SUI LUOGHI DELLA BATTAGLIA - I TRE MONTI

Viaggiare nella storia

Scrive il Generale ENRICO CAVIGLIA, nelle sue memorie: "Lo schieramento sulla linea del PIAVE di tutte le forze ITALIANE ancora disponibili fu ultimato il 12 novembre (n.b. 1917) ed in quel giorno il nemico prese contatto con tutta la nostra linea. CONRAD, però, andava preparando da due settimane un attacco sugli ALTOPIANI, e lo iniziò il giorno 9 (NOVEMBRE). Gli AUSTRO-TEDESCHI portavano complessivamente 55 Divisioni contro le 33 Divisioni ITALIANE, 22 delle quali avevano una forza inferiore alla normale. In tutto un milione di uomini con 4500 pezzi e 550 aeroplani, attaccava mezzo milione di Italiani con 3200 bocche da fuoco e con pochissimi aeroplani.

Natale 1917 – Un Natale diverso, l’ennesimo ordine da due mesi di uscire dalle trincee arriva secco ed inaspettato. Usciamo per il Melago, col freddo che ti penetra nelle ossa e ti lascia senza respiro per correre verso l’ignoto. Neanche il cordiale ormai ti scalda più. E’ buio quando partiamo, ma alle 7 le quote 1284 e 1231 sono nostre. Ricatturiamo 10 nostri cannoni e mitraglie sottratteci dagli austriaci. Noi bersaglieri si va ora verso il Col del Rosso. Da giorni va avanti questa lotta con gli austriaci che un po qui un po là stanno guadagnando sempre più terreno. Trincee, crateri, fili spinati, morti ingombrano ancora il terreno. Non c’è tempo per recuperarli… Pietà l’è morta….(avrebbe detto qualcuno in seguito). 
Cosi poteva iniziare un ipotetico diario di quei giorni sull’Altopiano di Asiago. La colonna tenterà poi invano di riprendere Col del Rosso..
Erano anni che non tornavo qui ad Asiago, e comunque non d’estate. La situazione era molto cambiata, non ero stato consigliato dal medico, anzi forse me l’avrebbe vietato. Non ricordavo dov’era il Col del Rosso, il Valbella quella linea che venne chiamata dei “Tre Monti” con L’Echele. Dovevo salire e vedere, toccare e viverli. I libri, i narratori di guerre spesso ti danno solo una delle tante facce del problema. Si finisce sempre per parlare dei soliti posti poi, dopo quasi 90 anni, se chiedi a qualcuno cosa ricorda ti sentirai rispondere Caporetto. Sarà anche per questo che continuano a uscire libri su Caporetto. Nessuno credo sa quello che successe qui e che fosse veramente importante, anche se alla fine non si poteva proprio dire che avessimo vinto. Chi scrive di Napoleone lo fa comunque da dietro una scrivania, non si sognerebbe mai di andare in Russia. I "Tre Monti" non sono località abitate, nel senso di modestamente abitate. Non puoi comunque nemmeno pensare di rivederle con gli occhi del tempo, perché il tempo è passato. La natura stessa salda le ferite o le nasconde. I primi giorni faccio fiato e gambe. Il caldo dell’estate non consiglia escursioni di tarda mattina o pomeriggio, una ricognizione preventiva poteva servire. Quando non facevo fiato giravo per i paesi, le contrade alla ricerca dei segni della guerra. Sono così arrivato anche a Magnaboschi, sotto il monte dove gli inglesi lasciarono molti uomini. Dietro la Casera Magnaboschi si costituì un centro per truppe di riserva e sanitario inglese chiamato Handley Cross ma anche un cimitero (bello, da vedere) ai piedi dello Zovetto, che fronteggia l’ex italiano. Qui su questo valloncello fra Il Lemerle, il Magnaboschi e lo Zovetto si compì il sacrificio della Brigata Forlì (Lemerle) e quello di tanti bersaglieri. Sempre girando (in auto) mi spingo oltre Gallio sulla strada di Stoccareddo rimessa a nuovo in più punti. Il panorama vi si apre sulla Val Frenzela, ormai impercorribile chiusa com’è fra ripide pareti di roccia, intatta, fuori dalle solite rotte turistiche e commerciali. Passate per il santuario della Madonna del Buso ed in breve dopo Stoccareddo siete a Sasso http://www.comune.gallio.vi.it/rete_civica/territorio/localita/buso.htm . Cosa ha Sasso di particolare oltre alla Calà** di 4444 scalini che scendono sul Brenta ? Sasso è Echele e ad Echele ero venuto per rivivere la storia di Roberto, figlio della Margherita Sarfatti (ebrea, biografa ufficiale del duce) che solo su Internet avevo conosciuto. Si sale su quel colle che non è Monte e stentate a credere che sia anche Colle perché ci trovate una Via e un cartello che dice semplicemente “Via Echele”. (come trovare sul Cervino, Via Cervino !). Il Re si congratula coi soldati decorati Lasciate la macchina, anche in strada, qui non viene