Minori
Ritornando
sulla costa subito dopo è Minori, denominata "Regiana", a cui venne poi aggiunto
l'epiteto di "Minor" in considerazione della città confinante, che essendo più
grande, fu chiamata "Reginna Maior". Fu famosa per l'Arsenale e il cantiere
delle galere. Elevata a diocesi nel 987 da papa Giovanni XV, fu rivale di Amalfi
"per la sua pittoresca situazione, la sua spiaggia, le sue industrie, i suoi
aranci"
tanto che i dogi della Repubblica
vi soggiornarono spesso e alcuni sono ivi seppelliti nella Cattedrale.
"Un tempo, Minori, avea per industrie il bianchimento delle tele, la concia
delle pelli (1524), un gran smercio dicarni salate di maiali ecc.; ed al
presente (1881), offre carta da scrivere e paste lavorate, che hanno il primato
su tutte le latre paste confezionate in questa Costiera.... Considerevoli
esportazioni di grumi si fanno quasi giornalmente da questi luoghi non solo per
Napoli, Roma, Bologna ecc., ma molto più per l'Inghilterra, per l'Olanda e per
le Americhe, ove si mandano racchiusi in casse, inviluppati nella carta".
è attraversata nel mezzo
dal piccolo fiume "Farinola" o "Reginnolo", la cui sorgente è sopra Ravello.
Ebbe comune origine con Amalfi e con essa divise le glorie e gli onori. Ma
quando la Repubblica decadde, Minori ebbe sorte comune. Degno di rilievo è
l'avvenimento dell'imprigionamento da parte del principe salernitano Guaimario
IV,
"uomo riottoso e malvagio, non che acerrimo nemico di queste popolazioni"
, del secondo vescovo di
Minori Sergio,il quale
"ebbe a partire" anche "la spogliazione di tutti gli arnesi suoi, e per maggiore
cordoglio li vennero trafugati i codici, i privilegi e le scritture della sua
chiesa..."
Liberato della prigionia a prezzo
di moneta, il vescovo Sergio si restituì alla sua sede (ove pochi anno dopo finì
ivi placidamente i suoi giorni). Tragica fu la tempesta avvenuta l'11 aprile
1597 che
fu sì terribile, che tutte le muraglie della città con le porte portonne via.
Giunse fin alla porta della maggiore chiesa, ne tirò tutta la pubblica piazza e
buona parte de li orti. Tra le altre calamità che questa città volta per volta
ebbe a provare, si furono le pestilenze degli anni 1492, 1528 e 1656, che
sparsero in esso luogo la costernazione, il terrore, la morte.
Notevole sopratutto quella
del 1656 durante la quale perirono 355 persone, quasi un terzo della popolazione
"e di tutto il clero non vi rimase altro che il vescovo Leria, un canonico ed il
priore di S. Nicola a Forcella. Poco mancò che per tali diminuzione di preti e
cittadini non rimanesse vecante quella sede (vescovile)"
. La città si apre sulla
piccola spiaggia delimitata da un bel e curato giardino pubblico adorno di una
fontana con leoni della metà dell'XI secolo.
Ancora un esempio di Torre vicereale è quella detta "Torre Paradiso", della
quale restano originali solo i muri perimetrali.
Il Duomo, dedicato a S.
Trofimena, decadde da chiesa cattedrale nel 1818. Completamente rifatto nel XIX
secolo, attualmente presenta l'interno ampio e luminoso a tre nevate, divise da
pilastri che determinano quattro valichi per ogni lato ed in corrispondenza di
questi vi sono cappelle. Interessante è un pulpito marmoreo del 1616. La parte
più originale è la cripta a cui si accede da due scale che hanno inizio dalla
balaustra del presbiterio.
La basilica inferiore a tre
navate, venne restaurata nel '700 e presenta sull'altare un'urna di alabastro
scolpita nel 1722 da Gennaro Ragozzino e contiene le spoglie di S. Trofimena.
"Il fiero Sicardo,
principe di Benevento e di Salerno... credette di esser giunta l'ora di fare un
bel colpo su Amalfi,... e profittando adunque delle discordie cittadine, ed
assistito da pochi corrotti paesani, egli piombò di notte tempo dinanzi ad
Amalfi, che fu colta all'improvviso, quando men se l'aspettava, nel primo marzo
838... Fu allora che il corpo di S. Trofimena che era stato celato alla cupidità
ed allo sguardo de predone longobardo, disgraziatamente caddegli dalle mani; che
prima a Salerno e poi a Benevento fece trasportare... e che dopo la di lui morte
venne restituito alla patria.
