SUOR MAURILIA
di Nella Botto Tadozzi
Era arrivata parecchio tempo addietro e si era fermata nel nostro paese per molti anni, occupandosi della nostra gente.
Di corporatura robusta, portava la bianca e inamidata armatura di suora con orgoglio, come se fosse stata una corona. Aveva un bel viso che alternava espressioni di grande severità, immensa dolcezza e forte stanchezza.
Lavorava molto. Ancora adesso, quando penso a lei, mi chiedo come riuscisse ad assolvere le sue numerose incombenze, nessuna delle quali leggera, con entusiasmo, rigore e dedizione.
Per esempio, si occupava della lavanderia della Casa di Ricovero, aiutata solo negli ultimi anni, che era più vecchia, dalla cara Isabella; controllava i panni ad uno ad uno, li divideva in mucchi secondo quanto erano sporchi, dava ad essi una prima passata "per togliere il più grosso", li stendeva...
Inoltre si dedicava ai vecchietti, giorno e notte, prevalentemente da sola, aiutata talora dalla Superiora.
Era anche insegnante di Dottrina Cristiana, appassionata ma estremamente severa.
Era ferrea. Dovevamo rispondere a memoria e precisamente a tutte le domande del Catechismo e se qualcuna di noi non aveva studiato ci anticipava visioni apocalittiche. Se invece dimostravamo di essere preparate ci ascoltava ad occhi socchiusi, le mani in grembo e l'espressione beata. Questo atteggiamento però le permetteva di vedere ugualmente cosicché, se sorprendeva qualche allieva a parlottare, scattava improvvisamente e la interrogava.
Ricordo la sua crociata contro le gonne corte. Attenzione, non parlo di minigonne, che sarebbero apparse nel mondo della moda due anni più tardi, ma delle nostre gonnelline di bambine che portavamo sopra il ginocchio secondo il costume di allora. Noi non sapevamo quanto una gonna avrebbe dovuto essere lunga, così Suor Maurilia ci fece inginocchiare: chi avesse avuto l'orlo che sfiorava il pavimento era a posto.
Purtroppo solo una di noi, la cui madre prevedeva un'improvvisa e consistente crescita, aveva la gonna lunga quanto la nostra maestra di Dottrina riteneva decoroso e ricevette accorate parole di lode.
La passione di Suor Maurilia era il canto. La natura l'aveva dotata di una bellissima voce che sentivamo spiegarsi negli inni durante le funzioni sacre e che le permetteva di essere membro a pieno diritto della Schola Cantorum, della quale andava giustamente orgogliosa.
Un giorno la Superiora della Casa di Riposo organizzò una festicciola d'addio per noi bambine e ragazze; ella aveva terminato il suo mandato a Quero e doveva incamminarsi verso un posto nuovo dove esercitare la sua missione.
Era una suora giovane, con la quale eravamo entrate subito in sintonia. Eravamo amareggiate e protestammo in coro: "Perché non allontanano Suor Maurilia e lasciano qui lei, Superiora?" Io ero dietro, nelle "retrovie" e intravidi, nel corridoio, Suor Maurilia che piangeva sola.
Cercai di raggiungerla, ma non potevo passare e poi volevo anch'io salutare chi se ne andava...
Molti anni più tardi ebbi l'occasione di poter visitare Suor Maurilia, ospite a Torino nella Piccola Casa del Cottolengo.
Mi riconobbe subito e, prendendomi per mano, volle accompagnarmi in quella che era la sua stanzetta, un piccolissimo spazio delimitato da tende bianche scorrevoli in un camerone che ospitava tante altre vecchie suore malate come lei. Mi fece sedere sul letto e mi offrì una mentina, intanto mi accarezzava le mani.
Le chiesi se ricordava quell'episodio; lei mi guardò, mi sorrise triste e ci abbracciammo.
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