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Platone, l'inventore del mondo

PLATONE
(428-347 a.C.)





Platone nasce ad Atene da famiglia aristocratica nel 428 a.C. Da giovane si appassiona alla politica desiderando di parteciparvi attivamente, desiderio che però viene meno col passare del tempo, soprattutto a causa del pessimo periodo storico che Atene stava attraversando: nel 404 la sconfitta nella guerra del Peloponneso, nel 403 la traumatica esperienza della dittatura aristocratica dei Trenta Tiranni e la sopraggiunta restaurazione democratica che condannò a morte Socrate, maestro di Platone.

L'uccisione dell'uomo più giusto di tutti, secondo le sue stesse parole, provocò in Platone l'abbandono definitivo di qualsiasi ambizione politica e il desiderio di fondare una nuova filosofia che potesse aiutare la società ateniese ad uscire dalla crisi. A questo scopo Platone fondò l'Accademia, una scuola filosofica che doveva forgiare la nuova classe dirigente nel rispetto della saggezza e della sapienza, unica possibilità di salvezza per l'uomo.

Platone fu il primo filosofo a lasciare un'abbondante testimonianza scritta del suo pensiero; egli fu il primo grande filosofo scrittore del pensiero occidentale. I libri di Platone sono dei dialoghi quasi teatrali, per mezzo del dialogo a due o più interlocutori egli poté trasmettere il suo pensiero rimanendo spesso nell'ambito della dialettica e della maieutica socratica (Socrate fu infatti il protagonista di molte delle sue opere, tanto da porre il dubbio se la maieutica socratica non sia opera dello stesso Platone).

I suoi dialoghi sono divisi convenzionalmente in nove tetralogie:

1. Eutifrone, Apologia, Critone, Fedone.
2. Cratilo, Teeteto, Sofista, Politico.
3. Parmenide, Filebo, Convito, Fedro.
4. Alcibiade I, Alcibiade II, Ipparco, Amanti.
5. Teagete, Carmide, Lachete, Liside.
6. Eutidemo, Protagora, Gorgia, Menone.
7. Ippia maggiore, Ippia minore, Ione, Menesseno.
8. Citofonte, Repubblica, Timeo, Crizia.
9. Minosse, Leggi, Epinomide, Lettere.

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Sommario

1. Verità e opinione: il mito della caverna

2. L'idea

3. La molteplicità delle idee e il meccanismo di partecipazione agli enti terreni

4. L'iperuranio: il mondo delle idee

4b. La dialettica: la struttura dell'Iperuranio

5. Il Demiurgo e la 'materia madre'

6. L'immortalità dell'anima, la metempsicosi e il giogo corporeo

7. La reminescenza

8. Le facoltà dell'anima

9. Il parricidio: la soluzione platonica del contrasto tra divenire ed essere

10. La visione dello Stato in Platone: la realizzazione pratica del bene


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1. Verità e opinione: il mito della caverna

Il nucleo principale del pensiero di Platone è la cosiddetta teoria delle idee contenuto nella Repubblica. Quanto questa teoria sia in realtà strutturata a vera e propria dottrina è ancora oggetto di dibattito e discussione, il dato di fatto è comunque che vi è tutto un discorso, in Platone, che conduce a una determinata visione della realtà.

La filosofia di Platone nasce dall'esigenza di conciliare le conclusioni di Parmenide, il quale predicava la necessaria eternità e immutabilità di ogni cosa, con l'evidenza del divenire che si riscontra nella realtà sensibile, la realtà del mutamento che si riscontra nel quotidiano.

Platone inizia con il definire chi è il vero filosofo: è colui che ama la verità (aletheia) e non insegue l'opinione (doxa). La verità è l'autentica conoscenza, la quale si può raggiungere solo nella visione dei puri concetti; l'opinione, per contro, è quella conoscenza fallace che deriva dalla comprensione dei soli fenomeni sensibili, i quali sono evidentemente contraddittori. Vi è infatti una netta differenza tra un uomo che ama le cose belle (l'opinione) e un uomo che ama invece la bellezza in sé (la verità). Il primo non può che avere un opinione della bellezza riferita ad una determinata contingenza dei sensi, per cui la bellezza rimane un'esperienza soggettiva legata al gusto personale di chi la considera, il secondo raggiunge la vera conoscenza del bello in quanto ne considera il concetto puro e universale, valido in ogni occasione.

