ESTATE CALDA NEL SALENTO

L’estate appena trascorsa si è rivelata particolarmente torrida per il Cpt Regina Pacis di San Foca, con presìdi, manifestazioni, anonimi attacchi e soprattutto con una lunga catena di rivolte ed evasioni, non tutte purtroppo andate a buon fine, che meglio di qualsiasi discorso hanno smascherato – con la pratica –, la reale natura di questo luogo infame e posto al centro di polemiche asprissime il suo ruolo e la sua stessa esistenza. Mai prima d’ora, per un periodo di tempo tanto lungo, l’esasperazione patita dagli internati si era manifestata in modo così evidente, segno tangibile che le condizioni di reclusione sono andate col tempo peggiorando e che un primo tentativo di fuga andato a buon fine è stato la scintilla che ha fatto da detonatore per molti altri avvenimenti a seguire.

E' la sera del 27 giugno quando venti reclusi tra marocchini, tunisini e palestinesi riescono a raggiungere il cortile del Regina Pacis e si lanciano verso la recinzione, con l’intento di scavalcarla e riguadagnare la libertà. In molti ce la fanno ed alla fine cinque di loro riescono a far perdere le loro tracce, dileguandosi all’interno delle vicine pinete, mentre gli altri quindici sono ripresi; uno di questi, nel tentativo di fuggire, sferra pugni e calci al carabiniere che lo trattiene, che alla fine deve ricorrere alle cure mediche.

L’11 luglio, un gruppo di anarchici arriva all’improvviso sotto le mura del Cpt per portare la propria solidarietà agli internati. Viene aperto uno striscione, accesi dei fumogeni, si urlano slogan e un volantino viene distribuito ai bagnanti; basta questo, e in un attimo gli immigrati all’interno del Regina Pacis danno vita ad una rivolta e iniziano a distruggere tutto ciò che materialmente nega loro la libertà, non a caso iniziando dalle finestre sbarrate e passando poi agli arredi, alle telecamere ecc, lanciano tutto di sotto e guadagnano poi l’aria sui balconi, mentre nel frattempo anche le donne iniziano ad agitarsi e ad urlare. Due immigrati si acquattano sul balcone al primo piano approfittando della confusione, aspettando il momento migliore per tentare la fuga: solo uno ci prova, saltando giù su una autoblindo e poi lanciandosi verso l’ultima recinzione, dove purtroppo viene riacciuffato da due carabinieri che lo tirano giù a manganellate, nonostante il tentativo dei compagni di aiutarlo a scavalcare. Di questo nordafricano si perderanno poi le tracce, non risultando nei giorni seguenti presente né nel centro, né in ospedale: tutto ciò che si riesce a sapere è che ha una gamba rotta. Intanto dall’interno parte una violenta carica dei carabinieri contro i manifestanti, con pestaggi e con una caccia all’uomo che prosegue sulla spiaggia tra ombrelloni e bagnanti: il Regina Pacis si trova infatti sulla costa. I bagnanti parteggiano quasi tutti per la legge e si distinguono per la loro infamia, aiutando i carabinieri ad acciuffare i fuggitivi. A farne le spese sono in particolar modo un anarchico che subisce pesanti pestaggi e viene fermato, insieme ad un altro che è perquisito ed identificato, ed una compagna che, nel tentativo di fuggire, cade rovino-samente fratturandosi un ginocchio. All’interno del Cpt, forze dell’ordine di ogni genere entrano in assetto antisommossa. Intanto, il ragazzo pestato viene trattenuto fuori fino a sera, usato in pratica come ostaggio, sino a quando tutti i bagnanti vanno via. A quel punto, molti carabinieri escono ed arrestano un manifestante, con l’accusa di violenza continuata a pubblico ufficiale. Secondo gli agenti, avrebbe colpito col megafono un carabiniere mentre il nordafricano cercava di scavalcare.

Il giorno dopo, apprendiamo dai giornali che i danni seguiti alla rivolta ammonterebbero a 50 mila euro, mentre alcuni parlamentari entrano nel Cpt e dichiarano che i rivoltosi sono tutti immigrati provenienti da esperienze detentive, tentando come al solito di dividere in “buoni” e “cattivi” e di far passare una rivolta collettiva di uomini e donne, come il gesto isolato di pochi. Al momento della rivolta, sono presenti nella struttura 158 persone. Attestati di solidarietà al direttore del centro arrivano da esponenti di ogni colore politico.

Il 12 luglio, numerose scritte appaiono sui muri del centro di Lecce, per la liberazione del compagno arrestato, in solidarietà con gli immigrati reclusi e per la distruzione dei lager. Il 17 luglio, per gli stessi motivi, si tiene un presidio in piazza Duomo a Lecce, con volantinaggio e megafonaggio, con una massiccia presenza di forze dell’ordine. Intanto all’arrestato, dopo due giorni di carcere, sono stati concessi gli arresti domiciliari.

