Queste informazioni sono tratte dal libro "PERSONAGGI ILLUSTRI della MARCA TREVIGIANA", dizionario bio-bibliografico - dalle origini al 1996, realizzato da Roberto Binotto (1996 - Fondazione Cassamarca). Un'opera monumentale, che ha richiesto una certosina e appassionata opera di ricerca da parte dell'autore, membro dell'Ateneo Veneto, e che meriterebbe una posizione d'onore in ogni biblioteca che si rispetti.
Le informazioni estrapolate sono solo una piccola parte delle innumerevoli notizie storiche che si possono trovare nel libro.
Il consiglio, dunque, è di procurarsi l'opera completa per conoscere i personaggi che hanno fatto la storia della nostra terra, dal più umile al più famoso.
PERSONAGGI ILLUSTRI DELLA CONCA DEL BASSO FELTRINO
Da Alano - Campo Angelo - Casamatta - De Boni Filippo - Dominici Francesco - Forcellini - Licini Isidoro - Lomboni Rodolfo - Nani Antonio - Panas Agnese Pacifica - Redusio - Terenghi Antonio
DA ALANO, nobile famiglia trevigiana, che riuscì ad elevarsi, tra le poche, al grado nobiliare con mezzi propri. Da essa uscirono Enrico (sec.XIV) che fu podestà di Padova (1405); Antonio, allievo del Rolandello e studente in Padova (1465) di giurisprudenza, scrisse di storia patria; Enrico, docente di Diritto Civile nello studio patavino (1490-97), creato cittadino trevigiano "dictator Populi (creatus) ad urbem Venetis dedendam" (Facciolati); Guidone (sec.XVI), famoso giurista.
Enrico ebbe per allievo Redusio de' Redusi da Quero, uno dei fratelli di Andrea.
Bibliografia: A.A. Michieli, Storia di Treviso, p.127; A. Serena, 1912,p.112; L. Pesce, 1987, p.218; A. Gloria, I (1877-81), p.358; J. Facciolati, II (1757), p.112; G. Netto, I podestà di Treviso medievale (1176-1388), in AMAT, n.s., n.10 (1992/93, pp.7-62.
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CAMPO Angelo (1735-1826) da Campo, figlio di Tobia, pittore di paesaggi e di soggetti sacri in tele e pale. Si trasferì a Verona nella parrocchia di S. Eufemia, nella cui chiesa stava dipingendo la Deposizione, quando lo colse la morte a 91 anni. L'abate Sante Fontana gli dettò l'epigrafe.
Lavorò a Belluno, duomo: S. Nicolò da Bari in atto di salvare una zattera carica di persone; a Rovigo, duomo: una tela; a Chievo nel veronese, Palazzo Pellegrini: L'apoteosi di Ercole, affresco; a Sant'Ambrogio di Valpolicella, arciprete: S. Ambrogio impedisce all'imperatore Teodosio di entrare nel tempio e, anche, due grandi quadri ovali: S. Ignazio di Lojola, frutta e paesaggio e S. Luigi Gonzaga, frutta e paesaggio; a San Pietro Incarnario, chiesa: Cristo consegna le chiavi a S. Pietro alla presenza degli apostoli.
Bibliografia: Cfr. R. Brenzoni, Dizionario, 1972,p.100.
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CASAMATTA (Camatta, Casa Matta), famiglia oriunda da Feltre, stanziatasi a Quero all'inizio del 1600 con Giuseppe q. Tommaso (1569-1649), il cui dinamismo imprenditoriale crebbe lustro al casato.
Il figlio Cristoforo (1569-post 1669) diede nuovo impulso alle imprese paterne nel campo dell'industria tessile, non meno di quanto ha fatto il figlio di costui, don Antonio Casamatta (1626-post 1696), arciprete di Quero (1685-1692) nel difendere i diritti della sua Chiesa matrice, sia durante il suo pievanato e sia quando, passato parroco di S. Giacomo urbano in Padova, venne in visita pastorale a Quero come delegato vescovile di Monsignor Cardinale Carlo Rizzonico.
Altro Abate fu Alvise, nipote di Don Antonio, laureato in utroque, residente a Padova.