Sul concetto di verità e opinione è bene riportare uno dei miti più celebri di Platone, il mito della caverna (il mito era in Platone un racconto metaforico e simbolico avente come scopo la semplificazione dei concetti da esprimere). Il mito è il seguente:

Platone (per bocca di Socrate) immagina gli uomini chiusi in una caverna, gambe e collo incatenati, impossibilitati a volgere lo sguardo indietro, dove arde un fuoco. Tra la luce del fuoco e gli uomini incatenati vi è una strada rialzata e un muricciolo, sopra la strada alcuni uomini parlano, portano oggetti, si affaccendano nella vita di tutti i giorni. Gli uomini incatenati non possono conoscere la vera esistenza degli uomini sulla strada poiché ne percepiscono solo l'ombra proiettata dal fuoco sulla parete di fronte e l'eco delle voci, che scambiano per la realtà. Se un uomo incatenato potesse finalmente liberarsi dalle catene potrebbe volgere lo sguardo e vedere finalmente il fuoco, venendo così a conoscenza dell'esistenza degli uomini sopra il muricciolo di cui prima intendeva solo le ombre. In un primo momento, l'uomo liberato, verrebbe abbagliato dalla luce, la visione delle cose sotto la luce lo spiazzerebbe in forza dell'abitudine alle ombre maturata durante gli anni, ma avrebbe comunque il dovere di mettere al corrente i compagni incatenati. I compagni, in un primo momento, riderebbero di lui, ma l'uomo liberato non può ormai tornare indietro e concepire il mondo come prima, limitandosi alla sola comprensione delle ombre.

Nel mito della caverna la luce del fuoco rappresenta la conoscenza, gli uomini sul muricciolo le cose come realmente sono (la verità), mentre la loro ombra rappresenta l'intepretazione sensibile delle cose stesse (l'opinione). Gli uomini incatenati rappresentano la condizione naturale di ogni individuo, condannato a percepire l'ombra sensibile (l'opinione) dei concetti universali (la verità), ma Platone insegna come l'amore per la conoscenza (la filosofia stessa) possa portare l'uomo a liberararsi delle gabbie incerte dell'esperienza comune e raggiungere una comprensione reale e autentica del mondo.


2. L'idea

Ogni cosa sensibile è opinione, in esse infatti non si scorge la completezza dei concetti universali, per cui le cose sensibili appaiono diverse da diversi punti di vista (sono opinioni) perché esse partecipano solo in parte alla perfezione dei concetti ma non sono il concetto stesso.

Esempio: esiste il concetto di grandezza che non muta mai pur nel mutare delle cose. Una città può partecipare nelle diverse epoche della sua storia al concetto di grandezza come a quello di piccolezza, essendo prima grande e poi ridiventando piccola, tuttavia il concetto di grandezza, in sé, non muterà mai, poiché identifica necessariamente solo uno stesso stato (non è possibile, infatti, che la grandezza sia allo stesso tempo grande e piccola).

Questo concetto che mai muta viene chiamato da Platone idea (da eidos=forma). L'idea di Platone è allora l'autentico apparire della verità, contrapposta all'opinione che grava necessariamente attorno alle cose del mondo sensibile. L'idea è la forma autentica della realtà, la forma certa e immutabile, quella forma di cui non si può dire per nessun motivo che sia errore ed opinione.

L'idea platonica non è comunque lo stesso concetto universale di ogni cosa presente alla mente degli uomini: nella scala platonica, prima viene l'idea, immutabile e abitante una sua propria dimensione ontologica (vedi capitolo 4), poi viene il concetto dell'idea che si forma nella mente (il concetto è il modo in cui l'idea viene percepita), solo dopo questi si collocano le cose sensibili. L'idea non è il semplice concetto, è un'entità dotata di esistenza vera e propria, una sorta di "oggetto" eterno.

