17
gennaio 2011
Quinta
Parola: «Onora tuo Padre e tua Madre»
(Es
20,12)


Note al tema "Quinta Parola" (tratte da fonte ebraica)
Nel terzo mese dall’uscita dall’Egitto i figli d’Israele arrivano
nel deserto del Sinai (Es 19,1). «Al terzo giorno, sul far del mattino, vi
furono tuoni e lampi e una nube densa calò sul monte mentre il suono dello shofàr
era molto forte e tutto il popolo che era accampato fu colto da spavento» (Es
19,16). Il Signore scende sul monte, Mosheh sale, e dopo un’ulteriore discesa
e risalita da parte di Mosheh «Eloqim pronunciò tutte queste parole dicendo»
(Es 20,1) ha inizio il matàn Torah, il dono della Torah.
Secondo il Midrash (Shemòt Rabbà, 29,9) tutta la terra era silenziosa,
nessun uccello cinguettava, nessun bue muggiva, nessun angelo saliva, nessun
serafino proclamava la santità di Ha-Shem. In questo profondo silenzio si udì:
«Anokhì Ha-Shem Eloqèkha». Rashi spiega che dapprima Eloqim pronuncia tutte
e dieci le Parole in un solo istante, poi ripete le prime due Parole. Come mai
le prime due Parole sono dette in prima persona, mentre le altre otto sono
invece in terza persona? Israele
era così intimorito e spaventato che sente il suono, ma non riesce a capire le
parole, che vengono poi ripetute da Mosheh.
Tutte
le parole che Ha-Shem pronuncia tuttavia non finiscono in Es 20,14, non si
limitano all’enunciazione del Decalogo, ma proseguono per ben undici capitoli,
da Es 20,19 fino a Es 31,17. Gli ultimi cinque versetti sono dedicati a Shabbat,
poi Ha-Shem termina di parlare con Mosheh sul monte Sinai e gli consegna le luhòt
ha-edùt, le tavole della testimonianza, «tavole di pietra scritte con il dito
di Eloqim» (Es 31,18).
Dopo il drammatico episodio del vitello d’oro e le terribili punizioni
che ne conseguono, Mosheh pianta la sua tenda fuori dall’accampamento e la
tenda diventa ohèl ha-moèd, la tenda dell’adunanza. Quando Mosheh entra
nella tenda la Shekhinàh entra con lui e Ha-Shem parla con lui come uno parla
con il suo amico (Es 33,11).
Mosheh si nasconde nella cavità della roccia quando passa la gloria di
Ha-Shem (Es 33,22) poi taglia due tavole come le precedenti e di nuovo sul far
del mattino sale sul monte (Es 34,4). Per quaranta giorni digiuna e scrive sulle
tavole dell’Alleanza (Es 34,28), poi scende dal monte con le tavole in mano e
il volto raggiante (Es 34,29).
Benché la Torah non lo precisi, secondo la Tradizione (Yalkùt Shimonì
I, § 299) le Dieci Parole erano scritte cinque su una tavola e cinque
sull’altra:
6.
Non uccidere
1. Io sono Ha-Shem
7.
Non commettere adulterio
2. Non avrai altri Eloqim
8.
Non rubare
3. Non pronunciare invano il Nome
9.
Non testimoniare il falso
4. Ricordati del giorno di Shabbat
10.
Non desiderare
5. Onora tuo Padre e tua Madre
La
Mekhiltà spiega che Ha-Shem incise le Dieci Parole su due tavole in modo da
istituire una corrispondenza tra la prima e la sesta, la seconda e la settima, e
così via. Ad esempio, «Non uccidere» è in parallelo con «Io sono Ha-Shem,
il tuo Eloqim» ad insegnare che uccidere significa profanare il Santo,
benedetto Egli sia, ad immagine del quale l’uomo è creato.
Perché
le Dieci Parole non vengono scritte su una pergamena o su un papiro, ma su
tavole di pietra? Pietra in ebraico è éven, termine che contiene le parole av
e ben, padre e figlio. Le Dieci Parole vengono scritte nel legame delle
generazioni che unisce i padri ai figli. Sono state incise, ma il Talmud
insegna: «Non leggere harùt, inciso, ma herùt, libertà».
«Kabbèd
et avìkha we-et immèkha affinché si prolunghino i tuoi giorni sulla terra che
Ha-Shem il tuo Eloqim ti dà». Il Talmud (jPeah, I,1) pone l’onore per i
Genitori tra le cose di cui l’uomo gode i frutti in questo mondo, e al cui
capitale attinge nel mondo a venire.
