Per chi non è stato al caldo durante la tempesta

Sul processo agli anarchici leccesi e sulla lotta contro i Cpt

Il 19 gennaio comincerà a Lecce il processo contro tredici anarchici accusati – oltre che di una serie di azioni contro alcune multinazionali che si arricchiscono sulla guerra e sul genocidio delle popolazioni del Sud del mondo – del crimine di aver portato avanti per anni una lotta costante e determinata contro il lager per immigrati di San Foca. Due di loro sono in carcere dal 12 maggio scorso, altri due sono agli arresti domiciliari, un quinto in libertà vigilata. La base del processo è ancora una volta l’articolo 270 bis sulla “associazione sovversiva con finalità di terrorismo”, con il quale negli ultimi anni sono stati arrestati decine di rivoluzionari, ribelli o semplici militanti di sinistra senza lo straccio di una prova. Per essere accusati di “associazione sovversiva” basta ormai una semplice scritta sul muro.

Ma non è tanto questo che ci preme dire. Sappiamo che le leggi dello Stato sono ragnatele per il ricco e catene d’acciaio per il povero, così come non abbiamo mai cercato il senso del giusto tra gli articoli del codice penale. Quello che ci preme sottolineare è cosa rende questi anarchici pericolosi e cosa c’è di universale nella loro lotta.

 Si è fatto un gran parlare negli ultimi mesi di “Centri di Permanenza Temporanea” (CPT). Dopo che alcuni servizi giornalistici hanno documentato le condizioni disumane in cui sopravvivono le donne e gli uomini internati in queste strutture, le varie forze politiche si sono azzuffate sulle responsabilità di una simile “gestione”. Ma il punto non è come vengono gestiti, bensì la natura stessa dei CPT. Introdotti in Italia nel 1998 dal governo di centrosinistra con la legge Turco-Napolitano (approvata anche con i voti dei Verdi e di Rifondazione Comunista), i CPT sono a tutti gli effetti dei lager. Proprio come i campi di concentramento fascisti e nazisti (e ancor prima coloniali, a Cuba e in Sudafrica), si tratta di luoghi in cui si viene rinchiusi senza aver commesso alcun reato e trattenuti a completa disposizione della polizia. Che all’interno le condizioni siano disperate, il cibo pessimo e i maltrattamenti costanti è una terribile conseguenza, ma non il centro del problema. Basta poco per rendersene conto.

Quello che per un italiano è un semplice “illecito amministrativo” (non avere i documenti), per uno straniero è divenuto un reato passibile di internamento. Come la storia insegna – basta pensare alle leggi razziste di tutti gli Stati fra la prima e la seconda guerra mondiale –, per creare simili campi di concentramento bisogna aver preliminarmente imposto l’equazione straniero=delinquente. È in tal senso che va letta la legislazione – di destra come di sinistra – sull’immigrazione in Italia (ma potremmo dire in Europa e nel mondo). Se venissero applicati ai cosiddetti cittadini gli stessi criteri che presiedono alla concessione del permesso di soggiorno agli immigrati, saremmo in milioni ad essere rinchiusi o a vivere da clandestini. Quanti italiani possono dimostrare, infatti, di avere un lavoro in regola? Quanti vivono in più di tre in un appartamento di 60 metri quadrati? Sapendo che i contratti interinali non valgono per ottenere il permesso di soggiorno, quanti di noi risulterebbero “regolari”? Definire razzismo di Stato tutto ciò non è un’enfasi retorica, bensì una constatazione rigorosa.   

Ora, i CPT (ma più in generale tutte le forme di detenzione amministrativa: dai centri di identificazione alle “zone di attesa” in cui vengono trattenuti i profughi o i richiedenti asilo) sono la materializzazione di questo razzismo. Proprio perché il filo spinato è da sessant’anni il simbolo del lager e dell’oppressione totalitaria, l’involontaria coerenza del potere ha circondato questi nuovi campi di filo spinato. Così come non è una caso se la detenzione amministrativa, da sempre dispositivo tipico del dominio coloniale, oggi si sta diffondendo ovunque nel mondo (dai ghetti palestinesi a Guantanamo, dalle segrete britanniche dove vengono rinchiusi gli immigrati “sospettati di terrorismo” ai CPT italiani). Nel momento in cui si bombarda e si massacra in nome dei “diritti umani”, milioni di indesiderati sono brutalmente privati di ogni “diritto”, detenuti in campi circondati dalla polizia e affidati alle “cure” di qualche “organizzazione umanitaria”.