Fatto salvo l'essere che non muta (l'idea), Platone avverte quindi che l'essere sensibile, l'essere delle cose che ci appaiono davanti agli occhi ogni giorno, diventa una realtà intermedia tra l'essere e il non essere. Le cose sensibili, infatti, sono corruttibili, mutano, divengono, si generano e si distruggono, hanno in sé parte dell'idea immutabile di cui sono la forma sensibile e parte del suo contrario (una cosa, ad esempio, è più o meno bella in quanto parte di essa partecipa, oltre che all'idea di bellezza, anche all'idea del brutto).


3. La molteplicità delle idee e il meccanismo di partecipazione agli enti terreni

Dunque, per ogni concetto rivelabile dall'intelletto come immutabile nella sua perpetua astrazione (l'idea in quanto concetto che si pone al di fuori della temporalità), esiste un'idea corrispondente, ovvero, esiste l'idea del cavallo, dell'animale, dell'uomo e di qualsiasi altro ente pensato. Queste idee, vere e proprie "matrici" eterne e perfettissime, vanno a concorrere in diversa misura alla creazione dell'ente terreno. Ad esempio nell'ente terreno "cavallo" entrano in gioco una molteplicità di idee, ovvero l'idea del cavallo, quella dell'animale, quella di quadrupede e quella di bellezza, in parti diverse per ciascun cavallo terreno.

La maggiore o minore bellezza di un cavallo, la sua maggiore o minore purezza di razza, di forza, di resistenza, di velocità, dipende quindi dalla maggiore o minore partecipazione del cavallo terreno alle idee assolute e perfette di bellezza, purezza, forza, resistenza e velocità.

Questo è il meccanismo di partecipazione alle idee perfette degli enti terreni, ogni cosa terrena è opinione proprio perché partecipa in diversa misura a quelle idee assolute che mai verranno a farne parte interamente, perché questo comporterebbe che un ente terreno sia perfetto quando l'idea, cosa impossibile, perché questo non permetterebbe alle cose terrene di mutare e di rappresentare una molteplicità di idee, come in realtà accade nel mondo sensibile.

Si pensi infatti a una cosa bella. Se essa fosse bellezza pura, non parteciperebbe a nessun altra idea che non sia la bellezza assoluta, quindi non potrebbe essere altro che pura bellezza. Questo è impossibile, perché la bellezza, nel mondo sensibile, si riferisce sempre a qualche ente concreto.


4. L'iperuranio: il mondo delle idee

Risulta chiaro, da queste premesse, che esistono due condizioni di esistenza, quella delle idee immutabili (il mondo intellegibile, percepibile dal puro intelletto) e quella degli enti sensibili (il mondo sensibile, percepito dai sensi).
Il mondo degli enti sensibili è il mondo che l'uomo ha davanti agli occhi quotidianamente, in cui gli enti, le cose esistenti, si generano e si corrompono; il mondo delle idee, chiamato da Platone Iperuranio (hyper=oltre; ouranos=volta celeste), è il mondo in cui risiedono le idee immortali e assolute alle quali gli enti terreni e corruttibili partecipano in diversa misura. L'Iperuranio si trova al di là della volta celeste, in una regione da sempre esistente al di là del tempo e dello spazio, è il vero e proprio "caveau" delle matrici, la dimora dei concetti eterni e incorruttibili che rappresentano il riferimento delle cose terrene.

Platone risolve quindi il dilemma tra l'essere immutabile e l'essere diveniente creando due mondi separati: l'Iperuranio rappresenta l'aspetto autentico della realtà nella sua totalità (la verità); il mondo sensibile, rappresentante il mondo dell'incertezza, in cui nulla si può dire di certo che non sia opinione, è un mondo subordinato al primo, solo l'Iperuranio rappresenta infatti la verità, e la verità si pone in una posizione di precedenza rispetto all'opinione.

Ecco perché il vero filosofo, secondo Platone, è colui che si occupa della comprensione del mondo delle idee, il mondo sensibile non rappresenta la verità, e il filosofo, come primo dovere, ha quello di conoscere il vero.


4b. La dialettica: la struttura dell'Iperuranio

Dunque, per ogni cosa terrena esiste una molteplicità di idee iperuraniche che ne vanno a formare la realtà in diversa misura, ogni ente terreno partecipa in diversa misura alle diverse idee assolute.