«Onora
tuo Padre e tua Madre» viene dopo le prime quattro Parole che concernono la
relazione con Ha-Shem (ben adàm la-Maqòm) e prima delle cinque Parole che
riguardano la relazione con il prossimo (ben adàm la-haverò). L’onore dovuto
al Padre e alla Madre è un riflesso dell’onore che dobbiamo a Ha-Shem. La
nostra origine ci trascende, come ci trascende il futuro dopo la nostra fine.
Filone
di Alessandria (30 a.e.c-50 e.c. ca) nel De Decalogo così scrive: al quinto
comandamento D. «assegna una
collocazione di confine tra le due serie di cinque: è, infatti, l’ultimo
della prima in cui sono stabiliti i precetti più sacri e si collega alla
seconda che comprende i doveri verso gli uomini. La ragione credo sia questa: la
natura dei genitori sembra essere al confine fra essenza immortale e mortale; la
mortale perché hanno in comune con gli uomini e gli altri animali un corpo
perituro, l’immortale per la facoltà di generare che li rende simili a D.,
genitore di tutte le cose» . E ancora: «Il primo elenco inizia, dunque, con D.
padre e autore di tutto e termina con i genitori che, imitando la sua natura,
generano i singoli individui (p. 69).
Nella
ripetizione del Decalogo di Levitico 19,3 la quinta Parola è leggermente
differente: «Ogni uomo deve temere sua Madre e suo Padre». Se in Esodo il
Padre precede la Madre, in Levitico è la Madre a precedere il Padre. Questo
insegna che i Genitori hanno pari dignità. Per quanto riguarda l’onore, il
Padre precede la Madre, per quanto riguarda il timore, la Madre precede il
Padre. La Torah sembra voler correggere la tendenza naturale a onorare
maggiormente la Madre, e temere maggiormente il Padre.
Kabbèd
vuol dire propriamente «dare peso». Lo psicoanalista Daniel Sibony interpreta
in questo modo: dai peso alla storia dei tuoi genitori. La quinta Parola pone un
limite, opera una rottura. I genitori hanno diritto alla loro storia, pertanto i
figli devono evitare di consacrare la propria vita a ripercorrere la loro
strada. Dai peso a tuo Padre e a tua Madre perché si prolunghino i tuoi giorni
significa: dai peso alla loro storia per non ripeterla. A volte dare peso ai
propri genitori vuol dire dare peso a ciò che essi non sono stati o non sono
riusciti ad essere .
Di
fronte alla quinta Parola abbiamo la decima: «Lo tahmòd, Non desiderare». La
Torah sa quello che scoprirà Freud: i
parentemi sono più forti degli erotemi. «Perciò abbandoni l’uomo il proprio
padre e la propria madre e si unisca alla propria moglie, diventando un’unica
carne» (Gn 2,24). Liberarsi, almeno in parte, della propria condizione di figli
è un requisito per potersi sposare e diventare a propria volta genitori.
La
quinta Parola è unilaterale? Non vi sono doveri dei genitori nei confronti dei
figli? Certamente ve ne sono, ecco ad esempio cosa insegna un brano talmudico:
«Il padre è tenuto, nei confronti del proprio figlio, ai seguenti obblighi:
circonciderlo, riscattarlo, insegnargli Torah, farlo sposare, insegnargli un
mestiere. E c’è chi dice anche: insegnargli a nuotare» (bKiddushin, 29a),
beninteso: insegnargli a nuotare nel gran mare della vita.
Vorrei
concludere con un passo di Yeshua ben Sira (II sec. a.e.c.): «Chi onora il
padre espia i peccati, chi onora sua madre è come chi accumula tesori. Chi
onora il padre avrà gioia dai propri figli e sarà esaudito nel giorno della
sua preghiera. Chi glorifica il padre vivrà a lungo, chi obbedisce ad Ha-Shem
darà consolazione alla madre. Chi teme Ha-Shem, onora il padre e serve come
padroni i suoi genitori. […] Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia, non
contristarlo durante la sua vita. Sii indulgente, anche se perde il senno, e non
disprezzarlo, mentre sei nel pieno vigore. L’opera buona verso il padre non
sarà dimenticata, otterrà il perdono dei peccati, rinnoverà la tua casa. Nel
giorno della tua tribolazione Ha-Shem si ricorderà di te, come brina al calore
si scioglieranno i tuoi peccati» (Sir 3,3-7; 3,12-15).
