“ Gli antichi monasteri buddhisti del Tibet,
e
le attuali persecuzioni che
li minacciano.”
Discorso di Sua santità il Dalai Lama
La
questione tibetana
Lo
status del Tibet
Michael C. van Walt van Praag, noto esperto di diritto internazionale, in appendice ad un suo articolo scritto per la rivista International Relations, riassume i principali aspetti della questione tibetana sotto il profilo del diritto internazionale.
Il governo tibetano in esilio, guidato da Sua Santità il Dalai Lama, ha costantemente sostenuto che il Tibet si trova sotto la illegale occupazione cinese in quanto la Cina ha invaso questo paese, politicamente indipendente, nel 1949/50. La Repubblica Popolare Cinese di contro insiste nel sostenere che i suoi rapporti con il Tibet sono semplicemente un suo affare interno poichè il Tibet è ed è stato per secoli parte integrante della Cina. La questione dello status del Tibet è essenzialmente una questione legale ma di grande rilevanza politica.
la Repubblica Popolare Cinese non rivendica a.lc\m diritto di sovranità sul Tibet come conseguenza della sottomissione militare e dell'occupazione del paese in seguito all'invasione armata del 1949/50. Difficilmente infatti potrebbe sostenere questa tesi poichè rifiuta categoricamente, in quanto illegale, ogni rivendicazione di sovranità basata sulla conquista, l'occupazione o
l'imposizione di trattati ingiusti avanzate da altri Stati. La Repubblica Popolare cinese reclama invece il suo diritto sul Tibet asserendo che il Tibet ,? diventato parte integrante della Cina settecento anni fa.
Le origini
Sebbene la storia dello stato tibetano abbia inizio nel 127 a.C. quando prese il potere la dinastia Yarlung, il Paese, come lo conosciamo oggi, fu unificato per la prima volta nel settimo secolo sotto il re Song-tsen Gampo ed i suoi successori. .Durante i tre secoli seguenti il Tibet fu una delle più grandi potenze dell' Asia come testimonia l'iscrizione riportata su una colonna alla base del palazzo del Potala, a Lhasa, confermata dai poemi cinesi del periodo Tang. Inoltre, un trattato di pace fra la Cina ed il Tibet fu siglato negli anni 821-823. In esso si delineano i confini tra i due paesi e si afferma che "i tibetani potranno vivere felici nel Tibet ed i cinesi in Cina!”.
L 'influenza mongola
Nel tredicesimo secolo quando l'impero mongolo di Gengis Khan si espanse ad ovest verso l'Europa e ad est verso la Cina, i massimi esponenti della fiorente scuola di buddhismo tibetano Sakya stipularono un accordo con i dirigenti mongoli al fine di evitare la conquista del Tibet. Lama tibetani si impegnarono a garantire la fedeltà politica, la benedizione religiosa ed insegnamenti in cambio di patrocinio e protezione. Il legame religioso divenne così importante che quando, decenni più tardi, Kublai Khan conquistò la Cina instaurando la dinastia Yuan (1279-1368), invitò il capo della scuola Sakya a ricoprire la carica di Precettore Imperiale e Supremo Pontefice del suo impero.
Il rapporto tra mongoli e tibetani, continuato fino al ventesimo secolo, testimonia la stretta affinità razziale, culturale e religiosa tra i due popoli dell'Asia centrale. L'Impero Mongolo fu un impero di importanza mondiale e, qualunque fosse la relazione tra i suoi governanti ed i tibetani, i mongoli non favorirono mai in alcun modo l'integrazione del Tibet con la Cina o con la sua amministrazione.
Il Tibet ruppe i propri legami politici con gli imperatori Yuan nel 1350, prima che la Cina riguadagnasse la sua indipendenza dai mongoli.
Negli anni che seguirono fino al diciottesimo secolo, il Tibet non subì alcuna influenza straniera. ,
Rapporti con Manciù e Gorkha
Il Tibet non stabili alcun legame con la dinastia cinese Ming (1336-1664).
