|
|
Il
Programma di Transizione
L’agonia del capitalismo e i compiti della Quarta Internazionale.
La mobilitazione delle masse attorno alle rivendicazioni transitorie
come preparazione alla presa del potere |
| 1938 |
Adottato
alla Conferenza di fondazione della Quarta Internazionale, 1938
|
Written: 1938
First Published: 1938
Source: Bulletin of the Left Opposition
(Russian-language); Transitional Programme; Transitional Program;
Programme de Transition
Publishers: Russian Left Opposition (France);
New Park Publications (Britain); Pathfinder (US); OCI (France)
Translated: Luciano Dondero
Transcription/Markup: Luciano Dondero
Online Version: Trotsky Internet
Archive 2002 |
I prerequisiti obiettivi della rivoluzione
socialista
La situazione politica mondiale nel suo complesso è soprattutto caratterizzata
dalla crisi storica della direzione del proletariato.
Il prerequisito economico della rivoluzione proletaria è ormai giunto
in termini generali al punto più elevato cui si possa arrivare sotto il
capitalismo. Le forze produttive dell’umanità ristagnano. Le nuove invenzioni
e i nuovi progressi tecnici non portano più ad un incremento della ricchezza
materiale. Le crisi congiunturali, nelle condizioni della crisi sociale
di tutto il sistema capitalista, impongono alle masse sempre maggiori
privazioni e sofferenze. La crescente disoccupazione a sua volta approfondisce
la crisi finanziaria dello stato e mina gli instabili sistemi monetari.
I governi, tanto quelli democratici quanto quelli fascisti, passano da
una bancarotta all’altra.
La borghesia stessa non vede alcuna via d’uscita. Nei paesi in cui si
è già vista costretta a puntare le sue ultime risorse sulla carta del
fascismo, scivola ora ad occhi chiusi verso la catastrofe economica e
militare. Nei paesi storicamente privilegiati, vale a dire quelli in cui
si può ancora permettere per un po’ di tempo il lusso della democrazia
a spese dell’accumulazione nazionale (Inghilterra, Francia Stati Uniti
e così; via), tutti i partiti tradizionali del capitale si trovano in
uno stato di sconcerto, che a tratti sfiora la paralisi. Il New Deal,
malgrado la risolutezza presuntuosa della sua fase iniziale, rappresenta
soltanto una forma particolare di sconcerto politico, possibile unicamente
in un paese in cui la borghesia ha potuto accumulare enormi ricchezze.
L’odierna crisi, ancora ben lontana dall’essere arrivata fino in fondo,
è già riuscita a dimostrare che la politica del New Deal negli Stati Uniti,
così; come la politica di Fronte popolare in Francia non offre alcuno
sbocco alla situazione economica giunta ad un vicolo cieco.
I rapporti internazionali non presentano un aspetto migliore. Sotto la
tensione crescente della disintegrazione capitalista, gli antagonismi
imperialistici hanno raggiunto il limite oltre il quale i vari conflitti
e le conflagrazioni sanguinose localizzate (Etiopia, Spagna, Estremo Oriente
Europa centrale) devono inevitabilmente sfociare in una conflagrazione
a scala mondiale. La borghesia naturalmente si rende conto del pericolo
mortale che una nuova guerra rappresenta per il suo dominio; ma la borghesia
oggi è infinitamente meno in grado di evitare la guerra di quanto non
lo fosse alla vigilia del 1914.
Tutte le chiacchiere secondo le quali le condizioni storiche non sono
ancora “maturate” per il socialismo sono frutto dell’ignoranza o di una
deliberata mistificazione. I prerequisiti obiettivi della rivoluzione
proletaria non solo sono “maturi”, ma hanno addirittura cominciato a marcire.
Senza una rivoluzione socialista, e per di più nel prossimo periodo storico,
l’intera civiltà umana è minacciata da una catastrofe. Tutto dipende dal
proletariato, ossia in primo luogo dalla sua avanguardia rivoluzionaria.
La crisi storica dell’umanità si riduce alla crisi della direzione rivoluzionaria.
Il
proletariato e le sue direzioni
L’economia, lo stato, la politica
della borghesia e i suoi rapporti internazionali sono completamente
sterilizzati dalla crisi sociale, segno caratteristico di una situazione
prerivoluzionaria nella società. L’ostacolo principale sulla via della
trasformazione della situazione prerivoluzionaria in situazione rivoluzionaria
è il carattere opportunista della direzione del proletariato: la sua
viltà piccolo borghese nei confronti della grande borghesia, e i legami
proditori che mantiene con quest’ultima, anche quando sta agonizzando.
In tutti i paesi, il proletariato è colto da una profonda inquietudine:
masse di milioni di uomini continuano ad imboccare la via della rivoluzione,
ma ogni volta si vedono bloccate dai loro stessi apparati burocratici
conservatori.
Il proletariato spagnolo, a partire dall’aprile 1931, ha compiuto tutta
una serie di eroici tentativi di prendere nelle proprie mani il potere
e guidare la società. Tuttavia i suoi stessi partiti (i socialdemocratici,
gli stalinisti, gli anarchici e il POUM), ognuno a modo suo, hanno agito
da freno preparando in tal modo la vittoria di Franco.
In Francia, la poderosa ondata di scioperi con occupazione di fabbrica,
specialmente nel giugno 1936, ha dimostrato chiaramente che il proletariato
era del tutto pronto a rovesciare il sistema capitalista: ma le organizzazioni
dirigenti (socialisti, stalinisti, e anarco-sindacalisti) sono riuscite,
sotto l’etichetta del Fronte popolare, ad incanalare e a fermare, almeno
per il momento, il torrente rivoluzionario.
Negli Stati Uniti, l’ondata senza precedenti di scioperi con occupazione
di fabbrica, e la crescita sorprendentemente rapida dei sindacati industriali
(CIO), sono l’espressione indiscutibile dell’aspirazione istintiva degli
operai americani ad innalzarsi al livello del compito imposto loro dalla
storia. Ma anche qui, le organizzazioni politiche dirigenti, compreso
il CIO di recente costituzione, fanno tutto quello che possono per contenere
e paralizzare la pressione rivoluzionaria delle masse.
Il passaggio definitivo dell’Internazionale comunista dalla parte dell’ordine
borghese, il suo ruolo cinicamente controrivoluzionario in tutto il
mondo, ed in particolare modo in Spagna, in Francia, negli Stati Uniti
ed in altri paesi “democratici”, hanno creato delle straordinarie difficoltà
supplementari per il proletariato mondiale: sotto il segno della Rivoluzione
d’Ottobre, la politica conciliatrice dei “Fronti popolari” condanna
la classe operaia all’impotenza e apre il cammino al fascismo.
I “Fronti popolari” da un lato e il fascismo dall’altro: sono queste
le ultime risorse politiche dell’imperialismo nella lotta contro la
rivoluzione proletaria. Sotto il profilo storico, tuttavia, ambedue
sono soltanto dei rimedi temporanei. La decomposizione del capitalismo
prosegue lo stesso sia all’insegna del berretto frigio in Francia che
all’insegna della svastica in Germania. Soltanto il rovesciamento della
borghesia può offrire una via d’uscita.
L’orientamento delle masse è determinato in primo luogo dalle condizioni
obiettive del capitalismo in via di putrefazione, e poi dalla politica
di tradimento delle vecchie organizzazioni operaie. Di questi due fattori
quello decisivo è naturalmente il primo: le leggi della storia sono
più forti degli apparati burocratici. Per diversi che siano i metodi
dei socialtraditori, dalla legislazione sociale di Léon Blum alle montature
giudiziarie di Stalin, non riusciranno mai a spezzare la volontà rivoluzionaria
del proletariato. I loro sforzi disperati per arrestare la ruota della
storia dimostreranno sempre più chiaramente alle masse che la crisi
di direzione del proletariato, diventata crisi della civiltà umana,
può essere risolta unicamente dalla Quarta Internazionale.
Programma minimo e programma
di transizione
Il compito strategico del prossimo periodo—un periodo prerivoluzionario
di agitazione, propaganda e organizzazione—consiste nel superare la
contraddizione tra la maturità delle condizioni rivoluzionarie obiettive
e l’immaturità del proletariato e della sua avanguardia (confusione
e scoramento della vecchia generazione, inesperienza della nuova). Bisogna
aiutare le masse, nel processo della loro lotta quotidiana, a trovare
il ponte tra le loro rivendicazioni attuali e il programma socialista
della rivoluzione. Questo ponte deve includere un sistema di rivendicazioni
transitorie, che partano dalle condizioni odierne e dalla coscienza
odierna di vasti strati della classe operaia e conducano invariabilmente
ad un’unica conclusione finale: la conquista del potere da parte del
proletariato.
La socialdemocrazia classica, che operava in un’epoca di capitalismo
progressivo, aveva diviso il suo programma in due parti indipendenti
l’una dall’altra: il programma minimo, limitato a riforme nel quadro
della società borghese, e il programma massimo, che prometteva la sostituzione
del capitalismo con il socialismo in un futuro imprecisato; tra programma
minimo e programma massimo non c’era alcun ponte. E la socialdemocrazia,
in effetti, non ha bisogno di alcun ponte, perché di socialismo parla
soltanto nei discorsi domenicali.
Il Comintern ha imboccato la via della socialdemocrazia nell’epoca del
capitalismo in putrefazione, quando in generale non si può più parlare
né di riforme sociali sistematiche, né di miglioramento delle condizioni
di vita delle masse quando la borghesia riprende ogni volta con la mano
destra il doppio di ciò che ha concesso con la mano sinistra (tasse,
dazi, inflazione, “deflazione”, carovita, disoccupazione, regolamentazione
poliziesca degli scioperi, ecc.); quando ogni rivendicazione importante
del proletariato, e persino ogni rivendicazione importante della piccola
borghesia, va inevitabilmente oltre i limiti dei rapporti di proprietà
capitalisti e dello stato borghese.
Il compito strategico della Quarta Internazionale consiste non nella
riforma del capitalismo, ma nel suo rovesciamento. Il suo scopo politico
è la conquista del potere da parte del proletariato, al fine di espropriare
la borghesia. Tuttavia, l’attuazione di questo compito strategico è
impensabile senza un attento esame di tutte le questioni tattiche, comprese
quelle minute e parziali. Tutti i settori del proletariato, tutti i
suoi strati, categorie e gruppi devono essere incorporati nel movimento
rivoluzionario. L’epoca attuale si distingue non perché libera il partito
rivoluzionario dal lavoro quotidiano, ma perché permette di portare
avanti questa lotta in un legame indissolubile con gli effettivi compiti
della rivoluzione.
La Quarta Internazionale non lascia da parte il programma delle vecchie
rivendicazioni “minime” nella misura in cui esse hanno conservato perlomeno
parte della loro forza vitale. Difende instancabilmente i diritti democratici
degli operai e le loro conquiste sociali: ma conduce questo lavoro quotidiano
nel quadro dell’effettiva prospettiva giusta, cioè della prospettiva
rivoluzionaria. Nella misura in cui le vecchie rivendicazioni “minime”
delle masse si scontrano con le tendenze distruttive e degradanti del
capitalismo in putrefazione—e questo si verifica ad ogni passo—la Quarta
Internazionale propugna un sistema di rivendicazioni transitorie, la
cui essenza consiste nel rivolgersi sempre più apertamente e risolutamente
contro le fondamenta stesse del regime borghese. Il vecchio programma
minimo è superato dal programma di transizione, il cui compito consiste
in una sistematica mobilitazione delle masse per la rivoluzione proletaria.
Scala
mobile dei salari e scala mobile delle ore di lavoro
Nella situazione del capitalismo in putrefazione, le masse continuano
a vivere la misera vita degli oppressi che, ora più che mai, sono sotto
la minaccia di essere gettati nell’abisso della miseria più nera. Sono
costretti a difendere il loro pezzo di pane, se non possono né aumentarlo
né migliorarlo. Non è né necessario né possibile elencare qui le svariate
rivendicazioni parziali che scaturiscono volta a volta da circostanze
concrete: nazionali, locali, sindacali. Ma di fronte a due calamità
economiche fondamentali, nelle quali si riassume l’assurdità crescente
del sistema capitalista, e cioè la disoccupazione e il carovita, si
richiedono delle parole d’ordine e dei metodi di lotta generalizzati.
La Quarta Internazionale dichiara una guerra spietata alla politica
dei capitalisti, che in buona misura è anche quella dei loro agenti,
i riformisti, e che consiste nel far ricadere sui lavoratori tutto i
peso del militarismo, della crisi, della disorganizzazione dei sistemi
monetari, e di tutti gli altri flagelli prodotti dall’agonia del capitalismo.
La Quarta Internazionale esige lavoro e condizioni di vita dignitose
per tutti.
Né l’inflazione monetaria, né la stabilizzazione possono servire da
parole d’ordine per il proletariato, dato che sono due facce della stessa
medaglia. Contro il carovita galoppante, che assumerà un carattere sempre
più sfrenato con l’avvicinarsi della guerra, si può lottare soltanto
con la parola d’ordine della scala mobile dei salari. Questo significa
che i contratti collettivi devono garantire l’aumento automatico dei
salari in rapporto all’aumento dei prezzi dei generi di consumo.