Quindi non solo il mondo sensibile è caratterizzato dal molteplice (ovvero è formato di cose diverse e divise) ma anche l'Iperuranio è formato da idee immutabili diverse e divise tra loro. L'ordine necessario e immutabile in cui sono riunite le idee dell'Iperuranio è chiamato da Platone dialettica. Essa è la struttura ordinata in cui si pongono in relazione tra loro le idee.

La struttura dell'Iperuranio è piramidale: alla sommità della piramide le idee partecipate dalle idee (e quindi anche dagli enti sensibili), quali, ad esempio, l'idea iperuranica che rappresenta il concetto delle idee iperuraniche, alla base si troveranno le idee che vengono partecipate solo dagli enti sensibili. Nelle posizioni intermedie si troveranno tutte quelle idee che in diversa misura sono partecipate dalle idee delle gerarchie a loro inferiori.

L'Iperuranio si viene a configurare, così, come una struttura complessa e determinata gerarchicamente. Dialogo è una parola che proviene dal verbo greco dialégo, che significa sia "raccolgo, unifico" che "distinguo, divido". La dialettica è allora la struttura unitaria della molteplicità delle idee eterne divise.

Se la dialettica è poi la struttura immutabile dell'Iperuranio, ovvero il modo in cui le idee sono autenticamente in rapporto tra loro, il sapiente, il quale vive nell'opinione delle cose sensibili, dovrà rivolgersi alla conoscenza della dialettica (alla "reminescenza" della dialettica, come si vedrà meglio nel capitolo 7). La dialettica rappresenta allora la verità, ovvero la struttura autentica delle cose e dei mondi.


5. Il Demiurgo e la 'materia madre'

Ma chi e che cosa rende possibile la produzione del mondo sensibile in osservanza delle matrici iperuraniche?

Per permettere agli enti sensibili di partecipare all'intellegibile (ovvero permettere alle idee di dare forma agli enti terreni) occorre che esista un dio creatore, il Demiurgo, ovvero una potenza che è causa del mondo sensibile e proprio per questo è a conoscenza della struttura stessa del mondo dell idee. Il Demiurgo è l'intelligenza che progetta il mondo.

Ma per plasmare il mondo, al Demiurgo occorre una materia che si lascia plasmare. In questo, Platone vede la necessità di separare l'intelligenza creatrice dalla creazione della materia stessa. Il Demiurgo non può far altro che intervenire sulla 'materia madre', ovvero una materia informe, eterna, non corruttibile e plasmabile, da sempre presente nell'universo. La materia madre è il principio femminile del cosmo, ciò che si lascia fecondare dall'azione creatrice del Demiurgo, Platone la chiama anche "chora" (=spazio) o Madre del Mondo.


6. L'immortalità dell'anima, la metempsicosi e il giogo corporeo

Anche l'anima è un'idea. L'anima è ciò che "rende vivo" ogni vivente, ogni vivente è vivo in quanto partecipa dell'idea della vita, e l'anima è l'idea delle cose che sono partecipate dalla vita. Anche l'anima abita l'Iperuranio, e, in quanto idea, è immortale e immutabile: non si può infatti parlare di anima morta, in quanto rappresenterebbe una contraddizione evidente, sarebbe come a dire bellezza brutta o luce buia. Quindi l'anima vive necessariamente, è ciò che vive necessariamente non può morire, quindi è eterna: ogni cosa eterna abita l'Iperuranio.

L'anima, essendo immortale, preesiste al corpo degli uomini, l'anima conosce il mondo eterno delle idee. Vivendo nel mondo delle idee, l'anima conosce la verità, ma quando l'anima si incarna in un corpo, in un ente terreno, essa non è più anima assoluta, ma è anima partecipante all'ente, ovvero è parte dell'anima assoluta. Per questo l'anima dell'uomo, giunta nel mondo sensibile, non è più in grado di ricordare la visione del mondo delle idee perché non è più se stessa interamente.

In questa visione, Platone fa suo il concetto di trasmigrazione dell'anima da un corpo all'altro (la metempsicosi): per Platone l'anima è un'idea eterna che continuamente si reincarna in diversi individui nel corso della sua esistenza. Le anime che durante il periodo passato tra una reincarnazione e l'altra hanno potuto più a lungo guardare il mondo delle idee sono, nel mondo terreno, le anime dei saggi; quelle che hanno potuto vedere il mondo delle idee per un periodo più breve sono, diversamente, le anime degli individui più gretti. Più l'anima ha contemplato le idee, più è saggia, meno le ha contemplate, più è gretta.