Anzi, il V° Dalai Lama, che nel 1642 costituì il suo governo sovrano sul Tibet con l'aiuto di un
mecenate mongolo, strinse stretti rapporti religiosi con gli imperatori Manciù che conquistarono la Cina instaurando la dinasta Qing (1644-1911).
Il Dalai Lama acconsentì a diventare guida spirituale dell’imperatore Manciù ed in cambio ne accettò la protezione.
Questo rapporto di “guida spirituale-protettore" (in tibetano Choe-Yoen), che i Dalai Lama mantennero anche con alcuni principi mongoli e nobili tibetani, costituì il solo legame formale tra i Tibetani ed i Manciù durante la dinastia Qing e non comportò alcuna influenza negativa sull'indipendenza del Tibet.
A livello politico alcuni potenti imperatori Manciù riuscirono ad esercitare una certa influenza sul Tibet. Tra i11720 ed i11792, gli imperatori Kangxi, Yong Zhen e Quianlong inviarono quattro volte truppe imperiali in Tibet al fine di difendere il Dalai Lama da invasioni da parte dei mongoli e dei Gorkha oppure da agitazioni interne. Tali spedizioni fornirono agli imperatori Manciù il pretesto per esercitare una certa influenza sul Tibet. Vennero così inviati a Lhasa, capitale del Tibet, rappresentanti dell'imperatore alcuni dei quali, in seguito, esercitarono con successo pressioni sul governo tibetano, specialmente per quanto riguarda la politica estera. Nel momento di massima espansione dell'influenza Manciù, la posizione del Tibet non è stata mai molto diversa da quella che può verificarsi tra una superpotenza e uno stato satellite.
Una situazione, quindi, che, sebbene politicamente rilevante, non annulla l'indipendenza dello stato più debole. Questo particolare rapporto durò alcuni decenni. Il Tibet non fu mai incorporato nell'Impero Manciù, tanto meno nella Cina, e continuò a portare avanti, di propria iniziativa, le relazioni con gli stati vicini.
L'influenza Manciù non durò a lungo ed era completamente esaurita quando gli Inglesi, che per un breve periodo avevano occupato Lhasa, conclusero con i tibetani, nel 1904, un trattato bilaterale, noto come Convenzione di Lhasa. Nonostante tale perdita d' influenza il governo imperiale di Pechino continuò a reclamare una qualche autorità sul Tibet, soprattutto per quanto riguardava le relazioni estere di questo paese, autorità che il governo imperiale britannico, nei suoi rapporti con Pechino e San Pietroburgo, definì come “controllo politico”. Le forze imperiali tentarono di ristabilire una supremazia reale sul Tibet invadendo il paese ed occupando Lhasa nel 1910. A seguito della rivoluzione cinese del 1911 e della caduta dell'impero Manciù, le truppe di Pechino si arresero all'esercito tibetano e rientrarono in Cina in ossequio ad un trattato di pace tra la Cina ed il Tibet. Il Dalai Lama riaffermò la più completa indipendenza sia all'interno emanando un proclama su tale status, sia all'esterno nei contatti con altri governi e stipulando un trattato con la Mongolia"
Il Tibet nel ventesimo secolo
Lo status del Tibet, dopo il ritiro delle truppe Manciù, non è oggi oggetto di seri motivi di discussione. Qualunque fossero i legami tra il Dalai Lama e gli imperatori Manciù della dinastia Qing, essi ebbero fine con la caduta dell'impero e della dinastia.
Tra il 1911 e il 1950 il Tibet impedì con successo l'instaurarsi di indebite ingerenze straniere ed operò, sotto ogni punto di vista, come uno stato completamente indipendente.
