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| CAPITOLO QUARTO Il dubbio
(Sara, udente, madre di Roberto)
Di raccontarmi la sua storia non aveva voglia. Pensavo
fosse colpa mia. Sara è la moglie di Pasquale Elia, la
mamma di Roberto: quando ci eravamo conosciute, stanca e
confusa, mi era scappato di dirle che la storia di suo
figlio era "interessante", tipo una bestia
rara. Ma lei non aveva badato a quella parola, e
comunque aveva capito che ero un po' nel pallone. No,
il punto era un altro: si trattava di dare finalmente un
nome a rimorsi e dubbi. Sara ci è riuscita, e so che si
sente più leggera. SARA: Non
è che non mi vada di parlare: non vedo che cosa potrei
aggiungere di nuovo a quello che stanno già dicendo
tutti. La storia della nostra famiglia l'ha già
raccontata mille volte Pasquale, l'ha anche scritta. Lui
dice: scrivila anche tu. Ma non mi sembra di aver niente
da dire. E perché poi dovrei scrivere di cose di cui non
ho mai parlato nemmeno con mio marito, o con mia
sorella, o i miei genitori?
Ho sempre tenuto tutto dentro, sfogandomi tutt'al più
con le lacrime. Con Pasquale non c'era ragione di parlare
di quel che ci stava succedendo: pensavamo le stesse
cose, soffrivamo per le stesse paure. Parlarne sarebbe
stato solo un modo per tormentarci di più l'un l'altra,
secondo me. Non mi
infastidisce il fatto che mio marito racconti la nostra
odissea a tutti quelli che incontra: a volte lo invidio
addirittura per come riesce ad aprirsi, anzi, lo ammiro.
Io non ce la farei, anche se sento di essere migliorata
in questi ultimi tempi: credo di essermi sciolta un po',
e a molto è servita anche la nascita del nostro secondo
bambino, che mi ha ridato forza. Come dire, mi sembra di
aver raggiunto una meta, di aver trovato un equilibrio:
di aver dimostrato che so fare anche qualcosa di buono,
non solo dei figli sordi. Non dovrei parlare così, e
d'altra parte voglio tutto il bene possibile a Roberto,
però di fronte a un figlio come lui ci si sente
colpevoli e incapaci come genitori e come esseri umani.
Ci si sente diversi dagli altri.
Sono tutti pensieri che si covano dentro, per anni, e che
non si ha il coraggio di esprimere se non dopo molto
tempo. Ecco, questo mi chiedo quando vedo Pasquale
parlare con gli altri: che cosa stanno pensando queste
persone di lui, di noi? lo stanno ad ascoltare per
cortesia, oppure sono veramente interessate a quello che
dice? capiscono la nostra situazione? come possono
aiutarci? a che cosa serve parlare, alla fine? e se
venissimo a sapere che ci compatiscono soltanto,
continueremmo a parlare? Io penso che la gente abbia già
per conto suo talmente tanti problemi che non è per
niente interessata ad ascoltare una storia come la
nostra. Si commuove, al massimo, perché c'è di mezzo un
bambino: ma che cosa succederà quando quel bambino, che
è già quasi un ragazzo, sarà un uomo fatto?
Certe volte invece lo capisco: forse Pasquale parla
tanto, con il maggior numero di persone possibile, per
preparare la strada a Roberto e agli altri ragazzi sordi.
Sta dando nel suo piccolo un contributo per cercare di
cambiare una mentalità, almeno con una prima
informazione. Lo capisco, ma è più forte di me: prima
di iniziare un discorso del genere mi sembra di trovarmi
di fronte a un muro, e così ci rinuncio. Non perché mi
vergogni: assolutamente no.
In ufficio nessuno ha mai saputo che mio
figlio non sente; ne ho dovuto parlare l'anno scorso,
quando ho chiesto una flessibilità dell'orario di lavoro
per poter frequentare il corso di lingua dei segni. Se
non avessi dovuto dare delle spiegazioni probabilmente
non lo avrei detto nemmeno in quell'occasione, ma il
motivo è sempre lo stesso che dicevo: non credo che i
miei problemi possano interessare a qualcuno, non ho
nessun bisogno di cercare una consolazione perché la
trovo in me stessa e nella mia famiglia. E ora mi sento
più forte: quando ho dovuto parlare della sordità di
mio figlio al mio capo, non mi sono sentita sminuita. Mio
figlio è un bambino normale, solo che non sente. A
questa consapevolezza sono arrivata poco per volta,
riflettendo, mettendomi in testa che non dovevo lasciarmi
prendere dalla disperazione, che non ce n'era motivo.