Miglior fama ebbero nel secolo XVIII Francesco e Vigilio: il primo, onorato medico chirurgo, distintosi alla corte reale di Dresda; il secondo, abate, professore di eloquenza nei seminari di Treviso e di Vicenza, buon poeta latino e fecondo oratore sacro, come lo testimoniano le sue opere a stampa. E' autore tra l'altro di un poema dal singolare titolo I cieli (Padova 1839).
Un altro Francesco Casamatta (?-1818) fu parroco di Vas, conosciuto come un buon latinista epigrafista. Sembra essere l'autore dell'iscrizione latina incisa sulla lapide posta sopra la porta che mette dalla chiesa nel corridoio della sacrestia di Valdobbiadene, tuttora esistente.
Bibliografia: V.A. Capuzzi, F.C., "Giornale dell'ital. letteratura", XLIX (1819), pp.358-366, Padova; A. Dal Zotto, 1986, p.42; B.Beda Pazè, Quero, Cornuda, II (1990), pp.98-99, 213-215; cfr., "AVPa.", Visite pastorali, LX, ff.221v e 309 rv.; cfr. Guida economico-turistica della provincia di Belluno, Treviso 1958, p.375.
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DE BONI Filippo (1816-1870) da Campo, abate, giornalista, drammaturgo, critico e storico. Collaborò col Carrer e il Locatelli nel "Gondoliere", di cui divenne direttore. Espulso da Genova, dove era stato chiamato alla presidenza del Circolo Artistico, esulò a Losanna e a Parigi, dove riprese a stampare le sue Cronache che il Gioberti giudicò eleganti e veridiche. Nel 1846 difese il D'Azeglio dalle frecciate di Lorenzo Giraboldi e dagli ardenti Mazziniani.
Dopo la burrasca patriottica del '48-'60 fece ritorno al Circolo di Genova.
Tra i suoi scritti storici: Gli Eccelini e gli Estensi: storia del sec. XIII,Venezia 1841 e La congiura di Roma e Pio IX (1847), La Chiesa romana e l'Italia (1863). Questi scritti mantengono una certa curiosità di documentazione contemporanea.
Fra gli opuscoli: Lo straniero in Lombardia (1848) e Il Papa Pio IX (1849). Questi testi dimostrano la galanteria operosa del De Boni, il suo patriottismo, lo spirito vivace in ogni contemporanea agitazione d'idee, biografo, divulgatore tra noi della "Vita di Gesù" del Renan.
Nel romanzo Scipione (1843), il De Boni per primo assume una posizione equilibrata tra il genere fantastico e irrazionale del romanzo storico e l'esigenza di concretezza e di verità che nulla ha a che fare con il ritratto della tradizione. In tal modo egli proclama il diritto del romanzo di far proprie talune transizioni, di cui la storia, col suo esporre il seguito repentino dei fatti, non si occupa.
Interessante, infine, l'opera: Biografia degli artisti, riedita a Venezia nel 1852 in 1109 pagine.
Bibliografia: R. Corrado, Filippo De Boni, i Circoli popolari e la legazione di lui a Berna, in "Studi e docum. per G.Mameli e la Repubblica Romana", Imola 1927; G. Mazzoni, I (1964), pp. 536, 540; II, pp. 13, 263, 266; cfr. SCV,VI (1986), p.125.
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DOMINICI Francesco(1518c.-1579), figlio di Domenico Fugazza (1566) dalla Pieve di Quero, entrambi pittori di professione, discendenti di Andrea da Colmirano, detto anche Menegazzo, il quale ottenne la cittadinanza trevigiana nel 1509.
Francesco preferì il patronimico Dominici al cognome paterno che gli sembrava volgare, applicato ad un poeta com'egli si qualificava. Con tale cognome egli appare negli atti notarili e nei suoi parti poetici, tra cui quello che dedicò al Burchiellati nel 1577.
Dal 1551 risiedette costantemente a Treviso fino alla morte, ereditando (1574) le sostanze della madre Elisabetta Bressanin, passata a seconde nozze.
Robusta è la sua pittura con caratteri del Bassano e del Tintoretto, come appare nei ritratti e nelle tele che ci lasciò: il Ritrattino circolare del Burchiellati all'età di 23 anni (1571) e li magnifico quadro - famoso per i ritratti - della Processione di ringraziamento per la processione di Lepanto, commissionatogli dalla Scuola dell'Annunziata, (m. 1.71x1.71), ora nella sacrestia dei Canonici.
