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4. Dalla guerra alla pace? Nel luglio del 1975 venne riaperto il canale di Suez e il 26 marzo 1979 Begin e Sadat firmarono l’accordo di pace tra Israele ed Egitto, ma il terrorismo non diminuì (e lo stesso Sadat pagò con la vita l’aver fatto la pace con Israele). Nel frattempo, tra il 1967 e il 1980, il reddito pro-capite annuale palestinese aumentò nella Striscia di Gaza da 80 a 1700 dollari: in Cisgiordania il P.i.l. quasi quadruplicò (Kimmerling, Migdal, 1994). Il numero di automobili decuplicò, quello dei telefoni aumentò di sei volte e quello dei trattori di nove volte. L’aumento dei redditi individuali promosse tra i palestinesi dei Territori un notevole progresso economico, con una crescita annuale media del P.i.l. del 12,9% (contro quella del 5,5% degli israeliani) . La rete stradale fu molto migliorata, le abitazioni palestinesi - fino al 1967 quasi del tutto prive di luce elettrica - si collegarono alla rete elettrica israeliana e anche l’assistenza sanitaria migliorò, in quanto i palestinesi poterono godere delle cure offerte dagli ospedali israeliani. Nel corso di questi anni ben dieci università palestinesi videro la luce: una a Gerusalemme, due a Gaza, una a Nablus, una a Jenin, una a Betlemme, una a Birzeit, tre a Hebron (un’università islamica, un politecnico e un’università scientifico-umanistica). Tutto ciò contribuì ad una forte crescita demografica palestinese e, di conseguenza, aggravò il problema della carenza di terreni e di acqua anche perché - è stato stimato - gli ebrei che risiedevano in Cisgiordania consumavano in media dodici volte più acqua dei palestinesi (Morris, 2001). Quando l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina si dispiegò nel sud del Libano, dopo essere stata cacciata dalla Giordania nel 1970, e da lì eseguì ripetute azioni terroristiche contro città e villaggi del nord d’Israele (Galilea) che causarono molti caduti e notevolissimi danni, le Forze di Difesa d’Israele attraversarono il confine ed entrarono nel Libano (1982). L’operazione "Pace per la Galilea", secondo le intenzioni israeliane, avrebbe dovuto essere soltanto un’operazione di polizia tesa a occupare un tratto di territorio libanese lungo la frontiera di Israele (esattamente 40 km oltre la frontiera), per garantire la sicurezza alla popolazione della Galilea continuamente colpita da attacchi dei feddayn palestinesi. L’operazione si trasformò invece in un vero e proprio conflitto con punte di grande violenza come il massacro, ad opera dei falangisti cristiano-libanesi, di centinaia di palestinesi nei campi profughi di Sabra e Chatila. La scoperta di tale massacro scatenò in Europa un’inaudita e irresponsabile campagna politica di colpevolizzazione nei confronti dello Stato ebraico il quale, pur non avendo in alcun modo partecipato al massacro, venne comunque accusato di averlo "favorito" o di "non averlo impedito".