Sotto la minaccia della propria disintegrazione, il proletariato non
può tollerare la trasformazione di un settore crescente d: operai in
disoccupati cronici, in poveri che campano con le briciole di una società
in decomposizione. Il diritto al lavoro è il solo diritto serio rimasto
all’operaio in una società basata sullo sfruttamento: eppure questo
diritto gli viene tolto ad ogni momento. Contro la disoccupazione, sia
“strutturale" che “congiunturale”, e ora di lanciare, insieme alla parola
d’ordine di lavori pubblici, la parola d’ordine della scala mobile delle
ore di lavoro. I sindacati e le altre organizzazioni di massa devono
legare occupati e disoccupati con reciproci impegni di solidarietà.
In questo modo tutto il lavoro disponibile sarebbe diviso fra tutti
gli operai in base alla durata della settimana lavorativa. Il salario
medio dell’operaio resterebbe quello della vecchia settimana lavorativa.
Il salario, con un minimo rigorosamente garantito, seguirebbe il movimento
dei prezzi. Non si può accettare nessun altro programma per l’attuale
periodo catastrofico.
I padroni e i loro avvocati difensori dimostreranno l"’irrealizzabilità"
di tali rivendicazioni. I capitalisti più piccoli, specie quelli in
rovina, tireranno in ballo i loro bilanci. Ma gli operai denunciano
categoricamente questi argomenti e queste invocazioni. Non si tratta
di un “normale” conflitto di interessi materiali contrapposti: si tratta
di salvare il proletariato dalla decadenza, dalla demoralizzazione e
dalla rovina è una questione di vita o di morte per l’unica classe creatrice
e progressiva, e di conseguenza per l’avvenire dell’umanità. Se il capitalismo
è incapace di soddisfare le rivendicazioni che scaturiscono inevitabilmente
dalle calamità che esso genera, che muoia! La “realizzabilità” o “irrealizzabilità"
in questo caso e una questione di rapporti di forza che si può decidere
soltanto con la lotta. Per mezzo di questa lotta, e indipendentemente
dai suoi successi pratici immediati, gli operai comprenderanno meglio
la necessità di liquidare la schiavitù capitalista.
I
sindacati nell’epoca di transizione
Nella lotta per rivendicazioni parziali e transitorie, gli operai hanno
bisogno più che mai di organizzazioni di massa, in primo luogo dei sindacati.
La poderosa ascesa della sindacalizzazione in Francia e negli Stati
Uniti è la migliore risposta ai sermoni di quei dottrinari estremisti,
i quali andavano predicando che i sindacati “ormai non servono più a
niente”.
I bolscevico-leninisti si trovano in prima fila in tutte le forme di
lotta, anche quando si tratta solo dei più modesti interessi materiali
o diritti democratici della classe operaia; partecipano attivamente
alla vita dei sindacati di massa, al fine di rafforzarli e di elevarne
la combattività. Lottano incessantemente contro tutti i tentativi di
subordinare i sindacati allo Stato borghese e di legare il proletariato
mediante l’"arbitrato obbligatorio" e ogni altro tipo di guardianaggio
poliziesco, non solo fascista ma anche “democratico”. Solo sulla base
di questo lavoro in seno ai sindacati, e possibile lottare con successo
contro i riformisti, compresi gli elementi della burocrazia stalinista.
I tentativi settari di mettere in piedi o di preservare dei piccoli
sindacati “rivoluzionari”, come doppioni del partito, significano, in
effetti, la rinuncia alla lotta per la direzione della classe operaia.
Occorre affermare un principio incrollabile: l’autoisolamento di tipo
capitolardo all’esterno dei sindacati di massa, che equivale a tradire
la rivoluzione, è incompatibile con l’appartenenza alla Quarta Internazionale.
Al tempo stesso la Quarta Internazionale respinge e condanna risolutamente
la feticizzazione dei sindacati, caratteristica sia dei tradeunionisti
sia dei sindacalisti:
A) I sindacati non hanno, e dati i loro compiti, la loro composizione
e la natura del loro reclutamento, non possono avere un programma rivoluzionario
compiuto; di conseguenza non possono sostituire il partito. La costruzione
di partiti rivoluzionari nazionali come sezioni della Quarta Internazionale
il compito centrale dell’epoca di transizione.
B) I sindacati, anche i più forti, non includono più del venti-venticinque
per cento della classe operaia, e per di più si tratta in modo predominante
dei settori più qualificati e meglio pagati; la maggioranza più oppressa
della classe operaia viene portata alla lotta solo episodicamente, in
periodi di ascesa eccezionale del movimento operaio; in tali momenti
e necessario creare organizzazioni specifiche che includano tutte le
masse in lotta: comitati di sciopero, comitati di fabbrica, e infine
soviet.
C) In quanto organizzazioni rappresentative degli strati superiori del
proletariato, i sindacati—come e documentato da tutta l’esperienza storica,
compresa quella recentissima dei sindacati anarco-sindacalisti spagnoli
- hanno sviluppato forti tendenze alla conciliazione con il regime democratico
borghese. In periodi di aspra lotta di classe, gli apparati dirigenti
sindacali si sforzano di padroneggiare il movimento di massa per neutralizzarlo;
questo accade già in occasione di semplici scioperi, e specialmente
se si tratta di massicci scioperi con occupazione di fabbrica, che scuotono
il principio della proprietà borghese. In tempo di guerra o di rivoluzione,
quando la situazione diventa particolarmente difficile per la borghesia,
i dirigenti sindacali diventano di solito ministri borghesi.
Per questo le sezioni della Quarta Internazionale devono impegnarsi
costantemente non soltanto a rinnovare i vertici sindacali proponendo
con audacia e con decisione nei momenti critici di mettere dei nuovi
dirigenti combattivi al posto dei funzionari routinari e dei carrieristi,
ma devono anche impegnarsi a creare, in tutti i casi in cui ciò sia
possibile, delle organizzazioni combatti ve indipendenti, rispondenti
meglio alle esigenze della lotta di massa contro la società borghese;
e senza indietreggiare nemmeno, se necessario, davanti ad una rottura
aperta con l’apparato conservatore dei sindacati. Se è un crimine il
volgere le spalle alle organizzazioni di massa per alimentare delle
finzioni settarie, non lo e meno il tollerare passivamente la subordinazione
del movimento rivoluzionario di massa al controllo delle cricche burocratiche,
sia di quelle apertamente reazionarie sia di quelle conservatrici mascherate
da “progressiste”. I sindacati non sono un fine in sé, ma soltanto strumenti
nel cammino verso la rivoluzione proletaria.
Comitati di fabbrica
In un’epoca di transizione, il movimento operaio non ha un
carattere regolare e uniforme, bensì; febbrile e esplosivo. Le parole
d’ordine, così; come le forme organizzative, devono essere subordinate
alle indicazioni del movimento. Evitando il routinismo come la peste,
la direzione deve rispondere con sensibilità all’iniziativa delle masse.
Gli scioperi con occupazione di fabbrica—una delle manifestazioni più
recenti di questo tipo di iniziative—travalicano i limiti del “normale"
funzionamento capitalista; indipendentemente dalle rivendicazioni degli
scioperanti, la temporanea presa delle fabbriche infligge un colpo all’idolo
della proprietà capitalista; ogni sciopero con occupazione di fabbrica
pone in modo pratico il problema di chi sia il padrone in fabbrica:
il capitalista o gli operai?
Se lo sciopero con occupazione di fabbrica pone questo problema episodicamente,
il comitato di fabbrica gliene da un’espressione organizzata; il comitato
di fabbrica, eletto da tutti i lavoratori della fabbrica, crea immediatamente
un contrappeso all’arbitrio dell’amministrazione.
Alle critiche rivolte dai riformisti ai padroni di vecchio stampo, i
cosiddetti “padroni per diritto divino” come Ford, per distinguerli
dagli sfruttatori “buoni” e “democratici”, noi contrapponiamo la parola
d’ordine dei comitati di fabbrica quali centri di lotta tanto contro
i primi quanto contro i secondi.
I burocrati sindacali di regola si opporranno alla formazione di comitati
di fabbrica, come si oppongono ad ogni passo audace sulla via della
mobilitazione di massa.
Tuttavia sarà tanto più facile vincere la loro opposizione, quanto più
grande sia l’ampiezza del movimento. Nei casi in cui gli operai di una
fabbrica in periodi “calmi” siano già tutti membri dei sindacati (closed
shop), il comitato coinciderà formalmente con l’organismo sindacale,
ma ne rinnoverà la composizione e ne amplierà le funzioni. Tuttavia,
il valore principale dei comitati è il loro divenire lo stato maggiore
di quei settori operai che in genere i sindacati non sono in grado di
mobilitare; ed a proprio da questi settori più oppressi che verranno
fuori i distaccamenti più fedeli alla rivoluzione.
Dal momento in cui si costituisce il comitato, in fabbrica s’instaura
di fatto un dualismo di poteri: per la sua stessa natura, ciò rappresenta
una situazione transitoria perché racchiude in sé due regimi irriconciliabili,
quello capitalista e quello proletario. L’importanza fondamentale dei
comitati di fabbrica consiste proprio nel fatto che aprono le porte
ad un periodo che se non è direttamente rivoluzionario, è quanto meno
prerivoluzionario: fra il regime borghese e il regime proletario. La
propaganda per i comitati di fabbrica non è né prematura né artificiosa:
lo dimostra ampiamente l’ondata di occupazioni di fabbrica scatenatasi
in vari paesi; nuove ondate di questo tipo sono inevitabili nell’immediato
futuro, ed è necessario intraprendere una campagna tempestiva in favore
dei comitati di fabbrica per non farsi cogliere alla sprovvista.
Il
“segreto commerciale” e il controllo operaio sull’industria
Il capitalismo liberista, basato sulla concorrenza e sulla libertà di
commercio, è ormai superato; il capitalismo monopolistico che gli è
subentrato, non solo non ha ridotto l’anarchia mercantile, ma al contrario
le ha conferito un carattere particolarmente convulso. La necessità
di un “controllo” sull’economia, di una “direzione” statale, di una
“pianificazione” adesso è riconosciuta a parole da quasi tutte le correnti
di pensiero borghesi e piccolo borghesi, dal fascismo alla socialdemocrazia.
Per i fascisti si tratta soprattutto di un saccheggio “pianificato”
del popolo a fini militari. I socialdemocratici cercano di vuotare l’oceano
dell’anarchia col cucchiaio di una “pianificazione” burocratica. Gli
ingegneri e i professori redigono articoli sulla “tecnocrazia” I governi
democratici nei loro timidi tentativi di “regolamentazione”, cozzano
contro il sabotaggio insormontabile del gran capitale.
Il vero rapporto tra sfruttatori e “controllori” democratici trova la
sua migliore espressione nel fatto che i signori “riformatori” si fermano
colti da sacra emozione sulla soglia dei monopoli, coi loro “segreti”
industriali e commerciali; qui regna il principio della “non interferenza”
negli affari: i conti tra il singolo capitalista e la società rappresentano
un segreto del capitalista; la società non c’entra. Il “segreto” commerciale
è ancora giustificato, come all’epoca del liberismo, in base alle esigenze
della libera “concorrenza”. In realtà, i monopoli non hanno segreti
gli uni per gli altri: il segreto commerciale, nell’epoca odierna, è
un complotto permanente del capitalismo monopolistico contro la società.
I progetti di limitare l’autocrazia dei “re dell’economia” restano patetiche
farse finché i proprietari privati dei mezzi sociali di produzione possono
nascondere ai produttori ed ai consumatori le macchinazioni dello sfruttamento,
della rapina e della frode. L’abolizione del “segreto commerciale" è
il primo passo verso un effettivo controllo dell’industria.
Gli operai non hanno meno diritti dei capitalisti a conoscere i “segreti"
della fabbrica, del monopolio, del settore industriale e dell’intera
economia nazionale. In primo luogo e soprattutto bisogna mettere sotto
una lente d’ingrandimento le banche, l’industria pesante e i trasporti
centralizzati.
I compiti immediati del controllo operaio consistono nel determinare
il dare e l’avere della società, a cominciare dalle singole aziende;
nello stabilire la parte effetti va di reddito nazionale di cui si appropriano
i singoli capitalisti e tutti gli sfruttatori nel loro insieme; nel
mettere a nudo le truffe e gli intrighi attuati dietro le quinte dalle
banche e dai monopoli; infine, nel rivelare a tutti i membri della società
lo spaventoso sperpero di lavoro umano che risulta dall’anarchia capitalista
e dalla caccia al profitto puro e semplice.
Nessun funzionario dello Stato borghese può portare a termine questo
compito, per quanto grande sia l’autorità di cui lo si voglia investire:
il mondo intero ha costatato l’impotenza del presidente Roosevelt e
del presidente del consiglio Léon Blum dinanzi al complotto delle "sessanta”
o delle “duecento” famiglie, nelle loro rispettive nazioni. Per spezzare
la resistenza degli sfruttatori, ci vuole la pressione di massa del
proletariato. Soltanto i comitati di fabbrica possono garantire un vero
controllo sulla produzione, ricorrendo—ma come consiglieri e non come
"tecnocrati"—agli specialisti onesti e legati al popolo: contabili,
statistici, ingegneri, scienziati, ecc.
La lotta contro la disoccupazione non si può prendere in considerazione
senza fare un piano per l’organizzazione vasta e audace di opere pubbliche;
ma queste opere pubbliche possono avere un’importanza duratura e progressista
per la società, come per gli stessi disoccupati, solo se rientrano in
un piano generale, concepito per diversi anni. Nell’ambito di tale piano,
gli operai devono rivendicare la ripresa del lavoro, sotto forma di
servizi pubblici, nelle aziende private chiuse in seguito alla crisi:
in tali casi, il controllo operaio sarà costituito dalla gestione operaia
diretta.
