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VITA IN MONTAGNA

Di Italo Zandonella

Dalla Presentazione del libro, effettuata la sera del 05.02.1999,

CARGAR MONTAGNA

Libro realizzato da Alberto Coppe e Daniele Gazzi

Esistono, del Massiccio del Grappa, un'infinità di scritti, di saggi, di ricerche e di volumi che esaltano o riferiscono dell'evento tragico che lo insanguinò e che lo rese tristemente noto a tutto il mondo: la Grande Guerra.

A metà degli anni settanta qualcosa cambiò e uscì una prima guida, così detta di montagna, che presentava un itinerario prettamente escursionistico chiamato "Alta via degli Eroi", seguita nell'81 da un volume fotografico e da un' altra guida nell'86 sullo stesso tema.

Alcuni amici (cito Beppe Busnando e Cesare Lasen, anche Armando Scopel) hanno pubblicato lavori importantissimi sulla flora e sulla fauna che ingentiliscono il Massiccio.

Persino il CAI si è impegnato ed ha voluto essere presente con pregevolissime pubblicazioni di carattere storicoescursionistico-floristico.

Qualche anno fa un libro fotografico su Alano di Piave presentava pascoli, malghe, montagne e villaggi nello splendore che ben meritano.

Recentemente alcuni studiosi locali (Tessaro, Coppe, Rech e altri) hanno riesumato storie perse di tristi periodi di guerra creando una forte dimensione tutta locale, sconosciuta ai più... mentre altri giovani, quelli del Fotogruppo per capirci, hanno offerto agli appassionati un assaggio di cose belle, da gustare camminando fra Grappa e Cesen.

Pochi giorni or sono è uscita una guida alla Palestra di Roccia di Schievenin... e l' elencazione potrebbe continuare tant' è copiosa la produzione letteraria sul nostro amatissimo Massiccio del Grappa.

Ma un libro così strano, unico, interessante e del tutto inedito come "Cargàr montagna" non l' avevo mai letto e consultato. Dico questo non per compiacere i curatori o l'editore o gli autori dei vari servizi contenuti nel volume (così sfatando la diceria secondo cui i presentatori devono essere legati da amicizia con gli autori e quindi debbono per forza parlare bene dell' opera), ma perchè è veramente così. E' una novità e ne sono convinto. Posseggo circa 3000 volumi di montagna e dintorni (non solo di alpinismo, ma anche di cultura alpina in ogni sua espressione) ma questo è l'unico che affronta un argomento così specifico e così singolare.

É, a mio parere, un atto d'amore di autori e editore verso le loro radici.

Un volume del genere dovrebbe avere un posto di riguardo in ogni famiglia che ha avuto i suoi natali all'ombra del Massiccio del Grappa, e spiego perchè.

Perchè sono pagine di storia spesso commovente dove eventi e natura si intrecciano in un racconto dal vero fatto di inenarrabili fatiche e privazioni, ma sempre mescolati a saggezza e serenità.

Gli aspetti storici e naturalistici, senz'altro interessanti, portano alla presentazione delle malghe di Alano e di Quero - e alla elencazione delle varie fasi burocratiche legate all'affittanza - in modo piacevole e semplice, senza quella componente accademica che fa di un buon libro, un libro antipatico.

Abbiamo menzionato saggezza e serenità. Queste ultime caratteristiche, che oggi si potrebbero quasi definire rare, si riscontrano soprattutto nelle storie di vita di Attilio, Angelo, Bramo (il mio amico Bramo di Fontanasecca che ho conosciuto oltre 30 anni fa quando frequentavo con assiduità quei monti per allenarmi alle avventure dolomitiche e himalayane), e poi l' Antonia e i Curto, Dionisio e Carlo, il Dario e l'Ado da le Crós... Personaggi che sembrano misteriosamente uscire da un racconto di De Amicis e che invece sono reali e attuali - per quanto attuale si possa definire una realtà che ormai è inevitabilmente passata o pressoché finita o comunque diversa.

Certamente ben fatto è il capitolo sugli strumenti di lavoro e sulla lavorazione del latte.

É vero che in altre vallate ciò è già stato fatto, ma sul nostro morlàc, sul nostro bastardello, sulla nostra casata, per non parlare dei rarissimi pecorino e caprino, nessuno si era ancora cimentato.

