CAPITOLO 10
Mefistofele e l'imperatore

 

La pietra filosofale che consente di trasformare i metalli vili in oro e donare la vita eterna, è un sogno spesso rincorso dall’uomo senza successo. Se per quanto riguarda la vita eterna, a tutt’oggi, non si è ancora fatto avanti nessuno con in mano l’elisir di lunga vita, tranne qualche ciarlatano, per la trasformazione dei metalli vili in oro, invece, c’è chi ha proposto di meglio: trasformare la carta in oro.

Alcune pagine del Faust di Goethe esprimono come meglio non si potrebbe l’idea della rivoluzionaria trasformazione che rappresenta la cartamoneta per la mentalità collettiva.

L’imperatore si trova in gravi difficoltà economiche, tutto il suo regno è in subbuglio, l’ordine è compromesso. Anche il capo dell’esercito, al cospetto dell’imperatore, si lamenta: "Il mercenario dà segni di impazienza e reclama, con petulanza, la cinquina e se non gli dovessimo proprio più nulla, se ne andrebbe altrove". L’imperatore, dopo aver udito tutti i suoi collaboratori, portatori di nuove e cattive notizie, chiede anche al buffone di corte se è conoscenza di qualche altro guaio. Il buffone non è quello solito, è un tizio mai visto che lo sostituisce: si tratta di Mefistofele, personaggio diabolico e tentatore, che ha ritenuto opportuno per sviluppare certi suoi fini prendere il posto del vecchio buffone facendolo rotolare da una rampa di scale.

Il buffone, Mefistofele, risponde all’imperatore con imprevedibile ottimismo: "In quale parte del mondo non manca qualche cosa? All’uno questa, all’altro quella, ma qui manca il denaro. Dal pavimento non lo si raccoglie di certo. Ma il sapere sa cavar fuori le cose nascoste più profondamente. Nelle vene dei monti, sotto le mura delle fondamenta, si trova oro in monete e no. E se mi domandate chi può trarlo alla luce, vi dico: la forza della Natura e dello spirito dell’uomo intelligente".

Mefistofele, il buffone, il matto di corte, vuole proporre al re la ricchezza, ma non in oro, che solo la fatica e le pale degli scavatori possono scovare, bensì in carta: l’oro manca dalle casse del regno, tuttavia è presente in abbondanza chissà dove, disperso in tutto il territorio del regno. Bisogna immaginare, togliersi dalla testa che quello che non si tocca sia lontano miglia, che quello che non si afferra non esiste, che quello che non si può pesare non abbia peso. È necessario solo questo sforzo, che unito all’autorità dell’imperatore riporterà il benessere. Quest’ultima in particolare, l’autorità, è l’essenza stessa della cartamoneta. L’autorità e la fiducia: "Potrebbe venir meno la fiducia là dove la maestà comanda senza trovar opposizione e dove una forza è pronta a disperdere i nemici?", chiede retoricamente il buffone.

E il matto riesce a convincere re e popolo, tanto che la nuova ricchezza compie presto i suoi prodigi: tutti i collaboratori del re, che prima dichiaravano il regno in disgrazia, ora annunziano solo fortune. "Tutti i conti sono saldati; gli artigli degli usurai hanno mollato la preda" proclama trionfante il Maresciallo, e il capo dell’esercito gioisce perché tutti i soldati hanno rinnovato la ferma; e anche la gente comune è contenta: il paggio dice che vivrà lietamente, sereno e in festa, il ciambellano intende bere il doppio e vino di maggior pregio, altri hanno in tasca nuovi fondi da dilapidare ai dadi. All’imperatore, che vedendo quella carta con stampata la sua firma, domanda se mai possa essere vero che valga quanto l’oro, incredulo di fronte ai prodigi che ha compiuto, è il Cancelliere che si incarica di spiegare la situazione: "Ascoltate dunque e prendete visione del foglio grave di destino che ha mutato in bene tutto il male!", e legge la scritta stampata sulla nuova moneta:

"Da rendersi noto a chiunque lo desideri. Questo biglietto vale mille corone. Quale sicura garanzia, gli si assegnano innumerevoli valori sepolti nel sottosuolo dell’impero. Viene ora provveduto, affinché il ricco tesoro, appena dissepolto, serva da risarcimento".

 

E nell’esuberanza generale, Mefistofele ne sottolinea anche la comodità. L’unico che, pur partecipando all’euforia, avanza un dubbio è il vero buffone, quello che Mefistofele aveva quasi accoppato, ma che ora si è un po’ rianimato: "Questi fogli miracolosi! Non ne capisco nulla".