Lungo il torrente canalizzato, a
brevissima distanza dal mare - al pari di altre sparse lungo la costa in quanto
era più facile la navigazione che non le comunicazioni per gli impervi sentieri
dell'entroterra - è la Villa romana, costruita al tempo di Augusto su
un'estensione di circa 2500 metri quadrati. A due piani di cui il primo coperto
a volta e il secondo probabilmente da solai in legno, venne scoperta nel 1932 e
riportata completamente in luce tra il 1950 e il 1954. Risepolta dall'alluvione
del 26 ottobre 1954, è stata riportata a vista. La costruzione si sviluppa
intorno ad un vasto cortile, in origine a giardino, con piscina al centro, cinto
da portico aperto su tre lati in grandi arcate dove si nota l'impianto
idraulico. Il quarto lato è occupato dal ninfeo, che presso i romani aveva la
funzione di sala maggiormente rappresentativa, decorato di stucchi, affreschi e
mosaici, di stile pompeiano, che denunciano lavori della seconda metà del I
secolo dopo Cristo.
Una peculiare curiosità archeologica è data dalle urne cinerarie - scolpite con
i consueti motivi di putti, festoni e cartigli - adattate il più delle volte ad
acquasantiere, da colonne, capitelli e frammenti marmorei vari che si
riscontrano in molte chiese della Costa.
La chiesa di S. Giovanni Battista del Piezulo attualmente chiamata S. Giovanni
Piccolo o detta anche "a mare" venne edificata nel 1420 dalla famiglia Brancia
di Amalfi ed era prospiciente "la piazza pubblica" del paese. Oggi la chiesa è
incorporata in un complesso di abitazioni: esternamente è visibile solo una
semplice porta con sopra una piccola finestra ovoidale con grata e più sopra una
piccola apertura ad arco con campana. All'interno la pianta rettangolare è
spezzata da due strutture che reggono un arco a tutto sesto e che determina la
divisione tra la zona dell'altare e quella riservata ai fedeli. La copertura è
costituita da due volte a botte: una in senso orizzontale nella zona
dell'altare, l'altra in senso longitudinale. Sopra si ha un piano di abitazioni.
Il carattere di questa chiesa è decisamente rustico e si innesta spontaneamente
nell'architettura della quale fa parte.
La chiesa di S. Lucia in località "alla Fiumara" fu costruita nel X secolo con
l'annesso convento benedettino. Già verso la fine dell'XIX secolo la chiesa si
presentava dimezzata e senza più traccia del monastero. Una data significativa
per l'attuale aspetto cinquecentesco della chiesa è quella del 1520 citata per
l'istituzione in essa di una confraternita laicale che avrebbe provveduto a un
restaurodeterminante. è ad una sola navata coperta con volta a botte. La zona
dell'altare, a pianta quadrata, ha una cupola a scodella con alto tamburo nel
quale si aprono quattro finestre. L'interno possiede un coro ligneo, due
acquasantiere, un altare ligneo barocco e la tomba di Giovanni Palumbo del 1621
di marmo bianco con decorazioni di marmo scuro.
Oltre, sull'altura denominata Villamena, in un largo vi sono le chiese di S.
Gennaro e Giuliano e della Madonna delle Grazie oggi detta S. Maria del Rosario.
La chiesa di S. Gennaro presenta una porta d'ingresso sormontata da un
medaglione con affresco molto deteriorato rappresentante la Madonna ed è
raccordata all'architrave da due volute. L'interno è a tre navate con otto
pilastri di cui due addossati all'altare centrale. La navata centrale è coperta
con volta a botte, mentre le laterali da volte a crociera. Lateralmente ai
pilastri dell'altare sono due colonne romaniche con capitelli a foglie d'acanto
molto stilizzate. In ciascuno degli altri pilastri è incorporata una colonna
romanica; una di questa è parzialmente visibile in un pilastro vicino l'altare.
L'abside centrale è appena accennata mentre all'estero sono visibili tre absidi.
L'interno ha una veste barocca probabilmente del 1754, quando il parroco Filippo
Carola restaurò la chiesa.