L’elaborazione dal punto di vista degli interessi degli sfruttati, e
non di quelli degli sfruttatori, di un piano economico, anche del più
elementare, è impossibile senza controllo operaio, vale a dire senza
che l’occhio degli operai penetri in tutti i meccanismi, visibili e
nascosti, dell’economia capitalista. I comitati delle singole fabbriche
devono riunirsi in conferenze per eleggere i comitati di grande gruppo,
di ramo industriale, di regione economica e infine dell’industria nazionale
nel suo insieme. Così; il controllo diventa una scuola di economia pianificata:
in base all’esperienza del controllo il proletariato si preparerà alla
gestione diretta dell’industria nazionalizzata, quando giunga il momento
di farlo.
A quei capitalisti, in genere piccoli e medi, che a volte prendono l’iniziativa
e si dichiarano disposti ad aprire davanti agli operai i propri libri
mastri —di solito per dimostrare la necessità di ridurre i salari—gli
operai rispondono di non essere interessati alla contabilità di singoli
falliti o semi-falliti, ma alla contabilità di tutti gli sfruttatori
nel loro insieme. Gli operai non possono né vogliono adattare il proprio
tenore di vita alle necessità dei singoli capitalisti, caduti vittime
del loro stesso regime. Il compito è riorganizzare l’intero sistema
di produzione e di distribuzione secondo criteri superiori e più razionali.
Se l’abolizione del segreto commerciale è una condizione necessaria
per il controllo operaio, il controllo stesso rappresenta il primo passo
sulla via che conduce alla direzione socialista dell’economia.
Espropriazione
di particolari gruppi di capitalisti
Il programma socialista dell’espropriazione, ossia il rovesciamento
politico della borghesia e la liquidazione del suo dominio economico,
non deve impedirci in alcun caso di portare avanti nell’attuale periodo
di transizione, quando l’occasione lo esiga, la richiesta dell’espropriazione
di alcuni settori industriali chiave, vitali per l’esistenza del paese,
o dei gruppi più parassitari della borghesia.
Per questo, in risposta alle patetiche geremiadi dei gentiluomini democratici
sulla dittatura delle “sessanta famiglie” negli Stati Uniti o delle
“duecento famiglie” in Francia, noi contrapponiamo la rivendicazione
dell’espropriazione di questi sessanta o duecento signori feudali capitalisti.
Allo stesso modo, rivendichiamo l’espropriazione delle corporazioni
che detengono il monopolio dell’industria bellica, delle ferrovie, delle
fonti più importanti di materie prime, ecc.
La differenza tra queste rivendicazioni e la parola d’ordine riformista
e vaga della “nazionalizzazione”, si manifesta nei seguenti punti:
1. Noi respingiamo l’indennizzo;
2. Noi mettiamo in guardia le masse contro i ciarlatani del Fronte popolare
che, pur invocando la nazionalizzazione a parole, nei fatti restano
degli agenti del capitale;
3. Noi facciamo appello alle masse perché contino esclusivamente sulla
propria forza rivoluzionaria;
4. Noi leghiamo la questione dell’espropriazione a quella della presa
del potere da parte degli operai e dei contadini.
La necessità di lanciare la parola d’ordire dell’espropriazione nel
corso dell’agitazione quotidiana in modo parziale, e non soltanto sul
piano propagandistico generale, è imposta dal fatto che i vari rami
dell’industria si trovano a livelli di sviluppo diversi, occupano un
posto diverso nella vita della società e passano attraverso stadi diversi
della lotta di classe. Soltanto un’ascesa rivoluzionaria generale del
proletariato può porre all’ordine del giorno la completa espropriazione
della borghesia: è compito delle rivendicazioni transitorie preparare
il proletariato a risolvere tale problema.
L’espropriazione
delle banche private e la statalizzazione del sistema creditizio
L’imperialismo significa il dominio del capitale finanziario. A fianco
dei grandi gruppi industriali e dei cartelli, e molto spesso al di sopra
di questi, le banche concentrano nelle loro mani il comando effettivo
dell’economia. Nella loro struttura le banche esprimono in forma concentrata
la struttura complessiva del capitalismo moderno: associano le tendenze
del monopolio a quelle dell’anarchia. Organizzano miracoli tecnologici,
aziende gigantesche, cartelli potenti; e organizzano anche il carovita,
le crisi e la disoccupazione. è impossibile fare un effettivo passo
in avanti nella lotta contro l’arbitrio dei monopoli e contro l’anarchia
capitalista, che si completano a vicenda nella loro opera distruttiva,
se si lasciano le leve di comando delle banche nelle mani dei predoni
capitalisti. Per creare un sistema unificato di investimenti e di crediti,
in base ad un piano razionale e corrispondente agli interessi di tutto
il popolo, bisogna fondere tutte le banche in un unico istituto nazionale.
Soltanto l’esproprio delle banche private e la concentrazione dell’intero
sistema creditizio nelle mani dello Stato forniranno a quest’ultimo
i mezzi necessari, vale a dire le effettive risorse materiali (non soltanto
la cartaccia e le procedure burocratiche) per la pianificazione economica.
L’esproprio delle banche non comporta in alcun caso l’esproprio dei
depositi bancari: anzi, la banca statale unica potrà creare condizioni
più favorevoli per i titolari di piccoli depositi di quanto non facciano
le banche private. Analogamente, soltanto la banca di Stato può stabilire
delle favorevoli condizioni creditizie, cioè crediti a basso costo,
per i contadini, gli artigiani, piccoli commercianti. Ancora più importante
è però il fatto che l’intera economia, e in primo luogo la grande industria
e i trasporti, diretta da uno stato maggiore finanziario unico, servirà
gli interessi vitali degli operai e di tutti gli altri lavoratori.
Tuttavia il passaggio delle banche nelle mani dello Stato darà questi
risultati favorevoli soltanto se lo stesso potere statale passa totalmente
dalle mani degli sfruttatori nelle mani dei lavoratori.
Picchetti
di sciopero - gruppi di autodifesa—milizie operaie—l’armamento del proletariato
Gli scioperi con occupazione di fabbrica
sono un serio avvertimento che le masse rivolgono non soltanto alla borghesia,
ma anche alle organizzazioni operaie, compresa la Quarta Internazionale.
Nel 1919-1920, gli operai italiani occuparono le fabbriche di propria
iniziativa, segnalando in tal modo ai loro “capi” l’arrivo della rivoluzione
sociale; i “capi” non tennero conto del segnale; risultato: la vittoria
del fascismo.
Gli scioperi con occupazione di fabbrica non corrispondono ancora alla
presa delle fabbriche “all’italiana”, ma costituiscono un passo decisivo
in questa direzione. La crisi attuale può acuire in modo estremo la lotta
di classe e avvicinare il momento decisivo; ma questo non significa che
una situazione rivoluzionaria si presenti di colpo: in realtà, il suo
avvicinarsi è contrassegnato da una serie ininterrotta di convulsioni,
una delle cui forme è appunto l’ondata di scioperi con occupazione di
fabbrica. Il problema per le sezioni della Quarta Internazionale consiste
nell’aiutare l’avanguardia proletaria a comprendere il carattere generale
e il ritmo di sviluppo della nostra epoca, e nel fecondare tempestivamente
la lotta delle masse con misure organizzative sempre più decise e corrispondenti
alle esigenze dello scontro.
L’inasprimento della lotta proletaria significa l’inasprimento dei metodi
di contrattacco da parte del capitale. Le nuove ondate di scioperi con
occupazione di fabbrica possono provocare, e indubbiamente provocheranno,
delle contromisure drastiche da parte della borghesia. Nell’ambito degli
stati maggiori segreti dei grandi monopoli si sta già facendo un lavoro
preparatorio in tal senso. Guai alle organizzazioni rivoluzionarie, guai
al proletariato, se si lasciano prendere di nuovo alla sprovvista!
In nessun paese la borghesia si accontenta della polizia regolare e dell’esercito.
Negli Stati Uniti, anche in periodi di “calma”, la borghesia mantiene
squadre militarizzate di crumiri, e bande armate private in fabbrica.
A questi si aggiungono ora vari gruppi di nazisti americani. La borghesia
francese, al primo segno di pericolo, ha mobilitato le squadre fasciste
semilegali ed illegali, comprese quelle inserite nell’esercito. Non appena
la pressione degli operai inglesi si farà di nuovo forte, le bande fasciste
saranno immediatamente raddoppiate, triplicate, decuplicate per marciare
nel sangue degli operai. La borghesia è perfettamente conscia del fatto
che nell’epoca attuale la lotta di classe tende irresistibilmente a trasformarsi
in guerra civile. Gli esempi di Italia, Germania, Austria, Spagna e di
altri paesi hanno insegnato molto di più ai magnati e ai lacchè del capitale
che non ai capi ufficiali del proletariato.
I politicanti della Seconda e della Terza Internazionale, così; come i
burocrati dei sindacati, chiudono coscientemente gli occhi dinanzi all’esercito
privato della borghesia; in caso contrario non potrebbero mantenere per
altre ventiquattro ore la loro alleanza con la borghesia. I riformisti
inculcano sistematicamente nella testa degli operai l’idea che la sacrosanta
democrazia è garantita nel migliore dei modi quando la borghesia è armata
fino ai denti e gli operai sono disarmati.
Il dovere della Quarta Internazionale è farla finita, una volta per tutte,
con questa politica servile. I democratici piccolo-borghesi, compresi
socialdemocratici, stalinisti ed anarchici, tanto più parlano ad alta
voce di lotta contro il fascismo, quanto più nei fatti capitolano vigliaccamente
dinanzi al fascismo. Soltanto dei distaccamenti di operai armati, che
sentano dietro di sé l’appoggio di decine di milioni di lavoratori, possono
sconfiggere le bande fasciste. La lotta contro il fascismo non comincia
nella redazione di un giornale “progressista” ma in fabbrica; e si conclude
per le strade. I crumiri e i guardioni in fabbrica sono i nuclei fondamentali
dell’esercito fascista; i picchetti di sciopero sono i nuclei fondamentali
dell’armata proletaria. Il nostro punto di partenza è questo. In occasione
di ogni sciopero e di ogni manifestazione è assolutamente necessario propagare
la necessità di costituire dei gruppi operai di autodifesa. Questa parola
d’ordine deve essere inserita nel programma dell’ala rivoluzionaria dei
sindacati. Dovunque sia possibile, è imperativo organizzare dei gruppi
di autodifesa, a cominciare dalle organizzazioni giovanili, farli esercitare
ed addestrarli all’uso delle armi.
Una nuova ascesa del movimento di massa deve servire non soltanto ad aumentare
il numero di queste unità, ma anche ad unirle, quartiere per quartiere,
città per città, regione per regione. Bisogna dare un’espressione organizzata
al sano odio degli operai per i crumiri e le bande di gangster e di fascisti.
Bisogna portare avanti la parola d’ordine delle milizie operaie, come
unica seria garanzia dell’inviolabilità delle organizzazioni, delle riunioni
e della stampa operaie.
Soltanto grazie ad un lavoro di agitazione e di propaganda sistematico,
persistente, instancabile e coraggioso, sempre basato sull’esperienza
delle masse stesse, si possono estirpare dalla coscienza delle masse le
tradizioni di subordinazione e di passività; si possono formare distaccamenti
di combattenti eroici, capaci di dare un esempio a tutti lavoratori; si
possono infliggere tutta una serie di sconfitte tattiche agli agenti armati
della controrivoluzione; si può aumentare la fiducia in se stessi degli
sfruttati e degli oppressi; si può discreditare il fascismo agli occhi
della piccola borghesia ed aprire la via alla conquista del potere da
parte del proletariato.
Engels definiva lo Stato come “distaccamenti di uomini armati”. L’armamento
del proletariato è un elemento costitutivo indispensabile della sua lotta
di emancipazione.
Quando il proletariato lo vorrà troverà i modi e i mezzi per armarsi.
Anche in questo campo la direzione ricade naturalmente sulle sezioni della
Quarta Internazionale.
L’alleanza
tra operai e contadini
Nelle campagne l’operaio agricolo (bracciante) rappresenta il fratello
d’arme e l’equivalente dell’operaio: sono due settori di una stessa
classe. I loro interessi sono inseparabili: il programma di rivendicazioni
transitorie degli operai industriali, con al cune modifiche, è anche
il programma del proletariato agricolo.
I contadini (proprietari-lavoratori) costituiscono un’altra classe:
sono la piccola borghesia delle campagne. La piccola borghesia è composta
di strati diversificati, dai semiproletari fino agli sfruttatori. Quindi,
il compito politico del proletariato industriale è portare la lotta
di classe nelle campagne: soltanto in questo modo potrà tracciare una
linea divisoria tra i suoi alleati ed i suoi nemici.
Le peculiarità dello sviluppo nazionale di ogni paese trovano la loro
espressione più curiosa nella situazione dei contadini, e in parte della
piccola borghesia urbana (artigiani e commercianti), perché queste classi,
per quanto numerose siano, rappresentano in sostanza la sopravvivenza
di forme di produzione precapitalistiche. Le sezioni della Quarta Internazionale
devono elaborare con la massima concretezza possibile un programma di
rivendicazioni transitorie per i contadini (proprietari-lavoratori)
e per la piccola borghesia urbana, in base alle condizioni dei singoli
paesi. Gli operai avanzati devono imparare a dare risposte chiare e
concrete alle domande poste loro dai futuri alleati.