Quello della creazione della cartamoneta è presentato quasi come un rito magico durante il quale l’imperatore firma un foglio, che proprio grazie a quella firma prende valore, questo lo differenzia da tutti gli altri pezzi di carta. Secondo Galbraith, c’è pochissimo in economia che chiami in causa il sovrannaturale, la cartamoneta fa parte di questo pochissimo, e il motivo soggiace all’incapacità che aveva l’uomo di dare valore a ciò che non era abituato a considerare di valore: come può un pezzo di carta essere accettato in cambio di beni decisamente più convenienti, si chiedono in molti? Sembrerebbe quasi necessario tirare in ballo la magia.

La storia dei pionieri della moneta cartacea, sia essa emessa da una banca autorizzata dallo Stato, sia essa emessa direttamente dallo Stato stesso, dimostra come questi pionieri non si siano comportati in modo differente da Mefistofele, i governanti in modo differente dall’imperatore, e come i benefici delle emissioni di cartamoneta non siano mai mancati, almeno all’inizio. Nell’introduzione della cartamoneta ha sempre giocato un ruolo non trascurabile la penuria di moneta metallica dei sovrani e le difficoltà economiche che viveva lo Stato: "Quasi ovunque nel mondo" scrive Quiggin, "la valuta cartacea è stata spesso usata come soluzione d’emergenza in tempo di guerra o di crisi", e chi la proponeva come soluzione è sempre un personaggio vagamente simile al buffone interpretato da Mefistofele.

Johan Palmstruch, un commerciante svedese di origine lettone, fu probabilmente il primo a palesare all’Europa i poteri di magica resurrezione economica consentiti dalla cartamoneta e il precipitoso rovescio della medaglia. Nel 1660 egli ottenne la concessione da parte del governo che la banca da egli stesso fondata quattro anni prima, potesse emettere dei biglietti: il loro valore era preciso ed erano trasmissibili mediante semplice consegna, senza formalità. Per questo il pubblico li trovò pratici, soprattutto in rapporto alla monolitica moneta di rame in uso in Svezia a quei tempi, e dunque gli svedesi cominciarono a usarli. L’epilogo della banca di Palmstruch lo racconta Rivoire: "Palmstruch non riesce più a fermarsi ed emette un numero troppo alto di biglietti non garantiti da una quantità corrispondente di moneta. La banca comincerà ad avere le prime difficoltà di pagamento nel 1663 e sarà liquidata nel 1666".

Un altro di questi abili tentatori della corona fu William Paterson, egli propose a Guglielmo d’Orange, re d’Inghilterra, di risollevare la propria situazione finanziaria, critica in seguito alle guerre con la Francia, con la consueta soluzione: una società bancaria dotata di privilegio reale e di un capitale di un milione e duecentomila sterline. Una volta sottoscritta, la somma sarebbe stata interamente prestata a Guglielmo e l’impegno del governo a rimborsarla avrebbe garantito un’emissione cartacea per la stessa somma. Sebbene non mancassero gli oppositori a una tale iniziativa, "le esigenze finanziarie travolsero ogni obiezione". L’accordo tra Guglielmo d’Orange e William Paterson, concluso nel 1694, diede i natali alla Banca d’Inghilterra, che se non altro fu il primo istituto di credito che seppe mantenersi degno di fiducia: "Grazie alla gestione prudente dimostrata dai suoi successivi dirigenti, la Banca d’Inghilterra trascorre un intero secolo senza inconvenienti di rilievo". Quello che era il grosso cruccio delle emissioni cartacee era la tendenza a stampare un eccessivo numero di biglietti, e la Banca d’Inghilterra ebbe almeno il merito di mantenersi abbastanza rigorosamente entro determinati limiti nelle proprie emissioni. Paterson, in realtà, ebbe poca fortuna: fu quasi subito escluso dalla gestione della banca, nel giro di pochi mesi aveva litigato con tutti. Allora ripropose un’idea che aveva avuto qualche anno prima di fondare una colonia in una zona che allora veniva chiamata Darien, sull’istmo di Panama. Fondò una società che doveva finanziare la spedizione e avvantaggiarsene degli utili. L’ambizioso progetto si rivelò disastroso: tutti gli investitori persero il proprio denaro e quasi tutti i milleduecento coloni salpati a bordo di cinque navi vi lasciarono la pelle, compresa la moglie e il figlio di Paterson. Lui stesso si salvò miracolosamente.

