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STORIA DI ROMA



LA REPUBBLICA

L'espansione romana in Oriente:
La guerra siriaca
(196 - 188 a.C.)


Il pericolo siriano - Annibale alla corte di Antioco - Malcontento e divisioni in Grecia -
Antioco sconfitto alle Termopili
- Padroni dell'Egeo - La battaglia di Magnesia -
Trattato di pace di Apamea, l'egemonia politica di Roma



Il pericolo siriano

Mentre Roma e Macedonia erano intente a farsi la guerra, la Siria di Antioco non era rimasta a guardare. Aveva conquistato, sfruttando la debolezza egiziana, la costa meridionale dell'Asia minore, mentre già aveva varcato l'Ellesponto e occupato alcune città della Tracia, precedentemete appartenute ai macedoni. Era il 196 a.C. e la Siria per Roma si faceva quanto mai minacciosa (la Tracia era praticamente adiacente alle città greche sotto la protezione romana).

Benché Antioco volesse solo impadronirsi dei possedimenti traci, già storicamente occupati e poi perduti, il consistente sbarco di truppe siriane in Europa preoccuparono Roma che mandò in Tracia una prima ambasciata, con il pretesto di farsi carico delle lamentele di alcune città libere greche. Roma fece capire ad Antioco che non avrebbe tollerato l'eventualità di una sua politica aggressiva, ma il re siriano rispose che non vedeva nessuno motivo per il quale Roma dovesse intromettersi nella politica estera del suo regno.
Fu l'inizio di una serie di eventi che avrebbe portato le due parti allo scontro.


Annibale alla corte di Antioco

Nel frattempo Annibale era salito alla guida dello stato cartaginese e stava cercando di risollevare il regno, soprattutto finanziariamente. Egli aveva cercato di debellare la diffusa corruzione che albergava tra i membri del consiglio della città, e questo, unito al timore che Annibale potesse acquisire troppo potere ai loro danni, fece si che gli oligarchi dello stato punico chiamassaro in aiuto proprio i nemici romani.
Con il pretesto di discutere questioni riguardanti la Numidia, i membri del consiglio tramarono di nascosto la consegna di Annibale agli ambasciatori, ma questi fiutò il pericolo e fuggì nottetempo, diretto in Siria. Ciò accadde nel 195 a.C.

In Siria Annibale fu accolto con grandi onori, e questo, ovviamente, fu motivo di nuova allarme per Roma. Se Antioco avesse abbandonato le coste europee, Roma era disposta a lasciarle mano libera in Asia, ma Antioco non ne voleva sapere di lasciare la Tracia, e, inevitabilmente, scoppiò la guerra.


Malcontento e divisioni in Grecia

Nel 193 a.C. l'entusiasmo che aveva suscitato il proclama di liberazione romano aveva lasciato il posto a un diffuso malcontento tra i litigiosi stati della Grecia. Sebbene Roma avesse ritirato le sue guarnigioni sul territorio, manteneva pur sempre la "mano pesante" nelle faccende politiche locali. L'obiettivo romano, come si è detto, era quello di riorganizzare la mappa geo-politica della Grecia, e per fare questo spesso favorì uno stato a scapito dell'altro, sempre appoggiando gli elementi aristocratici e meno i sentimenti della popolazione.

Sentendosi egemonizzati dalla prepotenza romana, tra i greci cominciò a farsi largo lìidea che il solo e unico liberatore della Grecia potesse essere Antioco, il solo in quel momento, ingrado di contrastare e battere Roma.

Soprattutto la lega Etolica spingeva nella direzione di fondare una coalizione antiromana (agli Etoli non era piaciuta la divisione del "bottino" di guerra macedone, dove avevano combattuto a fianco dei romani).

Assieme alla lega Etolica, alleata con la Siria, si schierò la Beozia, l'Eubea, l'Elide e Messene, mentre con Roma si scherarono la lega Achea (che aveva incorporato Sparta nel 192 a.C. grazie a una vittoria del famoso stratego acheo Filopemene), Atene, ma soprattutto la Macedonia, ormai alleata di Roma, che l'aveva esonerata dal pagamento del debito di guerra, restituito gli ostaggi e promesso vantaggi territoriali in caso di vittoria.


Antioco sconfitto alle Termopili

Annibale, nella veste di consigliere militare, aveva proposto ad Antioco di portare la battaglia direttamente sul suolo italico, ma il re siriano non accolse i consigli del condottiero cartaginese in quanto non riteneva Roma obiettivo principale della sua campagna. Ad Antioco interessava, come già detto, l'Asia e, parzialmente, la Grecia, se non altro per la sua posizione strategica sempre nell'ambito della scacchiera orientale.

Nel 192 a.C. Antioco sbarcò a Demetria, in Tessaglia, con solo 10.000 fanti, un piccolo reparto di cavalleria e 6 elefanti. Era evidente che contava sull'appoggio dei suoi alleati greci, sopratutto gli Etoli, sopravvalutandone però la forza.
Antioco e gli Etoli attaccarono i romani presso Delion, la guerra era cominciata.

I romani avevano affrontato la guerra più metodicamente. Nel timore che i siriani potessero sbarcare in Italia, una parte della flotta romana pattugliò costantemente le coste, mentre un'altra parte, al comando del console Manio Acilio Glabrione (del partito degli Scipioni), sbarcò in Illiria, ad Apollonia. L'esercito romano contava 20.000 fanti, 2.000 cavalieri e 15 elefanti (i romani ne avevano appreso l'uso durante le guerre puniche).