17 gennaio 2010
17 gennaio 2009- La giornata del Dialogo ebraico cristiano è stata sospesa in seguito ....
COMUNICATO STAMPA febbraio 2008
NUOVA PREGHIERA DEL VENERDI’ SANTO NEL “MISSALE ROMANUM”
Nella nota della segreteria di Stato vaticana, pubblicata dall’Osservatore Romano, che annuncia la modifica della preghiera per gli ebrei recitata il venerdì santo secondo il rito in latino del “Missale Romanum”*, si sottolinea l’eliminazione della frase che urtava la sensibilità del popolo ebraico.
Questa intenzione non va sottovalutata: è un passo avanti rispetto alla formulazione precedente, dai toni indubbiamente più inquietanti, della liturgia tradizionale; nello stesso tempo non ha, oggettivamente, quell’incondizionato rispetto per l’alterità, guardata peraltro con calore fraterno, che esprime l’analoga preghiera di Paolo VI**.
D’altra parte, pregare, in riferimento agli ebrei, che siano illuminati “i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini” significa disconoscere la dignità delle differenze nei percorsi di fede, considerandone alcuni nella luce della verità ed altri in una sostanziale oscurità; questo non sembra pienamente coerente con la dichiarazione NOSTRA AETATE e sembra trascurare tutta la grande e ricca esperienza del dialogo interreligioso di questi anni che ha mostrato la fecondità di poter essere interrogativo gli uni per gli altri e di offrire con spirito universalistico i tesori sapienziali e spirituali delle proprie tradizioni, superando il rischio di conflittualità e di eliminazione dell’altro, insito in una pretesa autoreferenziale di custodia della verità “tutta intera”.
L’inquietudine che si sta manifestando in seguito alla pubblicazione del contenuto di questa preghiera mostra la difficoltà di coesistere nella complessità, ma, d’altra parte, eludere la sfida del pluralismo religioso e “filosofico”, significa, di fatto, non responsabilità nei confronti della pace, prima condizione perché la vita sia vissuta in pienezza, come benedizione.
Luigi De Salvia (segretario gen. Sezione italiana WCRP)
* Questo il testo in latino della preghiera: «Oremus et pro Iudaeis Ut Deus et Dominus noster illuminet corda eorum, ut agnoscant Iesum Christum salvatorem omnium hominum. Oremus. Flectamus genua. Levate. Omnipotens sempiterne Deus, qui vis ut omnes homines salvi fiant et ad agnitionem veritatis veniant, concede propitius, ut plenitudine gentium in Ecclesiam Tuam intrante omnis Israel salvus fiat. Per Christum Dominum nostrum. Amen».
**"Preghiamo per gli ebrei: il Signore Dio nostro, che li scelse primi fra tutti gli uomini ad accogliere la sua parola, li aiuti a progredire sempre nell'amore del suo nome e nella fedeltà della sua alleanza. Dio onnipotente ed eterno, che hai fatto le tue promesse ad Abramo ed alla sua discendenza,ascolta la preghiera della tua Chiesa, perché il popolo primogenito della tua alleanza possa giungere alla pienezza della redenzione".
Lunedi 17 gennaio 2005
Amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il cuore ….amerai il prossimo tuo come te stesso.
Nella
giornata dedicata alla conoscenza dell’Ebraismo, lunedi 17 gennaio 2005 alle
ore 18, il dott. Umberto Piperno, rabbino capo della Comunità Ebraica di
Trieste, parlerà presso la sede in Pz. Rosmini
Sabato 17 gennaio 2004
Giornata del Dialogo Ebraico Cristiano
Museo Ebraico Carlo e Vera Wagner
via del Monte 7 ore 18.30
testo della conferenza tenuta dal Rabbino Capo dott. Umberto Piperno
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16 gennaio 2003
Mosè
parlava con Dio e tutto il
popolo rispondeva
Nella
giornata dedicata alla conoscenza dell’Ebraismo, giovedì 16 gennaio 2003 alle
ore 17.30, il dott. Umberto Piperno, rabbino capo della Comunità Ebraica di
Trieste, parlerà presso la sede della Comunità Luterana (Trieste, via San
Lazzaro 19).
17 gennaio 2002
17 gennaio 2001
"Il sentiero dei retti percorsi dell'ebraismo verso l'eternità"
17 gennaio 2000
Sono forse io il custode di mio fratello ?
IL
RICORDO DEL PATTO
L
'immagine dell'arcobaleno è da sempre sinonimo di pluralismo, varietà di
colori provenienti da un'unica fonte nonché immagine di tranquillità, del
ritorno del sole dopo la tempesta.