Il Tibet intrattenne relazioni diplomatiche. con il Nepal, il Bhutan, la Gran Bretagna e più tardi con l'India indipendente. Le relazioni con la Cina si mantennero tese. I cinesi intrapresero una guerra di confine con il Tibet e nello stesso tempo fecero pressioni ufficiali affinché il Paese delle Nevi confluisse nella Repubblica cinese reclamando sempre ed ovunque che i tibetani erano una delle cinque razze cinesi.
Nel tentativo di attenuare la tensione sino- tibetana, gli Inglesi convocarono, nel 1913 a Simla, una conferenza tripartita nella quale i tre stati si incontrarono a pari condizioni. Come fece presente il delegato inglese alla sua controparte cinese, il Tibet prese parte alla conferenza come una nazione indipendente che non riconosceva alcun legame con la Cina.
La conferenza non ebbe un esito positivo poiché non riuscì a risolvere le controversie esistenti tra Cina e Tibet ma fu importante perché riaffermò l'amicizia anglo-tibetana, suggellata da un accordo commerciale tra i due paesi e dalla sistemazione di alcuni problemi di confine. Nella dichiarazione congiunta la Gran Bretagna ed il Tibet si impegnarono a non riconoscere mai la sovranità cinese o altri diritti speciali sul Tibet a meno che la Cina non avesse sottoscritto la Convenzione di Simla che, tra l'altro, garantiva al Tibet una più ampia estensione, l'integrità territoriale e la piena autonomia. poiché la Cina non firmò mai la Convenzione, rimane in vigore quanto espresso nella dichiarazione congiunta.
Il Tibet intrattenne le proprie relazioni internazionali sia attraverso contatti con missioni diplomatiche britanniche, cinesi, nepalesi e bhutanesi a Lhasa, sia inviando proprie delegazioni governative all'estero. Quando l'India divenne indipendente la missione britannica a Lhasa fu sostituta da una missione indiana. Durante la seconda guerra mondiale il Tibet assunse una
posizione neutrale nonostante forti pressioni esercitate dagli Stati Uniti, dalla Gran
Bretagna e dalla Cina affinché venisse consentito il passaggio di armamenti in territorio tibetano.
Il Tibet non ha mai intrattenuto rapporti con molti stati, ma quelli con i quali ha avuto contatti hanno trattato il Tibet come uno stato sovrano. Di fatto il suo status internazionale non era affatto differente da quello del Nepal. Così quando il Nepal, nel 1949, chiese di diventare membro delle Nazioni Unite citò, tra l'altro, le sue relazioni diplomatiche con il Tibet a sostegno della sua piena personalità internazionale.
L 'invasione del Tibet
Il momento critico della storia del Tibet sopraggiunse nel 1949 quando l'esercito di Liberazione della Repubblica Popolare Cinese invase il paese. Dopo aver sconfitto il piccolo esercito tibetano ed aver occupato metà del territorio, nel maggio 1951 il governo cinese impose al governo tibetano il cosiddetto "Accordo in 17 punti per la liberazione pacifica del Tibet". Tale accordo, poiché sottoscritto forzatamente, non ha validità secondo il diritto internazionale: la presenza di 40000 militari, la minaccia di un'imminente occupazione di Lhasa e la prospettiva di una totale eliminazione del Tibet lasciavano ai tibetani pochissime possibilità di scelta.
Conclusioni
Nel corso dei suoi 2.000 anni di storia, il Tibet è stato soggetto all'influenza straniera solo per brevi periodi nel corso del tredicesimo e diciottesimo secolo. Pochi paesi indipendenti possono oggi rivendicare un passato così illustre. Come ha fatto notare l'ambasciatore d'lrlanda alle Nazione Unite nel corso di un dibattito dell'Assemblea Generale sulla questione del Tibet... "per migliaia di anni o in ogni caso per almeno duemila anni, [il Tibet] è stato libero e ha avuto il pieno controllo dei suoi affari interni quanto e come altre nazioni rappresentate in questa Assemblea ed ancora mille volte più libero di quanto potessero essere molte delle Nazioni qui presenti…”
Nel corso dei dibattiti alle Nazioni Uniti molti altri Paesi hanno fatto dichiarazioni che riflettono analoghi riconoscimenti dello status indipendente del Tibet.