Esso è considerato, a ragione, il capolavoro del Dominici; ma l'artista lasciò altre ottime testimonianze d'arte, come il mezzobusto del medico Aproino e gli affreschi nelle ville di Tiretta e Trabaseleghe (ora scomparse) e a Cusignana (facciata con scene mitologiche).
Più sommessa l'arte del padre, come gli affreschi ch'erano in casa Rolandello (1541).
Bibliografia: Biscaro-Bailo, Paris Bordon, p.20; ASTnot., Atti Gerol. Scala, H.II, XI (1569); BCT, cod. 1089, Genealogie e ms. 1410,vol.44; G.Bampo, I pittori fioriti a Treviso e territorio. Documenti inediti dal sec. XIII al XVII, tratti dall'Arch. Not. di Treviso, misc. BCT n.1410, vol.44; L. Coletti, Treviso, Roma 1935; C. Ridolfi, I (1835), p.304; G.B.A. Semenzi, V (1861), P.II°, p.621 e in "CL", III (1862), pp.201-203.
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FORCELLINI, famiglia di umile origine da Campo di Alano con Egidio (1688-1768) e Marco (1712-1793), i quali ebbero la prima istruzione dallo zio paterno Umberto (1659-1735), parroco di Segusino e vicario foraneo, ammesso fra gli Oblati (1683) a dimostrazione della sua santità di vita.
Egidio entrò a 16 anni nel seminario patavino. Il prof. Facciolati, prefetto degli studi ne capì la tempra e l'ingegno e lo volle (1711) suo assistente, affidandogli (1715) la compilazione della Ortografia Italiana e la revisione del Dizionario Latino di Ambrogio Capello, pubblicato dalle edizioni Aldine nel 1502. Il lavoro di emendamento e di ampliamento di detto dizionario durò tre anni. Nel 1718 veniva pubblicato dalla Tipografia del Seminario patavino col titolo Caleptimus septem linguarum e il Facciolati ne aveva quasi tentato di attribuirsi la paternità.
La fortuna del nuovo dizionario, purgato e riformato - raggiungerà la 10° edizione nel 1789 - indusse il prefetto Facciolati che il saggio vescovo Giorgio Cornaro ad assegnare al "diligente, perseverante e sapiente" Forcellini l'ardua fatica di compilare un grande dizionario latino, il Lexicon Totius Latinitatis, esonerandolo da ogni altra incombenza.
Il nuovo prelato F.Barbarigo ritenne più opportuno impiegare il letterato (1724) in una missione più confacente con la sua dignità di prete e gli pose il veto alla continuazione del Lessico. Egidio accettò, allora, l'invito del vescovo di Ceneda e passò, stipendiato, a rettore, prefetto degli studi e professore in quel seminario, ne elevò il tenore degli studi e dell'organizzazione scolastica, per cui nel pur breve corso della sua permanenza a Ceneda (1724-1731) numerosi studenti accorsero da ogni parte del Veneto e particolarmente dal Friuli e dal Cadore.
Nel 1731 il nuovo vescovo di Padova, il Cardinale Giovanni Minotto Ottoboni con l'intento di riformare gli studi del seminario, lo richiamò in sede offrendogli "honestissimo stipendio". Ritornato, il Forcellini si buttò a capofitto nel suo Lexicon, interrotto alla voce comitor, ma nel 1742 il nuovo ignavo cardinale Rezzonico lo obbligò alla direzione spirituale dei clerici, onere oltremodo impegnativo. Oppose motivate ragioni onde venir sollevato da tale incombenza, ma non trovò comprensione. Solo nel '51 fu liberato dall'incarico e nominato custode della biblioteca, com'ebbe egli a scrivere al fratello Marco. Così potè attender al suo grande lavoro, ripassarlo e metterlo a punto per la stampa (1755). Venne incaricato L. Violato di trascrivere l'intera opera per facilitarne ai tipografi la composizione e nel ' 61 l'a copiatura era ultimata, ma l'autore non ebbe la fortuna di veder pubblicato l'immane suo lavoro che vide la luce nel 1771 per le edizioni del Seminario patavino, a cura del Facciolati.
La critica fu subito favorevole; anzi, i favori crebbero nel tempo. Intanto il Forcellini s'era ritirato con un po' di pensione nella casetta che lo ha visto nascere, attendendo, ottantenne, la morte, che venne senza sussulti esteriori; e, nessun segno fu posto sul suo sepolcro.