L
'uomo antico al pari di quello moderno prova ogni volta uno stupore che lo
ricollega alla sua dimensione esistenziale.
L'Arco,
segnale inequivocabilmente minaccioso, da segno di guerra e dichiarazione di
belligeranza tra due oppositori così come era sentito nella cultura pagana
diviene simbolo di unione e di pace tra il cielo e la terra.
Questo
passaggio appare chiaramente nel discorso biblico. Il valore semantico della
parola Arco - keshet è riferito comunque alla parola divina che la riferisce
alla Sua persona ed alla Sua azione: "ho posto il Mio arco nella nube,
avverrà quando porrò le nuvole, sarà il segno del patto"
E'
chiaro che non ci si riferisce solo al fenomeno naturale. La nube (anan) è la
dimensione della divina presenza che accompagna il popolo ebraico nel suo
cammino nel deserto, il segno di una Rivelazione che non può manifestarsi senza
l'interposizione
di un filtro immateriale che aiuti a comprendere la spiritualità. .
Nel
momento in cui Mosé implora il perdono divino dopo il Vitello d'Oro, il Signore
gli rivela i tredici attributi dietro una nube: i momenti del nascondimento di
D-o, compresi tra l'esilio e l'eclisse della Shoah vengono definiti dal
Deuteronomio il "Nascondimento del Volto".. Mai come adesso gli eventi
recenti ci inducono a riflettere su questo fenomeno nella fiducia incrollabile
che dopo la nube, dopo l'esilio e l'eclissi debba necessariamente lasciarsi
intravedere la Luce del Suo volto, la Luce dell'arcobaleno, segno del Patto.
Per
la prima volta nella Bibbia appare con l'arcobaleno la parola Berit, patto
sacrale tra 1'uomo e la Divintà. Si tratta di un patto unilaterale o piuttosto
di un covenant, convenzione stipulata tra le due parti, con impegni specifici? .
La
parola "OT", segno, è riferita già nel quarto della creazione ai
luminari, posti sul cielo come "segno" per le feste e per il computo
del tempo. Definire l' arcobaleno come segno accanto agli astri significa
sottolineare un segno di tempi nuovi di un rinnovamento nel rapporto tra
costruttiva della Creazione.
Nel
Pentateuco tre elementi fondamenti del mondo delle Mizvoth, obblighi relazionali
tra Israele ed il Signore, sono chiamati "Segno del Patto" e ciascuno
di questi è in relazione all'arcobaleno: la circoncisione, il Sabato ed i
Tefillin (filatteri) che contengono brani biblici dello Shemà e dell'uscita
dell'Egitto. Mettere in relazione il braccio e la mente, coordinare le proprie
azioni con la dignità della libertà nel ricordo della Schiavitù d'Egitto e
dell'intervento divino liberatorio "con braccio forte e mano distesa",
collega quotidianamente l'uomo con gli OTOT, segni dei prodigi divini che escono
dal corso degli eventi naturali e dai condizionamenti "atmosferici"
che stravolgono il corso dell’esistenza. L'uomo adulto legando a se i Tefillin
pone su di se un suggello che lo collega alla storia non solo negli eventi
passati bensì ad un controllo quotidiano dell'accordo tra la teoria e la
prassi. Questa scelta, tipica dell'adulto, perfeziona l'altro segno del patto,
suggellato nella carne dell’ottavo giorno di vita, il patto della
circoncisione.
Questo
patto di Abramo santifica l'uomo proprio nella parte fisica più soggetta agli
istinti per elevarle nella santità della creazione in una discendenza che
portava il messaggio di "giustizia e diritto" della Casa di Abramo.
I
discendenti di Isacco, insieme a quelli di Ismaele attraverso il patto della Milà
( circoncisione ) sottolineano ancora una volta un'eredità comune da custodire
e diffondere, per costruire e non per distruggere.
L'elemento
centrale del patto, il segno che si pone tra questi due segni portati sul corpo
è invece di natura spirituale e corrisponde in toto alle aspirazioni di
Israele.
Ci
riferiamo al segno del Sabato, settimo giorno della Creazione, fine ultimo ed
obiettivo degli sforzi precedenti.
Il
giorno del Sabato "segno eterno per le generazioni" segna,
contraddistingue l'ebreo che acquista la sacralità e la libertà attraverso il
tempo. L 'astensione dal lavoro creativo permette di proiettare la nostra
attrazione su un elemento spirituale che letteralmente ci dona un'anima
supplementare che irradia la sua luminosità sull'intera settimana.