Così, per esempio, il delegato delle Filippine ha dichiarato: "È chiaro che alla vigilia
dell'invasione, nel 1950, il Tibet non era soggetto al governo di nessun Paese straniero"
, Il delegato della Thailandia ha ricordato all'Assemblea che "...la maggioranza degli Stati rifiuta l'opinione che il Tibet sia parte della Cina." Gli Stati Uniti si sono uniti alla maggioranza degli altri Stati membri delle Nazioni Uniti nel condannare l'aggressione cinese e l'invasione. Ne11959, 1960 ed ancora nel 1965 l'Assemblea Generale delle Nazioni Uniti ha approvato tre risoluzioni (1353
[XV], 1723 [XVI] e 2079 [XX]) che condannano le violazioni dei diritti umani da parte dei cinesi e richiamano la Cina a rispettare ed i a garantire i diritti umani e le libertà fondamentali del popolo tibetano incluso il diritto all' autodeterminazione.
Dal punto di vista giuridico il Tibet non ha mai perso la sua caratteristica di stato. È una
nazione indipendente oppressa da una occupazione illegale. Ne l'invasione militare cinese ne l'occupazione continua da parte dell'esercito di Liberazione della Repubblica Popolare della Cina hanno potuto trasferire la sovranità del Tibet alla Cina.
Come sottolineato in precedenza il governo cinese non ha mai rivendicato di aver acquisito la sovranità sul Tibet per mezzo della conquista. Infatti anche la Cina riconosce che l'uso o la
minaccia della forza (eccetto le condizioni eccezionali stabilite dalla Corte delle Nazioni Unite), l'imposizione di un trattato ingiusto e la continua, illegale occupazione di un Paese non possono in alcun modo garantire all'invasore il diritto di proprietà del territorio occupato. Le rivendicazioni cinesi sono basate esclusivamente sul preteso assoggettamento del Tibet da parte di pochi potenti governanti cinesi durante il tredicesimo ed il diciottesimo secolo.
IL racconto di un giornalista
Un esercito di accompagnatori è sempre con te, dappertutto. Teoricamente sono lì per aiutarti ma più spesso hanno il compito di sorvegliarti. E più ti avvicini al Tibet, più ti sorvegliano.
...Avevamo davanti a noi diciassette ore di treno attraverso l'altopiano. Pensai che certamente non avrebbero potuto controllarci tutti e che mi sarei infilato nelle altre carrozze per intervistare gli immigranti cinesi in viaggio verso il Tibet. Ingenua speranza. Alla stazione fummo fatti salire direttamente in una speciale carrozza letto di prima classe. Sistemato il mio bagaglio, cercai di dirigermi verso i vagoni posteriori ma un poliziotto con un' appariscente cicatrice sulla guancia apparve improvvisamente e mi afferrò per un braccio. "Non può andare li" , mi disse. "Perchè no?" , risposi. "Ordini dell'Ufficio Affari Esteri. Lei deve rimanere in questa carrozza". Durante la notte tentai di nuovo, ripetutamente. Niente da fare. La faccia con la cicatrice era sempre lì.
Una delle tappe più importanti del nostro viaggio era il monastero di Kumbum.