Vi fu in seguito uno studioso, Giuseppe Furlanetto da Padova (1775-1848), che occupò tutto il tempo libero della sua vita allo scopo di perfezionare il lavoro del Forcellini.
Alla di lui morte il vescovo Farina consultò una commissione di esperti, perchè si esprimessero sul valore delle aggiunte da apportare al Lessico forcelliano. E venne incaricato l'abate Francesco Corradini da Thiene (1820-1888) di rivedere l'intera opera. Ne uscì, allora, la 4° edizione prolissa e inesatta nel titolo, in quanto attribuisce al Facciolati e al Furlanetto pari merito dell'intera compilazione del Lexicon, il che è falso. In più aggiunse i tre nomi dei tedeschi R.Klotz, G. Freund, L. Doderlein, che, tutt'al più, potevano figurare in nota. Quest'edizione comprende 74 milioni di lettere, contro i 35 della prima. Il Corradini, tuttavia, non ultimò la revisione, rimasta alla sua morte alla lettera "R"; venne affidato all'abate Giuseppe Perin il compito di completarla. Era il padovano Perin (1845-1925) uomo di enciclopedica erudizione, sicuro nel giudizio, costante nell'applicazione. Egli la completò e vi aggiunse anche due volumi dell'Onomasticon. I quattro volumi forcelliniani più i due periniani vennero riprodotti anastaticamente nel 1940: opera ancor oggi vitale, geniale per impostazione e sviluppo.
Intanto lo scienziato si consumava ignaro nel cimitero di Campo. Solo dopo quasi cent'anni (1850) monsignor J. Bernardi lo scoperse e gli pose una semplice iscrizione. Nel 1871, suggerite e dettate da N. Tommasèo, furono poste due lapidi in chiesa e nella casa natia.
Interessanti a scopo biografico sono le Lettere al fratello Marco (Padova 1876,pp.384), pubblicate da J. Bernardi.
Minor fama godette Marco Antonio, abile giurista, convittore nel seminario di Ceneda (1725-1731) e in quello di Padova, ammesso ai corsi di Retorica (1731-1733). Nel 1734 è a Venezia, istitutore imparruccato di Zanetto Dolfin.Ma il suo fervido spirito d'iniziative e la sua intelligenza effervescente, non sono capaci d'inerzia. Egli attende anche alla correzione di stampa, alle pubblicazioni della tipografia Baglioni e collabora al settimanale Novelle della Repubblica Letteraria edite da Giovanni Albrizzi, fratello di Almarò. A Venezia ebbe rapporti di lavoro anche con l'amico feltrese Natele Dalle Laste che gli successe (1766) Come storiografo e revisore di Stato in materia di Brevi, incitandolo a concorrere ad una cattedra di legge nello Studio patavino. Compose con un lui un poema in tre canti: Feste Trevigiane d'Amore in ottava rima per le nozze del co. Fiorino d'Onigo con la co. Anna Bellati (1745): un verso l'uno e un verso l'altro.
Compagno di A. Zeno, scrisse il Diario Zeniano, utile per la compilazione della storia letteraria veneziana del secolo XVIII; dettò, anche, la Prefazione alla Eloquenza Italiana del Fontanini, di cui lo Zeno aveva curato la prefazione e le note.
Marco attese alle Opere dello Speroni in cinque volumi con note biografiche del letterato. Nel 1762 venne invitato a collaborare alla compilazione della Storia della Letteratura Veneziana, ma declinò l'incarico. Due anni dopo la Serenissima lo premiò con Medaglia d'Oro per aver condotto a lieto fine la questione insorta sull'uso delle acque del fiume Tartaro nel mantovano tra l'Imperatrice Maria Teresa e la Repubblica Veneta. A 57 anni sposò la ventiseienne Alba Maria Bortolini e si ritirò a vita privata nella casetta di sua proprietà nei pressi di Susegana, rinunciando a tutte le offerte pur onorifiche e vantaggiose. Tuttavia, nel 1771 accettò l'offerta di vicario perpetuo delle terre di giurisdizione del co. di Collalto, Vinciguerra VII, il quale gli assegnò un vitalizio perchè trascorresse con lui una mezz'ora mattutina. Presso il co. Vinciguerra egli visse dal 1771 fino alla morte, consultato da molti in fatto di questioni legali, togliendo tanti dubbi.
