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9-10 Settembre 2000

Un saluto a tutti i centauri, sono sempre Tac, mi appresto a narrare le mirabili vicende che mi condussero, insieme a due amici, Orietta e Luca, alla scoperta delle sorgenti del Po, sotto il Monviso.

Dopo la bella esperienza dei due giorni ad Isola 2000, il desiderio di ripetere il tutto era molto forte, anche perché ci sarebbe stata un’altra moto (CBR 600 N.d.R.), condotta da Luca, ad infoltire il gruppo. La scelta della meta e dell’itinerario viene affidata al nuovo arrivato e risulta soddisfacente per tutti, purtroppo alcuni contrattempi impediscono la partecipazione della Hornet e dei suoi occupanti, mentre Katia, memore dell’allucinante zaino della volta precedente, si rifiuta di partire.

Comunque risolti piccoli problemi organizzativi come la mancanza del casco per Luca e di una qualsiasi attrezzatura per Orietta (mannaggia! Meno male che c’è mia sorella), tutto sembra pronto per la partenza ma, all’ora di pranzo, una telefonata mi informa che Mirko risulta fisicamente a terra: siamo rimasti in tre!

Naturalmente nulla ci può fermare, così alle 2:00 pm spaccate Orietta ed io siamo pronti al luogo convenuto, ma Luca ritarda pesantemente perché è alle prese con la sistemazione del suo zaino che non deve avere alcun punto di contatto con la carrozzeria del suo gioiello.

Finalmente una ER5 stracarica, porto roba per due e la tenda, ed una CBR in assetto da battaglia, si possono incamminare verso la salita al Colle del Melogno, proseguendo per Calizzano, Bagnasco …. VEDI PERCORSO

Il viaggio prosegue senza intoppi conducendoci lungo le Langhe piemontesi, dove incontriamo un magnifico serpentone sinuoso d’asfalto che, nonostante l’agilità compromessa dal carico, procura notevole divertimento e consumo di gomme in pieghe da brrrividooo!

Giunti a Savigliano, ci concediamo una meritata sosta in un parco molto carino, quindi rimontiamo in sella alla volta di Saluzzo da cui cominciamo la risalita lungo la valle che porta a Crissolo e alle agognate sorgenti…

Dopo pochi Km il terreno sotto le ruote cambia consistenza, annunciando una ben più divertente strada di montagna, inoltre la complicità della quota e dell’ora tarda cominciano a far filtrare sotto le giacche un’arietta un po’ troppo frizzante.

Per nostra "sventura" la strada comincia a salire in uno stretto canalone all’ombra, facendo precipitare la temperatura di metro in metro, congelando le mani e le leve della moto, brrrr, come se non bastasse l’asfalto ha visto sicuramente tempi migliori, così buche ed irregolarità infastidiscono un poco.

Finalmente giungiamo a Crissolo, "ridente" paesino, ultimo avamposto della civiltà in questa valle di lacrime, per fortuna esiste un bar aperto, dove ci attendono una cioccolata, un latte e un cappuccino, tutti rigorosamente caldi e accompagnati da brioches alla mela (ottime).

Ripreso coraggio e calore, ridiamo contatto ai bolidi e cominciamo ad inerpicarci lungo la mulattiera, tempestata di buchi e tombini, che ci porta, prima a Pian della Regina, poi, costeggiando l’orlo di uno strapiombo, a Pian del Re dove il bel rifugio ci strizza l’occhio come un’ammaliante sirena: caldooo, caldooo….

 

Povero illuso, non sa che siamo degli irriducibili un po’ pazzi, così gli concediamo solo una foto prima di imboccare un sentierino sterrato per mucche che ci porta al luogo designato per l’insediamento notturno; l’ultima luce del giorno ci permette di montare la tenda e di sistemare sacchi a pelo e bagagli.

Verso le 8:30 siamo nuovamente in sella, desiderosi di prenderci ancora un po’ di freddo, ma sorretti da un travolgente appetito che ci guida verso il paese, alla ricerca di una pizzeria fantasma (leggi chiusa); alla fine troviamo rifugio nella trattoria La Spiaggia (????) dove affondiamo i denti in una gustosissima, oltre che calda, polenta con cinghiale.