Comunicante con la chiesa di S. Gennaro è quella di S. Maria del Rosario la
quale presenta una sola navata coperta da volta a botte dov'è accennato un
motivo a cassettoni a nove riquadri a forme romboidali e stellari. L'abside
appena accennata in una leggera rientranza comprende l'altare maggiore. Altri
due altari sono lateralmente. La decorazione barocca interna è più ricca che in
S. Gennaro. Esternamente la cupola presenta otto nicchie delle quali quattro
sono aperte a finestra e sono delimitati da costoloni che hanno una funzione
prettamente decorativa. La cupola termina con una lanterna.
Il Campanile dell'Annunziata si eleva nel rione omonimo attualmente composto da
poche case, affogate tra limoni e vigneti, e un tempo molto popolato. La chiesa
che per breve temo svolse le funzioni di cappella del cimitero, nel 1950 venne
completamente abbattuta, tranne il campanile, per le larghe lesioni nelle sue
masse murarie. Dai ruderi della chiesa sono riconoscibili le due absidi, fatto
insolito in quanto in genere in costiera sono triabsidate - un'ancora con resti
di affreschi raffiguranti S. Michele e databili al XII secolo. Fortunatamente il
tempo e l'incuria hanno salvato del XII secolo, che per la decorazione a tarsia
su tre dlle quattro facce della torre e sul tamburo, è ben visibile anche da
natovele distanza.
Molte sono le costruzioni, religiose o civili, che presentano sulle pareti
esterne una decorazione policroma in tufo frammista talvolta a laterizi e a
cotto, la quale aveva la funzione di attribuire alle pareti esterne un ritmo di
pura e semplice fantasia, il cui effetto non era affidato alle sporgenze, ma
solo al contrasto tonale dei due vari tipi di pietra. Le decorazioni a tarsia
testimoniano della coralità di questo gusto delle maestranze campane e assurto,
pur nella povertà del materiale usato, ad espressione e significato di forma
artistica, sì da far ritrovare illusivamente la perduta ricchezza decorativa di
questi centri che riuscivano persino a colpire la fantasia dei viaggiatori
musulmani. Questa policromia decorativa delle tarsie murarie, ove i disegni
talvolta costituscono un'architettura, si svolge in assoluta libertà compositiva,
e sebbene fosse molto diffusa in età romana - due rosoni si trovano a Pompei
agli angoli esterni della casa detta di Olconio Rufo tra via dei Teatri e via
dell'Abbondanza, nella regione VIII, insula IV - non venne continuata nel
medioevo in modo da stabilire tra la produzione classica e quella romanica un
legame. Bisogna quindi ricercare nelle condizioni storiche le implicazioni
culturali che hanno determinato tra l'XI e il XIII secolo, in epoca prima
normamma e poi sveva, la ripresa e la successiva diffusione dell'ornato
policromo. Quest'ultima non ha influenzato in maniera determinante, così come
non ha inciso l'influsso bizantino e arabo, il divenire dell'altare campana, che
pone le sue radici nell'esistenza di una viva cultura locale e troverà in
Salerno, centro culturale di notevole importanza, e nella vicina Costiera
Amalfitana, un punto fermo per la sua diffusine nel meridione. Infatti
l'accennata tarsia animava col suo ricchissimo registro decorativo i muri della
Salerno medioevale (ricordiamo il quadriportico e il campanile del Duomo, castel
Terracina, palazzo Fruscione) non meno che delle costruzioni della costa
sorrentina (come dimostrano gli episodi di palazzo Veniero e del campanile
dell'antica cattedrale di Lettere), di Eboli, Caserta, della Calabria, Sicilia,
Lazio, e della costa amalfitana che troverà ad Amalfi, Ravello, Scala e i suoi
borghi di Minuta e Pontone i maggiori esempi di fabbriche decorate. La tecnica
di esecuzione della tarsia era quella di stendere, così come oggi si pone sulle
pareti da intonacare l'abbozzo e l'arriccio, uno strato di stucco bianco che
diventa il supporto della composizione. Su di esso, mentre era ancora fresco e
con una tecnica che ricorda da vicino quella di esecuzione della pittura ad
affresco, veniova tracciato il disegno. Non restava che inserire, nei campi così
indicati, gli elementi di tufo giallo e grigio opportunamente preparati per
vedere formarsi le splendenti composizioni decorative. Evidentemente i disegni
dovevno essere conservati in cartoni, ma nulla vieta di pensare che potesero
anche nascere dalla libera composizione del momento. Un altro sistema usato è
invece quello che consiste nel lavorare direttamente il blocchetto di tufo
grigio, il classico tufello di Nocera o di Sarno, sagomandolo secondo il
modello. Gli "incisores lapidum" scavavano cioè la faccia piana dopo aver
riportato sulla superficie del blocco il profilo della sagoma. In questo incavo
di quattro o cinque centimetri veniva alloggiato il tufo giallo con una specie
di procedimento di incastro a maschio e femmina. Il motivo che induceva i
costruttori ad usare queste decorazioni in tufo anzichè il marmo, largamente
usato sin dall'antichità, è facilmente spiegato in quanto in epoca medioevale,
data la scarsa reperibilità del marmo, si è visto nel tufo, molto più leggero e
più facile da lavorare, anche se meno elegante, un "surrogato" del marmo stesso.