Scrisse i Dialoghi, lodevoli per espressione e profondità di pensiero.
Bibliografia: Cfr., "La VC", IX (1898) n.8 del 15. 4,pp.60-61; B.Gamba, Lettere familiari, Venezia 1829 e 1835; L. Melchiori, Lettere e letterati a Venezia e a Padova a mezzo del sec.XVIII da un carteggio inedito, Pad.1942; F.Sc. Fapanni, Lettere familiari inedite di trevigiani illustri, Treviso 1889; E.Forcellini, Lettere, a cura di J.Bernardi, Padova 1876; E. Tipaldo,I(1824), p.108 e II,p.49; A. Franceschi, Biogr. di M.A.F., dott. in giurisprudenza e letterato, Treviso 1894; A. Marchesan, in "La VC" , VIII (1897) n.21, p.164 e IX (1898) n.5; P.Zangiacomi, 1954, p.52; G.B.A. Semenzi,V (1861) P.II°,p.725 (Parla di un parente Marco, che istituì un legato per gli infermi); Fabbroni, Egidio Forcellini, Lucca, 1804; Moschini, I, P.III°(1806),p.101; G.B. Ferrari, Vitae virorum illustrium Seminari Patavini, Padova 1815, p.450; Tommaseo, in Tipaldo, VIII(1843), p.149; cfr., GSLI, LXI, p.124 e LXIX, p. 269; Seb.Serena, 1936, p.88; G.B.Cervellini, 1906, p.8:distici rivolti a C. Rizzonico, vescovo di Padova e papa Clemente XIII; G. Bellini, St. della Tipografia del Seminario di Padova (1684-1938), ivi 1938, p.319;id, Le cinque edizioni del "Lexicon" di E.F., Pad.1942; F.Casamata, cfr.BSPD, ms 320m cod. miscell.: Commentarius de vita Aegidii Forcellini; G.Zardo, De Aegidii Forcellini laudibus, Padova 1871; G.Rosolen, E.F., in "L'A."(1968) del 22 dic.; id, E.F. nel II° centenario della sua morte, Vittorio V, 1968; M. Prest, E.F., Un grande uomo di un piccolo paese, Feltre 1968; A. Dal Zotto, Umanità e spiritualità di E.F., in "Fonti e ricerche di storia ecclesistica padovana", II (1969), pp. 301-338; AA.VV, 1863, pp.201-202; AA.VV, Alano, Cornuda 1993, pp.407-447 a cura di Fulvia Dal Zotto; G. Natali, I (1964), 25, 467-468, 502, 476; L. Frati, Lettere di E.F., in "AST", disp. I del 1916; cfr., SCV, VI (1986), p.389: Forcellini, f., alla v.
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LICINI Isidoro(1912-1978), detto Leo, da Alano di Piave, pittore e mosaicista. Lasciò affreschi nei soppalchi di molte chiese in Padova, a Cesuna (Vicenza), a Quero e a La Valle (Belluno), a Premaore (soffitto) e a Bajon (pala: S. Nicolò di Bari) di Venezia, a Valdobbiadene (Assunta e 4 profeti e papa Benedetto XI che riceve in visita la madre), a Guia (due pale a olio), a Camposampiero (4 pale). Lasciò suoi affreschi in alcune chiese dell' Italia meridionale.
Nel 1958 venne chiamato a Roma per affrescare all'EUR il Tempio Votivo del Buon Pastore in collaborazione con altri artisti. Ivi lasciò le 14 Stazioni della 'Via Crucis' , il bel mosaico Pecorelle alla Fonte della Grazia sopra il portale d'ingresso, il rilievo bronzato della Vergine e S.Giovanni nella cripta monumentale dei caduti dove è suo anche l'affresco della jeratica figura del Defensor civitatis (Pio XII) nel mezzo d'un tumulto bellico a Roma.
Il Licini fu anche un eccellente ritrattista che sa penetrare nella psiche del personaggio. I più noti ritratti: papa Giovanni XXIII, papa Paolo VI, il patriarca Agostin, primate del Guatemala.
Si stabilì a Fiuggi e vi aperse una Galleria.
Bibliografia Note avute dal pittore Elvio Meneghetti (1926-viv.) da Stra, allievo del Licini; cfr. A. Dal Zotto, 1986, p.95.