Qualche anno prima, nel 1685, nel Canada francese, avvenne un bizzarro esperimento monetario solleticato dalla mancanza di monete all’interno della colonia. I contanti dovevano arrivare dalla Francia, ma quell’anno tardavano eccessivamente. L’intendente della colonia, Jacques de Meulles, ebbe allora l’idea di sfruttare ciò che parecchi suoi avi, nei secoli che furono, avevano insegnato: consegnò delle promesse di pagamento firmate da lui, sempre in attesa delle monete "vere". In seguito, gli venne in mente che poteva fare di meglio: siccome nella colonia c’erano mazzi di carte ovunque (a quanto pare i coloni erano degli accaniti giocatori), de Meulles decise di utilizzare le carte da gioco come supporto per la sua cartamoneta. "Un’ordinanza" scrive Rivoire "obbligò gli abitanti a ricevere la nuova moneta in pagamento e diede a tutti l’assicurazione di un successivo rimborso in moneta". Riporto questo aneddoto, che potrebbe apparire una semplice curiosità folcloristica, perché sono in molti coloro che considerano queste carte il primo esempio di cartamoneta emessa direttamente da uno Stato in occidente. L’esperimento, nato per sostituire una temporanea mancanza di moneta metallica, rivelò ovviamente i suoi vantaggi, così ogni anno vennero emesse nuove carte, ma poiché erano emesse in grandissima quantità e abbondantemente falsificate, il loro valore divenne rapidamente esiguo.

Anche alcune colonie inglesi del Nord America, più o meno negli stessi anni troveranno comoda l’emissione della cartamoneta. Nel 1690, il governo della colonia del Massachusetts, che non disponeva di contanti, pagò dei mercenari assoldati per una missione in Canada con dei biglietti convertibili in moneta. L’esempio di emettere biglietti venne seguito da altre colonie così come invariabilmente venne seguito l’esempio di emetterne troppi. L’Inghilterra non si mostrò affatto condiscendente con queste emissioni; le proibì, tanto da irritare Benjamin Franklin, quello del famoso motto il tempo è denaro, il quale ringhiava disgustato: "Non riesco proprio a pensare che l’Inghilterra possa avere interesse a impedirci di fabbricare la quantità di cartamoneta che ci sembra necessario: siamo noi i migliori giudici dei nostri bisogni". La cosa curiosa è che queste emissioni continuarono ed ebbero un ruolo importante, per non dire essenziale, nel finanziamento della guerra d’indipendenza combattuta tra il 1776 e il 1783 proprio contro l’Inghilterra. Ne vennero stampate tantissime di banconote, emesse su autorizzazione del Congresso Continentale formatosi dopo la dichiarazione d’indipendenza (1776). Infatti si generò una inflazione terrificante. Per l’occasione sui biglietti comparve per la prima volta il nome della moneta che avrà un futuro fortunatissimo: il dollaro. Ma in quel periodo il prestigio del dollaro emesso dal Congresso Continentale era quantomeno insignificante e l’espressione "non vale un Continentale", che entrò in modo duraturo nella lingua americana, ne è la prova: "I creditori sfuggivano ai loro debitori come se fossero braccati, per non farsi rimborsare in biglietti senza valore". Però, questa moneta, vituperata e priva di valore, aveva svolto il suo compito, quello di finanziare la guerra; e raccoglie l’elogio di Franklin: "La valuta, come noi la gestiamo, è una macchina meravigliosa. Svolge il suo compito quando la emettiamo: paga e veste i soldati e fornisce loro munizioni e vettovaglie; quando poi siamo costretti ad emetterne una quantità eccessiva, si paga da sola con la svalutazione".

Ma stiamo andando un po’ troppo avanti con gli anni. Ritornando alle prime emissioni, esse furono quasi dei timidi esperimenti, o meglio espedienti, e non ebbero una diffusione significativa. Per vedere delle banconote simili a quelle moderne, circolanti in modo capillare all’interno di uno Stato, si deve attendere l’inizio del Settecento.

In quegli anni avviene l’esempio più estremo del miracolo della cartamoneta. Lo compie uno scozzese di nome John Law che giunto in Francia, stravolse l’economia e la mentalità di un popolo. Seppure per breve tempo, fece credere ai francesi di essere diventati più ricchi di prima: all’apogeo della fortuna, nel 1719, "i Parigini non si erano mai sentiti prosperi come in quell’anno meraviglioso".

 

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