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Con Bruna

di Nella Botto Tadozzi

Pur avendo frequentato sempre la mia stessa classe, non era mai stata mia compagna di banco. Nonostante questo Bruna ed io ci intendevamo bene.

Era una bella bambina dal colorito lievemente abbronzato; sul suo viso paffuto risaltavano le guance sempre rosee. gli occhi scuri e splendenti e il sorriso luminoso, mettendo in secondo piano i capelli ribelli.

Era sempre assieme a sua sorella e a sua cugina, più grandi di qualche anno.

Ricordo una recita natalizia.

Un paio di settimane prima (o un mese?) le insegnanti si prodigavano al massimo per insegnarci i canti. Maestra instancabile del coro era la signorina Spadarotto, che nella mia fantasia rappresentava Mariele Ventre. La sua austerità durante l’anno scolastico mi intimoriva un pochino, ma in quel periodo suscitava solo rispetto.

Durante quei momenti la musica, le luci, le piccole prove teatrali e i nostri costumi contribuivano a farci sentire in una dimensione speciale.

La mia compagna impersonava un pastore e il giorno della recita indossò un abbondante gilet di pelliccia di pecora. Con quel capo addosso rendeva il suo personaggio ancor più veritiero e le confidai la mia ammirazione; lei invece sbuffò per il caldo e questa osservazione la rese ai miei occhi una persona assai pragmatica e per niente timorosa di recitare davanti agli altri.

Quando andavamo in chiesa, al fioretto di maggio, ci confrontavamo su quante croci ciascuna di noi aveva segnato quel giorno dietro l’immaginetta della Madonna. Il parroco, infatti, il primo giorno di quel mese aveva consegnato a noi ragazzi un santino, spronandoci a riempirlo di fioretti (ogni fioretto una croce), per poi bruciarlo a fine maggio in un fuoco votivo davanti all’altare della Madonna e san Girolamo. Non riuscendo spesso a trattenere in bocca quello che avevamo da dirci fino al dopo-funzione, qualcuna di noi parlottava concitata, dimentica del tempo e del luogo.

A richiamarci all’ordine erano due persone.

La prima era suor Maurilia, che dapprima ci lanciava uno sguardo inceneritore che non prometteva nulla di buono e che poi, cambiando repentinamente espressione, con un sorriso angelico prima accostava l’indice alla bocca per zittirci, poi ci indicava la statua del Sacro Cuore, infine ci lanciava una lunga occhiata a occhi socchiusi come per prendere la mira che significava; "Ti tengo d’occhio."

Questo era il primo avvertimento.

Se persistevamo nel chiacchierare, si avvicinava veloce e minacciosa come un nuvolone scuro foriero di tempesta e, continuando ciò che stava facendo e cioè cantando o recitando rosario e litanie, afferrava saldamente per un braccio la pecorella smarrita (ma avvertita) e la spostava ficcandola in un banco accanto. Il più delle volte, con il fuoco negli occhi e arrabbiata per il nostro comportamento, non badava se il banco era pienamente occupato; alle proteste per lo scompiglio di chi si era sentita invasa dalla nuova venuta, afferrava la contestatrice e la spostava al posto della compagna chiacchierina. Tutto questo in pochi secondi, seguito da un’occhiataccia che ci abbracciava tutte come una morsa.

Cara suor Maurilia!

Ma c’era un altro "Catone il censore": la Palanca, chiamata da noi solo così, senza nome di battesimo, tanto che ho dovuto ricorrere a mia madre per sapere come si chiamasse (Oliva).

Su un libro avevo visto un’immagine della regina Vittoria che si sorreggeva a un bastone, con una didascalia che la descriveva brevemente come donna burbera e determinata.

Meditando su modi e aspetto, avevo riscontrato grande somiglianza fra lei e la Palanca.

Temevamo un po’ tutte la Palanca tranne Bruna, che abitava sulla stessa via per il cimitero, e che la salutava cordialmente fuori dalla chiesa da brava vicina di casa. Dentro no, per la Palanca la legge era uguale per tutti, Bruna compresa, che però non se ne curava molto.

La Palanca prima ammoniva al alta voce chi parlava, poi batteva il bastone contro il pavimento, per richiamare all’ordine. Bastava un tocco per farci impressione: così un po’ per la vergogna e un po’ per il timore di chissà quale sua reazione, stavamo subito zitte.

Un giorno Bruna si ricordò di una commissione da sbrigare per la Palanca e mi invitò ad accompagnarla. Io ero un po’ timorosa di entrare proprio nella tana del lupo, ma la mia amica mi tranquillizzò. Chiedemmo permesso ed entrammo, come si usava allora, quando le porte delle case erano sempre aperte e i campanelli erano così rari da apparire quasi uno status symbol.

La vecchia signora ci accolse con un largo sorriso di benvenuto e qualche battuta impertinente; altro che aria burbera!

Cambiai immediatamente idea e di colpo la trovai simpatica.