mai nessuno. In lontananza case di contadini: i prati dicono che il colle è abitato e coltivato. Una donna raccoglie il fieno con gesti lenti girando attorno al monumento di Roberto Sarfatti. Roberto cadde con gli alpini del 6° il 28 Gennaio 1918 quando cercavamo di riscattare la malasorte che ci perseguitava da Caporetto in poi. Il monumento non è bello, si dice nello stile dell’epoca, ma è comunque difficile fare un bel monumento. Son troppi i fattori che concorrono alla sua realizzazione. Anche l’altare della patria i romani lo considerano brutto. E’ sera e ridiscendo dalla Val Chiama con la bruma serale che sospende l’aria fra terra e cielo. Anche questa valle che scende ad Asiago per incrociare la statale di Bassano, è deserta. I crateri delle bombe sono ancora là ai bordi della strada e ti sembra che da un momento all’altro ti si pari dinnanzi una pattuglia di nostri esploratori che esce dal bosco. Ti chiedono del fumo, ti dicono che non è zona sicura “è meglio che scenda giù prima che arrivi qualche colpo di mortaio”. La vacanza sta finendo, non resta molto tempo per il Valbella, l'altro dei Tremonti. Sulla strada Gallio-Bassano, a Bertigo si svolta a sinistra nella valle verso gli impianti sciistici (malga Ronco di Carbon). Fin qui la strada è bella, ma ormai siamo anche noi arrivati. Avanti, ancora un poco, e sotto il Sisemol alle case Laben lascio l’auto. Una strada bianca, brutta da vedersi si inoltra nei Boschi dello Stenfle, migliora subito girando attorno al gruppo montuoso. Non è la nostra ma val la pena d’andarci. A destra invece, dietro un cancello improvvisato una pista sale verso la cima del Monte.( Valbella m. 1314). Chiudetelo dopo il passaggio, il contadino si arrabbierebbe: sulla collina ci pascola le mucche. Non si vede la cima nascosta dagli alberi, ma non sarà lunga. Tiri fiato mentre osservi i crateri dei colpi. Qui la mano dell’uomo ha lasciato tutto com’era, solo l’erba e le mucche possono ancora modificare il paesaggio e naturalmente l'uomo. Quanti proiettili inesplosi si nascondono li sotto?, Quante mucche saranno saltate i primi anni ?. Mi racconta l’albergatore, (ex allevatore e pascolatore), che da giovane andava ancora a raccogliere ferro e bronzo da qui all'Eckar. Sono solo le 10 ma il sole picchia già come picchiavano allora i colpi. Da qui salivano o scendevano (era molto esposto all’inizio) gli austriaci non gli Italiani e le buche erano dei nostri colpi. Lo sguardo fisso al sentiero, (si fa di solito così per non vedere quanto lontana è la cima) ai ciottoli che ogni tanto cambiano colore, sono bruni. Li raccolgo, ma pesano, non sono ciottoli sono schegge . Grandi e piccole sono rimaste in superficie quando il colpo è caduto sul terreno roccioso. Più avanti pezzi di filo spinato, divelti e spezzettati dagli stessi colpi. Comincio a riempire una tasca, poi la borsa di mia moglie. Alla fine mi stanco e lascio pensando di lasciare qualcosa a quelli che verranno dopo. Fra il bianco e il bruno del ferro ogni tanto compare un verde tendente al brillio. Sono pezzi di Bronzo delle spolette. Sono in cima. Qui e là nella spianata del bosco i terminali delle seggiovie (qui si scia). La montagna, come si vede ora, può cambiare per mano dell'uomo !. Da una parte, costruito molto “volenterosamente” si vede un cippo anzi due e una croce che ricordano la battaglia. Non sono belli. La zona monumentale andrebbe risistemata, recintata, protetta. Anche le mucche vi fanno la loro sosta !!. Quassù nessuno, solo qualche vecchio che d'estate si spinge fin quì, sarà per questo il disinteresse. Mi cambio la maglietta che ormai è impregnata di sudore. I boschi sono ricresciuti sulle vecchie trincee, sui residuati. La vista si spinge sui contrafforti verso Asiago e verso l’Ortigara, la davanti. Cimitero inglese Magnaboschi, sullo sfondo l'ex italianoQuanti bersaglieri lasciarono le speranze qui in tre anni dal 16 al 18. Un calcolo approssimativo ci direbbe almeno 5.000, un sesto dei caduti totali. Meritano qualcosa di più. Ridiscendo col mio carico e non guardo a terra se non a tre metri dal cancello, dove un piccolo oggetto tondo attira la mia attenzione. E’una spoletta intera. Forse il colpo inesploso è andato in pezzi sulla roccia o si è fratturato proprio lì, lo raccolgo come ultimo souvenir per il mio piccolo museo. E’ ora di tornare. La prossima volta, un altro anno, da qualche altra parte. Walter Amici