Il 21 luglio, nella notte, una ventina di reclusi tentano ancora la fuga dal Regina Pacis, ma solo due maghrebini, dopo avere scavalcato la recinzione, riescono a far perdere le proprie tracce. Il 27 luglio si tiene un presidio con volantinaggio fuori dal palazzo di giustizia di Lecce, dove il Tribunale del riesame deve decidere sulla revoca degli arresti domiciliari al compagno; dopo alcuni giorni, gli arresti domiciliari vengono sostituiti con l’obbligo di firma giornaliero in caserma, obbligo che ancora continua.

La notte del 9 agosto, un tunisino tenta di fuggire dal Cpt, ma mentre si avvicina alla recinzione viene fermato da un carabiniere di guardia: segue una colluttazione in seguito alla quale il carabiniere riporta ferite guaribili in cinque giorni.

La notte successiva, intorno alle quattro e mezzo, una nuova evasione. Nove immigrati rimuovono una parte del controsoffitto e da lì raggiungono il retro della struttura e sbucano all’aperto, da dove provano a scavalcare dalla parte più alta il muro di cinta controllato dalle telecamere a circuito chiuso. Accortisi del tentativo di fuga, sopraggiungono i carabinieri che riescono a fermare due uomini, di cui uno avrà una frattura al piede, mentre altri sei saltano giù e si dileguano nel vicino canneto. Un moldavo di 29 anni invece, Andrei, resta impigliato nel filo spinato e cade poi giù, riportando una lesione al midollo spinale che potrebbe farlo restare paralizzato.

Il 12 agosto, sempre nella notte, altri quindici internati, tutti dell’est, tentano di evadere. Riescono a scavalcare la recinzione ma purtroppo quattordici vengono subito ripresi dai carabinieri lungo la spiaggia e la litoranea, mentre un rumeno riesce a far perdere le proprie tracce e a riprendersi la libertà.

Ancora, il 17 agosto venti immigrati, dopo aver forzato la porta della camerata, tentano di scavalcare la recinzione: in sei riescono a fuggire, gli altri vengono bloccati dai carabinieri. Nello scontro che ne segue, il direttore del centro, don Cesare Lodeserto, viene colpito con calci e pugni da un tunisino; lievi contusioni per l’infame prelato, mentre l’immigrato viene arrestato con l’accusa di lesioni e violenza. Nella stessa notte, intorno alle cinque, ignoti lanciano una bottiglia molotov contro l’abitazione di Lodeserto, che colpisce la persiana della cucina. Viene anche lasciato un biglietto, con scritto "Contro don Cesare e contro i Centri di Permanenza Temporanea", "Guerra a don Cesare, gestore del carcere per immigrati Regina Pacis". Ovviamente anche in questa circostanza, esponenti di tutte le forze politiche fanno a gara nell’esprimere solidarietà al direttore. In seguito a tale azione, i giornali riportano la notizia di un’indagine in corso contro il sito di Tempi di guerra, in cui compare un elenco di personaggi implicati a vario titolo nella gestione del Regina Pacis. Basta poco per spaventare questi collaborazionisti che preferirebbero continuare il loro sporco lavoro nell’ombra.

Il giorno dopo, un nuovo presidio si tiene in piazza Duomo con striscioni, volantini e materiale informativo.

Il 19 agosto, viene attuato uno sciopero della fame da quasi tutti i reclusi nel Cpt.

Domenica 29 agosto, una manifestazione contro il Regina Pacis, contro le espulsioni e per la distruzione di tutti i lager si svolge a San Foca. Uno scortatissimo corteo di un centinaio di persone attraversa il paese, ed arriva sotto le mura del Cpt per un presidio finale in solidarietà coi reclusi, che urlano e si affacciano a salutare, mentre uno di loro è ancora in sciopero della fame. Durante il corteo più volte viene ricordato Andrei, il moldavo caduto in un tentativo di fuga.

Infine, almeno per ora, la sera dell’8 settembre, quindici reclusi forzano una porta ed escono nel cortile del Regina Pacis con l’intento di scavalcare e fuggire, scontrandosi con i carabinieri in servizio. In tre riescono a scavalcare ma solo in due riescono a dileguarsi, mentre l’altro viene subito riacciuffato. Negli scontri, restano feriti quattro carabinieri e quattro immigrati.

In seguito a tutti questi eventi, che hanno particolarmente disturbato la tranquilla costa adriatica (e non solo…) del Salento, i gestori del Regina Pacis hanno avanzato l’ipotesi di non rinnovare più, dal 2005, la convenzione con lo Stato italiano come Cpt, forse anche in vista dell’apertura di un nuovo centro del genere a Bari. Nell’attesa di vedere se ciò sia vero e quale eventuale nuova destinazione d’uso tale luogo assumerà, ci auguriamo che alla calda estate appena trascorsa faccia seguito un autunno altrettanto caldo, così dentro come fuori il Cpt, affinché si arrivi alla sua chiusura e che questa sia solo l’inizio per la scomparsa di tutti i lager.