E fra qualche secolo, o millenio, quando questi prodotti completamente diversi verranno da altri pianeti perchè sulla Terra avremo distrutto tutto e le montagne saranno nude come i deserti, qualcuno leggerà che in un tempo lontano, in valli remote, fra i carsismi di un monte strano che aveva lo stesso nome di un distillato famoso, gli indigeni creavano prodotti indecifrabili chiamati formài e conosciuti nelle varianti: morlàc, puìna, bastard, casatèla, de càora, de féda, de piégora... Fatti, ma che schifo, col conàio dentro una caliéra, mescolati con la sbàtola e con strumenti vagamente musicali chiamati violìn e chitàra.

Per salvarli da una cosa o da una bestiolina che si chiamava caról bagnavano il prodotto con le smòrze del vin e lo conservavano nei caserin. Come non bastasse producevano anche un impasto bianco e grasso usando un contenitore detto bùrcio.

Pensate un po': lo chiamavano butìro. Era un mondo ben strano quello, diranno i nostri futuri lettori.

Io invece vengo da quello stesso mondo, quello del formai, per capirci. Mio nonno materno, nonno Antonio, faceva il casaro nella Latteria Turnaria e nella Casèra di Rinfreddo a Dosoledo di Comèlico da dove vengo e il nonno paterno, nonno Gisi, anche lui di lassù, aveva molte mucche e anche pecore e conosco bene cosa sia la "fame da fieno" o la "fame da erba", specie durante l'alpeggio (anche se mio padre fece il gelataio a Strasburgo e imparò a mungere e a "segar erba" a 60 anni, più per hobby che per vera necessità). Mi ha affascinato, perciò, il capitolo in cui si tratta, con semplicità ma con rigore storico, questo tema fondamentale nell'economia del luogo, e quello della direzione famigliare di malghe e di alpeggi. Bello il ricordo di quella signora Onesta che, alla morte del marito, e tanto per non smentire il nome, si assume l'obbligo di onorare l'affitto gestendo da sola la grande Malga Valpòrre; un'emancipazione femminile veramente ante litteram che onora la nostra gente e le nostre donne.

Ora entro brevemente nel fantastico mondo che tanto piace al mio amico Alessandro Bagatella (che ha curato il capitolo "leggende" ed è pure un capace ed autorevole capogita del CAI).

I montanari di un tempo non salivano sulle montagne, perchè queste erano la dimora degli dei; così è ancora oggi per molte popolazioni dell'Himalaya e del Karakorùm, e alcune cime di montagne sacre come il Kailas in Tibet o il Macchapucchare e l'Amadablam in Nepal non possono essere scalati per rispetto alle divinità che sulle loro cime vi abitano stabilmente. Chi infrange questa regola verrà punito non solo dall'ira degli dei, ma dalla stessa legge di quegli stati e non potranno mai più ritornare. Altri popoli, e il nostro è fra questi, pensavano che la montagna fosse sede naturale per draghi e streghe, per maghi e diavoli, per anguane e mazariol, per pipistrelli e schifosi mostri volanti...Siamo arrivati alle soglie del duemila per capire che ciò era solo frutto di fervide fantasie e spesso sintomo di pancia vuota ( con la fame e facile vedere gli spiriti che si rincorrono fra le travi della malga, o sentire rumori e scricchiolii che altro non sono se non assestamenti di legni e muri). Ma fino a non molti decenni fa la leggenda del mazaròl faceva ancora parecchio effetto, specie sui più giovani; per non parlare della lugubre storia della malga Col de Spadaròt o quella non meno misteriosa del can sboldric che mio suocero Vittorio cuc da Schievenin, espertissimo nonchè fantasioso cacciatore di lepri e qualcos'altro, ebbe la malaugurata idea di raccontarmi una sera di bivacco e di furioso temporale, con tanto di lampi e tuoni e rumor di lamiere, nel foiarol del Conte a Val Dumèla.

Quanti insegnamenti da queste semplici storie; quante lezioni di vita. Altro che Batman o Superman o altre diavolerie propinate dalla TV, e da noi, ai nostri figli e nipotini. Queste sono le storie che si dovrebbero raccontare ai nostri piccoli prima che il sonno se li porti nel mondo dei sogni; sono storielle ingenue, pulite, cariche di insegnamenti. Alla fine del racconto c'è sempre una logica, un accostamento, un filo che conduce al nodo della questione: insegnare qualcosa perchè resti per sempre nella memoria.