In verità sono un po' preoccupata per il futuro di
Roberto: mi chiedo se riuscirà ad inserirsi, ad avere
delle amicizie. Mi sento molto sollevata già al pensiero
che lui ora abbia un fratello udente, che potrà essergli
di appoggio se sarà necessario. Roberto è socievole,
anche se purtroppo non ha avuto ancora molte occasioni di
dimostrarlo: sembra una stupidaggine, ma ci sono delle
forme di comportamento sociale che non è facile far
comprendere a un bambino sordo, per esempio fargli capire
che quando ci si incontra ci si saluta e ci si chiede
come stai, o come ti chiami; perciò è rimasto
svantaggiato anche in questo, e appare più timido di
quel che è. Gli fa piacere la compagnia di altri
bambini, ma gioca piuttosto in silenzio, e guarda la Tv.
Un'altra cosa che lo fa impazzire sono i videogiochi.
Adesso ha un'età in cui comincia a farsi valere: quando
andava a scuola al Prinotti, mi ha riferito la maestra,
non si lasciava comandare dagli altri, specialmente da un
suo compagno sordastro con un buon residuo uditivo, che
quindi era più attivo e più avanti nel programma. C'era
stato un diverbio tra loro due; l'altro è anche più
grande e più prepotente, e indovina che cosa aveva fatto
Roberto? Con la voce, nota perché il compagno parla bene
gli aveva sciorinato tutte le "male parole" che
conosce, da "stupido" a "maleducato"
(niente di volgare, per fortuna): non che ci sia da
essere troppo orgogliosi di questa prodezza, ma per lo
meno è un segno che sta imparando a difendersi. Fa molta
tenerezza perché quando gli si affida una
responsabilità porta avanti il suo lavoro fino in fondo:
ad esempio, mi raccontava ancora la maestra, se aveva
l'incarico di controllare la fila dei compagni quando
andavano in mensa, diventava una specie di carabiniere.
Ha veramente un senso del dovere fortissimo. L'altra sera
lo stavo mettendo a letto, e si è ricordato che non
aveva fatto un compito per il giorno dopo: ha voluto
alzarsi e ripetere la lezione con me, poi si è
addormentato tranquillo. Sono contenta che sia così
puntiglioso, e mi fa piacere che abbia capito
l'importanza degli esercizi. Si impegna molto a scuola e
riesce molto bene in matematica. Sono soddisfazioni.
Però devo confessare che con l'altro figlio, Maurizio,
che sente e sta imparando a parlare, sto vivendo una
nuova stagione di madre: mi stupisco della velocità dei
suoi progressi, che mi riempiono di gioia, ma nello
stesso tempo mi intristisce pensare che Roberto ha avuto
una crescita molto più difficile, e che i suoi problemi
lo accompagneranno per tutta la vita.
E qui ritorna il senso di colpa, che nei primi tempi
dalla scoperta della sordità è stato opprimente per me
e per mio marito. Ognuno dei due si assumeva la colpa
della malattia, per non addolorare l'altro. Ci rompevamo
la testa, in silenzio, per scoprire la causa. Nei primi
tre mesi di gravidanza forse ho preso la rosolia, però
Roberto da piccolissimo ha fatto lui stesso la rosolia, e
se io l'avessi contratta in gestazione il bambino avrebbe
dovuto avere i miei anticorpi. Che cosa è successo
allora? Ho preso la rosolia in forma lieve? Oppure ho dei
geni non compatibili con quelli di Pasquale? Stabilire
con esattezza la causa non modifica l'effetto, purtroppo,
però ci piacerebbe saperlo per Roberto, un domani che
desideri sposarsi. Vorremmo poter realizzare una prova
genetica per sapere se Roberto può avere figli normali.
Il percorso per riuscire ad ottenere la diagnosi giusta
è stato molto accidentato, come ti ha già raccontato
Pasquale. Io non avevo mai pensato che Roberto potesse
essere sordo; non volevo nemmeno pensare che mio figlio
fosse malato, non sapevo spiegarmi i suoi comportamenti e
mi rifiutavo di trovare un perché: non pensavo a nulla
in particolare, forse speravo che tutto si risolvesse da
sé con il tempo. Era il
primo figlio per noi, ed io non avevo nessuna esperienza
di bambini. All'uscita dall'ospedale non mi avevano fatto
nessuna osservazione, anzi, il punteggio che avevano dato
a Roberto era 10. Non
potevo credere che mio figlio avesse qualche minorazione
però cominciavo ad osservarlo. E per un anno Roberto è
riuscito a illuderci, rispettando la tabella di marcia
dello sviluppo fisico rientrando sempre nei limiti: per
un pelo, ma allo scadere dei termini della normalità
raggiungeva i suoi traguardi, come lo stare seduto,
alzare la testa e così via. Quindi il suo problema
poteva essere semplicemente un ritardo nello sviluppo:
quanti bambini crescono lentamente? Non era spastico, era
solo un pochino pigro: a questa speranza ci aggrappavamo
con tutte le forze fino a convincerci; lo facevamo per
noi stessi e per i parenti che continuavano a chiederci
notizie del bambino. Facevamo di tutto per non metterli
in pensiero.