Il
Sabato dell'uomo in collegamento con la sua osservanza, l' atmosfera creata
dallo studio e dalla preghiera, si trasforma nel Sabato della Storia, I' attesa
dei tempi messianici.
Nel
giorno del Capodanno ebraico, Rosh Ha Shanà definito dal Pentateuco
"Giorno del Ricordo" oltre al ricordo della Creazione, dimensione
universale - termine ab quo - si contano gli anni, assume un ruolo centrale, il
ricordo del Patto. Il personaggio di Noè viene interpretato nella preghiera
aggiuntiva del Capodanno nella prospettiva storica ed universale che emerge
dalla continuità nel presente del messaggio biblico.
Hai
ricordato Noè con amore portando le acque del diluvio come è detto: "si
calmarono le acque", quando? Dopo che il S. fece attraversare la terra da
un vento, soffio, spirito del S."
Noè
procedette con il S. Questa frase va riportata ad un modo di procedere relativo
ad Abramo "cammina di fronte a Me e sii integro".
Il
Midrah fa l'esempio di un bambino. Finche il piccolo, il padre deve tenerlo per
mano, mentre quando cresce, può lasciarlo camminare davanti.
La
stessa domanda è posta dai Maestri quando commentano il verso " Noè era
un uomo giusto nella sua generazione ".
Questo
è il dilemma della modernità, sapere vivere il proprio tempo nella propria
generazione senza assumere gli elementi negativi, senza farsi coinvolgere, se
infatti, Noè fosse vissuto nella generazione di Abramo? Sarebbe passato
inosservato oppure avrebbe esaltato le sue qualità.
Il
racconto del diluvio risulta curiosamente parallelo a quello della visione di
Sodoma e Gomorra.
Cambia
la punizione, proprio per mantenere il patto con l'umanità ma cambia
soprattutto il comportamento dei due personaggi nei confronti del decreto.
Abramo
riesce a contrattare la salvezza delle città fino al limite di dieci Giusti.
Salvando inoltre la Città di Zoar, mentre Noè pone in salvo solo la sua
famiglia, nella certezza o speranza che la stessa costruzione dell'Arca servisse
da richiamo per l'intera generazione, mentre Abramo preferisce impegnare le sue
risorse per adoperarsi per gli altri, per fare un fuoco presso cui fare
riscaldare tutti.
Noè
rappresenta un profeta disarmato o meglio un profeta muto che non ha la capacità
di gridare come Abramo 'Il Giudice di tutta la terra non farà giustizia?"
Noè ha la forza di agire con atti dimostrativi per rifondere fiducia a chi è
emerso dal diluvio, persino attraverso nella piantagione della vigna.
Il
futuro dell’Umanità dopo il Diluvio.
Il
testo che segue si avvale del contributo determinante della Parashat Noach, ( sito
www.menorah.it
Il
tema centrale del racconto biblico è senza dubbio il 'mabbul', il diluvio con
il quale D-o ha sommerso il mondo nell'anno 1656 della Creazione
(Seder
haOlam). si parla poi di un secondo grande evento: la dispersione dell'anno 1996
della Creazione che ha seguito la confusione delle lingue che D-o ha operato
nella valle di Shinnar.
Questi
due episodi, che sconvolgeranno drasticamente la storia dell'umanità, non vanno
intesi solo come semplici punizioni che D-o ha scagliato sull'uomo: dovremmo
invece soffermarci sulle grandi opportunità che abbiamo perso.
"Nel
secentesimo anno della vita di Noach nel secondo mese, il diciassette del mese,
in questo giorno, si spaccarono tutte le fonti del grande abisso e le cateratte
del Cielo si aprirono" (Genesi Vll, 11)
Lo
Zohar commenta il verso dicendo che il senso del Testo va oltre il semplice
fatto che nel diluvio l'acqua proveniva tanto dal cielo quanto dalle sorgenti
sotterranee.
Partendo dall'assunto che la parola "acqua" indica sempre "Torà",
lo Zhoar sostiene che "le cateratte del Cielo" si riferisca alla Torà
Scritta che viene direttamente dal Cielo ed è immutabile. Invece "tutte le
fonti del grande abisso" rappresentano la Torà Orale che nella sua
pluralità è affidata all'uomo perché attraverso di essa sviluppi la saggezza
della Torà Scritta.
In
quel momento della storia, dicono quindi i Maestri della mistica, c'era una
grossa occasione: era un momento molto favorevole, un momento degno della
rivelazione sia dall'Alto che dal basso.
