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Il neopositivismo

 

Cenni storici

Il neopositivismo, anche conosciuto come empirismo logico, è quella corrente di pensiero che si sviluppa a partire dagli anni '20 a Vienna e che ha come suoi fondatori un gruppo di studiosi che verrà conosciuto sotto il nome di "Circolo di Vienna".

Il primo fondatore del Circolo fu Moritz Shlick, fisico e filosofo, laureatosi con Max Plank, lo scopritore dell'emanazione quantistica. Altri esponenti di rilievo furono Rudolph Carnap, O. Neurath, Bertrand Russell, Ludwig Wittgenstein e Karl Popper come critico attento delle prime posizioni neopositiviste.

Il circolo neopositivista avrà come iniziale oggetto di interesse l'edificazione di un sistema scientifico del sapere, in cui ogni cosa possibile di senso viene spiegata secondo le regole e i metodi propri della matematica. In un secondo momento, le tesi neopositiviste condurranno a mettere in luce l'importanza dell'analisi del linguaggio, dei diversi linguaggi, poiché non solo un linguaggio esiste, ma molteplici linguaggi che interpretano il dato secondo i propri schemi.

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Sommario

1. Il rifiuto della metafisica e l'analisi del linguaggio

2. Wittgenstein e il principio di verificazione

3. Il ritorno del nominalismo e il linguaggio simbolico

4. Convenzionalismo e crisi dell'oggettività del dato

5. Il principio di tolleranza di Carnap

6. Il secondo Wittgenstein: le "molteplici terapie"

7. Critica del principio di verificazione in Popper

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1. Il rifiuto della metafisica e l'analisi del linguaggio

Il neopositivismo assume come suo principale assioma la coincidenza tra razionalità umana e razionalità scientifica. Questo significa che i neopositivisti affermano che l'unica forma di razionalità autentica ha i caratteri fortemente deterministi propri della scienza. Se per Eraclito, ad esempio, il logos (uno dei suoi significati è appunto "ragione") è la "legge universale" che permette ad ogni fenomeno di esprimersi, e quindi permette di includere nell'insieme dei fenomeni razionali la stessa manifestazione della totalità degli stati soggettivi, per il neopositivismo il razionale è relativo solo ai fenomeni quantificabili e strutturabili in uno schema logico-scientifico di regole rigidamente determinate e oggettive.

Da questo assunto derivano due tratti fondamentali del neopositivismo: il rifiuto della metafisica e l'analisi del linguaggio come ambito in cui si esprime la razionalità. Il neopositivismo intende confutare definitivamente la metafisica: essa è una forma incerta di sapere poiché trae conseguenze attorno a mondi intangibili, mentre il vero sapere deve attenersi necessariamente ai soli dati dell'esperienza (empirici) e occuparsi di verità dimostrabili nella realtà. Per quanto riguarda l'analisi del linguaggio, il neopositivismo si rende conto come la razionalità scientifica possa trovare un suo naturale ambito di manifestazione entro i sistemi linguistici, i quali si strutturano come insiemi di concetti relazionabili tra loro da leggi sintattiche rigidamente logiche.

Dunque per il neopositivismo la vera conoscenza è la conoscenza oggettiva, ma occorre precisare il significato di questa oggettività: l'oggettività del neopositivismo, come quella delle scienze fisiche, è accordo intersoggettivo attorno alla manifestazione empirica dei fenomeni, ciò vuol dire che la verità oggettiva giunge dal fatto che più persone concordano sul fatto di intendere un certo fenomeno in un certo modo. Ecco dunque l'origine del rifiuto della metafisica: il neopositivismo afferma che la vera conoscenza proviene dall'accordo espresso da più individui attorno a determinati fenomeni empirici, la metafisica, diversamente, non può esprimere questo accordo relativamente al dato empirico, poiché tratta verità al di là della fisicità, al di là del dato empirico.


2. Wittgenstein e il principio di verificazione

Ludwig Wittgenstein, tra i fondatori dell'empirismo logico, nota come il vero sapere non possa che derivare dalla conoscenza empirica dei fatti. Partendo da posizioni già proprie dall'empirismo inglese settecentesco, Wittgenstein afferma che la conoscenza "a priori", quel tipo di conoscenza che è uguale per tutti gli individui indipendentemente da qualsiasi esperienza personale, è la conoscenza logico-analitica dei fatti.
Tuttavia, questa conoscenza non può esprimere nulla attorno alla realtà, poiché costituisce un insieme chiuso di affermazioni che deduce altre affermazioni del tutto formalmente. In altre parole, la logica può dimostrare certamente alcune verità anche metafisiche, poiché le connessioni logiche tra i diversi concetti sono valide in senso puramente astratto, bisogna però capire che queste affermazioni astratte, se non sono supportate da una verifica empirica, parlano di una realtà puramente teorica e della quale nulla si può sapere realmente se la speculazione si limita al puro esercizio logico del pensato (il contenuto di tale logica puramente astratta e che non si rapporta con il dato empirico è destinato, secondo Wittgenstein, a contenere solo tautologie, ovvero dimostrazioni che si verificano da sé ma che non contengono alcun dato sulla corrispondenza con il reale).