Sono un tipo introverso, e ho sempre cercato di non
pesare sulla mia famiglia; anche quando i miei genitori
hanno saputo, abbiamo mantenuto un distacco affettuoso:
sono fatta così. Invece i genitori di Pasquale si sono
sentiti più coinvolti, anche perché il loro carattere
è simile a quello di mio marito, pieno di iniziative, di
entusiasmi che possono andare delusi. A volte ho
l'impressione che Pasquale si dimentichi di conservare un
fondo di realismo: strano, perché è un tipo piuttosto
pessimista. Forse Pasquale in realtà è più vulnerabile
di me, che soffro intensamente ma passo indenne
attraverso i dispiaceri.
Sono proprio sicura di passare indenne? No. Infatti ho
paura, paura di interiorizzare troppo le mie sofferenze,
paura di sfogare tutto questo peso in una malattia:
com'è successo a Pasquale, che ha attraversato un breve
periodo di depressione. E' stato uno dei momenti
peggiori: quando le pensavamo tutte, quando passavamo in
rassegna senza dircelo tutti i parenti con malattie che
potessero avere a che fare con la sordità, quando
continuavamo a non parlarne per non ingigantire il
problema. Per me questa
ricerca è stata un'ossessione, ora al suo posto mi è
rimasto il dubbio. Sono riuscita a superare quella fase:
adesso ho capito che devo darmi da fare il più
possibile, è più produttivo e più utile per Roberto.
Però in fondo al cuore continuo a sentirmi colpevole,
anche se sono maturata con l'età e con la
responsabilità di una famiglia.
Quello che poi mi ha sollevata molto è sapere che il
bambino è stato seguito da specialisti che conoscono il
loro mestiere. E' terribile quando hai la sensazione di
non poterti fidare di nessuno, e a noi è successo. Non
voglio dilungarmi su cose che ha già spiegato Pasquale
ma, tanto per dire, dopo le prime diagnosi ci avevano
proposto la Tac: immagina il nostro stato d'animo. Poi a
nove mesi si scopre che è sordo, e gli facciamo mettere
le prime protesi, che non vanno per niente bene: sfido
io, l'audiogramma era totalmente sbagliato. La
logopedista? Ma per fortuna che la prima è rimasta
incinta! Non ne capiva una, ed è stata la sua sostituta
ad accorgersi che le protesi erano da cambiare, e a
spiegare a Roberto i colori con i segni e i cartoncini.
Per Roberto è stata una rivelazione.
La rabbia per il tempo perduto ha lasciato piano piano lo
spazio alla frenesia di lavorare per il futuro. Abbiamo
iscritto il bambino alla scuola speciale e ci siamo
tirati il collo per riuscire a conciliare i suoi orari
con i nostri. In più è arrivato il secondo figlio,
inaspettato, che però abbiamo interpretato come una
benedizione.
Anche se personalmente non sono del tutto contraria
all'aborto, ho deciso di tenere il bambino. Prima ho
cercato di capire quale fosse il rischio di sordità per
lui, ma non ho ottenuto risposte convincenti. Gli ultimi
tempi dell'attesa eravamo molto nervosi sia io che
Pasquale; lui proprio non è riuscito a trattenersi e
appena dopo il parto, in ospedale, ha avuto il coraggio
di chiedermi se avevo notato qualcosa di anormale. Presto
ci siamo accorti che l'udito di Maurizio è perfetto; da
un giorno all'altro ha cominciato a parlare. E stato
così bello tornare a casa dal lavoro e trovarlo che ti
viene incontro, ti abbraccia e ti dice "Ciao,
mamma".
Meno male che non c'è molta differenza di età tra i due
fratelli. Per ora non si fanno moltissima compagnia, ma
spero in un domani. Abbiamo spiegato a Roberto che stava
per avere un fratellino: a gesti, con immagini,
facendogli toccare la pancia e dicendogli che dentro
c'era un bambino, mostrandogli il corredino. Aveva capito
ma non ne era stato particolarmente toccato. Non
immaginava lo scompiglio che Maurizio avrebbe portato in
casa: ma non ne è mai stato geloso, anzi, guai a fargli
del male perché quel bambolotto era "suo".
Oggi come oggi siamo più tranquilli, ma continuiamo a
colpevolizzarci, sia io che Pasquale, non solo per
l'origine della malattia di Roberto, ma perché temiamo
di non dare abbastanza ai nostri figli: il lavoro non ci
lascia molto tempo. Pasquale spreme tutte le sue energie;
io vorrei potermi dedicare di più ai miei figli, a tutti
e due ma specialmente a Roberto che ne avrebbe più
bisogno. Quando torno a casa alla sera sono stanca e ho
ancora le mie faccende di casa da sbrigare. Anche al
sabato mattina, a volte penso che dovrei mollare tutto e
mettermi a giocare con loro, ma chi prepara il pranzo?
