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L’autodidatta

di Nella Botto Tadozzi

Viveva su uno dei colli di Schievenin.

Lui, che era il primogenito mite e servizievole, doveva badare a due fratelli e due sorelle, venuti tutti dopo di lui. Molti anni più tardi, quando era soldato in partenza per Adua, nacque l’ultima sorellina.

Suo padre, piuttosto eccentricamente, non aveva voluto che i suoi figli maschi andassero a scuola. "C’è bisogno delle vostre braccia!" sentenziava. Invece le figlie dovevano istruirsi.

Bepi soffriva per questo. Sentiva le sorelline che ripetevano l’alfabeto, correggendosi a vicenda se le lettere non seguivano l’ordine giusto, e cercava di imparare a memoria quello che sentiva. Un giorno si fece coraggio e chiese a suo padre di insegnargli a leggere e a far di conto, se proprio non voleva mandarlo a scuola: per dimostrare la sua buona volontà gli ripeté l’alfabeto appreso dalle sorelle.

Suo padre si convinse. "Ci vuole il sillabario, però." aggiunse. "So io come procurarmelo!" rispose felice Bepi.

Da quel giorno, mentre guardava le bestie che pascolavano, il ragazzo intagliò pipe e scatole per tabacco da fiuto. Poi, le domeniche dopo messa, decise di mettere quegli oggetti in vendita. Aspettò trepidante fuori dalla chiesa che possibili acquirenti ammirassero la sua esposizione. Non fu deluso: le sue clienti furono soprattutto donne anziane, e finalmente si trovò fra le mani i pochi soldi necessari per acquistare un sillabario usato.

Corse a casa col tesoro tanto agognato, felice di mostrarlo a suo padre che doveva essere il suo insegnante. La sera dopo, questi gli ordinò burberamente di copiare l’alfabeto dal sillabario. Bepi lo fece come meglio poteva, ma qualche piccolo errore fu inevitabile. Allora suo padre chiuse spazientito il sillabario, sbottando: "Sei uno zuccone, non vale la pena insegnarti niente!" E cessò di fare il maestro.

Ma il nostro Bepi non si arrese. Con grande caparbietà, copiando prima stentatamente, poi più abilmente, le lettere del sillabario, e intuendo dalle immagini riportate sul libro che a lettera uguale corrispondeva suono uguale, imparò a leggere e a scrivere senza nulla chiedere alle sorelle, per timore che lo svelassero al padre e che questi si inquietasse con lui.

Negli anni successivi, questa sua determinazione fuori dal comune lo aiutò a reagire alle tante sventure che gli caddero addosso.

Partì con l’amata moglie Teresa per la Germania, da emigrante. Là rimase vedovo, con due figlioletti piccolissimi. Il ritorno in Veneto, teatro della Grande Guerra, fu lungo e difficile. Bepi e i suoi bambini, per poter entrare in Italia, dovettero percorrere un lungo giro, prima passando dalla Francia e poi dal Piemonte. In quella regione generosa trovò casa e lavoro. Faceva da madre e da padre, confezionava le scarpe e i vestiti per tutta la famiglia, piccoli mobili per la casa e tutto quanto poteva servire per la vita quotidiana.

Cercò di curare gli interessi dei figlioli, reclamando la loro parte di eredità di una piccolissima casa dei nonni materni, accanto alla chiesa, ma invano.

Così, amareggiato, si stabilì definitivamente in Piemonte con sua figlia e lì morì.

Dal piccolo cimitero, dov’è sepolto assieme al figlio morto che la Seconda Guerra Mondiale gli aveva rubato, si vedono vicinissime le Alpi.