Avremmo potuto costatare di prima mano la libertà religiosa di cui godevano i tibetani. Accadde esattamente l’opposto. "Parlate con chi volete" , ci dissero. Ma fu evidente che, seduti in ogni angolo, i poliziotti, in abiti civili e occhiali scuri, erano di gran lunga più numerosi dei monaci di Kumbum. Pochissimi di loro osarono parlare. Ci fecero sapere che tutti erano stati informati della nostra visita ed era stato loro detto di non rivolgerci la parola" :
Rupert
Wingfiel-Hayes, BBC, 2001. Da "Free Tibet", autunno 2003
Tibet
News Italia
DECEDUTO
KENPO JIGME PHUNTSOK
Chengdu,
6 gennaio 2004. Jigme
Phuntsok, l'abate del complesso monastico di Larung Gar, vicino a Serthar, nella provincia del Sichuan, è morto all' ospedale di Chengdu dopo un intervento chirurgico al cuore. Aveva settant' anni. Fondatore, agli inizi degli anni '80, del Centro di Studi Buddisti di Larung Gar, era molto conosciuto non solo nel mondo tibetano ma anche in tutta la Cina per la sua vasta conoscenza ed erudizione filosofica. Richiamati dalla sua fama e dal suo carisma personale, alla fine degli anni '90 nel monastero e nelle sue adiacenze vivevano oltre settemila studenti, desiderosi di seguire gli insegna- menti del maestro e di approfondire la conoscenza della filosofia buddita. A partire dal 1996, le autorità cinesi, temendo che il Centro potesse divenire un focolaio di rivolta, iniziarono ad esercitare un severo controllo sulle attività dell' abate e sui suoi discepoli. Nel 2001, intervennero a più riprese con inaudita violenza contro le strutture monastiche e contro i residenti allo scopo dichiarato di ridurne il numero. Speciali " squadre di lavoro" cinesi rasero al suolo edifici e dispersero monaci e monache (Vedi Tibet News N. 35, pag. 5; N. 36, pag. 6; N. 37, pag. 9). In quel periodo la salute del Kenpo, costantemente tenuto sotto stretta sorveglianza, cominciò a peggio- rare e, per un certo periodo, non si ebbero più sue notizie. Tornato a Larung Gar dopo un ricovero all' ospedale di Chengdu, riprese gli insegnamenti nonostante l' occupazione del monastero da parte del personale di pubblica sicurezza e sporadici scontri tra studenti e polizia. Il giorno 8 gennaio 2004 si è appreso che la polizia cinese ha imposto in tutta la zona restrittive misure di sicurezza ed ha cercato di impedire ai devoti di rendere l'ultimo omaggio al corpo del maestro.
PECHINO: GEDHUN CHOEKYI NYIMA "UN BAMBINO QUALSIASI"
Pechino, 5 agosto 2003.
In risposta alle domande rivoltegli dagli inviati dell' agenzia AFP sulle condizioni di Gedhun Choekyi Nyima, x lo Panchen Lama, rapito per ordine delle autorità di Pechino nel maggio 1995, il Ministro degli Esteri cinese ha così affermato: "Non è un reincarnato, è un bambino cinese
qualsiasi, come gli altri. Le sue condizioni sono buone e conduce una vita felice e normale. Ha ricevuto una buona educazione. Ora è uno studente e si applica bene agli studi" . Nessuno ha più visto Gedhun Choekyi Nyima, oggi quattordicenne, da quando, dopo essere stato riconosciuto dal Dalai Lama come la reincarnazione del XO Panchen Lama, morto ne11989, scomparve assieme ai suoi famigliari. Pechino, nel tentativo di assicurarsi la fiducia dei tibetani attraverso il controllo di una delle figure religiose dl maggior prestigio, ha ufficialmente insignito del titolo di Panchen Lama un d altro bambino, Gyaincain Norbu. fJ Il 13 agosto, il People's Daily ha annunciato che Gyaincain Norbu era E appena tornato da un lungo giro I nella provincia del Quinghai dove I aveva tra l' altro visitato Xining, I Gotmud e i lavori della ferrovia destinata ad arrivare a Lhasa. In precedenza, Norbu si era recato prèsso il monastero di Kumbum, una delle sei grandi comunità religiose della scuola Gelugpa (i cosiddetti "cappelli gialli"), tradizionalmente considerato legato al Panchen Lama. International Campaign for Tibet ha reso noto che la visita si è svolta tra imponenti misure di sicurezza e che i monaci, assieme ai riluttanti tibetani del posto, sono stati praticamente forzati a prostrarsi davanti al Panchen Lama Il fantoccio" .