Se i CPT sono dei lager – come ormai in molti sostengono –, è del tutto logico cercare di distruggerli e di aiutare ad evadere le donne e gli uomini che vi sono internati. Ed è del tutto logico colpire i collaborazionisti che li costruiscono e li gestiscono. Questo pensavano gli anarchici leccesi. Hanno allora denunciato pubblicamente, nell’indifferenza generale, le responsabilità dei gestori del CPT di San Foca – cioè la curia leccese, attraverso la Fondazione “Regina Pacis” – e le condizioni infami a cui erano sottoposti i detenuti; hanno raccolto testimonianze, dati, e si sono organizzati. Sono stati una spina nel fianco della curia e del potere locale. Già nell’estate del 2004 uno di loro veniva arrestato per aver cercato di favorire la fuga di alcuni immigrati durante una rivolta avvenuta all’interno del “Regina Pacis”. Andavano nelle fiere di paese, a fare nomi e cognomi degli agenti responsabili dei pestaggi all’interno del CPT, dei medici che li coprivano, del direttore che bastonava, sequestrava e costringeva con la forza alcuni musulmani a mangiare carne di maiale. Senza mai perdere di vista l’obiettivo: chiudere per sempre quei lager, e non renderli “più umani”. Mentre avveniva tutto questo, alcune azioni anonime colpivano le banche che finanziavano il CPT, nonché le proprietà della curia e del direttore del “Regina Pacis”, don Cesare Lodeserto. E questi anarchici erano pronti a difenderle pubblicamente. Le autorità non potevano più nascondere il problema. E cos’hanno fatto allora? Prima hanno arrestato Lodeserto con l’accusa di sequestro di persona, peculato, violenza privata e diffusione di notizie false e tendenziose (il prelato soleva mandarsi da solo dei messaggi di minaccia che poi attribuiva alla “malavita albanese”), poi hanno fatto chiudere il CPT di San Foca. Messo subito Lodeserto ai domiciliari, e poi rilasciato, hanno quindi arrestato gli anarchici allo scopo di toglierli di torno per anni. Quelli che contano hanno difeso a gran voce il prete. A difendere gli anarchici sono stati per lo più solo degli onesti pregiudicati. Giustizia è fatta…

Ma qualcosa non torna. Il castello accusatorio contro i ribelli è maldestro e traballante, ma, soprattutto, nel frattempo prendono vigore le lotte contro i CPT in tutta Italia. Ad aprile gli internati del lager di via Corelli a Milano salgono sui tetti, si tagliano e urlano la più universale delle rivendicazioni: libertà. Seguiti dagli immigrati rinchiusi nel CPT di corso Brunelleschi a Torino, la protesta si allarga a Bologna, a Roma, a Crotone. A decine riescono ad evadere, mentre fuori comincia ad organizzarsi il sostegno pratico alla lotta. Assieme a manifesti e iniziative che denunciano le responsabilità di chi si arricchisce sulle deportazioni di immigrati (dall’Alitalia alla Croce Rossa, dalle aziende dei trasporti alle ditte private implicate nella gestione dei lager), non mancano le piccole azioni di sabotaggio. Con quella convergenza spontanea che è il segreto di tutte le lotte, i crimini imputati agli anarchici leccesi si diffondono.

È questo movimento – ancora debole, ma in crescita – che ha posto pubblicamente il problema dei CPT, facendo correre ai ripari i politici di sinistra, nel tentativo patetico di attribuire al solo governo di destra la responsabilità dei lager.

Che tutto ciò dia fastidio lo dimostrano le dichiarazioni del ministro degli Interni Pisanu sugli anarchici e antagonisti che “sobillano” gli immigrati (come se le condizioni disumane in cui vivono non fossero di per sé una costante sobillazione) e sulla necessità dei CPT per contrastare il “terrorismo” (è noto, infatti, che chi vuole passare i controlli della polizia per compiere un attentato se ne va in giro senza documenti). Perché?

I CPT mettono a nudo non solo l’esclusione e la violenza come fondamenti della democrazia, ma anche il profondo legame fra stato di guerra permanente, razzismo e militarizzazione della società. Non è un caso se la Croce Rossa è presente nei conflitti bellici a fianco degli eserciti e allo stesso tempo implicata nella gestione di numerosi lager in Italia. Così come non è un caso se essa partecipa alle “esercitazioni antiterrorismo” con le quali i governi vorrebbero farci assuefare alla guerra e alla catastrofe.