Fino a quando il contadino resta un piccolo produttore “indipendente”
ha bisogno di crediti a basso costo, di macchinari agricoli e di concimi
a prezzi accessibili, di condizioni di trasporto favorevoli e di un’onesta
organizzazione dalla distribuzione del prodotti agricoli. Ma le banche,
i monopoli, i commercianti, tutti derubano i contadini in tutti i modi.
Soltanto i contadini stessi, con l’aiuto degli operai, possono eliminare
queste ruberie. Devono formarsi a livello nazionale, dei comitati di
piccoli contadini, i quali, insieme coi comitati operai e coi comitati
di impiegati di banca, devono prendere in mano il controllo del trasporto,
del credito e del commercio in relazione all’agricoltura.
Tirando in ballo in modo mistificatorio le richieste “eccessive” degli
operai, la grande borghesia trasforma artificialmente la questione dei
prezzi dei beni di consumo in un cuneo da inserire tra gli operai e
contadini, e tra gli operai e la piccola borghesia urbana. Il contadino,
l’artigiano e il piccolo commerciante, a differenza dell’operaio, dell’impiegato
e del dipendente statale e comunale, non possono rivendicare un aumento
salariale corrispondente all’aumento dei prezzi. La lotta governativa
ufficiale contro il carovita serve soltanto ad ingannare le masse. Ma
i contadini, gli artigiani, i commercianti, in quanto consumatori, devono
intervenire attivamente, al fianco degli operai, nella politica di fissazione
dei prezzi. Alle lamentele dei capitalisti sui costi di produzione,
di trasporto e di distribuzione, i consumatori risponderanno: “Fateci
vedere i libri contabili: vogliamo controllare la fissazione dei prezzi”.
Gli organi di questo controllo devono essere dei comitati di sorveglianza
dei prezzi, formati da delegati rappresentanti le fabbriche, sindacati,
le cooperative, le organizzazioni contadine, la "povera gente” delle
città, le casalinghe, ecc. In questo modo gli operai potranno provare
ai contadini che la causa dei prezzi elevati non sono gli alti salari,
ma i profitti esorbitanti dei capitalisti e le spese complessive risultanti
dall’anarchia capitalista.
Il programma della nazionalizzazione del suolo e della collettivizzazione
dell’agricoltura va formulato in modo da escludere radicalmente l’idea
dell’esproprio e della collettivizzazione forzosa dei piccoli contadini.
Il contadino resterà proprietario del suo pezzo di terra fino a quando
lo riterrà possibile o necessario. Per riabilitare il programma socialista
agli occhi dei contadini, bisogna denunciare implacabilmente i metodi
stalinisti di collettivizzazione, dettati dagli interessi della burocrazia
e non dagli interessi dei contadini o degli operai.
L’espropriazione degli espropriatori non significa nemmeno la confisca
con la forza delle proprietà dei piccoli artigiani e dei piccoli bottegai.
Al contrario, il controllo operaio sulle banche e sui monopoli, e a
maggior ragione la nazionalizzazione di questi enti, può creare per
la piccola borghesia urbana condizioni di credito e di compravendita
incomparabilmente più favorevoli di quelle esistenti sotto il dominio
incontrastato dei monopoli. La dipendenza nei confronti del capitale
sarà sostituita dalla dipendenza dallo Stato, e quest’ultimo presterà
tanta più attenzione alle esigenze dei suoi piccoli collaboratori ed
agenti, quanto più saldamente i lavoratori stessi terranno lo Stato
nelle proprie mani.
La partecipazione pratica dei contadini sfruttati al controllo dei vari
settori dell’economia permetterà loro di decidere da sé se valga la
pena di passare all’usufrutto collettivo della terra, con quali scadenze
e su che scala. Gli operai industriali devono considerarsi vincolati
ad offrire ai contadini tutta la loro collaborazione: mediante i sindacati,
i comitati di fabbrica e, soprattutto, per mezzo del governo operaio
e contadino.
L’alleanza proposta dal proletariato, non ai “ceti medi” in generale,
ma ai settori sfruttati della piccola borghesia urbana e rurale, contro
tutti gli sfruttatori, compresi gli sfruttatori facenti parte dei “ceti
medi”, non si può fondare sulla costrizione, bensì; solo su un accordo
volontario, che deve essere consolidato in un “patto” speciale. Questo
“patto" è il programma di rivendicazioni transitorie liberamente accettato
da entrambe le parti.
La lotta contro l’imperialismo
e contro la guerra
Tutta la situazione mondiale, e quindi anche la vita politica dei singoli
paesi, si trova sotto la minaccia della guerra mondiale, la catastrofe
imminente suscita fin d’ora angoscia tra le più grandi masse dell’umanità.
La Seconda Internazionale ripete la sua politica di tradimento del 1914,
con tanta più sicurezza in quanto oggi il Comintern è il primo violino
dello sciovinismo. Fin da quando il pericolo di guerra si è concretizzato,
gli stalinisti si sono eretti a paladini in della sedicente “difesa
nazionale”, superando di gran lunga i pacifisti borghesi e piccolo borghesi.
Non fanno eccezione che per i paesi fascisti, quelli cioè in cui non
hanno alcun ruolo. La lotta rivoluzionaria contro la guerra ricade quindi
completamente sulle spalle della Quarta Internazionale.
La politica dei bolscevico-leninisti su tale questione è stata formulata
nelle tesi programmatiche del Segretariato Internazionale ("La guerra
e la Quarta Internazionale” 1934), che ancor oggi conservano tutto il
loro valore. Il successo del partito rivoluzionario nel prossimo periodo
dipenderà anzitutto dalla sua politica dinanzi alla questione della
guerra. Una politica corretta si compone di due elementi: un atteggiamento
intransigente verso l’imperialismo e le sue guerre, e la capacità di
fondare il proprio programma sull’esperienza delle masse stesse.
Nella questione della guerra, più che in qualsiasi altra, la borghesia
e i suoi agenti ingannano il popolo con astrazioni, con formule generali
e con frasi patetiche quali “neutralità”, “sicurezza collettiva”, "armamento
per la difesa della pace”, “difesa nazionale”, “lotta antifascista”,
ecc. In definitiva, tutte queste formule si riducono al fatto che la
questione della guerra, ossia il destino del popolo, deve restare nelle
mani degli imperialisti, dei loro governi, della loro diplomazia, dei
loro generali, con tutti i loro intrighi e complotti contro i popoli.
La Quarta Internazionale respinge con ripugnanza tutte queste astrazioni,
che svolgono nel campo democratico la stessa funzione che svolgono nel
campo fascista le parole “onore” e “sangue” e “razza”. Ma non basta
la ripugnanza: bisogna aiutare le masse a scoprire l’essenza di tali
astrazioni fraudolente, mediante criteri, parole d’ordine e rivendicazioni
verificabili.
“Disarmo"? Ma tutto sta a determinare chi disarmerà e chi sarà disarmato.
Il solo disarmo capace di prevenire o di arrestare la guerra e il disarmo
della borghesia da parte degli operai; ma per disarmare la borghesia
gli operai si devono armare.
“Neutralità"? Ma il proletariato non è per niente neutrale in una guerra
tra il Giappone e la Cina, o tra la Germania e l’URSS. “Ciò significa
quindi difesa della Cina o dell’URSS?” Naturalmente! Ma non mediante
gli imperialisti, che strangoleranno tanto la Cina quanto URSS.
“Difesa della patria"? Ma con questa astrazione la borghesia intende
la difesa dei suoi profitti e delle sue rapine. Siamo disposti a difendere
la patria contro i capitalisti stranieri, se come prima cosa mettiamo
fuori combattimento i nostri stessi capitalisti e impediamo loro di
attaccare la patria di altri; se gli operai e i contadini diventano
gli autentici padroni del nostro paese; se le ricchezze nazionali passano
dalle mani di un’infima minoranza nelle mani del popolo; se l’esercito
cessa di essere uno strumento degli sfruttatori e si trasforma in uno
strumento degli sfruttati.
Bisogna saper tradurre queste idee fondamentali in idee più specifiche
e concrete, a seconda del corso degli eventi e dell’orientamento dello
stato d’animo delle masse. Inoltre bisogna distinguere rigorosamente
il pacifismo del diplomatico, del professore, del giornalista, da quello
del falegname, del bracciante, della lavandaia: nel primo caso il pacifismo
è una copertura dell’imperialismo; nel secondo è un’espressione confusa
di diffidenza nei confronti dell’imperialismo.
Quando il piccolo contadino o l’operaio parlano di difesa della patria,
intendono la difesa della propria casa, della famiglia propria ed altrui
dall’invasione, dai bombardamenti e dai gas asfissianti. Il capitalista
e il suo giornalista intendono per difesa della patria la conquista
di colonie e di mercati, l’ampliamento con la rapina della quota “nazionale”
del reddito mondiale. Il pacifismo e il patriottismo borghesi sono del
tutto falsi. Nel pacifismo, e perfino nel patriottismo degli oppressi
ci sono elementi che riflettono da un lato l’odio contro la guerra distruttrice,
dall’altro un attaccamento a quello che ritengono il proprio bene; bisogna
saper cogliere questi elementi per trarne le conclusioni necessarie.
Bisogna saper contrapporre tra loro queste due varietà di pacifismo
e di patriottismo.
A partire da queste considerazioni, la Quarta Internazionale appoggia
ogni rivendicazione, anche se insufficiente, che sia suscettibile di
trascinare le masse in una qualche misura nella politica attiva, di
risvegliarne la critica e di rafforzarne il controllo sulle macchinazioni
della borghesia.
Da questo punto di vista, ad esempio, la nostra sezione americana dà
un appoggio critico alla proposta di indire un referendum circa la dichiarazione
di guerra. Beninteso, nessuna riforma democratica può impedire di per
sé ai governanti di provocare la guerra, quando lo vogliano: questo
bisogna dirlo esplicitamente. Ma quali che siano le illusioni delle
masse rispetto al referendum proposto, il loro appoggio riflette la
diffidenza degli operai e del contadini nei confronti del governo e
del parlamento borghesi. Senza con questo sostenere queste illusioni,
o rinunciare a criticarle, è necessario appoggiare con tutte le nostre
forze la diffidenza, che ha un carattere progressista, degli oppressi
nei confronti degli oppressori. Più si svilupperà il movimento per il
referendum, e più rapidamente se ne separeranno i pacifisti borghesi,
più completamente saranno discreditati i traditori del Comintern, e
tanto più viva diventerà la diffidenza dei lavoratori nei confronti
degli imperialisti.
Da questo stesso punto di vista bisogna portare avanti la rivendicazione
del diritto di voto a 18 anni per uomini e donne. Colui che domani sarà
chiamato a morire per la patria deve avere il diritto di far sentire
oggi la propria voce. La lotta contro la guerra deve cominciare anzitutto
con la mobilitazione rivoluzionaria dei giovani.
Bisogna fare piena luce, in tutti i suoi aspetti, sul problema della
guerra, tenendo conto del modo in cui tale problema si pone di fronte
alle masse in ogni dato momento.
La guerra è una gigantesca impresa commerciale, specie per l’industria
bellica. Per questo le “sessanta famiglie” sono i primi patrioti e i
principali guerrafondai. Il controllo operaio sull’industria di guerra
è il primo passo della lotta contro i “produttori di guerra”.
Alla parola d’ordine dei riformisti di tassazione dei profitti di guerra,
noi contrapponiamo queste direttive: confisca dei profitti di guerra
ed esproprio dei trafficanti dell’industria di guerra. Laddove l’industria
di guerra è “nazionalizzata”, come in Francia, la parola d’ordine del
controllo operaio conserva tutto il suo valore: il proletariato ha così;
poca fiducia nello Stato della borghesia come nel singolo capitalista.
* Né un uomo né un soldo per il governo borghese al programma di armamenti.
* Per un programma di lavori di pubblica utilità
* Indipendenza completa delle organizzazioni operaie nei confronti del
controllo militare e poliziesco!
Bisogna strappare definitivamente dalle mani delle cricche imperialiste,
avide e feroci, e che agiscono alle spalle dei popoli, la possibilità
di disporre liberamente delle sorti dei popoli. Quindi rivendichiamo:
* Completa abolizione della diplomazia segreta: tutti i trattati e gli
accordi devono essere accessibili a tutti gli operai e contadini.
* Istruzione militare e armamento degli operai e dei contadini, sotto
il controllo diretto di comitati operai e contadini.
* Creazione di scuole militari per la formazione di comandanti provenienti
dalle fila dei lavoratori e scelti dalle organizzazioni operaie.
* Sostituzione dell’esercito permanente, cioè di caserma, con milizie
popolari, indissolubilmente legate alle fabbriche, alle miniere, alle
aziende agricole, ecc.
La guerra imperialista è la continuazione e l’accentuazione della politica
di rapina della borghesia. La lotta del proletariato contro la guerra
è la continuazione e l’accentuazione della sua lotta di classe. Lo scoppio
della guerra modifica la situazione ed altera in parte le forme della
lotta fra le classi, ma non muta né i fini né la direzione fondamentale
di tale lotta.
La borghesia imperialista domina il mondo. La prossima guerra sarà perciò,
nelle sue caratteristiche essenziali, una guerra imperialista Il contenuto
fondamentale della politica del proletariato internazionale sarà pertanto
la lotta contro l’imperialismo e la sua guerra. Principio basilare di
questa lotta è: “il nemico principale è nel tuo stesso paese”, ossia:
“la sconfitta del tuo stesso governo (imperialista) è il male minore”.