http://www.sassodiasiago.it/adunataasiago/battaglia_tre_monti.htm 

Monumento a Roberto Sarfatti all'Echele

http://www.scuolaromana.it/personag/sarfatti.htm

Margherita Sarfatti, biografa ufficiale del Duce ebbe un figlio, Roberto, morto diciassettenne sull'altopiano d'Asiago a cui dedicò un monumento funebre. "Volontario di guerra alpino (6°), lanciatosi all'attacco di un camminamento nemico, vi catturava da solo trenta prigionieri ed una mitragliatrice. Ritornato all'attacco di una galleria fortemente munita, vi trovava morte gloriosa." - Case Ruggi Sasso d'Asiago, 28 gennaio 1918. Dal fianco (sinistro)della Chiesa di Sasso, a destra per chi guarda, dall'incrocio della Via Stoccareddo-Asiago parte una strada per le contrade aggrappate sul Col Rosso e Echele. La strada (discreta, 4/5 km)sale di tornante in tornante verso case Caporai. In cima quando vi si apre la visuale panoramica trovate a destra Via Echele e una strada sterrata che scende a Ruggi (a sinistra si va a Caporai Col Rosso). Dopo circa 2/300 metri, si incontra, sulla destra, la (tomba) monumento di Roberto Sarfatti. In realtà la salma di Roberto Sarfatti riposa nell'ottagono centrale del Monumento-Ossario di Asiago, assieme a quella di altri undici eroi, medaglie oro, caduti sull'Altipiano. Tra questi  i già bersaglieri Prestinari, De Lamberti e Stasi. I nomi di tutti loro sono incisi alla base del calice d'oro usato nelle Messe che si celebrano sull'altare della Cappella dell'Ossario .