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LOMBONI Rodolfo(1885-1959) da Fener, poeta di qualche interesse
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NANI Antonio (1803-1870) da Alano, calcografo su rame. Nel 1820 entrò all'Accademia di Venezia, allievo dello Zandomeneghi che gli aveva procurato una pensione governativa per 5 anni. Quindi si dedicò all'incisione; piantò bottega a Venezia (1826-1836) per trasferirsi ad Alano e, dopo tre anni, a Treviso (1839).
Ritornò definitivamente ad Alano nel 1848. L'opera sua più nota è la serie di 120 ritratti dei Dogi veneziani, per Le vite dei Dogi del Cicogna.
Notevole anche la serie di 33 Vedute principali della R. Città di Treviso (1846) conservate a Casa Da Noal.
Fra esse una grande pianta a colori su tela, ora restaurata, riprodotta a colori e commentata da G. Netto. Altre Vedute raffigurano le belle porte di S. Tomaso e Santi Quaranta, vari aspetti del Sile, le contrade di S. Tomaso e dei Santi XL, alcuni palazzi (Pola, Oniga, Giacomelli, Coletti), molte chiese - compreso naturalmente il Duomo con preti ed eleganti signori in tuba - la piazza dei Signori con il vecchio palazzo comunale.
Il Nani pubblicò un saggio sul Canova, Treviso 1882, con la Veduta del Tempio canoviano.
Una sua caratteristica produzione è costituita da Le piccole incisioni di Santi per libri di devozione e, in collaborazione con il Borsato, dalle illustrazioni de I costumi di tutti i tempi .
Bibliografia: L. Alpago Novello, 1942, pp.196, 689-703; L. Servolini, 1955, p.603; G.A. Moschini, Dell'incisione..., pp.187 e 194-195; A.M. Comanducci, 1945, p.523; A.Vecellio, Un distinto incisore quasi dimenticato, in "Vittorino da Feltre",XIV (1902) n.13.
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PANAS Agnese Pacifica(1896-1963) da Alano, maestra elementare, entra nell'Ordine delle Clarisse Cappuccine di Fabriano (1911) e professa (1922) col nome di Maria Costanza. Maestra delle Novizie (1927), è abbadessa nel '36 ricercata da vescovi di varie città italiane come organizzatrice e animatrice. Alla vita esemplare Madre Costanza aggiunge il dono della facile comunicazione attraverso lo scritto e il disegno. Ella è autrice di 23 volumi di contenuto ascetico, tra cui I vangeli della Religiosa (ed. Marietti, 1940). Altrettanti ne lasciò manoscritti in splendida calligrafia. Collaborò con una decina di Riviste e scrisse Solo di Gesù e per Gesù. In pittura si espresse con disegni a matita, a carboncino, a penna, a olio. Colpita da artrite deformante e progressiva, assaporò la gioia di donare in larghezza e venne lo stesso eletta (1955) abbadessa del monastero di Fabriano, rieletta nel '58 e, pur costretta a letto per l'accentuarsi della malattia, le sue monache la vollero abbadessa anche nel '61.
Esempio luminoso di spiritualità, anima contemplativa e mistica che sapeva comunicare Dio a quanti le si avvicinavano, è ora alle soglie di venir proclamata beata come padre Pio da Pietralcina aveva preconizzato. La sua salma, Traslata dal cimitero di S. Maria in Fabriano nella chiesa del monastero (8 maggio 1977) è meta assidua di pellegrini che attestano grazie ricevute per intercessione dall'umile clarissa di Alano.
Bibliografia: Cfr., G. Vitali, Una lucerna sul candeliere ..., Ancona 1981.
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REDUSIO, una delle più importanti famiglie di Quero con Bartolomeo, detto Parente, il cui figlio Redusio (1290-1372c.) divenne mèriga di Quero (1322). Dopo nove anni acquistò la cittadinanza di Treviso, divenuto nel frattempo ricco mercante, quasi usuraio. S'imparentò con la famiglia comitale dei co. di Collalto per aver sposato Alice, figlia di Manfredo Collalto. Nel 1355 ebbe la nomina di Nobile Rusticano che tramandò ai figli Taddeo, Bartolomeo e Galeazzo. Fra questi merita particolare menzione Taddeo (1330-post1400), amministratore dei conti ci Collalto, prima della venuta in terra trevigiana di Francesco da Carrara. La sua personalità emerse in due date: 1376, anno in cui divise con il fratello Galeazzo i rischi della spedizione per la riconquista di Quero; dopo il 1388, come comandante dei balestrieri che dovevano assicurare la difesa di Castelnuovo.