Nel dicembre del 1985 un attentato all’aeroporto di Fiumicino provocò 16 morti e 70 feriti e un altro, all’aeroporto di Vienna, si concluse con la morte di quattro persone. Nel settembre 1986, nell’attacco palestinese a un aereo americano a Karachi, vennero uccise 18 persone, mentre nell’attentato alla sinagoga di Istambul ne morirono 23. L’anno 1986 vide ben 53 attentati dell’OLP contro civili (Bonanate, 1994). Il 15 novembre 1988 il Consiglio Nazionale Palestinese, riunito ad Algeri, proclamò all’unanimità la creazione "simbolica" di uno stato palestinese in Cisgiordania e Gaza, con Gerusalemme capitale. A maggioranza il Consiglio accettò le risoluzioni delle Nazioni Unite, compresa quella del 29 novembre 1947 che stabiliva la divisione della Palestina tra arabi ed ebrei, condannò il terrorismo e si mostrò propenso a una conferenza internazionale di pace. Nonostante ciò il terrorismo non si arrestò: il 6 luglio 1989 un autobus israeliano fu fatto precipitare da un commando palestinese lungo la strada Tel Aviv-Gerusalemme: 16 le vittime. Il 4 febbraio 1990 vi fu l’assalto terroristico della Jihad Islamica a un autobus israeliano presso Ismailia, in Egitto: 10 morti. L’8 ottobre 1990, per la festa di Sukkot (festa delle capanne), migliaia di palestinesi, riuniti sulla spianata delle Moschee, aggredirono con lanci di pietre gli ebrei raccolti in preghiera al Kotel. La repressione della polizia israeliana provocò 21 morti tra i palestinesi e il 13 ottobre il Consiglio di sicurezza dell’Onu condannò Israele che, tra l’altro, stava subendo passivamente gli attacchi dell’Iraq (Nissim, 1991). Infatti nell’estate del 1990 l’annessione del Kuwait da parte dell’Iraq di Saddam Hussein scatenò l’ennesima crisi: Arafat - dopo gli attacchi dell’Iraq, con missili terra-terra SCUD, contro Israele (Paese neutrale non in guerra!) - si schierò con Saddam Hussein. Per trentun giorni Israele fu colpito dai missili iracheni senza rispondere agli attacchi e per trentun giorni, in Cisgiordania, molti palestinesi salirono sui tetti delle loro case per guardare ed applaudire gli SCUD in volo verso Tel Aviv. Tuttavia Arafat e OLP, avendo puntato sul cavallo sbagliato, uscirono dalla crisi irachena molto indeboliti. Perdettero infatti l’importante appoggio politico ed economico dell’ Arabia Saudita e degli Emirati (Paesi facenti parte della coalizione anti-Saddam), il Kuwait espulse dal suo territorio circa 300.000 palestinesi e bloccò i finanziamenti - di circa 400 milioni di dollari annui - in favore delle famiglie palestinesi della Cisgiordania. Nonostante ciò o forse proprio a causa di ciò, nell’estate del 1993 incominciarono una serie di negoziati segreti tra Israele e OLP: l’accordo formale sul riconoscimento reciproco e sull’Autorità Palestinese venne siglato il 13 settembre 1993. Subito dopo la firma dell’accordo 35 nazioni stanziarono circa 3,5 miliardi di dollari ad Arafat per mettere l’autogoverno palestinese nelle condizioni di poter lavorare, ma soltanto una piccola parte di quella somma fu davvero utilizzata per quello scopo. Purtroppo il prezzo delle intenzioni di pace fu molto alto da entrambe le parti: Hamas e la Jihad Islamica - non adeguatamente ostacolati da Arafat - organizzarono subito una violenta campagna terroristica per far deragliare il processo di pace e infatti, dal 13 settembre al 31 dicembre 1993, persero la vita in attentati terroristici 20 israeliani e 78 palestinesi, 33 dei quali uccisi da altri palestinesi.
Il 29 aprile 1994 venne sottoscritto a Parigi il Protocollo sui rapporti economici tra Israele e OLP. E il 4 maggio 1994 iniziò il ritiro di Israele da Gaza e Gerico che passarono sotto l’auto-governo dell’Autorità Palestinese: nell’agosto del 1994 iniziò la trasmissione di poteri e responsabilità ai rappresentanti palestinesi della West Bank in relazione a educazione e cultura, sanità, previdenza sociale, tassazione e turismo.
Dal 24 settembre 1995 passarono sotto il controllo dell’Autorità Palestinese le città di: Ramallah, Nablus, Betlemme (è tuttavia da ricordare che, poco tempo prima, gli stessi abitanti "non ebrei" di Betlemme - temendo di diventare parte del futuro Stato di Palestina - avevano chiesto l’annessione allo Stato d’Israele: proposta che fu rifiutata da Israele per non compromettere il processo di pace), Jenin, Tulkarem, Qalqilya ed Hebron (città a maggioranza ebraica fino al 1929, quando un pogrom arabo ne sterminò la maggior parte degli residenti ebrei). E nonostante il 4 novembre 1995 Yigal Amir, un giovane ebreo militante dell’estrema destra religiosa ultraortodossa esasperato per i continui attentati palestinesi, assassinasse il Nobel israeliano per la Pace Yitzhak Rabin, il cammino verso la pace proseguì, come anche gli attentati.