    Brigata Forli

**I 4444 GRADINI DELL’ANTICA CALA’ Dal SASSO alla Val Stagna
Calà, cioè "calata", nel senso di "discesa", e il nome con il quale è conosciuta la via antica che collega il centro abitato di Sasso (Comune di Asiago), con la località "Fontanella" situata sul fondo della Val Frenzela. La Calà fu costruita, secondo gli storici, verso la fine del secolo XIV, dal Comune di Asiago allo scopo di collegarsi con il paese di Valstagna e con la via fluviale costituita dal fiume Brenta. La Calà, fu realizzata come denuncia la sua stessa struttura ed in particolare la presenza del cunettone per lo scivolamento dei tronchi, principalmente per il trasporto a valle del legname, tagliato sull'Altopiano dei Sette Comuni e destinato alla pianura veneta; non va dimenticato, a tal proposito che a partire dagli inizi del secolo XV e fino alla fine del XVIII secolo, l'Altopiano rifornì l'arsenale di Venezia di materiale necessario per l'allestimento delle navi (come testimonia, del resto, il toponimo "Col dei remi" ubicato nella stessa zona della "Calà"). La via venne riparata una prima volta nel 1491 quando, data l'onerosità dell'opera di ripristino della strada rovinata, la Repubblica di Venezia stabilì che la spesa relativa fosse sostenuta da tutti i Comuni circonvicini che la utilizzavano (Asiago - Gallio - Foza – Roana - Lusiana e Valstagna); nei secoli seguenti la continua manutenzione permise di mantenere costantemente in efficienza la "Calà". L' importanza della via decadde in seguito alla costruzione della rete di strade carrabili avvenuta tra la metà dell'Ottocento e i primi decenni del 900 e con la messa in funzione nel 1909 della ferrovia da Piovene Rocchette ad Asiago. In seguito e fino ai tempi relativamente recenti la "Calà" è stata utilizzata dagli abitanti dei dintorni come via di comunicazione pedonale o per trasporti di merce di piccola entità a dorso di mulo. La devastante alluvione del 1966, preceduta probabilmente dagli effetti di una non adeguata manutenzione, provocò la distruzione in più punti della "Calà" con l'asportazione della massicciata in pietra. Negli ultimi anni la via ha riacquistato importanza come percorso turistico in considerazione del valore storico del manufatto della "Calà" (che costituisce una notevole opera di ingegneria stradale antica date le caratteristiche costruttive e tenuto conto delle difficoltà tecniche affrontate dai costruttori e dei mezzi a disposizione degli stessi) e del contesto ambientale in cui esso è inserito.
Val Bella (monte)

