trovarsi imbarazzato di farsi avanti come
"novatore" per poi rinviarci a Bernstein, Struve, e a tutti
i revisionisti del secolo scorso che han tentato di innestare il kantismo
sul marxismo o, in altri termini, di subordinare la lotta di classe
del proletariato a principi cosiddetti superiori. Sul modello di Kant,
essi descrivevano l'"imperativo categorico" (l'idea di dovere)
come una norma assoluta di morale, valida per tutti. In realtà,
si trattava di un "dovere" sottomesso alla società
borghese. A loro modo, Bernstein, Struve, Vorlànder avevano un
atteggiamento di serietà nei confronti del pensiero scientifico.
Essi chiedevano apertamente un ritorno a Kant.
Victor Serge e i suoi pari non avvertono la minima responsabilità
verso il pensiero scientifico. Essi si attengono a allusioni, insinuazioni,
o meglio a generalizzazioni letterarie. Nondimeno, se le loro idee sono
del tutto false, sembra che vengano a congiungersi a una vecchia causa
ormai screditata: asservire il marxismo al kantismo, paralizzare la
rivoluzione sociale per mezzo delle norme "assolute" che in
effetti rappresentano la generalizzazione filosofica degli interessi
della borghesia: non la borghesia odierna, é vero, ma la defunta
borghesia dell'era del libero scambio e della democrazia. La borghesia
imperialista rispetta ancor meno tali norme di quel che non facesse
la sua antenata liberale. Ma essa considera con occhio benevolo i tentativi
fatti dai predicatori piccolo-borghesi per introdurre la confusione,
il turbamento e l'esitazione nei ranghi del proletariato rivoluzionario.
Lo scopo essenziale, non soltanto di Hitler ma altresì dei liberali
e dei democratici, é di screditare il bolscevismo nel momento
in cui la sua legittimità minaccia di diventare assolutamente
chiara alle masse. Il bolscevismo, il marxismo: ecco il nemico!
Quando il "fratello" Victor Basch, gran sacerdote della morale
democratica, fabbrica, con l'aiuto del "confratello" Rosenmark,
un falso per difendere i processi di Mosca, si smaschera pubblicamente.
Accusato di falso, si batte il petto e strilla: "Sarei dunque fazioso?
Io, che ho sempre denunciato il terrore di Lenin e di Trotsky?".
Basch rivela con nettezza il movente profondo dei moralisti democratici:
alcuni possono tacere a proposito dei processi moscoviti, altri possono
attaccare i processi, altri ancora possono difenderli; ma la loro preoccupazione
comune sta nell'utilizzare i processi per condannare la "morale"
di Lenin e di Trockij, vale a dire i metodi della rivoluzione proletaria.
In questo campo, son tutti fratelli.
Nella scandalosa Avvertenza che ho citato più sopra, si dichiara
che io sviluppo il mio punto di vista sulla morale "riferendo(mi)
a Lenin". Si é autorizzati a pensare che questa frase mal
definita, riprodotta da altre pubblicazioni, significhi che io sviluppo
i principi teorici di Lenin. A mia conoscenza, Lenin non ha mai scritto
alcunché sulla morale. In effetti, Victor Serge voleva dire qualcosa
di assolutamente diverso, ossia che le mie idee immorali sono una generalizzazione
della pratica di Lenin, l'"amoralista". Egli cerca di screditare
la personalità di Lenin tramite i miei concetti e i miei concetti
tramite la personalità di Lenin. Egli non fa che assecondare
la tendenza generale reazionaria che é rivolta contro il bolscevismo
e il marxismo nel loro insieme.
Souvarine il sicofante
Ex pacifista, ex comunista, ex trotskista, ex comunista-democratico,
ex marxista ex Souvarine, si potrebbe dire, Souvarine attacca la rivoluzione
proletaria e i rivoluzionari tanto più sfrontatamente in quanto
egli stesso non sa cosa vuole.
