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Da Bruno

di Nella Botto Tadozzi

Di fronte alla chiesetta di Sant’Antonio, fra Via Indipendenza e Via Monte Cornella, esisteva un’eterogenea attività commerciale condotta da una coppia di coniugi.

Il titolare, affabile e dinamico, aveva un fisico asciutto che copriva con un grembiule grigio sempre pulito. Portava i capelli in ordine pettinati all’indietro e quando si entrava nel suo negozio si aveva l’impressione che stesse aspettando proprio noi. Ci accoglieva inchinandosi lievissimamente, sorrideva cortese e si metteva a nostra disposizione, pronto a servirci.

Vendeva di tutto, dai generi alimentari al petrolio per i lumi, dalle vernici ai pennelli, e forse anche chiodi e viti. Anche se la mia famiglia generalmente non si serviva da lui, acquistavamo nella sua bottega tutto quello che ci serviva quando bisognava ridipingere qualcosa, sicuri di trovarlo.

Accanto al negozio, gestito sempre dalla stessa coppia, c’era l’osteria dalla quale, scendendo pochi scalini, si raggiungeva un piccolo cortile e il rinomato e frequentatissimo gioco delle bocce.

Se non sbaglio c’erano due campi, circoscritti e divisi fra essi da travi di legno attaccate l’una all’altra in modo da formare un lungo e spesso bordo. Appese a un palo dell’illuminazione c’erano le tabelle segnapunti a forma di orologio.

Giocatori ce n’erano sempre e chi non poteva giocare si accontentava di guardare, seduto ai tavolini del cortile mentre prendeva una consumazione.

Passando da quelle parti si sentivano il rumore delle bocce di terracotta colorata (e più tardi di quelle di metallo) che ritmavano il tempo cozzando l’una contro l’altra e le esclamazioni di stizza o di giubilo dei giocatori e del loro piccolo pubblico che, con occhio critico, ai tiri decisivi si alzava in piedi per vedere meglio.

Capitava anche che qualche ciclista di passaggio si fermasse pochi minuti per osservare i tiri scambiando battute con gli avventori.

Ora quel gioco di bocce è coperto d’erba e si confonde col prato vicino.

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