Ma non tutti i paesi del mondo sono stati imperialisti: anzi, la maggior
parte dei paesi è vittima dell’imperialismo. Alcuni paesi coloniali
e semicoloniali cercheranno indubbiamente di utilizzare la guerra per
liberarsi del giogo della schiavitù: nel loro caso si tratterrà di una
guerra di liberazione, e non di una guerra imperialista. è dovere del
proletariato internazionale dare aiuto ai paesi oppressi in guerra contro
gli oppressori. Lo stesso dovere vale anche per l’URSS o per qualunque
altro Stato operaio che possa instaurarsi prima o durante la guerra.
La sconfitta di ogni governo imperialista nella lotta contro uno Stato
operaio o contro un paese coloniale e il male minore.
Gli operai di un paese imperialista, tuttavia, non possono aiutare un
paese antimperialista mediante il loro governo, quali che siano i rapporti
diplomatici e militari tra i due paesi in un dato momento. Se i governi
si trovano in un’alleanza temporanea, e per la stessa natura della questione,
instabile, il proletariato del paese imperialista mantiene un’opposizione
di classe al proprio governo, e appoggia l’"alleato” non imperialista
del proprio governo con i suoi propri metodi, e cioè con i metodi della
lotta di classe internazionale (agitazione non solo contro i loro alleati
infidi, ma anche a favore di uno Stato operaio in un paese coloniale;
boicottaggi e scioperi, in un caso; e rinuncia al boicottaggio ed allo
sciopero in un altro, ecc.).
Pur sostenendo un dato paese coloniale o l’Unione Sovietica nella guerra,
il proletariato non solidarizza nella benché minima misura né col governo
borghese del paese coloniale, né con la burocrazia termidoriana dell’URSS.
Anzi, mantiene la propria completa indipendenza politica nei confronti
sia dell’uno sia dell’altra. Con il dare aiuto ad una guerra giusta
e progressiva, il proletariato rivoluzionario si attrae le simpatie
dei lavoratori delle colonie e dell’URSS, rafforza l’autorità e l’influenza
della Quarta Internazionale in quei paesi, e aumenta la propria capacità
di cooperare al rovesciamento del governo borghese nel paese coloniale
e al rovesciamento della burocrazia reazionaria in Unione Sovietica.
All’inizio della guerra le sezioni della Quarta Internazionale si troveranno
inevitabilmente isolate: ogni guerra coglie alla sprovvista le masse
popolari e le spinge dalla parte dell’apparato governativo. Gli internazionalisti
dovranno nuotare contro corrente. Tuttavia, le devastazioni e la miseria
della nuova guerra, che fin dai primi mesi supereranno di gran lunga
gli orrori sanguinosi del 1914-18, porranno fine rapidamente all’ubriacatura.
Lo scontento e la ribellione delle masse cresceranno a grandi passi.
Le sezioni della Quarta Internazionale si troveranno alla testa del
flusso rivoluzionario. Il programma di rivendicazioni transitorie assumerà
una bruciante attualità. Il problema della conquista del potere da parte
del proletariato si porrà in tutta la sua grandezza.
Prima di dissanguare l’umanità o di annegarla nel sangue, il capitalismo
appesta l’atmosfera mondiale con i vapori venefici dell’odio nazionale
e razziale. L’antisemitismo è oggi una delle convulsioni più maligne
dell’agonia mortale del capitalismo.
La denuncia intransigente delle radici dei pregiudizi razziali, e di
ogni varietà e sfumatura di arroganza e sciovinismo nazionale, in particolare
dell’antisemitismo, deve entrare a far parte del lavoro quotidiano di
tutte le sezioni della Quarta Internazionale, come parte principale
della lotta contro l’imperialismo e contro la guerra. La nostra parola
d’ordine fondamentale continua ad essere: proletari di tutti i paesi,
unitevi!
Il
governo operaio e contadino
Questa formula del “governo operaio e contadino” è apparsa per la prima
volta nell’agitazione dei bolscevichi nel 1917, ed è stata accettata
definitivamente dopo la Rivoluzione d’Ottobre. In ultima istanza, rappresentava
soltanto una denominazione popolare della dittatura del proletariato
già instaurata. L’importanza di questa definizione consisteva soprattutto
nel porre in risalto l’idea di un’alleanza tra il proletariato ed i
contadini, l’alleanza su cui si fonda il potere sovietico.
Quando il Comintern degli epigoni ha cercato di risuscitare la formula
sepolta dalla storia della “dittatura democratica degli operai e dei
contadini”, ha attribuito all’espressione “governo operaio e contadino”
un contenuto del tutto diverso, puramente “democratico”, e cioè borghese,
contrapponendola alla dittatura del proletariato. I bolscevico-leninisti
respingono con decisione la parola d’ordine del “governo operaio e contadino”
nella sua versione democratico borghese. Hanno sostenuto e sostengono
che se il partito del proletariato rinuncia ad uscire dal quadro della
democrazia borghese, la sua alleanza con i contadini si riduce semplicemente
ad un appoggio per il capitale, come nel caso dei menscevichi e dei
socialrivoluzionari in Russia nel 1917, del partito comunista cinese
nel 1925-27, e come avviene attualmente coi Fronti popolari in Spagna,
in Francia ed in altri paesi.
Dall’aprile al settembre 1917, i bolscevichi chiedevano che gli SR (socialrivoluzionari)
e i menscevichi rompessero con la borghesia liberale e prendessero il
potere nelle loro mani; a tale condizione, i bolscevichi promettevano
ai menscevichi e agli SR, rappresentanti piccolo borghesi degli operai
e dei contadini, il proprio aiuto rivoluzionario contro la borghesia,
pur rifiutando categoricamente sia di entrare nel governo dei menscevichi
e degli SR che di assumersi una qualunque responsabilità politica per
le sue attività. Se i menscevichi e gli SR avessero effettivamente rotto
con i cadetti (liberali) e con l’imperialismo straniero, il “governo
operaio e contadino” da loro costituito non avrebbe potuto far altro
che accelerare e facilitare l’instaurazione della dittatura del proletariato.
Ma proprio per questo i vertici della democrazia piccolo borghese si
opposero con tutte le loro forze all’instaurazione del loro stesso governo.
L’esperienza della Russia ha dimostrato, e l’esperienza della Spagna
e della Francia lo conferma ulteriormente, che anche in condizioni molto
favorevoli i partiti della democrazia piccolo borghese (SR, socialdemocratici,
stalinisti, anarchici) sono incapaci di costituire un governo operaio
e contadino, ossia un governo indipendente dalla borghesia.
Ciò nonostante, l’esigenza dei bolscevichi nei confronti dei menscevichi
e degli SR: “Rompete con la borghesia, prendete il potere nelle vostre
mani!” ebbe un enorme valore educativo per le masse. Il rifiuto ostinato
dei menscevichi e degli SR di prendere il potere, dimostrato così; drammaticamente
nelle giornate di luglio, li condannò definitivamente nell’opinione
delle masse, e preparò la vittoria dei bolscevichi.
Il compito centrale della Quarta Internazionale consiste nel liberare
il proletariato dalla vecchia direzione, il cui conservatorismo è in
contraddizione completa con la situazione catastrofica del capitalismo
in declino, e costituisce l’ostacolo principale al progresso storico.
L’accusa principale che la Quarta Internazionale rivolge alle organizzazioni
tradizionali del proletariato è di non volersi separare dal semicadavere
politico della borghesia. In queste condizioni, la richiesta posta sistematicamente
alla vecchia direzione: “Rompete con la borghesia, prendete il potere!"
è uno strumento veramente importante per rivelare il carattere traditore
dei partiti e delle organizzazioni della Seconda e della Terza Internazionale
e dell’Internazionale di Amsterdam. La parola d’ordine di “governo operaio
e contadino” è accettabile per noi esclusivamente nel senso che ad essa
conferivano nel 1917 i bolscevichi, vale a dire come una parola d’ordine
antiborghese e anticapitalista, e mai nel significato “democratico”
conferitole dagli epigoni, che con ciò l’hanno trasformata da ponte
verso la rivoluzione socialista nella barriera principale sul suo cammino.
A tutti i partiti e le organizzazioni basati sugli operai e sui contadini,
e che parlano a nome loro, esigiamo di rompere politicamente con la
borghesia e di imboccare la via della lotta per il governo operaio e
contadino. Su questa via, promettiamo loro pieno appoggio contro la
reazione capitalista. Al tempo stesso, sviluppiamo un’agitazione instancabile
attorno alle rivendicazioni transitorie che devono costituire, secondo
noi, il programma del “governo operaio e contadino”.
E' possibile la formazione di un tale governo da parte delle organizzazioni
operaie tradizionali? L’esperienza del passato ci mostra, come già detto,
che la cosa è per lo meno altamente improbabile. Non si può tutta via
escludere categoricamente in anticipo la possibilità teorica che, sotto
l’influsso di un complesso di circostanze veramente eccezionali (guerra,
sconfitta, crollo finanziario, offensiva rivoluzionaria delle masse,
ecc.) i partiti piccolo borghesi, stalinisti compresi, possano andare
più in là di quanto essi stessi non vogliano sulla via della rottura
con la borghesia. Una cosa è comunque certa: anche se questa variante
altamente improbabile si realizzasse un giorno da qualche parte, e si
venisse a costituire un “governo operaio e contadino” nel senso indicato
prima, si tratterebbe solo di un breve episodio sulla via dell’effettiva
dittatura del proletariato.
Tuttavia non è il caso di fare troppe congetture. L’agitazione attorno
alla parola d’ordine del governo operaio e contadino con serva in tutte
le condizioni un enorme valore educativo. E non a caso: questa parola
d’ordine di carattere generale si conforma pienamente alla linea di
sviluppo politico della nostra epoca (fallimento e disgregazione dei
vecchi partiti borghesi, collasso della democrazia, ascesa del fascismo,
crescente impulso dei lavoratori verso una politica più attiva ed aggressiva).
Per questo ogni rivendicazione transitoria deve condurre ad una stessa
e sola conclusione politica: gli operai devono rompere con tutti i tradizionali
partiti della borghesia per instaurare, assieme ai contadini, il proprio
potere.
E' impossibile prevedere fin d’ora quali saranno le fasi concrete della
mobilitazione rivoluzionaria delle masse. Le sezioni della Quarta Internazionale
si devono orientare criticamente in ogni nuova fase e portare avanti
parole d’ordine capaci di aiutare lo sforzo degli operai di adottare
una politica indipendente, di demolire le illusioni riformiste e pacifiste,
di rafforzare i legami tra avanguardia e masse, e di preparare la conquista
rivoluzionaria del potere.
I
soviet
I comitati di fabbrica, come già detto, sono elementi del dualismo di
poteri in fabbrica. La loro esistenza è quindi possibile soltanto in
condizioni di pressione crescente delle masse. Lo stesso vale per specifiche
organizzazioni di massa per la lotta contro la guerra, per i comitati
di, vigilanza sui prezzi e per tutti gli altri nuovi centri del movimento,
la cui stessa apparizione prova che la lotta di classe è andata al di
là dei limiti delle organizzazioni tradizionali del proletariato.
Tuttavia questi nuovi organismi e centri ben presto risentiranno della
loro mancanza di coesione e delle loro insufficienze. Nessuna rivendicazione
transitoria può essere realizzata pienamente nell’ambito del sistema
borghese. Inoltre, l’approfondirsi della crisi sociale aumenterà non
solo le sofferenze delle masse, ma anche la loro impazienza, la loro
fermezza, la loro pressione. Settori sempre nuovi degli oppressi alzeranno
la testa e presenteranno le loro rivendicazioni. Milioni di “piccoli
uomini”, ai quali i capi riformisti non pensano mai, cominceranno a
bussare con insistenza alle porte delle organizzazioni operaie. I disoccupati
entreranno nel movimento. Gli operai agricoli, i contadini rovinati
o mezzo rovinati, gli oppressi delle città, le donne lavoratrici, le
casalinghe, i settori proletarizzati degli intellettuali, tutti cercheranno
l’unità e una direzione.
Come armonizzare le varie rivendicazioni e forme di lotta, anche se
solo nell’ambito di una città? A questo interrogativo la storia ha già
dato una risposta: per mezzo dei soviet, che riuniscono i rappresentanti
di tutti i gruppi in lotta. Finora nessuno ha proposto una forma diversa
di organizzazione; ed e difficile che se ne possa trovare una migliore.
I soviet non sono legati a priori ad alcun programma di partito. Aprono
le porte a tutti gli sfruttati. Attraverso queste porte passano i rappresentanti
di tutti settori trascinati nella corrente generale della lotta. L’organizzazione
si amplia con il movimento, ed in esso attinge continuamente elementi
di rinnovamento. Tutte le tendenze politiche del proletariato possono
battersi per la direzione dei soviet, sulla base della più ampia democrazia.
Per questo la parola d’ordine dei soviet è il coronamento del programma
di rivendicazioni transitorie.
I soviet possono nascere soltanto quando il movimento di massa entra
in uno stadio apertamente rivoluzionario. Fin dal momento della loro
apparizione i soviet, in quanto perno attorno al quale milioni di lavoratori
si uniscono nella lotta contro gli sfruttatori, diventano competitori
e nemici delle autorità locali, e poi dello stesso governo centrale.
Se il comitato di fabbrica crea un dualismo di poteri in fabbrica, i
soviet aprono una fase di dualismo di poteri nel paese.