Agya Rinpoche, abate del monastero di Kumbum, fuggito dal Tibet cinque anni fa e ora residente in California, ha così dichiarato: "Ritengo che i monaci, nel profondo del loro cuore, non
riconoscano questo ragazzo come il Panchen Lama, ma non hanno altra scelta se non quella di partecipare alle cerimonie in suo onore. I cinesi lo sanno e per questo non hanno voluto che Norbu si trattenesse troppo a lungo a Kumbum. Hanno preferito riportarlo a Pechino, dove controllano pienamente la situazione" ..
Discorso di Sua santità il Dalai Lama
10 marzo 2002 In occasione del 43° anniversario del giorno dell'insurrezione nazionale tibetana
Oggi commemoriamo il 43° anniversario dell'insurrezione del popolo tibetano. Comunque io ho sempre considerato il presente ed il futuro più importanti del passato.
Il mondo è gravemente preoccupato dal problema del terrorismo dopo i fatti dell'11 settembre.
A livello internazionale la maggioranza dei governi concordano sul fatto che c'è un urgente bisogno di uno sforzo comune per combattere il terrorismo e che si devono adottare degli adeguati provvedimenti.
Sfortunatamente i provvedimenti attuali mancano di un approccio efficace e di lungo periodo, che affronti le radici profonde del terrorismo. Quello di cui invece c'è bisogno è una strategia a lungo termine che promuova a livello globale una cultura politica della tolleranza e del dialogo. La comunità internazionale deve assumersi la responsabilità di un forte ed efficace appoggio ai movimenti non-violenti che lottano per il cambiamento con mezzi pacifici.
Sarebbe invece ipocrita condannare e combattere coloro che sono mossi da rabbia e disperazione ma continuare ad ignorare quanti cercano invece con ogni mezzo di portare avanti il dialogo come concreta alternativa alla violenza.
Dobbiamo imparare dai le esperienze passate. Se guardiamo al secolo scorso, possiamo vedere come la causa più terribile delle sofferenze umane sia stata la cultura che vede la violenza come unica soluzione dei conflitti e delle diversità.
La sfida che abbiamo davanti a noi è quella di fare del 21 ° secolo, il secolo del dialogo, dove i conflitti potranno essere risolti in modo non-violento.
Nelle società umane ci saranno sempre differenze di opinioni e di interessi. Ma nella realtà odierna ogni cosa è interdipendente e quindi tutti dobbiamo coesistere su questo piccolo pianeta. Ne consegue perciò che oggi l'unico modo intelligente di risolvere le diversità e i conflitti di interesse, tra individui, comunità e nazioni, è attraverso il dialogo in uno spirito di reciproco compromesso e riconciliazione. Dobbiamo cercare, sviluppare ed insegnare questo spirito dì non-violenza ed investire in esso altrettante risorse di quelle che investiamo per le spese della difesa militare.
In una atmosfera politica tesa come l'attuale, le autorità cinesi in Tibet hanno continuato nello scorso anno a far subire ai tibetani forti violazioni dei loro diritti umani, tra cui una dura persecuzione religiosa. Tutto questo ha ulteriormente aumentato il numero di tibetani che a rischio delle loro vite fuggono dal Tibet per rifugiarsi all'estero.
La scorsa estate, l'espulsione di migliaia di monaci, tibetani e cinesi, dal t centro di studi buddhisti di Serthar nel Tibet orientale, ha evidenziato l'intensità della repressione in Tibet. Queste violazioni dei diritti umani sono un chiaro esempio di come i tibetani siano privati della possibilità, di preservare la loro identità e la loro cultura.
Credo che molte delle violazioni dei diritti umani in Tibet siano dovute a sospetti, alla mancanza di fiducia e di una vera comprensione della cultura e della religione tibetane. Come ho detto molte volte in passato, è estremamente importante per i dirigenti cinesi riuscire ad avere una
migliore e più profonda comprensione e conoscenza della cultura e della civiltà tibetane.
lo sono completamente d'accordo con la saggia affermazione di Deng Xiaoping, "Cercare la verità partendo dai fatti".
