Il combattimento reale è VITA o MORTE.
Il
combattimento reale dura un istante, è breve, brutale, e finalizzato all’
annientamento dell’ avversario, senza spazio per tecnicismi o movimenti
coreografici.
Significa
combattere in tutti i modi, a tutti i livelli, accettare lo scontro, non
subirlo.
La difesa
personale può in un certo senso essere considerata l’ applicazione del
combattimento reale ad una situazione d’ emergenza.
In sé, oggi,
spero per la maggior parte di noi, il combattimento reale è un’ astrazione,
un fine a cui tendere con una pratica il più possibile rasente alla realtà,
mettendolo alla prova in scontri quanto più possibile simili a quelli veri.
Nel
combattimento reale non esiste una movimento giusto o sbagliato in sé, può
essere giudicato tale solo valutandone l’ efficacia e l’ applicabilità.
Le arti marziali
sono qualcosa di diverso, di ben delineato, nate spesso con finalità
differenti. Raccolgono tecniche studiate, elaborate, perfezionate in lunghi
periodi di tempo, create in origine per essere applicate al combattimento, ma
spesso evolutesi per adattarsi ad altri contesti, che in alcuni casi con il
combattimento hanno poco a che fare.
Quando si
combatte bisogna sfruttare pochi, semplici, concisi principi che devono
diventare istintivi ed automatici.
Si sente parlare
di difesa personale, street fighting e svariate altre discipline dai nomi
fantasiosi, ma in realtà quello che conta è essere concreti ed efficaci, non
serve essere combattenti da strada, quel che conta è sopravvivere e non ha poi
molta importanza lo stile che pratichi.
Un vero esperto
di combattimento difficilmente si troverà ad affrontare una situazione di
difesa personale, ovvero partire da una condizione di palese inferiorità
(essere aggrediti di sorpresa); se proprio verrà costretto allo scontro
probabilmente lo controllerà prima di essere costretto a difendersi,
affrontando il combattimento in condizioni più favorevoli.
La tecnica è sì
importante, ma comunque secondaria rispetto alle qualità (attributes) che
devono essere sviluppati dalla pratica, e che consentono di migliorare le
proprie capacità di combattenti.
Solitamente gli
attributes si sviluppano insieme alle conoscenze tecniche, ma questo non è così
automatico e dipende principalmente dalle metodologie di allenamento utilizzate,
più che dalla disciplina in sé.
Infatti un
esperto di qualsiasi arte marziale che abbia sviluppato le sue qualità è
sicuramente in grado di difendersi egregiamente, ma non è detto che ciò
avvenga, o che avvenga alla stessa velocità in tutte le discipline; alcune ad
esempio si interessano poco del combattimento prediligendo lo studio dei kata (o
forme), altre hanno un’ impostazione sportiva, e così via, sviluppando alcune
qualità a scapito, magari, di altre.
E’ altrettanto
indubbio che moltissime tecniche insegnate dalle arti tradizionali (ma anche da
alcune moderne) siano inefficaci, e qualsiasi esperto onesto lo può confermare,
questo non significhi che la disciplina in sé sia inefficace, sta al praticante
estrapolare gli elementi veramente attuabili da un bagaglio tecnico molto più
ricco.
C’ è da dire
che imparare una tecnica inapplicabile e complessa non è comunque tempo perso,
perché aiuta a sviluppare in ogni caso alcune doti preziose poi in
combattimento, l’ importante è non perdere di vista gli aspetti fondamentali
e non tentare di mettere in pratica tutto ciò che si è appreso (magari la
tecnica con tredici passaggi inserita nell' ultima forma studiata), ma solo
quello strettamente utilizzabile.
E’ altrettanto
vero che il processo di estrapolazione degli elementi realmente efficaci in una
situazione realistica è già di per sé complesso, quindi non è affatto
scontato che un buon praticante di karate, esperto di kata, sia anche un buon
combattente, mentre un praticante di full contact karate, sebbene di livello
tecnico complessivamente minore, può probabilmente vantare una migliore
preparazione allo scontro, derivata dalla costante pratica al combattimento.
Secondo molti
(compreso il sottoscritto) la sportivizzazione delle arti marziali sicuramente
allontana da una delle sue finalità fondamentali (o almeno di una delle più
antiche) ma dall’ altro aiuta la diffusione e mette alla prova le tecniche più
di quanto non faccia il tradizionale lavora a due con attacchi e risposte
preordinate, dove ognuno cerca di agevolare la tecnica dell' altro, a volte
anche inconsciamente, con il rischio di ritenere perfettamente applicabili ed
efficaci azioni che in palestra "vengono" solo grazie all' assistenza
del nostro partner (non è un problema solo delle arti tradizionali, ma un
difetto comune anche a molti corsi di self defence, dove, a causa della presunta
pericolosità delle tecniche non si prova mai a metterle alla prova sul
serio).
Una pratica al combattimento sportivo è sicuramente meno applicabile di una finalizzata al combattimento reale, ma senz’ altro preferibile rispetto alla mancanza di pratica diretta riscontrabile in molte discipline la cui finalità è la difesa personale (o la tradizione), ma in cui ci si allena solo su sequenze prestabilite, impedendo allo studente di sviluppare tempismo e “occhio” per le distanze, anche se consente un ottimo progresso tecnico.
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