A sua volta, il dualismo di poteri è il punto culminante del periodo
di transizione. Due regimi, quello borghese e quello proletario, si
contrappongono irriconciliabilmente: lo scontro è inevitabile, e dall’esito
di questo scontro dipende il destino della società. In caso di sconfitta
della rivoluzione, la dittatura fascista della borghesia; in caso di
vittoria, sorgerà il potere dei soviet, cioè la dittatura del proletariato
e la ricostruzione socialista della società.
I paesi arretrati e il
programma di rivendicazioni transitorie
I paesi coloniali e semicoloniali sono per la loro stessa essenza dei
paesi arretrati; ma questi paesi arretrati fanno parte di un mondo dominato
dall’imperialismo; per questo il loro sviluppo ha un carattere combinato:
le forme economiche più primitive si combinano con l’ultima parola della
tecnologia e della cultura capitalista. Nello stesso modo si determina
la politica del proletariato nei paesi arretrati: la lotta per gli obiettivi
più elementari dell’indipendenza nazionale e della democrazia borghese
si combina con la lotta socialista contro l’imperialismo mondiale. In
questa lotta le parole d’ordine democratiche, le rivendicazioni transitorie
e i problemi della rivoluzione sociali non sono separati in epoche storiche
diverse, ma scaturiscono direttamente gli uni dagli altri. Il proletariato
cinese aveva appena cominciato ad organizzare dei sindacati, quando
è stato costretto a pensare ai soviet. In questo senso il presente programma
e pienamente applicabile ai paesi coloniali e semicoloniali, perlomeno
a quelli in cui il proletariato è già in grado di condurre una politica
indipendente.
I compiti centrali dei paesi coloniali e semicoloniali sono la rivoluzione
agraria, ossia la liquidazione del retaggio feudale, e l’indipendenza
nazionale, ossia la distruzione del giogo imperialista: questi due compiti
sono strettamente connessi fra di loro.
E' impossibile respingere semplicemente il programma democratico: bisogna
che le masse stesse lo superino nella lotta. La parola d’ordine dell’Assemblea
Nazionale (o Costituente) conserva tutta la sua validità in paesi come
la Cina o l’India. Questa parola d’ordine va legata indissolubilmente
agli obiettivi della liberazione nazionale e della riforma agraria.
Bisogna in primo luogo armare di questo programma democratico gli operai;
loro sono i soli che possono sollevare ed unire i contadini. Sulla base
del programma democratico rivoluzionario, bisogna contrapporre gli operai
alla borghesia “nazionale”.
Poi, ad un certo stadio della mobilitazione delle masse sulla base delle
parole d’ordine di democrazia rivoluzionaria, possono e devono sorgere
i soviet. Il loro ruolo storico in ogni dato periodo, in particolare
il loro rapporto con l’assemblea costituente, è determinato dal livello
politico del proletariato, dai suoi legami coi contadini, e dal carattere
della politica del partito proletario. Alla fin fine, i soviet devono
rovesciare la democrazia borghese. Soltanto i soviet possono portare
la rivoluzione democratica fino in fondo ed aprire in tal modo l’era
della rivoluzione socialista.
Il peso specifico delle varie rivendicazioni democratiche e transitorie
nella lotta del proletariato, il loro nesso reciproco e il loro ordine
di successione sono determinati dalle peculiarità e dalle condizioni
specifiche di ciascun paese arretrato, e in buona parte dal suo grado
di arretratezza. In tutti i paesi arretrati, tuttavia, la direzione
generale dello sviluppo rivoluzionario si può determinare in base alla
formula della rivoluzione permanente, nel senso che le è stato definitivamente
conferito dalle tre rivoluzioni russe (1905, febbraio 1917, ottobre
1917).
Il Comintern ha dato ai paesi arretrati l’esempio classico del modo
in cui si può portare alla rovina una rivoluzione vigorosa e promettente.
Nel periodo dell’ascesa impetuosa del movimento di massa in Cina, nel
1925-27, il Comintern non ha lanciato la parola d’ordine dell’Assemblea
nazionale ed al tempo stesso ha proibito la formazione di soviet. Il
partito borghese, il Kuomintang, doveva sostituire sia l’Assemblea nazionale
sia i soviet, secondo i piani di Stalin. Quando il Kuomintang ebbe schiacciato
le masse, il Comintern organizzò a Canton una caricatura di soviet;
dopo l’inevitabile disfatta dell’insurrezione di Canton, il Comintern
prese la strada della guerriglia e dei soviet di contadini, nella più
completa passività del proletariato industriale. Ficcatosi in questo
modo in un vicolo cieco, il Comintern approfittò della guerra cino-giapponese
per liquidare con un tratto di penna la “Cina sovietica”, subordinando
non solo l’"armata rossa” contadina, ma anche il cosiddetto partito
“comunista” a quello stesso Kuomintang, cioè alla borghesia.
Dopo aver tradito la rivoluzione proletaria internazionale in nome dell’amicizia
con gli schiavisti “democratici”, il Comintern non poteva mancare di
tradire anche la lotta di liberazione dei popoli coloniali, con un cinismo
ancor più grande di quello della Seconda Internazionale nel periodo
precedente. Uno dei compiti della politica dei Fronti popolari e della
“difesa nazionale" è quello di trasformare le centinaia di milioni di
uomini delle popolazioni coloniali in carne da cannone per l’imperialismo
“democratico”. La bandiera della lotta di liberazione dei popoli coloniali
e semicoloniali, cioè di oltre metà dell’umanità, è passata definitivamente
nelle mani della Quarta Internazionale.
Il
programma di rivendicazioni transitorie nei paesi fascisti
Sono ormai lontani i giorni in cui gli strateghi del Comintern proclamavano
che la vittoria di Hitler era solo un passo verso la vittoria di Thaelmann:
da oltre cinque anni in Thaelmann si trova nelle galere di Hitler; da
oltre sedici anni Mussolini tiene l’Italia nelle catene del fascismo.
In tutti questi anni, i partiti della Seconda e della Terza Internazionale
si sono rivelati impotenti non solo a dirigere un movimento di massa,
ma perfino a creare una seria organizzazione illegale, paragonabile
anche solo in parte a quella dei partiti rivoluzionari russi dell’epoca
zarista.
Non c’è alcun motivo di vedere la causa di questi fallimenti nella potenza
dell’ideologia fascista. Mussolini, in sostanza, non ha mai avuto alcuna
ideologia. L’"ideologia” di Hitler non ha mai esercitato un’influenza
seria sugli operai. Gli strati della popolazione ai quali il fascismo,
in un dato momento, ha fatto girare la testa, vale a dire soprattutto
i ceti medi, hanno avuto il tempo di farsi passare la sbornia. Il fatto
che un’opposizione appena appena individuale si limiti agli ambienti
clericali protestanti e cattolici non si spiega col potere delle ideologie
semideliranti e semiciarlatanesche della “razza” e del “sangue”, ma
nella terribile disfatta delle ideologie della democrazia, della socialdemocrazia
e del Comintern.
Dopo la repressione della Comune di Parigi, una bieca reazione infierì;
per quasi otto anni. Dopo la sconfitta della rivoluzione russa del 1905,
le masse operaie rimasero come inebetite per un periodo equivalente.
In entrambi i casi, tuttavia, si trattava solo di sconfitte fisiche,
determinate dai rapporti di forza. In Russia per di più il proletariato
era quasi vergine. La frazione dei bolscevichi allora aveva solo tre
anni di esistenza. Del tutto diversa era la situazione tedesca, in cui
la direzione spettava a due possenti partiti, esistenti l’uno da settanta
e l’altro da quindici anni. Ambedue questi partiti, il cui elettorato
si contava a milioni, erano moralmente paralizzati prima della battaglia
e sono capitolati senza combattere. Nella storia non si registra un’altra
sconfitta come questa. Il proletariato tedesco non è stato sconfitto
dal nemico in battaglia: e stato vinto dalla viltà, dalla bassezza,
dal tradimento dei suoi stessi partiti. Non c’è da stupirsi se ha perduto
fiducia in tutto ciò in cui era abituato a credere da quasi tre generazioni.
La vittoria di Hitler, a sua volta, ha rafforzato Mussolini.
L’insuccesso prolungato del lavoro rivoluzionario in Italia e in Germania
è lo scotto pagato alla criminale politica della socialdemocrazia e
del Comintern. Per condurre un lavoro illegale occorre non solo la simpatia
delle masse, ma anche l’entusiasmo consapevole dei loro settori avanzati.
Ma ci si può aspettare dell’entusiasmo per organizzazioni che hanno
fatto bancarotta sul piano storico? I capi dell’emigrazione sono per
lo più degli agenti del Cremlino e della GPU demoralizzati fino al midollo,
oppure degli ex-ministri socialdemocratici della borghesia, i quali
sperano che gli operai miracolosamente restituiscano loro le poltrone
perdute. Ci si può immaginare per un solo momento questi signori come
futuri capi della rivoluzione “antifascista"?
Gli avvenimenti sul piano internazionale—la disfatta degli operai austriaci,
la sconfitta della rivoluzione spagnola, la degenerazione dello Stato
sovietico —non possono contribuire ad un’ascesa rivoluzionaria in Italia
e in Germania. Dato che gli operai italiani e tedeschi dipendono in
gran misura dalla radio per la loro informazione politica, si può affermare
con certezza che le trasmissioni di Mosca, che uniscono la menzogna
termidoriana alla stupidità ed alla sfacciataggine, sono diventate un
potente elemento di demoralizzazione degli operai nei paesi totalitari.
In questo, così; come in altre cose, Stalin è soltanto un aiutante di
Goebbels.
D’altro canto gli antagonismi di classe che hanno portato alla vittoria
del fascismo continuano la loro azione anche sotto il dominio del fascismo,
e lo corrodono gradualmente. Le masse sono sempre più scontente. Centinaia
e migliaia di operai dediti alla causa continuano nonostante tutto a
portare avanti un lavoro rivoluzionario sotterraneo. è sorta una nuova
generazione, che non ha vissuto direttamente il crollo delle vecchie
tradizioni e delle grandi speranze. La preparazione molecolare della
rivoluzione proletaria procede sotto la grave pietra tombale del regime
totalitario. Ma per riuscire a trasformare l’energia nascosta in una
rivolta aperta, bisogna che l’avanguardia del proletariato trovi nuove
prospettive, un nuovo programma ed una nuova bandiera incontaminata.
Qui risiede l’ostacolo principale. Per gli operai dei paesi fascisti
è estremamente difficile orientarsi verso un nuovo programma. La verifica
di un programma si fa con l’esperienza; ed è proprio l’esperienza del
movimento di massa che manca nei paesi del dispotismo totalitario. è
molto probabile che ci voglia un grande successo del proletariato in
uno dei paesi “democratici”, per dare impulso al movimento rivoluzionario
in territorio fascista. Lo stesso effetto potrebbe esercitarlo una catastrofe
finanziaria o militare. Adesso il dovere imperativo è intraprendere
un lavoro propagandistico preparatorio, che darà i suoi frutti su larga
scala solo in futuro. Fin d’ora si può dire una cosa con tutta certezza:
una volta scoppiato, il movimento rivoluzionario nei paesi fascisti
assumerà immediatamente una portata enorme, e non si fermerà in nessun
caso ai tentativi di resuscitare in qualche modo il cadavere di Weimar.
Qui comincia la divergenza insormontabile tra la Quarta Internazionale
e i vecchi partiti che sopravvivono al proprio fallimento. Il Fronte
popolare nell’emigrazione è una delle varietà più funeste e proditorie
di tutti i Fronti popolari possibili: in sostanza significa la nostalgia
impotente di una coalizione con una borghesia liberale inesistente.
Se avesse un qualche successo, servirebbe soltanto a preparare una serie
di nuove sconfitte del proletariato, come quella spagnola. Perciò la
denuncia implacabile della teoria e della pratica del Fronte popolare
è la prima condizione per una lotta rivoluzionaria contro il fascismo.
Naturalmente questo non vuol dire che la Quarta Internazionale respinga
le parole d’ordine democratiche come strumenti per la mobilitazione
delle masse contro il fascismo. Al contrario: in certi momenti queste
parole d’ordine possono svolgere un ruolo enorme. Ma le formule della
democrazia (libertà di stampa, diritti sindacali, ecc.) sono per noi
soltanto delle parole d’ordine incidentali o episodiche del movimento
indipendente del proletariato, e non un giogo democratico posto sul
collo del proletariato dagli agenti della borghesia (Spagna!). Dal momento
in cui il movimento acquisti un qualche carattere di massa, le parole
d’ordine democratiche si combineranno con quelle transitorie: si può
pensare che i comitati di fabbrica sorgeranno prima che i vecchi bonzi
si siano messi a costruire i sindacati nei loro uffici; i soviet copriranno
la Germania prima che si sia riunita a Weimar una nuova assemblea costituente.
Così; sarà per l’Italia e per gli altri paesi totalitari e semi-totalitari.
Il fascismo ha rigettato questi paesi nella barbarie politica, ma non
ne ha mutato il carattere sociale. Il fascismo è uno strumento del capitale
finanziario, non dei latifondisti feudali. Un programma rivoluzionario
si deve poggiare sulla dialettica della lotta di classe, che è obbligatoria
anche per i paesi fascisti, e non sulla psicologia di falliti terrorizzati.