Quindi noi tibetani dobbiamo accettare i progressi e i miglioramenti che la gestione cinese del Tibet ha portato al popolo tibetano e riconoscerli. Nel medesimo tempo le autorità cinesi debbono comprendere che durante gli ultimi cinquant'anni i tibetani hanno dovuto subire terribili
sofferenze e distruzioni.
Il precedente Panchen Lama, nel suo ultimo intervento pubblico tenuto a Shigatse il 24 gennaio 1989, disse che la gestione cinese del Tibet aveva causato più distruzioni che benefici al popolo tibetano.
La cultura buddhista del Tibet ha portato i tibetani ad apprezzare i valori e i concetti della compassione, del perdono, della pazienza e del rispetto per tutte le forme di vita.
Questi valori sono di grande importanza e beneficio nell'esistenza quotidiana e quindi vogliamo preservarli.
Purtroppo sulla nostra cultura e sul nostro modo di vita buddhista, grava la minaccia di una totale estinzione. La maggioranza dei piani di sviluppo cinesi vogliono assimilare completamente il Tibet all'interno della cultura e della società cinesi e sommergere demograficamente i tibetani trasferendo in Tibet un enorme numero di coloni. Questo, sfortunatamente, rivela come la politica cinese in Tibet sia ancora dominata dai rappresentanti dell'ultrasinistra, nonostante i profondi cambiamenti portati avanti dal governo e dal Partito in altre aree della Repubblica Popolare Cinese. Questa politica è indegna di una grande cultura e di una grande nazione come la Cina ed inoltre è contraria allo spirito del 21° secolo.
Oggi l'attitudine globale si muove verso una maggiore apertura, libertà, democrazia e rispetto per i diritti umani. Non importa quanto grande e potente possa essere la Cina, essa è pur sempre parte del mondo e prima o poi dovrà seguire l'attitudine mondiale. Nei prossimi mesi ed anni il cambiamento che è comunque in atto oggi in Cina, conoscerà una forte accelerazione. Come monaco buddhista vorrei che la Cina, la patria di circa un quarto dell'intera popolazione mondiale, potesse cambiare pacificamente. Caos ed instabilità porteranno solo ad un immenso bagno di sangue e a terribili sofferenze per milioni di persone. Ed una situazione del genere avrebbe anche serie ripercussioni sulla pace e la stabilità del mondo intero.
Come essere umano è mio sincero desiderio che i nostri fratelli e sorelle cinesi possano godere della libertà, della democrazia, della prosperità e della pace.
Se i cambiamenti in Cina porteranno nuova vita e nuove speranze per il Tibet e se la Cina potrà divenire un affidabile, costruttivo e importante membro della comunità internazionale, dipenderà se questa nazione continuerà a definire se stessa sulla base della sua potenza economica e militare oppure se deciderà di aprirsi ai valori e principi umani universali e considerare la sua forza e la sua grandezza attraverso di essi.
E a sua volta, questa decisione della Cina sarà in gran parte influenzata dal.1'attitudine e dalla politica che la comunità internazionale avrà nei confronti della Cina. Ho spesso attirato l'attenzione sulla necessità di portare Pechino nel flusso della democrazia mondiale e sono sempre stato contrario al suo isolamento. Una cosa del genere sarebbe sbagliata sotto il profilo morale e impraticabile sotto quello politico. AI contrario ho sempre consigliato, nei confronti del governo cinese, una politica di coinvolgimento responsabile e basato su dei principi.