Il 26 febbraio, un fondamentalista islamico, investì con l’auto un gruppo di persone ad una fermata d’autobus: una donna perse la vita e 23 persone furono ferite. Il 3 marzo, sempre a Gerusalemme, sull’autobus n° 18, un altro terrorista palestinese si fece esplodere provocando 18 morti e 7 feriti. Ancora un attentato il giorno successivo, a Tel Aviv: 13 morti e un centinaio di feriti. Inoltre, a complicare vieppiù la situazione si misero - dal 30 marzo al 9 aprile - i terroristi Hizbullah, i quali dal Libano lanciarono razzi Katjuscia contro la cittadina israeliana di Qiryat Shmonah. In Cisgiordania e nella striscia di Gaza, come di consueto in queste occasioni, la gente scese nelle strade per festeggiare. Il 30 luglio 1997 un doppio attentato dinamitardo nel mercato Mahane Yehuda di Gerusalemme uccise 12 israeliani e ne ferì una trentina; il 4 settembre, sempre a Gerusalemme, morirono in tre e un centinaio furono i feriti. Arafat fece quasi nulla per fermare il terrorismo e gli israeliani incominciarono a smettere di fidarsi di un interlocutore dalle facili, ma inattuate promesse. La sensazione generale era che ai palestinesi, come già in passato, premesse di più la distruzione dello Stato ebraico che non la possibilità di costituire uno Stato palestinese. Pur tuttavia il 23 ottobre 1998 venne siglato, tra Arafat e l’allora Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, un ulteriore accordo per portare al 40% il territorio della Cisgiordania sotto il controllo palestinese. Il 4 marzo 2000 Israele si ritirò unilateralmente - e cioè senza nulla chiedere in cambio - dalla fascia di sicurezza del Libano: circa 6.500 uomini e funzionari libanesi, insieme con le loro famiglie, chiesero ed ottennero di essere accolti in Israele. Gli Hizbullah poterono quindi entrare nei villaggi del Libano meridionale, impossessarsi delle case abbandonate e stabilire postazioni di mortai e razzi Katiuscia a pochi metri di distanza dal confine con Israele. Nel frattempo erano ripresi i negoziati israelo-palestinesi per un accordo definitivo e Israele consegnò altro territorio: un ulteriore 6,1% di Cisgiordania oltre a 341 kmq attorno a Gerico, Ramallah e Jenin. Tra l’11 e il 24 luglio 2000, per discutere questioni relative ai confini tra il futuro Stato palestinese e Israele, agli insediamenti, a Gerusalemme, al rifornimento idrico e ai profughi, si ritrovarono a Camp David Arafat e il nuovo Primo Ministro israeliano Ehud Barak, con la mediazione di Clinton. Barak propose all’Autorità Palestinese la cessione del 97% del territorio cisgiordano e accettò di assorbire diverse migliaia di profughi, nel corso di dieci anni, come parte di un progetto di riunificazione famigliare e di partecipare al pagamento di compensi per le proprietà perdute dai profughi stessi: proposta che nessuno Stato arabo ha mai fatto ai profughi ebrei. Inoltre Barak, pur di addivenire ad una situazione di pace definitiva e conoscendo le aspettative palestinesi su Gerusalemme, offrì ad Arafat la sovranità sulla maggior parte dei quartieri arabi della zona orientale di Gerusalemme, compresi i quartieri cristiano e arabo dellla Città Vecchia. Gerusalemme, in nome della pace, sarebbe dunque tornata ad essere divisa: una città, due capitali. Ma Arafat rimase inamovibile nella sua richiesta che l’intera Città Vecchia, compresi i quartieri armeno ed ebraico, ricadessero sotto la sovranità palestinese e che tutti i profughi e i loro discendenti (ormai 5,5 milioni, vista l’altissima natalità palestinese) potessero rientrare in Israele (non nello Stato palestinese!). Così la risposta storica dei palestinesi alle proposte di pace di Barak a Camp David non fu un’attività diplomatica, ma lo scatenamento di un’ulteriore intifadah. Ai lanci di pietre dei dimostranti - e agli attentati dinamitardi contro i civili, oltreché ai rapimenti ed ai linciaggi - si unirono i membri della sicurezza palestinese e della milizia sparando con armi leggere contro le postazioni e i quartieri israeliani (Morris, 2001).
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