Se
gli uomini fossero stati meritevoli avrebbero ricevuto allora la Torà. Invece
l'umanità era dedita ad ogni sorta di immoralità e particolarmente al furto.
Iddio,
dicono i Saggi, non può sopportare il furto perché, rubando, l'uomo dichiara
tutto il suo disprezzo verso il prossimo agendo egoisticamente.
Quando
gli uomini sono uniti, anche se sbagliano, la sentenza è meno grave.
Eccoci
quindi alla seconda occasione mancata della nostra Parashà. 340 anni dopo il
diluvio (nell'anno 1996 dalla Creazione) tutti i discendenti di Noach si erano
stanziati nella fertile valle di Shinnar.
Noach
era ancora vivo e così pure i suoi figli. Avram aveva 48 anni
ed
aveva già riconosciuto il Signore come Unico Creatore. Tutte le condizioni
erano favorevoli: c'erano a disposizione dei grandi Maestri, la terra era
fertile, tutti gli uomini erano assieme e soprattutto parlavano tutti l'ebraico,
la Lingua Sacra con la quale D-o ha creato il mondo ( cfr .Rashì). È invece
Nimrod a prendere il potere e ad usare la comunione di lingua e mezzi come
strumento di idolatria (cfr. Tb Sanedrhin 109a) in una folle impresa.
Il
Midrash (Pirkè deRabbì Eliezer, Targum Jonathan) commenta la forma plurale che
usa il Santo Benedetto Egli Sia annunciando la discesa (Genesi XI,7) dicendo che
Egli si sarebbe rivolto ai settanta angeli che circondano il Suo trono,
ordinandogli di diventare ognuno preposto ad una nazione diversa, mentre Israele
sarebbe rimasto dominio privato del Signore. (cfr. Deuteronomio XXXII,9 e
commenti in loco ).
Rav
JosefBechor Shor commenta in maniera leggermente diversa: le settanta nazioni
avrebbero conosciuto tutte le lingue per poi dimenticarle (tranne la propria
ovviamente) al momento della dispersione. Tale visione risulta molto
interessante: le differenze tra le nazioni esistevano già, ma loro invece di
vivere la ricchezza culturale che avevano, si appiattivano tutti verso una
pericolosa mono-cultura.
Secondo
il Bechor Shor, la Lingua Sacra diviene quindi dominio del solo Ever,
progenitore di Avraham.
E
da lui prende il nome: Ivrìt, ebraico dalla stessa radice di Ever .
L
'episodio della dispersione è particolarmente importante per il fatto che
rappresenta la premessa del mondo così come lo conosciamo oggi. In effetti è
poco dopo la dispersione, con l'avvento del terzo millennio che inizia con
Avraham l'”Epoca della Torà”. La differenziazione delle lingue, parallela
alla diversificazione di storia e sorte crea nel mondo degli schemi di rapporti
che durano ancora oggi.
Le
settanta nazioni, parallele al numero degli ebrei che scendono con Jacov in
Egitto, sono divise in tre gruppi secondo i figli di Noach.
Don
Izchak Abravanel spiega che ognuno dei figli diviene il progenitore delle
popolazioni di un continente. Shem è padre dell'Asia, Jefet dell'Europa e Cham
dell' Africa.
In
assoluto Shem viene ricordato come allusivo ad Israele (che pur non facendo
parte del conto dei settanta popoli discende da Shem) mentre Jefet viene preso a
simbolo di uno sei suoi figli: Yavan, la Grecia.
I
Saggi infatti interpretano la benedizione che Noach dà a Shem ed a Jefet per
averlo coperto dopo la profanazione di Cham (secondo il Talmud, Tb Sanedrhin 70a
Cham avrebbe castrato e/o sodomizzato Noach mentre era ubriaco) come da
riferirsi a Israele (quella di Shem) ed alla Grecia (quella di Jefet). In
particolare Shem/Israele viene benedetto con la spiritualità e i Batè Midrash,
le Case di Studio che fanno sì che il nome del Signore sia benedetto. Jefet/Grecia
vengono premiati con la bellezza, l'arte, la filosofia ed una qualche forma di
condivisione della benedizione di Shem/Israele. Ma di che si tratta ?
Il
Talmud (TB Yomà l0a) sostiene che ciò si riferisca al re Ciro, discendente di
Jefet, che ha permesso e favorito la ricostruzione del Santuario dopo la
cattività babilonese.