La diffusa opinione di una presunta "economicità" del tufo, merita di essere
ridimensionata in quanto per la difficoltà del trasporto dalla cava al cantiere
di lavoro, detto materiale aumentava sensibilmente di prezzo. Infatti l'unica
via transitabile, quella del valico di Chiunzi, poteva essere agevole per un
viandante, ma non per un trasportatore di pietre che doveva far salire il
pesante carico trainato da buoi e cavalli fino a 700 metri, l'altezza del
valico, per poi farlo ridiscendere dall'altro versante, con non minori
difficoltà, di quattrocentro metri. Il trasporto del materiale doveva quindi
avvenire via mare. Per giungere da Nocera ad Amalfi due erano in pratica le
possibili vie, una Nocera - Salerno, e qui imbarco per Amalfi, l'altra Nocera -
Castellammare di Stabia, e qui imbarco per Amalfi. In pratica, da Nocera ad
Amalfi, v'erano da percorrere quaranta chilometri via terra e venti via mare
passando per Salerno, venti chilometri via terra e sessanta via mare passando
per Castellammare, richiedenti, con mare calmo e strade transitabili, almeno tre
giorni di viaggio. Praticamente, nel momento in cui il maestro lapidario
iniziava a tagliare i blocchetto di tufo per l'esecuzione del lavoro, quel
materiale era diventato estremamente costoso, ed avrebbe notevolmente gravato
sul committente. Significativamente è solo sulle facciate della case patrizie
che possiamo rinvenire decorazioni a tarsie tufacee, e su chiese e campanili.
Del resto, le stesse chiese ed edifici sacri venivano in questo periodo
edificate soprattutto da famiglie gentilizie private, disposte a non badare a
spese, pur di assicurarsi l'anima in paradiso e di vincere in sfarzosità e
munificenza le famiglie nobili rivali. Si hanno notizie a Minori di molte chiese
e monasteri che attualmente non esistono più.
Ricordiamo la chiesa di S. Salvatore in località Paradiso al confine con Ravello,
consacrata nel 1120 dai vescovi Orso d'Afflitto e Costantino Rogadeo;
La chiesa di San Giovanni Battista in località Marina donata dal cenobio
cavanese al vescovo di Minori Stefano nel 1118 e consacrata nel 1144;
La chiesa di San Nicola, costruita nell'XI secolo sul monte Forcella da "don
Mauro presbitero di Forcella, che ne diede il suo cognome al luogo", con
l'annesso convento soppresso come molti altri nel 1652 per la Bolla Instaurandae
di Innocenzo X che sopprimeva quei monasteri in cui l'esiguità del numero dei
monaci aveva fatto decadere la disciplina. " Nella piccola chiesa vi notammo
(1881) un pregevole quadro di S. Nicola, del pennello del celebre Andrea Vaccaro
napolitano come un'urnetta cineraria". Alla periferia occidentale di Maiori, a
brevissima distanza dal mare e` un'ampia e profonda grotta detta dell'Annunziata
che "venne a discoprirsi per effetto del terribile terremoto del 3 gennaio
1117". Alla fine del XIV secolo, all'interno della grotta vennero costruite una
chiesa dedicata prima a S. Maria de Crypta e successivamente alla Vergine SS.
dell'Annunziata e un ospedaletto per gli infermi. Nel XVIII secolo un "maroso ne
abbattè la porta, ruinò l'ospedale e fece crollare il tetto della chiesa".
Si ringrazia il prof. Adriano Caffaro per la cortese collaborazione.
Notizie a cura di Antonio Ferrara
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