Nemici di ogni frontiera


IN UNA STORIA, QUEST’EPOCA

Andrei è un moldavo di 29 anni, che come molti altri immigrati ha pensato che l’unica cosa da fare per riprendere in mano la propria vita fosse fuggire dal luogo in cui era stato rinchiuso. Quando ha scavalcato il muro di cinta che lo separava dalla libertà, è caduto rimanendo per terra paralizzato. Fino a poco tempo prima era stato considerato “inesistente”, solo perché non aveva i documenti giusti, e per questo internato. Ora, per via di un episodio drammatico, ha riacquistato per gli altri le fattezze di una persona, evidenziando la brutale realtà che si è costretti a vivere da clandestini.

Appresa la notizia dai giornali, ci rechiamo in ospedale, per distribuire un volantino sull’accaduto e per incontrarlo. Ci chiede di metterci in contatto con sua moglie, in Romania, per cercare di farla venire in Italia. Ci racconta di essere arrivato a Roma insieme a lei alcuni mesi prima con un visto turistico della durata di 90 giorni, allo scadere dei quali la moglie è stata rimpatriata, mentre lui ha continuato a lavorare in Italia, fino a quando non è stato preso e deportato in un Cpt per essere espulso.

La solidarietà però può anche disturbare, soprattutto quando non chiede nulla in cambio e specialmente chi gli immigrati li rinchiude spacciando questa attività per accoglienza. Torniamo da Andrei due giorni dopo e ci fa sapere che il pretaccio che gestisce il Cpt di San Foca è andato a trovarlo – strana coincidenza! – il giorno successivo alla nostra visita e al nostro volantinaggio, promettendo di fare il possibile per portare sua moglie in Italia e chiedendogli informazioni su di noi.

Quando riusciamo a contattare la moglie Iuliana, ci informa che dal Regina Pacis le è stato comunicato solo che il marito era in fin di vita. Nel frattempo una crisi respiratoria aggrava le condizioni di Andrei, che viene trasferito dalla terapia intensiva in rianimazione.

Il giorno prima era stata fatta una manifestazione proprio davanti al Cpt, durante la quale si era parlato anche di questa vicenda. E così, per un’altra strana coincidenza, la dottoressa del lager di San Foca telefona in ospedale proponendo di trasferire il moldavo nel miglior centro di riabilitazione d’Italia, a spese del Regina Pacis. Ci sembra chiaro che la fretta di trasferirlo è dettata dalla volontà di isolarlo dalla rete di solidarietà che gli si sta creando attorno, per allontanarlo dove non potrà più avere contatti con nessuno, dove non potrà trapelare che la sua vita gli è stata strappata semplicemente perché non aveva un permesso di soggiorno. La sua storia è dannosa per l’immagine del Regina Pacis, dipinto dalla propaganda mediatica come luogo simbolo della carità.

Intanto, il giorno dopo, nonostante l’ostruzionismo dei medici del reparto di rianimazione, suggerito probabilmente dagli stessi gestori del Cpt, facciamo pressione affinché il nostro amico possa ottenere un certificato medico indispensabile per far venire Iuliana in Italia. Ma la richiesta di Andrei, incapace di muoversi e di parlare bene, viene ignorata. Per i medici i documenti sono più importanti delle persone: ritengono di potersi rivolgere solo alle istituzioni e al Regina Pacis. In base a un pretestuoso diritto alla privacy, in quanto non familiari non ci è concesso di occuparci di lui. Una bella perversione. Si tutela il diritto alla riservatezza, non richiesto né voluto, e si cancella quello alla propria autodeterminazione. Con non poca fatica, nei giorni seguenti otteniamo dal direttore sanitario che Andrei stesso possa richiedere il certificato, che l’ospedale stesso spedirà alla moglie. In realtà il Cpt non ha nessuna autorità su Andrei, che, nonostante queste vicissitudini, non si è demoralizzato. In un primo momento sembrava che sarebbe rimasto paralizzato, in seguito i dottori gli diagnosticano la possibilità di un recupero fisico dell’80 per cento.

Attualmente si trova ancora a Lecce, perché nonostante le mosse del Regina Pacis, che non provvederà più al pagamento delle spese di riabilitazione, i tempi di trasferimento sono comunque lunghi.

Iuliana è ancora in Romania e potrà venire in Italia con un visto turistico di 3 mesi, solo se dimostrerà di possedere una somma di denaro enorme per lei. Non le è servito neanche rivolgersi alla Croce rossa che, per aiutarla a ottenere i documenti, pretende anch’essa dei soldi.

Questa storia non ha ancora una conclusione, ma è un’ennesima dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, della necessità di distruggere muri e frontiere. La solidarietà è un’arma.