Spero sinceramente che la dirigenza cinese troverà il coraggio, la saggezza e la visione per poter risolvere il problema tibetano attraverso dei negoziati. Non solo sarebbe utile per creare un'atmosfera politica che aiuterebbe una transizione morbida della Cina verso una nuova era ma migliorerebbe anche la sua immagine internazionale. Inoltre avrebbe anche un forte e positivo impatto sul popolo di Taiwan e migliorerebbe le relazioni cino-indiane creando un'atmosfera di genuina fiducia. I tempi del cambiamento sono anche i tempi delle opportunità. Credo veramente che un giorno ci sarà la possibilità di dialogo e pace poichè non ci saranno alternative per la Cina o per noi. L'attuale situazione in Tibet non può alleviare le sofferenze dei tibetani o portare stabilità e unità alla Repubblica Popolare Cinese. Presto o tardi la dirigenza di Pechino dovrà affrontare questa evidenza. Da parte mia rimango fedele alla politica del dialogo. Appena ci saranno dei segnali positivi da Pechino, i miei rappresentanti saranno pronti ad incontrarsi con i funzionari del governo cinese in qualsiasi momento ed in qualsiasi luogo.
La mia posizione sulla questione tibetana è netta. Non chiedo l'indipendenza. Come ho detto molte volte in passato, chiedo che al popolo tibetano sia data l'opportunità di esercitare un autentico autogoverno per poter preservare la sua civiltà e la sua peculiare cultura, religione, lingua e perchè il suo stile di vita possa crescere e continuare a vivere. Per questo è indispensabile che i tibetani siano liberi di gestire i loro affari interni e scegliere liberamente il loro sviluppo sociale, economico e culturale.
In esilio continua la democratizzazione della politica tibetana. A marzo dell' anno scorso informai i rappresentanti eletti dell' Assemblea dei deputati del popolo tibetano, che i tibetani in esilio avrebbero dovuto eleggere direttamente il prossimo Kalon Tripa (il Primo Ministro). Quindi lo scorso agosto, per la prima volta nella storia del Tibet, i profughi tibetani hanno direttamente eletto Samdhong Rinpoche come nuovo Kalon Tripa con l'84% dei voti. Si è trattato di un grande passo in avanti nella continua crescita e maturazione democratica della nostra comunità di esiliati. Spero che in futuro ance il Tibet possa avere un governo eletto democraticamente.
Voglio cogliere questa occasione per ringraziare i numerosi individui, membri di governo, parlamentari ed esponenti di organizzazioni non governative per il loro sostegno alla nostra battaglia non violenta per la libertà.. E' incoraggiante vedere come università, scuole, gruppi sociali e religiosi, artisti, comunità economiche così come gente di ogni provenienza, sono riusciti a comprendere i problemi del Tibet e adesso esprimono la loro solidarietà alla nostra causa. Similmente siamo riusciti a stabilire relazioni cordiali e amichevoli con i buddhisti cinesi e con la gente comune che vive all'estero e a Taiwan. La simpatia e il sostegno dato alla nostra causa da un crescente numero di sorelle e fratelli cinesi, costituisce un forte incoraggiamento ed è di grande rilevanza per noi tibetani. Colgo questa opportunità per rendere omaggio e pregare per tutti quei fratelli e quelle sorelle cinesi che si sono sacrificati per la libertà e la democrazia della Cina. Soprattutto vorrei esprimere, a nome di tutti i tibetani, la nostra gratitudine al popolo e al governo dell'India per la loro incommensurabile generosità e per il loro aiuto. Il crescente sostegno internazionale al Tibet riflette la simpatia e la solidarietà umane nei confronti della sofferenza e l'apprezzamento universale per la verità e la giustizia. Mi appello ai governi, ai parlamenti e a tutti i nostri amici affinchè continuino a darci il loro aiuto e la loro solidarietà con un rinnovato sentimento di impegno e di forza.
Infine rendo omaggio ai coraggiosi uomini e donne del Tibet che hanno sacrificato e continuano a sacrificare le loro vite per la causa della nostra libertà e prego anche perchè abbia presto fine la sofferenza del nostro popolo.
Il Dalai Lama Dharamsala, India NewsRoom