Wittgenstein afferma dunque che occorre attenersi, nell'analisi dei dati logici, al principio di verificazione: tale principio afferma che hanno un senso solamente le proposizioni che possono essere verificate empiricamente. Questo vuol dire che l'oggetto della vera conoscenza possono essere solamente quelle affermazioni che possono essere ritenute vere o false sulla base di un'evidenza data dall'esperienza, mentre tutte le affermazioni che non possono essere verificate nell'esperienza sono prive di senso. Da questo deriva la mancanza di senso della metafisica: essa è una scienza attorno alla quale il pensiero logico non può trovare una verifica nei dati dell'esperienza, poiché tutto rimane in ambito oltre-sensibile.

Ecco il motivo per cui Wittgenstein può sostenere al termine del Tracatus logicus-philosophicus di aver risolto in sostanza ogni problema: egli sostiene che sono dotate di senso solo le proposizioni che sono verificabili nell'esperienza, mentre la totalità delle affermazioni metafisiche che durante i secoli si sono contrapposte tra loro non possono essere ne vere ne false in quanto semplicemente senza senso (ovvero nulla si può affermare attorno alla veridicità del legame che sussiste tra le affermazioni metafisiche e la realtà da loro indagata).


3. Il ritorno del nominalismo e il linguaggio simbolico

Nell'empirismo logico si assiste ad un ritorno della concezione nominalista. Si è già visto come nella disputa medioevale sugli universali la concezione nominalista abbia trovato in Ochkam il suo più alto esponente: questi affermava che i concetti generali non hanno esistenza propria, mentre l'esistenza necessaria è qualità solo delle esperienze particolari. Del resto, l'esistenza dei concetti universali come oggetti dotati di sostanza implica un modo di pensare metafisico, che l'empirismo logico non può assumere.

Già Gottlob Frege e Bertrand Russell avevano sostenuto decisamente la tesi nominalista. Come fondamento dei propri sistemi logici, ogni proposizione tratta necessariamente oggetti particolari dell'esperienza: "veramente reali sono gli individui e tutte le proprietà della realtà sono proprietà di individui."

Motivo per cui la logica deve approntare un linguaggio che abbia le caratteristiche proprie di quello matematico, in cui ogni simbolo che entra in un sistema di relazioni faccia riferimento non a concetti di carattere generale e universale non possibili di verificazione empirica, ma a fatti ed enunciati reali, empirici e individuali.

Traducendo la realtà comune in un linguaggio propriamente matematico, in cui ogni formula esprime con il rigore del ragionamento matematico le connessioni che intercorrono tra un enunciato e l'altro, si realizza il proposito proprio del neopositivismo di estendere la logica scientifica ad ogni aspetto della realtà.


4. Convenzionalismo e crisi dell'oggettività del dato

Si è visto fin qui che il neopositivismo assume come dati assoluti i soli dati empirici, gli unici ad essere oggettivi in quanto sperimentabili. Tuttavia l'evoluzione stessa del neopositivismo porterà ad una visione che ribalterà queste tesi.

Wittgenstein, Shlick e Bertrand Russell sono i sostenitori del dato oggettivo e sperimentabile, in un primo momento anche Rudolph Carnap aderisce alla loro visione. Tuttavia Neurath e Popper apriranno la seconda fase della riflessione neopositivista, alla quale aderirà in un secondo momento lo stesso Carnap. Vediamo di cosa si tratta.

I "convenzionalisti" si rendono conto che i dati sperimentabili, proprio per la loro natura strettamente individuale (si veda il discorso nominalista del capitolo precedente) non si offrono in modo uguale ai diversi osservatori, ma i diversi osservatori filtrano il dato empirico per mezzo di un linguaggio. In altri termini i dati sperimentabili ed empirici sono legati fortemente al tipo di linguaggio adottato dal singolo individuo.

L'intersoggettività della scienza di cui si parla nel primo capitolo è una condizione che è possibile solo facendo riferimento a un determinato linguaggio: è su questo linguaggio che si forma l'accordo di più individui su un singolo evento empirico e non sul dato empirico stesso. L'evento empirico è sempre soggettivo (ogni soggetto percepisce un evento secondo il proprio linguaggio), il dato oggettivo empirico al quale si riferisce il primo neopositivismo è in realtà un dato soggettivo (analogamente a quanto è esposto da Kant).


5. Il principio di tolleranza di Carnap

E' proprio Carnap a formulare il "principio di tolleranza": non esiste un solo linguaggio (e una sola logica), esiste in realtà una varietà di linguaggi e di logiche diverse in rapporto ai diversi scopi che queste logiche si prefiggono. Il compito dell'autentica conoscenza non è quindi quella di formare un sistema assoluto di verità che fanno riferimento a una sola logica, ma quello di analizzare la molteplicità delle logiche.