Ti ricordi, quando mi hai parlato degli impianti
cocleari? L'idea non ci aveva convinti e l'avevamo
accantonata, ma per combinazione qualche settimana fa
abbiamo saputo da un amico che un chirurgo ha operato un
bambino di quattro anni sordo prelinguale profondo
come Roberto. Ci siamo incuriositi e siamo andati a
vedere. Siamo tornati a casa euforici, sulle nuvole,
specialmente Pasquale. Non abbiamo visto di persona quel
bambino, ma hanno proiettato per noi un video che lo
mostrava prima e dopo l'intervento: a cinque mesi di
distanza dall'operazione la mamma e la logopedista gli
parlavano con la bocca coperta dalla mano, e lui ripeteva
le parole: sentiva! La mamma faceva tenerezza, continuava
a parlare a voce alta, non si rendeva conto che non era
più necessario. A vederlo così sembrava un miracolo: un
bambino sordo come Roberto che sente, parla e risponde.
Guardavamo quelle immagini e continuavamo ad immaginare
Roberto al posto di quel bambino, e noi due al posto
della mamma. Il dottore aveva il suo da fare a tenerci
tranquilli, a mettere in chiaro che se ad una prima
analisi Roberto appariva un buon candidato, occorrevano
altri accertamenti. Siamo tornati a casa eccitati, nelle
nostre fantasie era già cosa fatta. Ma alla lunga questa
euforia mi ha turbata, ha finito per intristirmi. Perché
se Roberto si confermasse operabile, si tratterebbe di
considerare i rischi dell'intervento, che per conto mio
non sono pochi, e di prendere una decisione
importantissima: è come se Roberto fosse nato sordo
un'altra volta.
Mi chiedo: e se durante l'intervento gli danneggiassero
un nervo? Potremmo rovinarlo. E potrebbe anche non
trovarsi bene con quell'impianto. Ma è proprio l'idea
che mettano le mani su Roberto, e in un punto così
vicino al cervello, che mi spaventa.
Abbiamo parlato dell'operazione a Roberto e al suo
amichetto del cuore, Fabrizio: "Siete matti",
ci hanno risposto. Hanno paura, ma non è solo questo:
loro stanno bene così. Hanno raggiunto una loro
serenità, grazie alla scuola; sanno superare i loro
piccoli problemi quotidiani; sanno esprimersi, sono
circondati da persone amiche. Un impianto cocleare li
costringerebbe a ricominciare tutto da capo, con un buco
nel cranio, un pezzo di metallo applicato sull'osso, un
radiolina in tasca, forse un filo che spunta
dall'orecchio. Non ho paura di trasformarlo in un uomo
bionico, ma di fatto lo trasformeremmo in qualcosa di
nuovo che non so nemmeno più come chiamare.
Non è una nostra vanità cercare di avvicinare Roberto
ai suoni. Vogliamo la sua felicità, e dobbiamo decidere
per lui. Sarà soddisfatto, oppure gli rovineremo la
vita? Si sentirà più solo? Purtroppo il tempo
stringe; dovremmo decidere ora, prima dell'adolescenza,
che è un'età critica in cui Roberto potrebbe
sviluppare problemi psicologici, indipendentemente
dall'impianto cocleare. Una
condizione preliminare all'impianto è una buona lettura
labiale e per il momento, prima della prossima visita
medica, abbiamo deciso di esercitare Roberto al massimo:
questo gli servirà comunque nella vita. Abbiamo anche
acquistato un vibratore da appoggiare sul petto, che
sembra molto utile: Roberto gli è già affezionato,
perché con lo strumento "sente" praticamente
tutto tramite le vibrazioni: se suonano il campanello, se
stiamo parlando, se si chiude la porta.
Se ci dicessero che Roberto è operabile? L'ho tanto
sperato, ma adesso un "no" mi semplificherebbe
la vita, paradossalmente. Credo che rinuncerei
all'intervento. L'importante è concentrarsi
sull'educazione di Roberto.
Un bambino sordo porta con sé inevitabilmente molti
problemi, soprattutto di coscienza. I bambini devono
certamente essere aiutati dalle strutture pubbliche, la
scuola per prima. Mi sembra però che manchi
completamente un supporto per i genitori, e si dovrebbe
intervenire con urgenza. Siamo stati ancora fortunati,
perché abbiamo potuto far riferimento all'Istituto
Prinotti: ma che cosa succederà ai bambini sordi gravi
più piccoli di lui?
FINE ? |
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