Nel Fedro, Platone propone il mito della biga alata per spiegare il viaggio dell'anima: l'anima è come un auriga (la ragione) che guida una coppia di cavalli, uno è bianco e rappresenta la tensione verso il bene e la spiritualità, l'altro è nero e rappresenta la tensione verso il basso, agli istinti e alle passioni degradanti e materiali. L'auriga, la ragione, è naturalmente portata a conoscere il bene e a farsi guidare dal cavallo bianco, ma il cavallo nero continuamente strattona il suo compagno per condurlo dalla parte opposta. Le anime che più si fanno guidare dal cavallo bianco, sono le anime che più si avvicinano alla verità. L'intero processo di reincarnazione comporta poi che l'anima sia continuamente influenzata dall'esperienza terrena precedente: le anime che maggiormente tendono al bene sono quelle che nell'esistenza terrena precedente sono appartenute a uomini eticamente validi. Ogni esperienza precedente trascina nella vita successiva il suo carico di virtù e di difetti.

L'anima può porre termine al ciclo di reincarnazioni quando trova la forza di liberarsi completamente da ogni giogo terreno: il corpo è per l'anima una gabbia, la tendenza naturale dell'anima, infatti, è quella di ascendere verso la spiritualità pura, il fine ultimo di ogni autentico sapiente. Il sapiente, infatti, sa che il mondo delle idee è la verità suprema alla quale deve attenersi, il mondo terreno non racchiude alcuna verità.

Si può notare come questa parte del pensiero platonico sia fortemente influenzata dalle filosofie e dai riti orientali (induismo e buddhismo), la cui influenza in Grecia si può riscontrare nell'Orfismo, una serie di riti iniziatici misteriosi e fortemente impregnati di misticismo, ai quali già si ispirò Pitagora.


7. La reminescenza

Se l'anima dell'uomo ha dimenticato ogni cosa vista nell'Iperuranio, conoscere le cose del mondo sensibile significa riportare alla mente, ricordare, ridestare dalla memoria cose già conosciute: la reminescenza. Durante l'incarnazione dell'anima in un corpo, il trauma della nascita cancella la conoscenza delle idee, ma la loro memoria rimane comunque impressa nel profondo dell'anima stessa. Il processo di crescita e di conoscenza di un individuo è quindi un riportare alla luce le idee dimenticate.

Quando infatti conosciamo qualcosa del mondo sensibile, ce ne facciamo un concetto, e il concetto che si forma nell'intelletto, proprio per la sua natura universale e la sua funzione di modello ideale, avrà sempre una maggiore perfezione rispetto alle cose sensibili. Questa precedenza dell'intellegibile rispetto al sensibile indica, secondo Platone, la precedenza dei concetti rispetto agli oggetti sensibili, per cui le idee dei concetti preesistono necessariamente alla loro realizzazione sensibile, conoscere non può che essere una attività di riconoscimento di questi concetti universali, i quali, proprio perché validi sempre indipendentemente dalle singole cose realizzate, sono eterni e salvi sotto forma di idee nell'Iperuranio, non potendo distruggersi nel distruggersi delle cose terrene.


8. Le facoltà dell'anima

L'anima non si distingue solamente per la possibilità di conoscere e di ragionare, in essa si distinguono tre facoltà: la facoltà razionale, quella appetitiva e quella passionale.

La facoltà razionale è la facoltà che permette all'uomo di ragionare oggettivamente seguendo le regole della logica. E' una facoltà molto importante, la reale conoscenza, infatti, non può prescindere da un corretto funzionamento di tale facoltà;

La facoltà appetitiva è la parte dell'anima più istintiva, la parte caotica e primordiale, indocile, fortemente autonoma e meno arrendevole all'azione della ragione;

La facoltà passionale è quella parte dell'anima che genera le passioni, le quali si distinguono dai puri appetiti perché, a differenza di essi, si lasciano dominare più facilmente dalla ragione. Le passioni sono i sentimenti umani che nascono dalle ingiustizie, lo sdegno e l'ira, ad esempio.

