DAL QUESTORE? A QUESTORA? IN QUESTURA?

Riprenderemo questo triplice, perplesso interrogativo di Totò, ospite per l’occasione della Casbah, per raccontare di certe voci raccolte in giro su una recente trovata delle forze dell’ordine per rendere più rapido e funzionale lo smaltimento del carico di lavoro supplementare che la Bossi-Fini ha provocato.

Si sa che quando dei cittadini extracomunitari vengono per qualsiasi motivo tratti in arresto l’occasione è ghiotta per finalmente provvedere, senza eccessivo dispendio di energie, a notificare e se del caso applicare i vari provvedimenti che li riguardano, ed in particolare eventuali ordini di espulsione. Così, senza troppo girovagare e perder tempo, durante la detenzione torna comodo verificare la posizione del soggetto in questione e provvedere a tutti gli adempimenti che questa richiede, in modo da essere pronti, al momento del rilascio, ad eseguire i provvedimenti che dovessero risultare o quelli che nel frattempo si è riusciti a preparare, per esempio accompagnando il neo scarcerato alla frontiera o in un confortevole Cpta (centro di permanenza temporanea e di assistenza).

Succede tuttavia che la legge vigente preveda dei limiti piuttosto ristretti perché si possa privare qualcuno della sua libertà personale senza il giudizio di un magistrato: dall’arresto deve intervenire la convalida entro quarantotto ore e, spesso, dopo l’udienza di convalida, nei casi meno gravi viene disposta la scarcerazione, magari con una denuncia a piede libero. Troppo poco tempo per portare a termine tutte le verifiche del caso. Anche perché spesso i bricconi non collaborano, declinano generalità di fantasia e bisogna quindi procedere ad attente verifiche e confronti.

Ma gli zelanti tutori dell’ordine non si sono persi d’animo e, per guadagnar tempo a tutela della sicurezza nazionale, hanno inventato una prassi che sembra ormai diffusa e consolidata: quando il pericoloso immigrato, dopo un paio di nottate di galera, viene rilasciato da qualche magistrato senza scrupoli, dovrebbe essere, a norma di legge, un uomo libero a tutti gli effetti, a meno che, come si diceva, mentre è ancora detenuto non gli venga notificato qualche altro provvedimento. Però, al momento del rilascio, trova spesso ad attenderlo una delegazione di forze dell’ordine che, senza dare spiegazioni particolarmente dettagliate (anche perché non ne ha), lo fa accomodare sulla propria vettura e lo accompagna in questura. Lì, tra passacarte indaffarati e svogliati piantoni, tutti molto restii a illustrare cosa stia succedendo, il pericolo pubblico viene fatto “aspettare” in una curiosa sala d’attesa. Si tratta, stando ai racconti di chi ha vissuto questa bella esperienza, di uno stanzone interrato di grandi dimensioni, diviso a metà da una gabbia che separa i maschietti dalle femminucce e reso confortevole da un lavabo a cui abbeverarsi e da certe panche in ferro e cemento su cui riposare dopo le scomodità della cella.

È bene chiarire che quando si dice «aspettare», si intende per tutto il tempo necessario per vedere se vi sia qualche provvedimento da eseguire o se, ricorrendone i presupposti, sia possibile farsene fare uno fresco fresco: 20, 30, 40 ore o più. Ed è bene chiarire anche che queste giornate, o mezze giornate, di “attesa”, non hanno la benché minima legittimazione in nessuna delle pur restrittive leggi che attualmente regolano la “materia”; anzi, se fino ad ora questa pratica, che sembra anche essere piuttosto frequente e diffusa, è stata possibile, ciò è dovuto all’equivoco su cui è giocata. Quasi mai quelli che hanno subito un simile trattamento si sono resi conto di essere in tal modo stati sottoposti ad un totale abuso e hanno invece creduto di essere incappati in un incolpevole ritardo della laboriosa burocrazia di un regime democratico. Di diverso avviso è stato invece, di recente, un giudice del Tribunale di Torino, che, sentito di un simile episodio, ha provveduto a trasmettere gli atti alla procura ipotizzando a carico degli agenti il reato di sequestro di persona.

A quanto se ne sa, comunque, neppure questo è servito a far cessare l’andazzo, che sembra proseguire con l’unica differenza di una maggiore attenzione nella redazione dei verbali in modo che non sia possibile ricostruire i tempi. Né molto di meglio c’è da aspettarsi dalla recente sentenza con cui la Corte Costituzionale è intervenuta sulla legge Bossi-Fini, sollevando perplessità sul fatto che uno straniero possa essere espulso in assenza di uno specifico provvedimento giudiziario. Ma ancora è presto per capire come si andrà a finire, visto che il governo ha già anticipato che intende con un decreto reintrodurre in forma diversa le disposizioni che la Corte si era permessa di invalidare.

Quel che per il momento ci sentiamo di cuore di suggerire è, specie quando ci si lascia alle spalle le patrie galere, di non accettare ove possibile passaggi da sconosciuti, soprattutto se portano la divisa.

L’avvocato nel cassonetto