La Quarta Internazionale respinge con disprezzo gli accorgimenti da
mascherata politica cui ricorrono gli stalinisti, ex-eroi del “terzo
periodo”, camuffandosi di volta in volta da cattolici, da protestanti,
da ebrei, da nazionalisti tedeschi, da liberali—al solo scopo di nascondere
le loro sembianze poco attraenti. La Quarta Internazionale si presenta
sempre e dovunque con la sua bandiera, propone apertamente il proprio
programma al proletariato dei paesi fascisti. Fin d’ora gli operai d’avanguardia
di tutto il mondo sono fermamente convinti che il rovesciamento di Mussolini,
di Hitler e dei loro agenti ed imitatori si realizzerà soltanto sotto
la direzione della Quarta Internazionale.
L’URSS e i problemi dell’epoca di transizione
L’Unione Sovietica è emersa dalla Rivoluzione d’Ottobre come uno Stato
operaio. La proprietà statale dei mezzi di produzione, prerequisito
necessario dello sviluppo socialista, ha aperto la possibilità di una
rapida crescita delle forze produttive. Ma nello stesso tempo l’apparato
dello Stato operaio ha subito una degenerazione completa, trasformandosi
da arma della classe operaia in arma della violenza burocratica contro
la classe operaia, e sempre di più in arma per il sabotaggio dell’economia
del paese. La burocratizzazione di uno Stato operaio arretrato e isolato,
e la trasformazione della burocrazia in una casta privilegiata onnipotente,
sono la confutazione più convincente—non solo d’ordine teorico, ma anche
pratico—della teoria del socialismo in un paese solo.
Il regime dell’URSS racchiude pertanto in sé delle contraddizioni terribili.
Ma continua ad essere uno Stato operaio degenerato. Questa è la diagnosi
sociale. La prognosi politica si configura come un’alternativa: o la
burocrazia, diventando sempre di più l’organo della borghesia mondiale
nello Stato operaio, rovescerà le nuove forme di proprietà, rigettando
il paese nel capitalismo—oppure la classe operaia schiaccerà la burocrazia
ed aprirà la via verso il socialismo.
Per le sezioni della Quarta Internazionale i processi di Mosca non sono
stati né una sorpresa né il risultato della follia individuale del dittatore
del Cremlino, bensì; lo sbocco legittimo del Termidoro. Sono nati dalle
intollerabili frizioni interne della burocrazia sovietica, espressione
a loro volta delle contraddizioni tra la burocrazia e il popolo, nonché
degli antagonismi che si approfondiscono in seno al “popolo” stesso.
La “fantastica” natura sanguinaria dei processi rivela l’intensità delle
contraddizioni, e annuncia così; l’avvicinarsi di un’esplosione.
Le dichiarazioni pubbliche di ex-agenti del Cremlino all’estero, rifiutatisi
di tornare a Mosca, hanno confermato inconfutabilmente a modo loro come
in seno alla burocrazia esistano tutte le sfumature di opinioni politiche:
dal bolscevismo autentico (Ignat Reiss) fino al fascismo in piena regola
(Fiodor Butenko). Gli elementi rivoluzionari della burocrazia, che sono
solo una piccola minoranza, riflettono, sia pur passivamente, gli interessi
socialisti del proletariato. Gli elementi fascisti e controrivoluzionari,
che crescono senza tregua, riflettono in modo sempre più conseguente
gli interessi dell’imperialismo mondiale: questi candidati al ruolo
di compradores pensano, non senza ragione, che il nuovo strato dirigente
può assicurare le proprie posizioni privilegiate solo rinunciando alla
nazionalizzazione, alla collettivizzazione e al monopolio del commercio
estero, in nome dell’assimilazione alla “civiltà occidentale”, cioè
al capitalismo. Tra questi due poli ci sono varie tendenze intermedie
e informi, di carattere menscevico, socialrivoluzionario o liberale,
gravitanti verso la democrazia borghese.
In questa stessa società definita “senza classi”, vi sono indubbiamente
gli stessi raggruppamenti esistenti in seno alla burocrazia, ma con
un’espressione meno netta, e in proporzione inversa: le tendenze capitalistiche
coscienti si esprimono soprattutto nello strato benestante del colcosiani,
e caratterizzano solo un’infima minoranza della popolazione. Ma questo
strato trova un’ampia base nelle tendenze piccolo borghesi all’accumulazione
di ricchezze personali a spese della miseria generale, tendenze incoraggiate
coscientemente dalla burocrazia.
Al vertice di questo sistema di antagonismi crescenti, che mina sempre
di più l’equilibrio sociale, si mantiene con metodi terroristici un’oligarchia
termidoriana che si riduce oggi soprattutto alla cricca bonapartista
di Stalin. Le più recenti montature giudiziarie sono state indirizzate
a colpire la sinistra. Ciò vale anche per la repressione contro i capi
dell’opposizione di destra, perché dal punto di vista degli interessi
e delle tendenze della burocrazia, il gruppo di destra del vecchio partito
bolscevico rappresenta un pericolo di sinistra. Il fatto che la cricca
bonapartista, che teme anche i propri alleati di destra, tipo Butenko,
sia stata costretta per garantire la propria preservazione a procedere
allo sterminio pressoché generale della generazione dei vecchi bolscevichi
èla prova indiscutibile della vitalità delle tradizioni rivoluzionarie
tra le masse, nonché del loro crescente malcontento.
I democratici piccolo borghesi occidentali, che ancora ieri prendevano
per oro colato i processi di Mosca, oggi ripetono insistentemente che
“in URSS non ci sono né trotskismo, né trotskisti”. Non spiegano però
come mai ogni epurazione avvenga proprio sotto il segno della lotta
contro questo pericolo. Se si prende il “trotskismo” come un programma
compiuto, e a maggior ragione come organizzazione, senza dubbio il “trotskismo”
è estremamente debole in URSS. Ma la sua forza indistruttibile consiste
nell’esprimere, non solo la tradizione rivoluzionaria, ma la presente
opposizione della classe operaia russa. L’odio sociale accumulato dagli
operai contro la burocrazia: è proprio questo il “trotskismo” agli occhi
della cricca del Cremlino. Essa ha un terrore mortale e del tutto giustificato
del legame tra l’indignazione degli operai, profonda ma inarticolata,
e l’organizzazione della Quarta Internazionale.
Lo sterminio della generazione dei vecchi bolscevichi e dei rappresentanti
rivoluzionari delle generazioni intermedia e giovane ha spostato ulteriormente
l’equilibrio a favore dell’ala destra borghese della burocrazia e dei
suoi alleati sul terreno nazionale. è da qui, cioè da destra, che ci
possiamo aspettare nella prossima fase dei tentativi sempre più risoluti
di rivedere il carattere socialista dell’URSS, avvicinandola al modello
della “civiltà occidentale” nella sua forma fascista.
Questa prospettiva conferisce una grande concretezza alla questione
della “difesa dell’URSS”. Se la tendenza borghese fascista, insomma
la “frazione Butenko”, scende in lotta domani per la conquista del potere,
la “frazione Reiss” si schiererà inevitabilmente dal lato opposto della
barricata. Anche se si troverà momentaneamente alleata con Stalin, non
difenderà in alcun caso la cricca bonapartista, ma le basi sociali dell’URSS,
cioè la proprietà strappata ai capitalisti e trasformata in proprietà
di Stato. Se la “frazione Butenko” si allea ad Hitler sul piano militare,
allora la “frazione Reiss” difenderà l’URSS contro l’intervento militare,
tanto all’interno dell’URSS quanto sull’arena mondiale. Qualunque altro
atteggiamento sarebbe un tradimento.
Se non si può quindi negare in anticipo la possibilità, in casi strettamente
determinati, di un “fronte unico” con il settore termidoriano della
burocrazia contro l’aperta offensiva della controrivoluzione capitalistica,
il compito politico principale in Unione sovietica rimane ancora il
rovesciamento di questa burocrazia termidoriana.
Il protrarsi del suo dominio mina ogni giorno di più gli elementi socialisti
dell’economia e aumenta le possibilità di restaurazione capitalista.
è proprio in questo senso che opera il Comintern, agente e complice
della cricca staliniana nello strangolamento della rivoluzione spagnola
e nella demoralizzazione del proletariato internazionale.
Come nei paesi fascisti, la forza principale della burocrazia non risiede
nella burocrazia stessa, ma nella disillusione delle masse, nella loro
mancanza di una nuova prospettiva. Come nei paesi fascisti, da cui l’apparato
politico di Stalin si distingue solo per una maggiore brutalità incontrollata,
nell’URSS di oggi è possibile soltanto un lavoro propagandistico preparatorio.
Come nei paesi fascisti, verosimilmente saranno gli eventi esterni a
dare impulso al movimento rivoluzionario degli operaI sovietici. La
lotta contro il Comintern su scala mondiale, è oggi l’aspetto più importante
della lotta contro la dittatura stalinista. Ci sono molte indicazioni
che la caduta del Comintern, che non ha una base diretta nella GPU,
precederà la caduta della cricca bonapartista e della burocrazia termidoriana
nel suo insieme.
Una nuova ascesa della rivoluzione in URSS inizierà senza dubbio sotto
la bandiera della lotta contro la disuguaglianza sociale e l’oppressione
politica. Abbasso i privilegi della burocrazia! Abbasso lo stacanovismo!
Abbasso l’aristocrazia sovietica, coi suoi gradi e le sue decorazioni!
Maggiore uguaglianza salariale in tutti i tipi di lavoro!
La lotta per la libertà dei sindacati e dei comitati di fabbrica, per
la libertà di riunione e di stampa, si amplierà in lotta per la rigenerazione
e lo sviluppo della democrazia sovietica.
La burocrazia ha sostituito ai soviet, in quanto organi di classe, la
finzione del suffragio universale, nello stile di Hitler e di Goebbels.
Bisogna restituire ai soviet non soltanto la loro libera forma democratica,
ma anche il loro contenuto di classe. Così; come una volta la borghesia
e i kulak non erano ammessi nei soviet, così; adesso bisogna espellere
dai soviet la burocrazia e la nuova aristocrazia. Nei soviet c’è posto
soltanto per i rappresentanti degli operai, dei lavoratori delle fattorie
collettive, dei contadini e dei soldati dell’Armata Rossa.
La democratizzazione dei soviet è inconcepibile senza la legalizzazione
dei partiti sovietici. Gli stessi operai e contadini indicheranno con
il loro libero voto quali sono i partiti sovietici.
Revisione dell’economia pianificata da cima a fondo, nell’interesse
dei produttori e dei consumatori! I comitati di fabbrica devono riprendere
il diritto di controllo sulla produzione. Le cooperative di consumo,
organizzate democraticamente, devono controllare qualità e prezzo dei
prodotti.
Riorganizzazione delle fattorie collettive, sulla base della volontà
e dell’interesse dei lavoratori!
La politica internazionale reazionaria della burocrazia deve essere
sostituita con la politica dell’internazionalismo proletario. Tutta
la corrispondenza diplomatica del Cremlino deve essere pubblicata. Abbasso
la diplomazia segreta!
Tutti i processi politici organizzati dalla burocrazia termidoriana
devono essere riveduti in condizioni di piena pubblicità e di un aperto
ed onesto riesame. Gli artefici delle falsificazioni devono subire la
punizione meritata. E' impossibile realizzare questo programma senza
rovesciare la burocrazia, che si sostiene con la violenza e con la falsificazione.
Solo la sollevazione rivoluzionaria vittoriosa delle masse oppresse
può ridare vita al sistema sovietico e garantirne il progresso verso
il socialismo. Non c’è che un partito capace di guidare le masse sovietiche
all’insurrezione: il partito della Quarta Internazionale.
Abbasso la cricca bonapartista di Caino-Stalin!
Viva la democrazia sovietica!
Viva la rivoluzione socialista internazionale!
Contro l’opportunismo
e il revisionismo senza principi
La politica del partito di Léon Blum in Francia dimostra nuovamente
che i riformisti non sono capaci di imparare niente dalle più tragiche
lezioni della storia. La socialdemocrazia francese copia servilmente
la politica della socialdemocrazia tedesca e marcia verso la stessa
catastrofe. In pochi decenni la Seconda Internazionale si è intrecciata
con la democrazia borghese, ne è divenuta parte inseparabile, e con
essa imputridisce.
La Terza Internazionale ha imboccato la via del riformismo nel momento
in cui la crisi del capitalismo pone definitivamente all’ordine del
giorno la rivoluzione proletaria. L’attuale politica del Comintern in
Spagna e in Cina—politica che consiste nello strisciare dinanzi alla
borghesia “democratica” e “nazionale" —dimostra che anche il Comintern
non è più in grado di imparare niente, né di trasformarsi. La burocrazia,
che è diventata una forza reazionaria in Unione Sovietica, non può svolgere
una funzione rivoluzionaria sul piano mondiale.
Nel suo insieme l’anarco-sindacalismo ha subito un’evoluzione dello
stesso tipo. In Francia la burocrazia sindacalista di Léon Jouhaux è
da gran tempo diventata un’agenzia della borghesia in seno alla classe
operaia. In Spagna l’anarco-sindacalismo si è sbarazzato del suo rivoluzionarismo
esteriore ed è diventato la quinta ruota del carro della democrazia
borghese.
Le organizzazioni centriste intermedie raccolte nel Bureau di Londra
sono soltanto delle appendici “di sinistra” della socialdemocrazia o
del Comintern. Hanno mostrato la loro completa incapacità di orientarsi
in una situazione storica e di trarne le conclusioni rivoluzionarie;
il loro punto culminante è stato il POUM spagnolo, che in condizioni
rivoluzionarie si è mostrato assolutamente incapace di condurre una
politica rivoluzionaria.