L'uomo giusto è allora colui il quale con la ragione tiene a bada appetiti e passioni, in modo da permettere ad ogni essere umano di conoscere la verità costituita dal mondo delle idee senza lasciarsi sopraffare dal sonno della ragione provocato dalle passioni e dagli istinti.


9. Il parricidio: la soluzione platonica del contrasto tra il divenire e l'essere

Platone considera Parmenide tanto importante per la sua formazione da chiamarlo padre: il maestro eleatico viene definito da Platone, "venerando e terribile" (nel dialogo Parmenide), tanto che quando si accingerà a formulare una nuova teoria dell'essere in polemica con il maestro, Platone definirà la sua posizione come un parricidio. In cosa consiste, dunque, questo parricidio?

Parmenide (per il quale l'essere è sempre, mentre il non-essere non è mai) afferma che le cose del mondo sensibile sono opinione e falsità, ovvero il loro mutare, il loro divenire, è un'illusione, poiché l'essere non può divenire e trasformarsi in cose diverse, questo infatti comporterebbe la possibilità che l'essere non sia più identico a se stesso, sia altro da sé (si veda il capitolo su Parmenide). Ma l'innegabile mutare delle cose del mondo, il loro divenire, è così evidente che per Platone occorre salvare questa evidenza e trovare un punto di incontro tra il divenire e l'essere immutabile parmenideo.

Per fare ciò, nel Sofista, Platone elabora il concetto di essere relativo, fatto salvo però anche il concetto di essere assoluto.
Platone non può che essere d'accordo con Parmenide nel caso ci si riferisca all'essere assoluto: questi non potrà mai essere qualcosa diverso da sé, ovvero l'essere assoluto non muta e non diviene.
Nel caso dell'essere relativo il ragionamento di Platone è il seguente:
una cosa può mutare dallo stato di essere una certa cosa a uno stato di non essere più quella certa cosa, essendone comunque un'altra. E' infatti impossibile che una cosa non sia: il non essere si riferisce allora solo al non essere più qualcosa che in realtà è comunque un'altra, nel mutare delle forme. In pratica, l'essere può mutare perché diventa un altro essere, non cade nel nulla ma cambia forma.
Nel concetto di essere relativo, l'esistenza del molteplice implica l'esistenza del non-essere non come opposto assoluto all'essere ma come diverso dall'essere assoluto.

In sostanza l’ontologia di Platone tende ad unificare il divenire e l’essere in un’unica filosofia, anche se lascia invariata la dicotomia fra i due. All’essere spetta l’anima e il mondo delle idee, al divenire la doxa e il corpo. E’ chiaro che all’essere da valore di immutabilità e archè, mentre al divenire da valore di mutabilità e contingenza e quindi inevitabilmente falsità.


10. La visione dello Stato in Platone: la realizzazione pratica del bene

Larga parte del lavoro di Platone è dedicata alla costruzione di una teoria politica destinata, nei suoi intenti, ad essere applicata nella fondazione di uno stato ideale, ovvero uno stato che rappresenti la forma di giustizia realizzata più alta e più definitiva. E' il dialogo Repubblica che contiene le indicazioni per la costruzione di tale stato. L'idea è che se la verità deve guidare il sapiente e il giusto nella formazione dei suoi concetti, tale verità deve avere necessariamente un carattere pratico e specchiarsi, quindi, in una forma completa di verità pratica (espressa nelle forme dello stato indicate da Platone).

Tutto questo discorso conduce inevitabilmente all'affermazione platonica che la filosofia e i filosofi devono guidare lo Stato: se lo Stato deve infatti rappresentare la verità, solo i filosofi che si rivolgono alla verità dell'Iperuranio e non all'opinione del mondo terreno possono mettersi alla guida delle istituzioni, in modo da sviluppare quel principio etico necessario alla verità che è la tendenza alla realizzazione del bene.

Lo Stato di Platone è considerato il primo esempio di Utopia politica, ovvero la proposta organica di una struttura statale che sia in grado di realizzare il bene degli uomini nella forma più alta e più risolutiva (altri esempi di questa forma di letteratura saranno l'Utopia di Tommaso Moro e La città del Sole di Campanella). Lo scopo di Platone è quello di agevolare la comprensione della verità delle idee nella totalità dei cittadini.