Nell'aprile del 191 a.C. Antioco già combatteva con i macedoni e alcuni reparti romani in appoggio, quando l'arrivo dell'esercito di Acilio gli suggerì di ritirarsi alle Termopili (già luogo di una famosa battaglia tra grechi e persiani). Qui fu affrontanto dall'esercito romano e venne sonoramente sconfitto.
Ad Antioco non restò altro che imbarcarsi in Eubea diretto verso Efeso. Le regione greche alleate si arresero ai romani (con l'eccezione degli Etoli)
.


Padroni dell'Egeo

Caduta la possibilità di una invasione siriana in Italia, la flotta a guardia dei confini si diresse verso l'Egeo, al comando di Caio Livio Salinatore. Al fianco della flotta romana si schierarono Rodi, Pergamo, Chio e le più grandi isole greche.

Le flotte romane e siriane, comandate da Polissenida, si incontarono davanti a Chio, presso il capo Corico, nell'estate del 191 a.C. Ancora una volta i siriani vennero sconfitti, cosicché, di fatto, i romani divennero padroni dell'Egeo, e già si pensava di sbarcare in Asia Minore (Turchia) e sconfiggere Antioco sul suo stesso territorio.

Saputo della sconfitta, Antioco diede mandato ad Annibale di reclutare in tutta fretta una nuova flotta navale, con equipaggi fenici reclutati per l'occasione e scarsamente preparati. Nel 190 La flotta di Annibale si scontrò con quella di Rodi presso le coste della Pamfilia (turchia meridionale) e perse 20 navi. Fu l'evento che segnò il definitivo abbandono della guerra da parte di Annibale.

Antioco non si diede pervinto e organizzò sempre nello stesso anno un'altra spedizione di 89 navi, tutta la flotta a guardia di Efeso. La flotta romana e rodia, presso il capo Mionneso, affondò 40 navi nemiche. Fu l'evento che segnò la definitiva sconfitta della marina siriana, che non sarebbe più scesa in campo fino al termine del conflitto.

Intanto i romani avevano già occupato, con l'aiuto della flotta rodia, Sesto, nell'Ellesponto. Con gli Etoli si era conclusa una tregua di sei mesi in modo da permettere di concentrare l'esercito romano e quello macedone in Tracia, in vista dell'invasione dell'Asia Minore.


La battaglia di Magnesia

In Asia Minore Antioco aveva riunito un grande esercito, composto da soldati proveniente da ogni parte del regno. Malgrado ciò, dopo aver perso i primi scontri, tentò di intavolare trattative di pace coi romani, non sentendosi più sicuro della vittoria. I romani, al contrario, sentendosi forti, non accettarono la proposta di Antioco di abbandonare l'Europa, ma pretesero che abbandonasse invece tutta l'Asia Minore e pagasse le spese di guerra. Il re siriano non accettò e gli scontri proseguirono.

Lo scontro decisivo avvenne presso Magnesia nel 189 a.C. I romani, guidati dell'ex console Gneo Domizio (Scipione era ammalato) disponevano di 30.000 uomini, i siriani di 70.000 (16.000 fanti pesanti, le falangi, 12.000 cavalieri, 20.000 fanti leggeri, 54 elefanti e carri falcati, carri corrazzati con spuntoni alle ruote).
Malgrado l'enorme divario di forze, i romani accettarono lo scontro, ben informati sulla composizione quanto mai eterogenea dei nemici, proveniente da ogni parte del regno selucida, dalle più remote parti dell'oriente ad alcuni mercenari grechi e macedoni.
Fu proprio la scarsa organizzazione dovuta alla diversità e alla poca esperienza dei reparti siriani che giocò a sfavore per le sorti della battaglia.

Eumene, re di Pergamo, comandava il fianco destro romano. Egli sgominò il reparto di carri falcati e attaccò le falangi sul lato scoperto con la cavallieria, mentre i romani ebbero gioco facile contro elefanti (come al solito spaventati) e fanteria leggera siriana, contro la quale scagliarono una pioggia di giavellotti. Al termine della battaglia le perdite siriane furono circa 50.000, mentre quelle romane 300. Fu una delle più grandi vittorie di Roma.


Il trattato di Apamea, l'egemonia politica romana

Antioco non potè che accettare la sconfitta. I termini della resa, stipulata ad Apamea nel 188, furono così onerosi che da allora il regno siriano non riuscì più a risollevarsi.
Antioco perse tutti i possedimenti dell'Asia Minore (Turchia) e dovette pagare una cifra di 12.000 talenti in 12 anni, oltre che a rinunciare agli elefanti e a smantellare la propria flotta navale, mantenendo non più di 10 navi. Antioco stesso morì nel 187 nel tentativo di sedare una rivolta nelle regioni del suo regno che ne avevano avvertito la debolezza.

In Asia Minore il regno che ne trasse più vantaggio fu Pergamo, che divenne lo stato più importante della regione. Anche Rodi allargò i propri territori, mentre in Grecia a trarre più vantaggi fu la lega Achea (mentre gli Etoli accettarono la resa con i romani e dovettero dare 40 ostaggi in garanzia).

Roma aveva esteso la sua influenza in oriente. Sebbene non occupasse direttamente i territori, di fatto si era assicurata la presenza in quelle regioni attraverso dei validi alleati quali Permago, Rodi e la lega Achea. La sua influenza politica, inoltre, si faceva più che mai sentire, era ormai diventata la più grande potenza del Mediterraneo, e nessuno stato poteva dichiararsi guerra senza il parere dei romani.

La diplomazia romana ebbe cura di evitare qualsiasi pericolosa alleanze tra gli stati ancora ostili, isolandoli, in modo da circoscriverne la forza, una tattica, quella di spezzettare i nemici in piccoli stati deboli che aveva dato i suoi frutti ed era stata sperimentata già in Italia attraverso la fitta rete di stati alleati, colonie e vassalli.

 

 

 

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