Le tragiche sconfitte subite dal proletariato mondiale per molti anni
hanno spinto le organizzazioni ufficiali ad un conservatorismo ancora
più pronunciato, inducendo al tempo stesso i “rivoluzionari” piccolo
borghesi delusi a cercare “nuove vie”. Come sempre nelle epoche di reazione
e di declino fanno dappertutto la loro comparsa maghi e ciarlatani che
vogliono rivedere tutto il corso del pensiero rivoluzionario—invece
di imparare dal passato, lo “rifiutano”. Gli uni scoprono l’inconsistenza
del marxismo, gli altri proclamano il fallimento del bolscevismo. Gli
uni fanno ricadere sulla dottrina rivoluzionaria la responsabilità degli
errori e dei crimini di coloro che l’hanno tradita, gli altri imprecano
contro la medicina perché non garantisce una guarigione immediata e
miracolosa. I più audaci promettono di scoprire una panacea, e nell’attesa
prescrivono la sospensione della lotta di classe. Molti profeti della
“nuova morale” si accingono a rigenerare il movimento operaio con l’aiuto
di una omeopatia etica. La maggior parte di questi apostoli sono diventati
degli invalidi morali prima ancora di entrare in campo. Così;, sotto
l’aspetto di “nuove vie”, si ripropongono al proletariato delle vecchie
ricette, sepolte da tempo negli archivi del socialismo premarxista.
La Quarta Internazionale dichiara una guerra spietata alle burocrazie
della Seconda Internazionale e della Terza Internazionale, dell’Internazionale
di Amsterdam e dell’Internazionale anarco-sindacalista, nonché ai loro
satelliti centristi; al riformismo senza riforme, alla democrazia alleata
della GPU, al pacifismo senza pace, all’anarchismo al servizio della
borghesia, ai “rivoluzionari” che hanno una paura mortale della rivoluzione.
Tutte queste organizzazioni non sono promesse per l’avvenire, bensì;
sopravvivenze marce del passato: l’epoca delle guerre e delle rivoluzioni
le spazzerà via completamente.
La Quarta Internazionale non cerca e non escogita nessuna panacea. Si
colloca completamente sul terreno del marxismo, unica dottrina rivoluzionaria
che consente di comprendere la realtà, di scoprire le cause delle sconfitte
e di preparare coscientemente la vittoria. La Quarta Internazionale
continua la tradizione del bolscevismo, che ha mostrato per la prima
volta al proletariato come prendere il potere. La Quarta Internazionale
respinge maghi, ciarlatani e professori non richiesti di morale. In
una società fondata sullo sfruttamento, la morale suprema è la morale
della rivoluzione sociale. Sono validi tutti quei metodi e quei mezzi
che elevano la coscienza di classe degli operai, la loro fiducia nelle
proprie forze, la loro disposizione a dedicarsi alla lotta. Sono inammissibili
i metodi che inculcano negli oppressi la paura e la docilità davanti
agli oppressori, che soffocano lo spirito di protesta e di ribellione,
che sostituiscono alla volontà delle masse la volontà dei capi; alla
persuasione la coercizione; all’analisi della realtà la demagogia e
la falsificazione. Per questo la socialdemocrazia, che ha prostituito
il marxismo, così; come lo stalinismo—l’antitesi del bolscevismo—sono
nemici mortali della rivoluzione proletaria e della sua morale.
Guardare in faccia la realtà, non cercare la linea di minor resistenza,
chiamare le cose col loro nome, dire alle masse la verità per amara
che sia, non temere gli ostacoli, osservare il rigore nelle piccole
cose come nelle grandi, basare il proprio programma sulla logica della
lotta di classe, osare quando giunge l’ora dell’azione—queste sono le
norme della Quarta Internazionale. Essa ha dimostrato di saper nuotare
contro corrente: sarà sulla cresta dell’ondata storica che si avvicina.
Contro il
settarismo
Sotto l’effetto del tradimento delle organizzazioni storiche del proletariato,
alla periferia della Quarta Internazionale nascono e si riformano dei
gruppi e delle posizioni settarie di vario tipo. Alla loro base c’è
il rifiuto di lottare per le rivendicazioni parziali o transitorie,
cioè per gli interessi ed i bisogni elementari delle masse operaie come
sono oggi. Prepararsi alla rivoluzione per i settari significa convincere
se stessi dei vantaggi del socialismo. Propongono di voltare le spalle
ai “vecchi" sindacati, ossia a decine di milioni di operai organizzati—come
se le masse potessero vivere al di fuori delle condizioni della lotta
di classe reale! Restano indifferenti alle lotte interne delle organizzazioni
riformiste - come se si potessero conquistare le masse senza intervenire
nelle lotte di tutti i giorni! Si rifiutano di fare una distinzione
tra la democrazia borghese e il fascismo—come se le masse potessero
fare a meno di rendersi conto ad ogni passo di questa differenza!
I settari distinguono soltanto due colori, il rosso e il nero. Per non
cadere in tentazione, semplificano la realtà. Si rifiutano di fare una
distinzione tra i due campi in lotta in Spagna perché entrambi sono
di natura borghese. Per lo stesso motivo ritengono che si debba restare
“neutrali” nella guerra tra il Giappone e la Cina. Negano la differenza
di principio tra l’URSS ed i paesi imperialisti e si rifiutano, per
via della politica reazionaria della burocrazia sovietica, di difendere
contro l’imperialismo le nuove forme di proprietà create dalla Rivoluzione
d’Ottobre. Sono incapaci di trovare accesso alle masse, e per questo
le accusano con vigore di essere incapaci di elevarsi alle idee rivoluzionarie.
Questi sterili politicanti non hanno in genere alcun bisogno di un ponte
sotto forma di rivendicazioni transitorie, perché non si accingono affatto
a passare sull’altra sponda. Segnano il passo, accontentandosi di ripetere
sempre le stesse vuote astrazioni. Gli eventi politici sono per loro
un’occasione di fare commenti, non per l’azione. Dato che come i confusionari
e i maghi di ogni specie ricevono continuamente delle sberle dalla realtà,
i settari vivono in uno stato di perpetua irritazione, si lagnano senza
tregua del “regime” e dei “metodi”, e si dedicano ad intrighi meschini.
Nei loro circoli esercitano di solito un regime dispotico. La prostrazione
politica del settarismo non fa che complementare come un’ombra la prostrazione
dell’opportunismo, senza aprire alcuna prospettiva rivoluzionaria. Nella
politica pratica, i settari si uniscono con gli opportunisti, in particolare
coi centristi, per lottare contro il marxismo.
La maggior parte dei gruppi e delle cricche settarie, che si nutrono
delle briciole che cadono dal tavolo della Quarta Internazionale, conducono
un’esistenza organizzativa “indipendente” con grandi pretese, ma senza
la minima possibilità di successo. I bolscevico-leninisti, senza stare
a perdere tempo, abbandonano tranquillamente al loro destino questi
gruppi. Tendenze settarie si riscontrano, però, anche nelle nostre stesse
fila, ed esercitano un influsso nefasto sul lavoro di alcune sezioni.
è impossibile fare altri compromessi con loro, neppure per un giorno
solo. Una politica corretta nei confronti dei sindacati è una condizione
fondamentale per appartenere alla Quarta Internazionale. Chi non cerca
e non trova la via del movimento di massa non è un combattente, ma un
peso morto per il partito. Un programma non è formulato per le redazioni
e per i gruppi dirigenti dei circoli di discussione, ma per l’azione
rivoluzionaria di milioni di uomini. Ripulire dalle fila della Quarta
Internazionale il settarismo e i settari incorreggibili è una condizione
essenziale per i successi rivoluzionari.
Largo
ai giovani! Largo alle lavoratrici!
La sconfitta della rivoluzione spagnola organizzata dal suoi “dirigenti”
e la vergognosa bancarotta del Fronte popolare in Francia, la denuncia
delle falsificazioni giudiziarie dei processi di Mosca—questi tre fatti
insieme danno un colpo irreparabile al Comintern, e di passaggio feriscono
gravemente i suoi alleati socialdemocratici e anarco-sindacalisti. Questo
non vuol dire, naturalmente, che i membri di queste organizzazioni si
rivolgano immediatamente alla Quarta Internazionale. La vecchia generazione,
che ha subito delle sconfitte terribili, in gran parte abbandonerà il
movimento. D’altronde la Quarta Internazionale non intende affatto diventare
un ricovero per rivoluzionari invalidi, per burocrati e carrieristi
delusi. Anzi, è necessario adottare rigorose misure preventive contro
l’afflusso nelle nostre fila di elementi piccolo borghesi, attualmente
preponderanti negli apparati delle vecchie organizzazioni—un lungo periodo
di prova per i candidati non operai, specialmente se si tratta di ex-burocrati
di partito, proibizione di assumere posizioni di responsabilità nel
primo triennio, ecc. Nella Quarta Internazionale non c’è e non ci sarà
spazio alcuno per il carrierismo, la piaga delle vecchie Internazionali.
Troveranno posto da noi soltanto coloro che vogliono vivere per il movimento,
e non a spese del movimento. Gli operai rivoluzionari dovranno sentirsi
i padroni. Per loro le porte della nostra organizzazione sono spalancate.
Certo, anche tra gli operai che un tempo si trovavano in prima fila,
molti oggi sono stanchi e delusi. Questi resteranno in disparte, almeno
nel prossimo periodo. Quando un programma o un’organizzazione si logora,
si logora anche la generazione che li ha portati in spalla. Il movimento
riprende vita coi giovani che non hanno nessuna responsabilità per il
passato. La Quarta Internazionale presta un’attenzione eccezionale alla
giovane generazione del proletariato. Tutta la sua politica si sforza
di ispirare ai giovani la fiducia nelle proprie forze e nel proprio
futuro. Soltanto l’entusiasmo fresco e lo spirito aggressivo dei giovani
possono assicurare i primi successi nella lotta; soltanto questi successi
possono far ritornare sulla via della rivoluzione i migliori elementi
della vecchia generazione. Così; è stato, e così; sarà.
Le organizzazioni opportuniste, per loro stessa natura, concentrano
la propria attenzione principalmente sugli strati superiori della classe
operaia, e quindi ignorano sia i giovani che le lavoratrici. Il declino
capitalistico colpisce tuttavia con la massima durezza la donna, come
salariata e come casalinga. Le sezioni della Quarta Internazionale devono
cercare basi d’appoggio negli strati più oppressi della classe operaia,
e quindi tra le lavoratrici: vi troveranno inesauribili riserve di dedizione,
di abnegazione e di spirito di sacrificio.
Abbasso il burocratismo e il carrierismo! Largo ai giovani! Largo alle
donne lavoratrici!
Queste parole d’ordine sono scritte sulla bandiera della Quarta Internazionale.
Sotto
la bandiera della Quarta Internazionale!
Gli scettici si chiedono: ma è giunto il
momento di creare la Quarta Internazionale? è impossibile, dicono, creare
un’Internazionale "artificialmente": può scaturire soltanto da grandi
eventi, ecc. ecc. Tutte queste obiezioni dimostrano soltanto che gli
scettici non servono per la creazione di una nuova Internazionale. In
genere, non servono a niente.
La Quarta Internazionale è già sorta da grandi eventi: le più grandi
sconfitte del proletariato nella storia. La causa di tali sconfitte
consiste nella degenerazione e nel tradimento delle vecchie direzioni.
La lotta di classe non ammette interruzioni. La Terza Internazionale,
dopo la Seconda, è morta per quanto concerne la rivoluzione. Viva la
Quarta Internazionale!
Ma gli scettici non vogliono tacere: “Ma e giunto il momento di proclamarne
la creazione?” La Quarta Internazionale, rispondiamo, non ha bisogno
di essere “proclamata"; esiste e lotta. è debole? Si, le sue fila sono
ancora esigue, perché è ancora giovane. Per adesso ci sono soprattutto
dei quadri: ma questi quadri sono la sola garanzia dell’avvenire, al
di fuori di questi quadri non c’è in tutto il mondo una sola corrente
rivoluzionaria degna di questo nome. Se la nostra Internazionale e ancora
debole numericamente, è forte per la sua dottrina, il suo programma,
le sue tradizioni, l’incomparabile tempra dei suoi quadri. Se oggi c’è
chi non lo vede ancora, che resti pure in disparte. Domani sarà più
evidente.
La Quarta Internazionale è oggetto fin d’ora dell’odio giustificato
degli stalinisti, dei socialdemocratici, dei borghesi liberali, dei
fascisti. Non trova, né può trovare posto in nessun Fronte popolare.
Si contrappone irriducibilmente a tutti i raggruppamenti politici legati
alla borghesia. Il suo compito: rovesciare il dominio del capitale.
Il suo obiettivo: il socialismo. Il suo metodo: la rivoluzione proletaria.
Senza democrazia interna non c’è educazione rivoluzionaria. Senza disciplina
non c’è azione rivoluzionaria. Il regime interno della Quarta Internazionale
si basa sul principio del centralismo democratico: piena libertà nella
discussione, completa unità nell’azione.
La crisi attuale della civiltà umana è la crisi della direzione del
proletariato. Gli operai avanzati, riuniti nella Quarta Internazionale,
indicano alla propria classe la via d’uscita dalla crisi. Le offrono
un programma basato sull’esperienza internazionale della lotta di emancipazione
del proletariato e di tutti gli oppressi del mondo. Le offrono una bandiera
incontaminata.
Operai e operaie di tutti i paesi, raccoglietevi sotto la bandiera della
Quarta Internazionale. è la bandiera della vostra vittoria che si avvicina!