Quest'uomo ama collezionare citazioni, documenti, virgole e virgolette,
accumulare documenti e, per giunta, sa maneggiare la penna. In origine,
egli aveva sperato che tale bagaglio gli sarebbe durato per tutta la
vita. Ma fu presto costretto a persuadersi che occorreva altresì
saper pensare. Il suo libro su Stalin, nonostante l'abbondanza di citazioni
e di episodi interessanti, é una buona testimonianza della sua
indigenza. Souvarine non comprende né quel che é la rivoluzione
né quel che é la controrivoluzione. Egli applica al processo
storico i criteri di un piccolo ragionatore ferito intimamente dall'autorità
peccatrice. La sproporzione fra il suo spirito critico e la sua impotenza
creativa lo corrode come un acido. Da là, vengono la sua costante
esasperazione, la sua mancanza d'onestà elementare nell'apprezzamento
di idee, di uomini e di eventi, il tutto coperto da un acido moralismo.
Come tutti i cinici e i misantropi, Souvarine é attirato organicamente
dalla reazione.
Souvarine ha forse rotto apertamente col marxismo? Non ne abbiamo mai
sentito parlare. Egli preferisce l'equivoco: é il suo elemento
naturale. Nella sua critica al mio libello, egli scrive: "Ancora
una volta, Trockij inforca il suo prediletto giocattolo, la lotta di
classe". Per il marxista di ieri la lotta di classe é "il
prediletto giocattolo di Trotsky". Non sorprende affatto che Souvarine,
abbia preferito porsi a cavalcioni del cane morto della morale eterna.
Egli oppone alla concezione marxista "il senso di giustizia prescindente
dalle differenze di classe". È comunque rassicurante l'apprendere
che la nostra società é fondata su un "senso di giustizia".
Nella prossima guerra, Souvarine andrà di certo a esporre la
sua scoperta ai soldati nelle trincee; nel frattempo, può fare
altrettanto con gli invalidi dell'ultima guerra, i disoccupati, i bimbi
abbandonati e le prostitute. Se durante questa sua missione, venisse
fatto a pezzi, dobbiamo confessare fin d'ora che il nostro "senso
di giustizia" non prenderebbe le sue parti.
Le critiche fatte da questo apologeta sfrontato della giustizia borghese
"prescindente dalle differenze di classe" si basano esclusivamente
sull'Avvertenza ispirata da Victor Serge. A sua volta, quest'ultimo,
in ogni suo tentativo di "teorizzazione" non va oltre i prestiti
eterogenei di Souvarine, il quale tuttavia ha il merito di esprimere
quel che Serge non ha il coraggio di dire.
Con una finta indignazione non c'é nulla di sincero in lui. Souvarine
scrive che essendo evidente che Trotsky condanna la morale dei democratici,
dei riformisti, degli staliniani e degli anarchici ne consegue che il
solo rappresentante della morale é il "partito di Trotsky",
e siccome tale partito "non esiste", in ultima analisi l'incarnazione
della morale é dunque il medesimo Trotsky. Come trattenere le
risate? Souvarine immagina stando alle apparenze d'essere capace di
distinguere fra ciò che esiste e ciò che non esiste. È
una faccenda semplice, fin tanto che si tratta di uova strapazzate o
d'un paio di bretelle. Ma, nella scala del processo storico, una tale
distinzione passa ben al di sopra della testa di Souvarine. "Ciò
che esiste" nasce o muore, si sviluppa o si disintegra. Ciò
che esiste non può essere compreso che da colui che ne comprenda
le intime tendenze.
Si possono contare sulle dita le persone che hanno mantenuto una posizione
rivoluzionaria allo scoppio dell'ultima guerra. La grande scena della
politica ufficiale era quasi interamente ricoperta dalle diverse tendenze
dello sciovinismo. Liebknecht, la Luxemburg, Lenin sembravano individui
isolati, impotenti. Ma vi é forse il minimo dubbio che la loro
morale era superiore alla morale bestiale dell'"unione sacra"?
