Così Dante descrisse il fenomeno immigratorio di allora (Inferno XV- XVI), ad opera del "contado" che andava ad invadere le città nel secolo X.
I tempi e i soggetti erano diversi ma i problemi di integrazione e convivenza erano gli stessi di oggi.
La sociologia, in particolare quella urbana e rurale, si è interessata di questo fenomeno, specialmente in America con la scuola di Chicago negli anni 20. Simmel, Park e così molti altri studiosi vollero capire anche se l'integrazione tra popoli indigeni ed immigrati era possibile a lungo termine, dando vita ad un unico soggetto cittadino "omologato", accettato da tutti e che non fosse riconducibile a questa o quella etnia (pensiero "utopista").
Ben presto queste ipotesi non trovarono conferma, anzi, si scoprì che le differenze sono rimaste tali, con il permanere dei ghetti, delle emarginazioni e della crescente criminalità. Ciò che si desume dall'esperienza americana e in altri contesti, è che ogni soggetto umano ha una propria identità facendo leva principalmente sul proprio passato e sulla propria provenienza etnica, cercando sempre di "ricostruire" i propri spazi e ambiti culturali.
Oggi la globalizzazione dei mercati e degli spazi vitali, fenomeni, questi, favoriti da governi nazionali e da grossi poteri legittimi e non, tendono ad imporre l'univocità del genere umano, cercando di eliminare le diversità culturali che esistono e che sono le uniche a dare "identità" e senso di appartenenza.
Infatti l'anomia, ossia la mancanza di valori e di senso della comunità, è la causa principale di deviazione sociale con tutti i drammi che ciò comporta. Durkheim, nella sua opera "Il Suicidio" descrive questo dramma che coinvolge in particolare le società sviluppate che non sanno più "coltivare" valori e simboli di cui ogni società umana ha bisogno.
Oggi, con il fenomeno immigratorio abusivo, favorito sia dalle organizzazioni malavitose che da un governo compiacente, stiamo assistendo, non a caso, ad una riscoperta della nostra identità e delle nostre tradizioni con lo scopo, anche inconscio, di salvaguardarci dall'invasione e possibile successione da parte degli extracomunitari. Ovviamente, questa "reazione" è tanto più marcata quanto più l'immigrazione è corposa e costituita da soggetti molto diversi per cultura e tradizioni. Nel nostro caso, la recente e veloce immigrazione dal mondo arabo e dai paesi dell'Est sta compromettendo la nostra società e suoi equilibri; questo perchè non è graduale e proporzionale al reale fabbisogno di manodopera e alle capacità ricettive del paese.
Oltre a ciò, queste popolazioni, tranne che per singoli casi che non fanno testo, sono portatici di culture non solo diverse ma totalmente inadatte al nostro modo di vivere.
In particolare la cultura araba non tollera semplicemente il diverso, essa non ne accetta "l'esistenza".
Questo concetto traspare anche nell'articolo pubblicato dal Tornado e redatto da un cittadino straniero di cultura araba.
Se guardiamo alla Francia, all'Inghilterra e alla Germania, notiamo, nonostante il maggior controllo e serietà da parte delle autorità pubbliche, che i problemi di convivenza tra popoli diversi sono sempre superiori alle esperienze positive di integrazione.
Quindi, tenuto salvo il valore della pluralità delle culture, ritengo che sia auspicabile un mondo di nazioni che vivano in relazione tra loro, in termini di scambio commerciale e di esperienze, nel rispetto della loro integrità e autonomia, dove lo straniero debba accettare e rispettare usi e costumi di chi lo ospita!
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