Quella che segue è la descrizione per sommi capi della struttura dello Stato proposta da Platone.

Nella Repubblica ideale verrà necessariamente tenuto conto della diversa natura di ciascun uomo, l'anima di ciascun uomo è infatti partecipata in diversa misura da diverse idee (vedi capitolo 6) che ne determinano l'originalità: esistono quindi uomini tendenzialmente agricoltori, altri artigiani, altri ancora guerrieri e altri filosofi. Nello Stato ideale ciascun tendenza naturale verrà separata e raggruppata in classi immutabili, poiché se la natura di ciascuna anima è immutabile, sarà immutabile anche l'appartenenza degli uomini a una certa categoria.

Le classi che devono guidare lo Stato sono, nell'ordine, i filosofi (coloro che posseggono più degli altri la verità) e i guerrieri (i militari che agiranno da garanti del volere dei filosofi e da difensori dai nemici esterni). Queste due classi governeranno le classi inferiori costituite dagli artigiani e dai contadini, le classi produttrici dei beni necessari alla comunità. Le classi dominanti, tuttavia, non dovranno preoccuparsi solo del proprio bene, ma del bene comune a tutti, cosicché verranno abolite tutte quelle occasioni che potranno invogliare i reggenti alla cupidigia (prima fra tutte, verrà abolità la proprietà privata, quindi la famiglia, le donne saranno comuni a tutti gli uomini e l'educazione dei figli sarà pianificata dallo Stato secondo le diverse inclinazioni dei ragazzi).

La famiglia deve essere abolita in quanto ostacolo all'interesse comune, i padri e le madri, per amore dei figli, agirebbero arbitrariamente in loro favore. In uno Stato in cui non vi sono più nuclei familiari, il compito di generare figli spetterebbe quindi alle donne liberate da ogni legame, esse genereranno figli abbinate casualmente e periodicamente a uomini diversi, i figli stessi saranno, appena nati, espropriati dai genitori e cresciuti dall'intera comunità. Essi non verranno a sapere da chi sono nati e chiameranno padre e madre ogni uomo e ogni donna della comunità.

L'educazione dei ragazzi seguirà tappe precise: ad essi, come al resto della comunità, verranno proibiti i contatti con l'arte e con la poesia, colpevoli di proporre imitazioni fuorvianti del mondo delle idee (gli artisti imitano il bello allontanando gli uomini dal vero concetto del bello) e di condurre gli animi all'eccessiva contemplazione delle forme sensibili. I ragazzi saranno educati allo sviluppo del corpo e dell'anima, attraverso le discipline militari e quelle musicali (musica era chiamata ogni disciplina avente per oggetto la crescita dello spirito). Essi saranno poi introdotti nelle classi secondo le proprie inclinazioni naturali.

Se, a prima vista, la struttura statale platonica assomiglia a una tirannide dai tratti spartani, è bene ricordare che non è così. Lo Stato di Platone è un' "aristocrazia", ovvero il dominio dei migliori (i migliori sono rappresentati dai filosofi, che sono a conoscenza della verità). Lo stato spartano è invece una "timocrazia", ovvero il dominio dell'ambizione. Tale dominio porta all' "oligarchia", al dominio di pochi, per poi entrare in crisi e sfociare nella "democrazia", ovvero l'abolizione dei privilegi dei pochi che costituivano l'oligarchia. Infine, sempre secondo Platone, la democrazia tenderà alla tirannide, ovvero l'arbitrio assoluto di un solo reggente che decide senza alcuna idea di verità circa la vita e la libertà dei suoi sudditi.
Lo Stato platonico differisce dalle altre forme storiche di stato perché in esso le regole istituzionali sono espressione della struttura autentica della realtà: tutto, nello Stato platonico, tende a realizzare la vita in conformità della verità espressa dal sistema di pensiero Platonico, specchio stesso della struttura del Tutto.

 


(si vedano anche
Platonismo e Neoplatonismo)

 

 

Scheda di Synt - ultimo aggiornamento 19-09-2004
(Il capitolo sul parricidio è stato redatto in collaborazione con Lele)

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