Passiamo la serata rivivendo le emozioni della giornata e pianificando il giorno successivo, cercando di non pensare alla nostra tenda ad igloo (in tutti i sensi) che ci attende a 2020 m per la notte; purtroppo verso mezzanotte il "locale" deve chiudere, così due luci solitarie si avviano verso i monti nella notte gelida….

Raggiunta la tenda, parcheggiamo le moto e decidiamo di raffreddarci anche i denti lavandoceli nel gelido Po, quindi ci tuffiamo nei sacchi in cerca del tepore perduto; il mio letto in piumino d’oca non tradisce, così come quello di Luca, Orietta invece, pur essendo in mezzo a due buoi (o asini se preferite) patisce il freddo.

La notte è lunga e la temperatura continua a calare, così mentre io mi alleggerisco, oppresso dal caldo, Luca "evoca" gentilmente la sorella, ringraziandola per il sacco a pelo "lunghissimo", Orietta è in piena crisi di raffreddore, piedi e naso congelati; per fortuna è in compagnia di due gentleman che non solo le scaldano le piotte (son troooppo bravo) ma le permettono di accostarsi ad uno o all’altro in cerca di tepore.

La sveglia, prevista per le 9:30, viene anticipata alle 7:00 da me e Luca per esigenze fisiologiche, fuori dalla tenda ci attende un’aria gelida, attenuata dalla pace e maestosità che solo il sorgere del sole sui monti può comunicare; 10 min d’ammirazione sono sufficienti, anche perché il richiamo del giaciglio tiepido è troppo forte.

Dopo aver ronfato fino all’ora stabilita, comincia il lungo e faticoso rituale del risveglio che precede il ritorno al mondo dei vivi in seguito alla lavata di faccia gentilmente concessa dal Po, che botta di vita!!

Nel frattempo i parcheggi intorno al rifugio si sono riempiti, così ci affrettiamo temendo di non riuscire a far colazione, per fortuna c’è ancora tutto e possiamo concederci cappuccino e brioches (Orietta se ne strafoga tre, che ingorda!).

Acquistati dei panini per il pranzo, ci rechiamo in pellegrinaggio alle sorgenti dove ci accoglie un misero cartello, sostenuto però dall’ottima acqua che sgorga dalla roccia; fatta una foto di rito riesco, non senza fatica, a convincere i due camerati a spendere 20 min della loro vita in una passeggiata fino ad un bellissimo laghetto alpino, quasi sotto il Monviso, dove decidiamo di sostare cuocendoci al sole di 2111 m.
Verso mezzogiorno ci esibiamo in un trucchetto facile quanto spettacolare, la sparizione in 10 min dei panini, intanto io mi maledico per aver lasciato in tenda costume e asciugamano: il lago cristallino e profondissimo invita proprio ad un tuffo.

Purtroppo tutte le belle cose hanno una fine, così all’una riprendiamo la via del ritorno, sostiamo al rifugio per un caffè e raggiungiamo la tenda, ormai circondata da una folla di sconosciuti; lo smontaggio risulta molto più rapido della volta precedente, forse perché questa volta Orietta partecipa attivamente….

Verso le 3:00 siamo pronti a ripartire, un’ultimo sguardo ai luoghi della nostra avventura li fissa nella mente insieme ad un po’ di malinconia, comunque ci attende ancora tutto il ritorno per il quale abbiamo deciso di cambiare strada, più o meno volontariamente….VENI VIDI PERSI

Tutto procede per il meglio fino a Savigliano, poi una svolta errata e una cartina fuggitiva (dalla tasca aperta!) ci costringono ad improvvisare, portandoci a visitare Fossano, cittadina simpatica, prima di riuscire a recuperare la retta via che ci porta, ripercorse a tutta manetta le pieghe dell’andata, ad Ormea per le 7:00: sosta e maxi toast non ce li leva nessuno.

Gli ultimi Km sono senza lode e senza infamia, complici la stanchezza e un traffico troppo intenso, gli ultimi brividi sono sull’Aurelia, percorsa da Albenga a Pietra sulla linea di mezzeria.

Salutato Luca, riaccompagno Orietta, passando per casa mia (scambio caschi) dove, messa la moto sul cavalletto, questa decide di sdraiarsi in terra per riposare (meglio non parcheggiare col muso in discesa N.d.R.); per fortuna niente di grave, si sveglia subito, concludendo con onore anche questo viaggio.

Alla prossima Tac

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