Diversa
è la visione nel trattato di Meghillà (9a). Lì il Talmud legge l'espressione
“yaft Elokim le - Yefetl” non
come “ Possa il Signore rendere esteso Jefetl”
ma come ” Possa il Signore concedere bellezza a Jefet “. Questa
diversa interpretazione della parola “
yeftl “, viene ricondotta ad uno specifico avvenimento storico.
Il
re egiziano Tolomeo ordinò a settantadue Saggi una traduzione della Torà in
greco. Questi vennero reclusi in coppie e miracolosamente tutte le 36 versioni
erano identiche. La cosa straordinaria è che tutti avevano modificato il testo
negli stessi punti per evitare la profanazione del nome di D-o ( con particolare
attenzione all'eliminazione di alcune forme plurali riferite alla Divinità).
Questa
traduzione, meglio conosciuta come "dei Settanta", introduce una seria
questione che ancora fa discutere al giorno d'oggi: la traducibilità
dell'ebraismo.
[2] "Non c'è differenza tra i Libri e Tefillin e le Mezuzot eccetto il
fatto che
i
Libri possono essere scritti in ogni lingua, ed i Tefillin e le Mezuzot non
vengono scritti altro che in Assiro (cioè in ebraico N.d.T.).
Rabban Shimon ben Gamliel dice: 'Anche per i Libri [i Saggi] non hanno permesso che vengano scritti in altra lingua [straniera] che il Grecò. " (Mishnà, Meghillà 1,8)
[3]
"Disse Rabbì Abbau a nome di Rabbì Jochanan: 'L'Halachà segue
[l'opinione] di Rabban Shimon ben Gamliel'. Ed ha detto Rabbì Jochanan: 'Qual
è la motivazione [dell'opinione] di Rabban Shimon ben Gamliel?' Ha detto il
Testo: 'Possa il Signore rendere esteso Jefet e risieda nelle tende di Shem'. Le
parole di Jefet siano nelle tende di Shem." (TB Meghillà 9b)
La
Mishnà [2] insegna che è permesso scrivere i libri della bibbia in qualsiasi
lingua straniera e poi la Ghemarà precisa [3] che ciò è valido solo per il
greco antico per via della sua particolare bellezza (che deriva dalla
benedizione di Jefet).
La
bellezza, l'arte e la filosofia possono essere una vera benedizione e, per Jefet,
lo sono. Esse però vanno indirizzate nello spirito della Torà. Esse devono
essere strumento per l'elevazione dell'umanità. Arte, teatro, filosofia e
soprattutto letteratura greca, tutto ciò ovvero che noi chiameremmo
"cultura classica", sono chiamate dai Maestri con l'appellativo di
"chochmà Yevanit", " Saggezza Greca" .
La
condivisione della benedizione spirituale di Shem da parte di Jefet è quindi da
relegare nella sfera del testo della Torà scritta: è permesso tradurla in
greco (mantenendo la sacralità del testo). Tefillin e Mezuzot restano però
necessariamente in ebraico. Il messaggio è che il mondo classico e quello
occidentale che ne deriva, possono conoscere nella loro lingua il testo biblico.
Diverso
è però per il mondo delle mizvot. Non si può tradurre una Mezuzà o i
Tefillin. Le mizvot sono in ebraico. Sono patrimonio unico del popolo d'1sraele.
Le mizvot sono legate al mondo della azione e sono quindi comprensibili solo
eseguendole perché si è precettati. E già hanno ampiamente spiegato i nostri
Saggi che una persona che è obbligata ed esegue un precetto è superiore
ad una che lo esegue volontariamente.
Il
senso della benedizione di Jefet dunque, è quello di poter condividere parte
della saggezza d'lsraele ma non parte della Torà. Anche i greci ed il mondo
occidentale hanno tanta saggezza ma ciò non significa che hanno Torà! La Torà
è l'immersione nel mondo delle mizvot, prerogativa del solo popolo d'lsraele.
Se la benedizione di Jefet è dunque anche il condividere parte di quella di
Shem, è possibile dire anche il contrario? Dal Testo non sembrerebbe. La
domanda è dunque se sia permissibile per un ebreo studiare la "Saggezza
Greca". A questo proposito c'è un interessantissimo passo nel Talmud che
vale la pena di chiamare in causa.