Il toponimo comparve per la prima volta nei bollettini di guerra dopo la battaglia delle Melette del 1917. In quella occasione gli austriaci avevano costretto le truppe italiane a ripiegare su una linea del tutto nuova che, prima di scendere in Val Brenta, si appoggiava alle alture dell’Echar, Valbella, Col del Rosso ed Ecchele. La rivincita italiana fu preparata per gennaio 1918. Si cambiò registro. Il 28 gennaio alle 6.30 inizivava il tiro di preparazione (a gas in val Frenzela e Val Miela) con il movimento di tre colonne di bersaglieri del 5º regg. Alle 9.30 la colonna di sinistra (14° btg.) attaccava da Valbella per malga Ronco di Carbon verso Stenfle senza esito. Appostati alle pendici del monte i bersaglieri di Valbella rimasero in attesa sino alle 16, quando il 14º Rgt. bersaglieri tentò di nuovo l'avanzata. Ancora una volta respinti essi dovettero ripiegare alle 17. Il 29 gennaio Piola Caselli ordinò l'attacco a Valbella con tre colonne: a sinistra la colonna Mozzoni (una comp. del IV assaltatori con il 61° btg. bers. reparti del 14º.  e due comp. mitraglieri.), al centro la colonna Besozzi (il 16 reparto d' assalto con parte del 66° btg bersaglieri), a destra la colonna Ricciardi (una comp. del IV d'assalto, il 54° btg. bersaglieri e nuclei dei btg. Bersaglieri  24 e 72). Tra le 9.30 e le 10 uscirono dalle trincee i fanti piumati e dopo tre ore di combattimento occuparono la vetta del monte. In tutti i punti dopo tre giorni di battaglia non si vedeva ancora la fine. Il presidio italiano del monte dovette respingere attacchi di pattuglie austriache sino a tutta la prima decade di febbraio poi piano piano la calma ritornò sovrana. Nel corso della battaglia di giugno il Valbella fu di nuovo aggredito. Il 29, alle 5.30, un gruppo formato da un btg. del 9º fanteria Regina, una compagnia di bersaglieri e due della Legione ceca attaccarono la cima Valbella, prendendola d’impeto. In tutta l’operazione l’Austria perse circa 2000 prigionieri, 51 mitraglie e 4 cannoni mentre gli italiani soltanto 552 soldati di cui 82 cecoslovacchi (Anche i Cechi fatti prigionieri in Italia come in Francia, godono di un trattamento di favore e concorrono a formare dei battaglioni lavoratori dietro le linee dell'Adige. Piccoli nuclei detti esploratori o squadroni di avvicinamento (la conoscenza del tedesco e delle consuetudini avversarie li facilitava) intanto operano già nelle zone alpine Il 30 maggio, dopo aver ricevuto la bandiera di combattimento, sono inviati al XXIII c.d.a. sui Monti Berici, sull'altopiano. Combattono sul Piave e sull'Altissimo coprendosi di gloria. Anche fra i 4 reggimenti (31-32-33-34) cecoslovacchi vengono creati gruppi di arditi. Questi uomini vengono riuniti  successivamente con gli esploratori nel 39° rgt esplorante a disposizione dei comandi d'armata. Il mattino del 24 settembre 1918, bersaglieri e cechi dei nuclei arditi andarono all'assalto della cima Tre Pezzi durante un violento temporale con esito positivo)

CRONACA DI UNA BATTAGLIA
Sull’Altopiano di Asiago la sensazione del tracollo non era mai svanita dopo il maggio 1916. Il dopo Caporetto, 16 mesi dopo la strafexpedition, poteva solo portare disgrazie. Il 4 dicembre 1917 cedono in rapida successione i presidi italiani delle Melette, del Tonderecar, del Badenecche, dello Spil e alla fine di Castelgomberto. Il giorno dopo gli italiani resistono sullo Zomo e sulla Meletta di Foza allo scopo di consentire la ritirata della 29ª divisione in evidente difficoltà. Bisogna impedire la discesa delle truppe austriache su Valstagna (fondovalle Brenta) alle spalle di Col Moschin e del sistema del Grappa (Asolone-Grappa) cerniera per la difesa del Piave. Il gen. Andrea Graziani (Bersagliere) organizza un estemporaneo quanto efficace corpo d’armata con i resti di reparti alpini e bersaglieri sul fondo della Val Vecchia
6 dicembre 1917 
Gli austriaci puntano ora sul Sisemol oltre Gallio. La strada per Bassano è lunga ma se non si incomincia non si finisce: La 4ª brigata. Bersaglieri (14° e 20° Rgt.). (Col. di brigata Piola Caselli) schiera tra Valbella e Sisemol anche il 5º bersaglieri (btg. 24, 46 e 14) di rinforzo. La forza si era molto ridotta per le perdite autunnali. Sul Sisemol il 14º btg. 40 e 54, il 61 btg. sino al paese di Bertigo. In riserva il 20º rgt. (btg. 71, 72, tra Bertigo e i rovesci est-nordest del Sisemol). L'attacco parte ad ondate poco dopo le 13 con forza. Alle 16 gli austriaci investono l'anello del Sisemol da nord-nordest. Nella notte si rinuncia al contrattacco e si sgombra l’avamposto di Stenfle, troppo avanzato e in procinto di essere tagliato fuori. Perdite complessive italiane 69 uff. e 2456 bersaglieri (fra morti, feriti e prigionieri) su un totale di 86 uff. e 3000 soldati. Il monte Sisemol, nonostante la resistenza della IV brigata bersaglieri è perso. La linea italiana ora si porta indietro sui monti Echar, Valbella che fronteggia il Sisemol e Col del Rosso costeggiando poi la Val Frenzela per collegarsi a Rivalta in Val Brenta. Foza sta bruciando nell'incendio appiccato al carburante da un reparto lanciafiamme (Caccia Dominioni). Da Enego gli imperiali guardano giù verso il Grappa, verso la pianura ancora lontana. 
18 dicembre 1917
Sul Grappa cede il caposaldo italiano di monte Asolone che col Col Moschin fa da unione in quota al fronte dell’altopiano . La nuova situazione induce i comandi austriaci a riprendere le operazioni sull'altopiano di Asiago. Prese sul rovescio, le posizioni di Col Moschin potrebbero saltare da un momento all'altro.