La politica rivoluzionaria di Liebknecht non era affatto "individualista",
come sembrava allora al filisteo patriota medio. Al contrario, Liebknecht,
e Liebknecht solo, rifletteva e prefigurava le tendenze profonde, sotterranee,
delle masse.
Il corso ulteriore degli avvenimenti lo ha pienamente confermato. Non
temere oggi una completa rottura con l'opinione pubblica ufficiale,
in modo da ottenere il diritto di esprimere domani le idee e i sentimenti
delle masse insorte, ecco un modo particolare d'esistenza che differisce
dall'esistenza empirica dei formalisti piccolo-borghesi. Tutti i partiti
della società capitalistica, tutti i suoi moralisti e i suoi
sicofanti periranno sotto le rovine della catastrofe imminente. Il solo
partito che sopravviverà sarà il partito della rivoluzione
socialista mondiale, anche se oggi possa sembrare inesistente ai ciechi
razionalisti, esattamente come era loro parso inesistente il partito
di Lenin e di Liebknecht durante l'ultima guerra.
I rivoluzionari e i portatori d'infezioni
Engels ha scritto un giorno che Marx e lui stesso erano rimasti per
tutta la loro vita in minoranza e che se ne erano sempre "trovati
bene". I periodi in cui il movimento delle classi oppresse s'innalza
al livello dei compiti generali della rivoluzione rappresentano le rarissime
eccezioni della storia. Le disfatte degli oppressi sono assai più
frequenti che le vittorie. Dopo ogni disfatta, viene un lungo periodo
di reazione che rigetta i rivoluzionari in uno stato di crudele isolamento.
Gli pseudo-rivoluzionari, i "cavalieri di un'ora", come dice
un poeta russo, o tradiscono apertamente la causa dell'oppresso, in
tali periodi, oppure corrono dappertutto alla ricerca di una formula
di salvezza che gli permetta di evitare la rottura con l'uno o con l'altro
degli opposti campi. Nella nostra epoca, é inconcepibile credere
che si possa trovare una formula conciliativa nel dominio dell'economia
politica o della sociologia; le contraddizioni di classe hanno rovesciato
per sempre la formula dell' "armonia" cara ai liberali e ai
riformisti democratici. Resta il dominio della religione e della morale
trascendentale. I "socialisti-rivoluzionari" russi hanno tentato
di salvare la democrazia alleandosi alla Chiesa. Marceau Pivert sostituisce
la Chiesa con la Massoneria. Apparentemente, Victor Serge non ha ancora
aderito ad alcuna loggia, ma non ha difficoltà a impiegare lo
stesso linguaggio di Pivert contro il marxismo.
Due classi decidono delle sorti dell'umanità: la borghesia imperialista
e il proletariato. L'ultima risorsa della borghesia é il fascismo,
che rimpiazza i criteri storici e sociali con le norme biologiche o
zoologiche, in modo da sottrarsi a qualsiasi restrizione nella lotta
in difesa della proprietà capitalistica. La civiltà non
può essere salvata che dalla rivoluzione socialista. Per portare
a termine tale rivolgimento, il proletariato ha bisogno di tutte le
sue forze, di tutta la sua determinazione, di tutta la sua audacia,
di tutta la sua impietosa passione. Sopra ogni altra cosa, esso deve
essere interamente liberato dalle imposture della religione, della "democrazia"
e della morale trascendentale: tutte catene forgiate dal nemico per
fiaccarne l'orgoglio e ridurlo in schiavitù. È morale
soltanto ciò che prepara il rovesciamento totale e definitivo
della bestialità capitalista, e nient'altro. La salvezza della
rivoluzione: ecco la legge suprema!
Una chiara comprensione delle correlazioni esistenti fra le due classi
fondamentali la borghesia e il proletariato all'epoca della loro lotta
mortale ci rivela il significato oggettivo della parte interpretata
dai moralisti piccolo-borghesi. Il loro elemento essenziale é
l'impotenza: impotenza sociale a motivo della degradazione economica
della piccola borghesia; impotenza ideologica a motivo della paura della
piccola borghesia di fronte al mostruoso scatenarsi della lotta di classe.