"Ben
Damà, il figlio della sorella di Rabbì Ishmael chiese a Rabbì Ishmael: 'lo ad
esempio, che ho studiato tutta la Torà intera, mi è permesso studiare la
"Saggezza Greca"? Leggi a proposito questo verso: 'Non diparta questo
libro della Torà dalla tua bocca, e mediterai su di esso giorno e notte' (Giosuè
1,8), esci e controlla un ora che non sia del giorno e non sia della notte e
studia in essa la "Saggezza
Greca"" (TB Menachot 99b)
Un
primo approccio a questo passo talmudico sembrerebbe negare qualsiasi forma di
interesse ebraico nella cultura classica, e nelle scienze. Evidentemente non è
così., la domanda di Ben Damà è posta male: come può uno dire di aver
studiato tutta la Torà intera?
non
si finisce mai di studiare Torà. Per questo motivo la risposta di Rabbì
Ishmael è così dura.
Se
uno pensa che la Torà sia come un libro di filosofia, bello ed interessante ma
che una volta finito si passa al prossimo, sbaglia di grosso.
Se
Ben Damà pensa di poter passare alla Cultura Greca perché ha esaurito lo
studio della Torà, allora non gli è permesso! Della Torà evidentemente non ha
capito nulla!
Studiare
la filosofia e le scienze è evidentemente permesso: si tratta solo di
verificare che cos'è che spinge allo studio. Se lo studio scientifico o
filosofico è finalizzato ad una migliore comprensione della Torà o alla
esecuzione delle mizvot, allora è come se si stesse studiando Torà. Studiare
medicina
ad esempio: salvare la vita umana è una grandissima mizvà. È noto del resto
che grandi maestri sono stati grandi medici (ad es. Rambam). Ma anche
l'ingegneria, l'architettura, la biologia ed ogni altra scienza sono importanti
se poste al servizio della Torà.
L'errore
è credere che per un ebreo ci possa essere una forma di saggezza che possa
prescindere o staccarsi dalla Torà. Studiare filosofia greca come "Torà"
sostitutiva è proibito nella maniera più categorica. Essa può essere uno
strumento, mai il fine.
Solo
la Torà e le mizvot sono il fine ultimo della vita di un ebreo. Ed infatti dice
il Pirkiè Avot a nome di Rabban Jochanan ben Zakai (11,9): "Se hai
studiato molta Torà non te ne vantare perché è per questo che sei stato
creato". Le tende di Shem, ossia la Yeshivà di Shem nella quale
studieranno Torà i patriarchi ( sic ! ! ! ), e tutte le future Yeshivot di
Israele sono i luoghi nei quali si materializza la benedizione di Noach.
Nimrod,
costruendo la Torre diceva "facciamoci un nome sicché non ci si
disperda sulla faccia di tutta la Terra" (Genesi XI,4) .
Il
Talmud (Sanedrhin lO9a) dice che "un nome" significa "un oggetto
di idolatria". La generazione della dispersione credeva di poter dare un
nome univoco ad ogni cosa, abbattendo la differenza tra le lingue.
C'è
un idolatria del nome, del termine, della parola, nella valle di Shinnar. Noach
ha invece detto: "Baruch A. Elokè Shem" (Genesi IX, 26) che
generalmente
traduciamo come "Benedetto sia il Signore Iddio di Shem", ma che può
essere anche letto come: "Benedetto sia il Signore Iddio del Nome (o dal
Nome)". Shem significa appunto "nome".
La
Torà ci dice nella nostra Parashà che la differenza culturale è una grande
ricchezza. Tutto sta nel mantenere la propria cultura nel rispetto di quella del
prossimo.
Sottolinea
però che non tutte le culture sono degne di rispetto: la cultura di Nimrod che
pretende di sostituire il Nome di D-o con il nome di un oggetto, la 'cultura'
dei nazisti che pretendeva di sostituire i nomi umani con dei numeri, la cultura
delle conversioni forzate, che pretendeva di cancellare dei nomi e delle lingue
dalla faccia della Terra; tutte queste ed altre purtroppo non sono degne di
alcun rispetto.
Concludendo
la Bibbia ci invita a materializzare la benedizione di Noach:
attraverso
lo studio della Torà e l'osservanza delle mizvot noi possiamo far sì che tutta
l'umanità torni a chiamare Iddio con un unico termine, allora sì si potrà
dire: "Benedetto sia il Signore Iddio del Nome".
"E
sarà il Signore come Re su tutta la terra, in quel giorno sarà il Signore
unico ed il Suo Nome unico" (Zecharià XIV ,9)
Giornata del Dialogo ebraico cristiano
Chiesa di S.Marco
Strada di Fiume 181
Rabbino capo dott. Umberto Piperno
"Il sentiero dei retti percorsi dell'ebraismo verso l'eternità"
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