Cima Valbella

Battaglia di Natale
23 dicembre 1917. 

Gli imperiali dopo un furioso bombardamento a gas dalla sera del 22 sfondano la linea minacciando da vicino le cima Valbella, Col del Rosso con il retrostante Melago e il Col d'Echele. Il complesso montuoso citato rappresenta l'ultimo contrafforte collinare prima della Val Brenta ad est e della pianura di Bassano a sud; da allora verrà identificato col nome di "I tre monti". La situazione appare critica anche a Cima Echar già investita, che resta l’ultimo baluardo difeso dai Lupi di Toscana. La linea italiana va da cima Valbella (esclusa) con la Brigata Verona 85 ed 86º e la brigata Livorno 33º e 34º (2a divisione) a Costalunga. La 2a divisione era reduce dall’Isonzo ed ebbe grosse difficoltà d’ambientamento nella nuova zona di impiego. Un ufficiale preso prigioniero dagli austriaci dichiarò. “Così da vicino non si poteva sparare su voi". Il 5º bersaglieri è ora in riserva. Il bombardamento del 22 aveva demolito il comando della Livorno a Busa del Termine. Tempo: lieve nevischio, -3°C, nebbia a valle, 14 cm di neve. 
Alle 8 del 23 arriva il tiro di preparazione ed alle 9.30 l'attacco. L'attacco violento sfonda tra il 33º e l'86º sopra le Portecche e gli austriaci occupano
definitivamente Col del Rosso, proseguono verso monte Melago attaccando alle spalle la Verona. Resistono a Nord est Zaibena e Stoccareddo con l’unica via di fuga che passa da Sasso. Cede all'una il ridotto di Valbella dove un battaglione del 33° Livorno risulta quasi interamente disperso. A sera anche la Verona cade quasi tutta prigioniera. Di notte il 16º reparto d'assalto con il 78° Toscana tentano invano di riprendere Col del Rosso. 
(Chi visitasse i campi di battaglia si renderebbe subito conto che la linea di trincee, quando c’erano, era la più torta e provvisoria che potesse esistere. Si insinuava e svolgeva su e giù per i colli, avanti e indietro, per i boschi, anche quando il nemico ti sovrastava o addirittura circondava. Intere
divisioni restavano prese sui fianchi o da tergo, e col loro impegno o con quello dei soccorsi venivano a volte liberate. Avevano mezzi e munizioni proprie di riserva solo per poche ore fuoco)
25 dicembre 1917
Nuovi contrattacchi italiani. Reparti del 78º riprendono alcune linee sull'Echele. Vanno in linea di nuovo quelli del 5º bersaglieri assieme a reparti del 151° Sassari. Gli austriaci sfondano la linea a case Caporai-Echele (Toscana 77 e 78° e 9° Regina). Inizia un ripiegamento italiano ai due lati della Val Chiama. Di notte si combatte comunque ancora sull'Echele, aggirato e sul Col del Rosso, da fianco: invano. Perdite gravissime: 33º Livorno e brigata Verona (ebbero anche fra morti e feriti oltre 3.000 uomini e molti dispersi-prigionieri) Il 9º Regina registrò 500 uomini tra morti e feriti accertati. Il I° e II/78 Toscana, 1100, il 34º Livorno circa 500, 300 i due btg. bers. (congelati 120). Distrutte tre compagnie mitraglieri (532, 546 e 298). Il XXIV reparto d’assalto perse 188 uomini. La situazione italiana appare molto critica tanto che il comando delle truppe altopiano (CTA) viene affidato al gen. Gaetano Zoppi. Viene avvicendato anche il comandante del XXII corpo sostituito dal gen. Scotti. La linea italiana ora corre sotto Cima Echar per monte Melago e Col dei Noselari. Si resiste ovunque, l'ordine è morire sul posto. Un attacco francese recupera la linea Tomba-Monfenera sul Grappa, migliorando la situazione sulla riva destra del Piave. Sull’altopiano a Canove gli austriaci hanno parzialmente ceduto. Gli austriaci avevano esaurito la spinta, faceva freddo davvero, era ora di smettere e scavare delle tane sottoterra. Era anche ora di ripensare alla tattica dell’offensiva, ripensarla in maniera diversa da quanto s’era fatto finora. 

