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La pastorale non va in vacanza

di Vittorio Cristelli

A me piace paragonare i contenitori della Parola di Dio – Bibbia, liturgia e pastorale della comunità – alla navicella spaziale che contiene i messaggi provenienti dall'etere. Compito degli scienziati e dei tecnici particolarmente delicato e decisivo per la riuscita delle missioni nello spazio è individuare l'angolo di incidenza giusto per il rientro dall'atmosfera della navicella sulla terra. Se l'angolo è esatto i messaggi giungono e possono essere letti, se è errato, la navicella si fracassa a terra e
tutto lo sforzo risulta inutile. Fuori immagine, uno degli elementi di calcolo per una pastorale che voglia fare arrivare la Parola agli uomini d'oggi è costituito dai segni del tempo. Ed eccone uno che ci riguarda da vicino, come comunità cristiane che vivono sulle Dolomiti: l'Unesco ha dichiarato le Dolomiti "patrimonio dell'umanità': La definizione non riguarda solo i picchi delle montagne, ma anche le valli che vi conducono e le comunità che le popolano. Tant'è vero che se un domani dovesse risultare che le Dolomiti sono degradate, inquinate e deturpate nei loro silenzi, e nella loro integrità, il riconoscimento dell'Unesco potrebbe essere ritirato.
Questa dimensione antropologica risulta chiara già nella definizione "patrimonio dell'umanità”, ma anche dalla natura dell'organismo che l'ha adottata. L'Unesco infatti è l'agenzia delle Nazioni Unite sorta, come dice il suo atto costitutivo, per "contribuire alla pace e alla sicurezza promuovendo la collaborazione tra le nazioni nell'ambito dell'educazione, della scienza e della cultura”: Non è, per intenderci, un'agenzia di commercio e di affari, bensì di educazione, scienza e cultura.
Come allora non considerare questo riconoscimento, che si fa poi programma impegnativo, un'opportunità per le comunità cristiane, quello che in termini sofisticati si dice un "kairòs"? Siamo gestori di un patrimonio dell'umanità. E umanità vuol dire cultura, rapporti significativi, ma anche spiritualità e religiosità. Sono tutte caratteristiche che devono contrassegnare il turismo dolomitico.
Ecco perché la pastorale non deve andare in vacanza nelle stagioni turistiche. Sarebbe uno scippo ai turisti e ai villeggianti che hanno diritto di trovare non solo sentieri per passeggiate e cime da scalare, ma anche contatti umani con la popolazione residente, dialogo di visioni di vita e di cultura e momenti di elevazione a Dio. Già, perché quelle che diciamo “nostre montagne” non le abbiamo fatte noi, ma sono un dono di un Altro.
E' auspicabile quindi che si sviluppi un turismo di ricarica umana in tutte le sue dimensioni, ivi compresa la partecipazione a una comunità cristiana nei suoi momenti più significativi. Ricordo la guida alpina don Martino Delugan, che don Bepi Grosselli cita tra i "Preti con lo zaino". Accompagnava tutti, credenti e non credenti, sulle cime, ma lui nello zaino portava oltre agli zuccheri e all'immancabile grappolo d'uva, che considerava il miglior dissetante, anche tutto l'occorrente per dire la Messa. Ad un certo punto si fermava su uno spiazzo e diceva ai compagni di cordata: "Vi ho accompagnati per tutto il giorno, ora vi chiedo di farmi compagnia per mezz'ora a parlare con Dio". Nessuno si rifiutava.
Eppure c'è ancora tra i Soloni della promozione turistica chi considera disturbo il suono delle campane. E' significativo che sono pure quelli che vorrebbero bandire alle mucche l'accesso ai pascoli alpini, considerandole pericoli per gli escursionisti. Sono quelli del WTO, l'Organizzazione internazionale del commercio, non quelli dell'Unesco e del patrimonio dell'umanità.
Tornando alla pastorale, il giorno in cui ci fosse un turismo davvero dal volto umano si potrebbero trovare tra i membri dei consigli pastorali nelle zone turistiche anche volti di ospiti affezionati che considerano quelle località loro patria di elezione.

(Fonte: “Vita Trentina”)



 

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