Anche l'altro figlio, Bartolomeo (1334-1389), portò onore alla famiglia dei Redusi. Notaio, lo troviamo nel 1363 amministratore della potente famiglia Franceschino Bomben. Ma da documenti notarili risulta già molto ricco l'anno seguente. Nel 1366 era procuratore dei suoi cugini Ensedisio e Rambaldo di Collalto. Nel '75 risulta notaio della Cancelleria Nuova e, due anni dopo, Cancelliere di Treviso fino al 1383.
Figlio di Taddeo è Andrea (1365-1442), il personaggio noto agli studiosi per la Cronaca da lui scritta tra il 1420 e il 1430, la quale ebbe la fortunata ventura di venir inserita (1731) nell'opera del Muratori: Rerum Italicarum Scriptores.
Andrea iniziò tardi a studiare, forse a 19 anni; e studiò a Padova per 7 anni. Nel 1391 è ancora a Padova come procuratore. Nel '95 prende moglie e nel 1404 la sua ascesa è già iniziata. Venezia lo invia ai castelli di Zumelle e di Scalon, per invitare quei castellani alla resa e vi riesce come nel 1406 in altre importanti missioni. Quindi, si ritira a Treviso ad esercitare il notariato. Nel 1411 lo troviamo impegnato nella riconquista di Castelnuovo in mano ai Feltrini e di Bassano, dove è nominato Castellano Maggiore. Nel 1414 gli viene affidato il delicato compito di persuadere Pandolfo Malatesta di prendere il Comando dell'Esercito della Serenissima, alla quale offrì il suo servizio nel 1418 per difendere Brescia, ove si portò al comando di 300 fanti e ritornò a guardia di quel castello nel 1426-27.
Rivestì cariche pubbliche presso i comuni di Treviso e di Venezia e fu adoperato in servizi di pace e di guerra. Fu cancelliere del comune di Treviso dal 1417 al 1442, periodo sufficiente per vagliare i documenti del comune, di interpretarli e di compilare in latino il citato Chronicon Tarvisinum, frammenti del quale videro la luce a Belluno nel 1891. "Il cronista - scrive il Pesce - salvo le eccezioni critiche comuni a tutti gli storici antichi, si rivela interessante e attraente nelle vicende degli ultimi 60 anni (1368-1428)". Semplicità di sentimenti, spontaneità di espressione, amor patrio, pietà, sdegno sono le caratteristiche di questo libretto. Andrea apportò note e aggiunte anche al testo del Cortusi del codice Collaltino.
Bibliografia: Muratori, RR.II.SS, Milano 1731, XIX, pp.735-866.
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TERENGHI ANTONIO. Nato il 31 Ottobre 1921 ad Alano di Piave, ma milanese da sempre, Antonio Terenghi esordisce nel mondo dei fumetti facendo il lettering per la Edital. Arruolato a vent'anni e poco dopo fatto prigioniero dagli inglesi in Africa, Terenghi rientra in Italia alla fine della Seconda guerra mondiale, riprendendo a collaborare come letterista con vari editori, e soltanto nel 1951 pubblica su "Gaie Fantasie" i fumetti di Poldo e Poldino. Nel 1952 inizia una lunga collaborazione con la Casa Editrice Universo dando vita a diversi personaggi (Nuto l'astuto, Ademaro il corsaro, Nita la svampita, Gastone il pigrone...) tra i quali emerge ben presto lo sceriffo Pedrito el drito, ancora oggi assai popolare. Tra i numerosi personaggi creati in seguito da questo prolifico autore meritano di essere ricordati almeno Tarzanetto (realizzato nel 1954 per la Dardo e ripreso all'inizio degli anni Settanta sul "Corriere dei Piccoli") e Teddy Sberla, giornalista in eterna lotta con il direttore. Senza dimenticare Piccola Eva, nata negli Stati Uniti nella prima metà degli anni Cinquanta, le cui avventure sono state continuate da Terenghi sulle pagine del "Monello" per una quindicina d'anni. (Note tratte dal sito: fumetti.org)
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