Lupi di Toscana

manifesto francese interalleato. Sottoscrivete

Guarda nelle Piantine

Abbassa la fronte
se sei seduto, alzati!
perchè sta passando
la Brigata "Sassari"
e con la mano benedici e segna
la miglior gioventù
di Sardegna

Siamo la traccia
di quell'antica gente
che fermava il cuore
al nemico
Oggi le loro insegne
sono nostre
per l'onore dell'Italia
e della Sardegna
 

Sa fide nostra no la pagat dinari aioh! dimonios! avanti forza paris.

 

LA RIVINCITA

Ascolta l'inno della Sassari qui: http://www.assonazbrigatasassari.it/inno.htm   (con l'Adsl richiede un minuto) o qui dove trovi anche lo spartito http://www.radiomarconi.com/marconi/marcia/diavoli001.mp3  
http://www.radiomarconi.com/marconi/marcia/dimonios_sassari.mp3
 http://www.giomas2000.it/Brigata Sassari/index.html
spartito
http://www.radiomarconi.com/marconi/marcia/dimonios1.html

 

 

I nostri effettivi pur in presenza di un esercito Imperiale in crisi sono inferiori. Non possiamo certo contare sul numero, bensì sulla qualità. I tempi di una offensiva erano prima scanditi dalla velocità con cui si riusciva a portare in linea uomini, materiali, cannoni, munizioni. Il che non era semplice vista anche la natura dei luoghi. La vicenda Rommel qualcosa aveva pur insegnato. Meno uomini, quindi meno materiali, viveri e munizioni nella dotazione individuale. I cannoni erano già di suo ridotti dopo Caporetto. Facevamo affidamento su quelli alleati. Artiglieri in azione anche quando gli uomini avanzano (il vecchio concetto dei soldati col cerchio bianco sulla schiena) con un servizio di osservatori efficiente ed un comando unico. Se pochi erano gli uomini si doveva anche evitare quelle situazioni disperate che provocavano scomparse di interi reparti. Taglio chirurgico del campo d’azione da travasi laterali oltre che di seconda linea col gas. Stage preparatori con gli alti ufficiali, uso di arditi, pur con le loro cattive abitudini (dall’una e dall’altra parte procedevano a sgomberare il campo da vedette e centri di fuoco, saccheggiando cadaveri e ritornandosene in seconda linea nel mezzo dell’offensiva ). Ai fanti della Sassari (col del Rosso) veniva detto che le bombarde francesi tagliavano il filo spinato, ma non ci credettero fino a quando non lo videro coi loro occhi. A giustificazione della non vittoria gli austriaci diedero la colpa ai reparti di Landsturm (territoriali) che avevano sostituito i Kaiserjaeger, volenti e nolenti. Da parte Italiana si era scelto il meglio per non sbagliare. Gennaio porterà più fortuna. 

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