Basterebbe una raccolta come questa, da tramandare ai posteri, per dire che siamo diffronte a un buon lavoro, a un buon libro.

Quello che forse più ci si aspetta da me è la testimonianza di come erano le montagne di Quero, Alano e Seren alla fine degli anni 60 quando cominciai a frequentarle per i motivi che ho già detto. Forse deluderò qualcuno ma devo dire con sincerità che qualcosa è cambiato, è cambiato in peggio. le mie fonti fotografiche che sono inserite anche in questo libro lo testimoniano.

Sopratutto trent'anni fa la montagna era meno sola di oggi e se possibile, più amata, più vissuta.

In Val Sassumà c'era il buon Nani che ti fermava alle sei del mattino per offrirti un grappino e, di conseguenza, la salita verso il Campanilon diventava un'odissea.

A Col di Dante l'anziana Maria Mazzocco teneva in piedi la sua vecchia casa come poteva con l'aiuto di uno strano tipo chiamato "Brescia".

A Faladen Ciso e sua moglie ti accoglievano nella loro casetta tra gli alberi e ti presentavano i loro cari lontani e defunti, naturalmente in fotografie sbiadite e infilate nella fessura della credenza e delle finestre.

Il buon vecchio Nani Benato, santolo di mia moglie, fumava la pipa in serenità seduto sull'unico seggiolone, interrato sul minuscolo pianoro davanti casa.

A Borgo Chiesa don Vittorino architettava il suo museo, mentre a Borgo Spezia la scuola elementare ospitava gli ultimi bambini di una razza in via d'estinzione.

A Fobba la signora Italia cantava una nenia melanconica.

Poco più in basso, sul piccolo pianoro verde, il buon nonno Andrea tentava, con le ultime forze rimaste, di falciare ancora un pò d'erba fra i filari del crinto.

A Cilladòn era bello andare perchè era un luogo di pace. Così circa per Prada...

In altri luoghi le malghe o le case d'un tempo stavano già cadendo in rovina: come a Pàoda, a Sassumà alta, sul Tomatico, nel versante di Seren, a Costa piana, a Costa Caorèra dove abitava un tipo stranissimo chiamato Caròt.

Oggi qualcosa è stato ristrutturato qua e là, qualche ferita che la natura ha inferto (la natura è sempre crudele perchè ha dalla sua il tempo che tutto macina) è stata rimarginata: ma a chi serve? E le strade che feriscono le nostre valli, sono veramente utili? Se sì ben vengano; altrimenti è un ulteriore segno di decadenza nel tentativo di salvare qualcosa o un modo di vivere che nessuno vuole più se non a parole.

Fortunatamente non tutto è negativo. Oggi una buona rete di sentieri collega la valle di Seren con quella di Schievenin e anche altrove si possono fare delle escursioni di grande interesse paesaggistico e panoramico, sia d'estate che d'inverno con gli sci, visitando malghe e alpeggi, o quel che resta di loro.

Quando ideai e tracciai l'alta via degli eroi, agli inizi degli anni '70, ero solo su quei monti o accompagnato da pochi matti; come ero solo quando aprivo le prime vie di arrampicata nella palestra di Schievenin. Ho trascorso giornate favolose in Pradalòn e in Pàoda; ricordi fantastici mantengo del Monte Santo o di Val Dumela, di Spadarot e Fontanasecca, del peùrna e dell'avien, di Val de le Mure e del Col dell'Orso, del Tomatico e del Sassumà...

Ho cercato di divulgare queste sensazioni e molti mi hanno seguito.

Sono contrario, perciò, al consiglio che lo scrittore dino Buzzati dava alla sua guida Gabriele Franceschini e cioè: "Tieni tutto per te", non dire niente a nessuno.

Sono contrario perchè la divulgazione delle cose buone è doverosa.

Auspico, nel nome di questa divulgazione, che quanto questi giovani hanno fatto, raccogliendo in un volume - fra l'altro con un prezzo contenutissimo - una parte della meravigliosa storia antica della loro terra, serva un giorno ad allietare qualcuno e soprattutto, a insegnare che le tradizioni di un popolo, anche se modeste, sono la linfa del mondo di domani.