La criminalizzazione dello straniero – capro espiatorio del malessere collettivo – è da sempre un tratto distintivo delle società moribonde e allo stesso tempo un progetto di sfruttamento ben preciso. Se non vivessero nel terrore di essere rinchiusi e rispediti a casa – dove ad attenderli ci sono spesso la guerra, la fame, la disperazione – gli immigrati senza documenti non lavorerebbero certo per due euro all’ora nei cantieri di qualche Grande Opera, né morirebbero coperti da una gettata di cemento quando cadono dalle impalcature. Il Progresso ha bisogno di loro: per questo li si rende clandestini ma non li si espelle tutti, li si “accoglie” nei lager, li si smista, li si seleziona in base agli accordi con i rispettivi paesi di provenienza e secondo la docilità che dimostrano nei confronti del padrone. La sorte che spetta loro è lo specchio di una società in guerra (contro i concorrenti economici e politici, contro le popolazioni, contro i propri limiti naturali).

Una delle prime vittime di questa mobilitazione totale è il senso delle parole. Che siano potuti entrare nell’uso corrente espressioni come “guerra umanitaria” – o che si possa chiamare “centro di accoglienza” un lager – la dice lunga sullo scarto fra l’orrore che ci circonda e le parole che lo nominano. E questo scarto è contemporaneamente un’anestesia della coscienza. Chiamiamo “lager” i CPT e poi andiamo a votare chi li ha costruiti, diciamo “massacro” ma ci accontentiamo di sfilare tranquillamente contro la guerra, purché non succeda niente. Mentre a Milano si svolgeva la manifestazione oceanica del 25 aprile, i rivoltosi di via Corelli erano sui tetti a gridare che la resistenza non è finita, ma la retorica sulla “liberazione” non si è nemmeno scossa, continuando a festeggiare.

Forse qualcosa sta cambiando. Mentre la propaganda di Stato equipara il nemico interno – il ribelle, il “terrorista” – e lo Straniero – il fanatico, il kamikaze –, le resistenze si armano ed esplodono le “periferie” a due passi da noi, dove i poveri bruciano le ultime illusioni di integrazione in questa società. Giovani generosi intendono lager quando dicono lager, e si organizzano di conseguenza, come stranieri in un mondo straniero. Sono disposti a conquistare la libertà assieme agli altri, anche a rischio di giocarsi la propria. Odiano le sbarre, al punto che non le augurano nemmeno alle peggiori carogne (i tanti, troppi Lodeserto). Queste forme di insoddisfazione attiva per il momento dialogano a distanza, ma sono già l’abbozzo di qualcosa di comune. La falsa parola si sta ammutinando, e nuovi comportamenti sprigionano nuove parole nella realtà della vita quotidiana.

Non abbandoniamo alla vendetta dei giudici chi non è stato al caldo quando altri uomini venivano travolti dalla tempesta. In tempi tristi e servili, c’è una scelta che contiene tutte le altre: decidere da che parte stare.                                      

  

Indirizzi degli anarchici leccesi in carcere o agli arresti domiciliari:

SAVERIO PELLEGRINO,  C/o Casa Circondariale, via Prati Nuovi 7, 27058 Voghera (PV)

SALVATORE SIGNORE,  C/o Casa Circondariale, via Lamaccio 1, 67039 Sulmona (AQ)

MARINA FERRARI, Via XXI Aprile 29, 73042 Casarano (LE)

CRISTIAN PALADINI, Via Don Carlo Gnocchi 4, 73100 Lecce

Per chi volesse contribuire alle spese legali: ccp n. 56391345, intestato a Marina Ferrari

Per informazioni, contatti o richiesta di copie di questo pieghevole: Nemici di ogni frontiera, C.P. 36, 73047 Monteroni di Lecce oppure utopia73@libero.it

  

INIZIATIVE A GENNAIO 2006

Sabato 14 e domenica 15, Due giorni di mobilitazione contro i lager e il mondo che li produce, contro il “pacchetto Pisanu” e la repressione, in solidarietà con gli anarchici leccesi.

Mercoledì 18, ore 14.30, Assemblea pubblica in vista del processo del giorno dopo, presso l’Ateneo universitario di Lecce (viale dell’Università).

Giovedì 19, ore 9.00, Presidio durante l’udienza contro gli anarchici, davanti all’aula bunker del carcere di Borgo San Nicola, Lecce.

Sabato 21, ore 11.00, Assemblea mensile contro la guerra e le espulsioni, presso vico dei Fieschi.