Da là nasce la tendenza del piccolo-borghese, colto o ignorante,
a frenare la lotta di classe. Se non può riuscirvi per mezzo
della morale eterna e non può riuscirvi il piccolo-borghese si
butta fra le braccia del fascismo, il quale frena la lotta di classe
valendosi dei miti e dell'ascia del carnefice.
Il moralismo di Victor Serge e dei suoi pari é un ponte che conduce
dalla rivoluzione alla reazione. Souvarine si trova già dall'altra
parte del ponte. La minima concessione a queste tendenze significherebbe
l'inizio della resa di fronte alla reazione. Che questi portatori d'infezione
vadano a inoculare le norme della morale a Hitler, a Mussolini, a Chamberlain,
a Daladier. Quanto a noi, il programma della rivoluzione proletaria
ci basta.
Coyoacan, 9 giugno 1939
Note
[1] "Si tratta di un libro scritto di recente.
Per Trotsky, non vi é una morale in sé, non morale ideale
né eterna. La morale é relativa a ciascuna società,
a ciascuna epoca, relativa soprattutto agli interessi delle classi sociali.
Nell'ora attuale, la maggior parte dei paesi vivono in una morale borghese.
Nei paesi a democrazia liberale, gli interessi della borghesia sono
mascherati da una morale ideale, conforme beninteso agli interessi della
borghesia.
La vera morale deve difendere gli interessi dell'umanità stessa,
rappresentata dal proletariato. Trotsky pensa che il suo partito un
tempo al potere e oggi all'opposizione,abbia sempre rappresentato il
vero proletariato e lui stesso la vera morale. Ne conclude per esempio
questo: fucilare degli ostaggi prende un significato affatto differente
a seconda che l'ordine venga impartito da Stalin, o da Trotsky, o dalla
borghesia. Quest'ordine é moralmente valido se ha quale scopo
e quale effetto tattico la vittoria rivoluzionaria del proletariato.
Così Trotsky difende il decreto ch'egli ha emesso nel 1919 e
che autorizzava il sistema degli ostaggi (moglie e figli dell'avversario),
mentre giudicava abominevole il medesimo sistema, allorché viene
applicato da Stalin (che, per esempio, per far rientrare in Russia un
diplomatico minaccia la famiglia di costui) perché Stalin agisce
in tal modo per difendere la burocrazia contro il proletariato.
Trotsky, riferendosi a Lenin, dichiara che la meta giustifica i mezzi
a condizione che i mezzi non siano vani: esempio, il terrorismo individuale
é, in genere, vano. Nessun cinismo in questo atteggiamento, ma,
dice l'autore, stretta attinenza ai fatti. Trotsky dichiara di avere
di questi fatti una consapevolezza avvertita, che costituisce il suo
senso morale. Il contenuto di quest'opera non é indubbiamente
del tutto nuovo, ma mai era stato espresso con tanta chiarezza e formulato
così nettamente. Per una vasta categoria di intellettuali e di
scrittori di sinistra, l'astuzia e la violenza sono sempre in sé
delle cose cattive, che non possono che generare il male. Per Trotsky,
l'astuzia e la violenza se sono messe al servizio di uno scopo giustificato,
devono venire impiegate senza esitazioni e rappresentano, in tal caso
il bene. ["Avvertenza" delle Editions du Sagittaire a La loro
morale e la nostra di Lev Trotsky, tradotto da Victor Serge.]
[2] Non ci tratteremo oltre, qui, sull'abitudine
miserabile che consiste nel riferirsi con disprezzo agli Ottentotti
allo scopo di conferire ancora maggiore risalto alla morale degli schiavisti
bianchi. Il nostro libello ne ha discorso a sufficienza. [N.d.A].