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La candela

IN MEMORIA DELLA SCRIVANA D’AMORE DI SCHIEVENIN

di Nella Botto Tadozzi

Abitava in una casetta di sassi cresciuta poco a poco, man mano che la sua povera famiglia aumentava, su uno dei colli del territorio di Schievenin.

Per arrivarci, lasciandosi il mulino di Galdo alle spalle, occorreva camminare mezzora di buon passo, prima costeggiando il Tegorzo, poi inerpicandosi su per un sentiero che si faceva spazio fra abbracci di arbusti.

Le sarebbe piaciuto tanto istruirsi, ma aveva potuto frequentare la scuola solo qualche anno, il tempo sufficiente per imparare ad amare la lettura e a cavarsela discretamente con carta e penna.

Si distingueva per la sua discrezione e per una pacatezza naturale dei modi.

Fu così che le ragazze da marito, spesso analfabete, le chiesero di scrivere lettere agli innamorati lontani.

Prendevano gli accordi per l’appuntamento parlandole di sfuggita quando ella si recava a Messa, poi la sera salivano al colle portando due candele e l’occorrente per scrivere.

Prima ella leggeva la lettera che la ragazza aveva ricevuto, poi la commentavano assieme, quindi ascoltava ciò avrebbe dovuto scrivere. Non sempre, secondo il suo punto di vista spesso saggio ma anche moralistico, ciò che le suggerivano le ragazze andava scritto, così lei adattava il messaggio nel modo che le sembrava più giusto. Se una giovane chiedeva all’innamorato di lasciare la fidanzata per lei, la nostra scrivana gli dava invece un addio con tanti auguri per l’avvenire, e così via. Le ragazze, ignare ed ignoranti, spedivano la lettera.

A lei, come onorario della sua consulenza psicologica, spirituale e matrimoniale, restava la soddisfazione di aver compiuto il giusto e la candela rimasta.