Se in un primo momento il neopositivismo aveva ritenuto possibile spiegare la realtà secondo un unico sistema di leggi scientifico-razionali, escludendo di fatto ogni dato della realtà che non fosse possibile di "inquadramento" razionale (il "mistico" di Wittgenstein, non dotato di alcun senso oggettivo), in un secondo momento il neopositivismo avverte come la pretesa di un linguaggio che esprima il dato empirico in modo assoluto non può essere perseguita.

In altre parole viene messa in crisi la concezione che afferma esistere un rapporto diretto e assoluto tra linguaggio e dato sperimentato. In realtà, il linguaggio rappresenta il dato in modo relativo, relativamente al tipo di linguaggio che prende in considerazione il dato (se muta il tipo di linguaggio, muta anche la natura del dato sperimentato, il quale è soggettivo in ragione dei diversi osservatori, i quali, a loro volta, assumono un certo linguaggio fra i molti linguaggi esistenti).


6. Il secondo Wittgenstein: le "molteplici terapie"

Anche Wittgenstein, in un secondo momento delle sue riflessioni, rinuncia all'edificazione di un solo linguaggio logico-scientifico in grado di spiegare la totalità dei fatti empirici.

Il "secondo" Wittgenstein si rende conto dell'impossibilità di un linguaggio ideale perfetto che racchiuda in sé ogni possibile spiegazione della realtà con la precisione propria della matematica: la matematica della realtà non è possibile perché quel "mistico" che egli aveva posto al di là della possibilità di analisi, poiché non dotato di senso, costituisce invece un importante serbatoio di significati che necessariamente entrano in gioco nella valutazione di ciò che è dotato di senso nel modo in cui si intende questo senso nell'ambito del principio di verificazione.

"La chiarezza alla quale aspiriamo è certo una chiarezza completa. Ma questo vuol dire solamente che i problemi filosofici devono svanire completamente. La vera scoperta è quella che mi permette di smettere di filosofare quando voglio. Quella che mette a riposo la filosofia, così che essa non è più tormentata da questioni che mettono in questione la filosofia stessa... non c'è un metodo della filosofia ma ci sono metodi, per così dire, differenti terapie".

"Quello che io faccio è di proporre o addirittura inventare altri modi di considerare un concetto. Suggerisco possibilità alle quali non avete mai pensato... Così vi ho liberato dal vostro crampo mentale e ora potete guardarvi intorno nel campo dell'uso dell'espressione e descrivere i suoi diversi tipi d'uso".

(Entrambi i passi sono tratti da le Ricerche Filosofiche di Wittgenstein).

Non è dunque necessaria l'edificazione di una rigorosa legge razional-scientifica che costituisca il vero e supremo linguaggio, in realtà, secondo Wittgenstein, il linguaggio ordinario è già un ambito pienamente valido ai fini della spiegazione della realtà.
Il compito della conoscenza filosofica autentica non è quella di edificare un solo linguaggio perfetto, ma quello di analizzare le "diverse terapie" in rapporto alle "diverse malattie" dell'intelletto (gli errori di prospettiva che impediscono la visione chiara dei problemi, e quindi della loro risoluzione, Wittgenstein parla di "dipanare i nodi dell'intelletto").
Di oggettivo nel discorso neopositivista di Wittgenstein rimane quindi il metodo di analisi, le sue regole, ma non il dato, il quale si può presentare sotto diversi aspetti in rapporto alla diversità del metodo di analisi.


7. Critica del principio di verificazione in Popper

Una critica definitiva al principio di verificazione di Wittgenstein è elaborata da Karl Popper. Egli nota che se il principio di verificazione vuole separare ciò che si può verificare da ciò che non si può verificare in riferimento al dato empirico, a ben ragionare si vede come nessun dato empirico può dare la certezza di questa verifica.

In altre parole, Popper nota come il dato empirico è individuale (con riferimento a quanto esposto nel capitolo 3), e questa unicità non può affermare nulla riguardo una legge assoluta. Per quanto si possa affermare che è vero che "il sole sorge sempre", il fatto che il sole debba necessariamente sorgere anche il giorno dopo non è dimostrato da alcuna legge se non l'abitudine a riscontrare questo dato di fatto (tale critica presenta analogie con il pensiero di Hume e le considerazioni logiche di Stuart Mill).

Vi è quindi un'asimmetria tra verificazione e falsificazione di un evento: se per verificare l'universalità di una legge non basta far riferimento alla frequenza degli eventi che costituisce il fondamento di questa legge, dall'altro lato basta solo un evento contrario che interrompa tale frequenza a falsificare la legge universale che vuole considerare tale frequenza come eterna. Tale constatazione è nota come "principio di falsificazione". "Una proposizione universale può essere falsificata da un solo caso contrario, mentre nessun numero di casi non contrari, per quanto elevato, può verificarla." (E. Severino, La filosofia contemporanea).

Dunque Popper cambia la prospettiva entro la quale viene negata la metafisica: essa non è conoscenza certa non perché le teorie che esprime non sono verificabili empiricamente, ma perché le teorie metafisiche non possono per principio essere falsificate dall'esperienza, poiché la metafisica fa riferimento a un mondo oltre-sensibile.




Scheda di Synt - Ultimo aggiornamento 19-12-2004

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