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Nulla si crea e nulla si distrugge…

Che nulla si crei e che tanto meno lo si possa poi distruggere è ormai un concetto, o meglio una verità diffusa, forse tra le più diffuse conoscenze collettive e sicuramente tra i saperi che imparati una volta a scuola non li si scordano più. Nuove forme d’arte a partire dal secolo scorso hanno fatto delle leggi di Lavoisier una nuova fonte di ispirazioni; quello che per altri è stato scarto, (immondizia, inutilità, ogni avanzo di qualsiasi genere, da eliminare obbligatoriamente, ed allontanare dalla vista e dal quieto vivere) per altri è diventata vena di estro artistico. Il riutilizzo di materiali da scarto esiste da sempre. Pensate ad esempio a quanti diversi modi nelle tante diverse culture e sapienze culinarie esistono del conservare gli avanzi di cibo. Peraltro, molte tra le ricette più succose nascono proprio dal riciclaggio degli alimenti. Oppure cambiando completamente tema, rispetto al primo esempio, alla trasformazione dei residui organici (vedi letami delle deiezioni animali) in gas utile. Il riutilizzo di materiali nell’espressioni artistiche invece è meno diffuso che nelle arti culinarie, (anche se negli ultimi tempi prende sempre più piede), ma il principio è lo stesso: ciò che per gli altri è “nulla”, loro lo plasmano in pura arte, forgiando un nuovo concetto, un nuovo modo di considerare la materia. Da ciò che andrebbe distrutto rinasce utilità. Andando indietro nel tempo scopriamo che nella storia dell’arte, il riuso di materiali relativi alla creazione artistica è più frequente di quanto non si creda: in pittura è stato sistematico il riciclaggio di tavole, di cornici e di tele; per non parlare di intere pareti rifatte e/o ridipinte, al punto da creare opere ibride, molteplici, contenute o sostenute da un unico supporto; in scultura i materiali più preziosi sono stati oggetto di continue trasformazioni e riutilizzi anche il David di Michelangelo nacque da un blocco di marmo già intaccato da un altro scultore); in architettura i detriti, in qualità di materiale inerte, fanno parte integrante della storia delle costruzioni, ma anche le rovine del passato sfruttate come sostegno per nuovi edifici rientrano in un discorso affine ed esiste un termine ad hoc: spoglio, per indicare quei pezzi di costruzioni antiche presi e rimessi in opera per costruzioni nuove (come le colonne di templi distrutti ricollocate nelle chiese cristiane). Il concetto di scarto va quindi riclassificato. Abbiamo visto come il riciclaggio degli avanzi sia cosa antica, ma è solo con l’arte moderna che lo scarto diventa protagonista. Kurt Schwitters innalza con il Merzbau (dal 1923) un vero e proprio monumento alla spazzatura, Pablo Picasso, che sin dai tempi del Cubismo aveva incollato pezzi di giornale e carte da gioco sulle sue tele, trasforma un manubrio e un sellino in una testa di toro (Testa di toro, 1943), Piero Manzoni giunge a mettere in scatola i propri escrementi (Merda d'artista, 1961).

Testa di toro

(Pablo Picasso, 1943)

Merda d’artista

(Piero Manzoni, 1961)

Merzebau

(Kurt Schwitters, 1923)

Ruota di bicicletta

(Marcel Duchamp, 1913)

Lo scarto è diventato protagonista allora, ma il modo di elaborazione varia: assemblaggio è la sua utilizzazione come elemento materico da comporre secondo schemi astratti o naturalistici, inserzione il suo collegamento ad altri materiali secondo libere scelte dell'artista, camuffamento e/o trasformazione il suo uso nascosto per non apparire ciò che è, e infine riproduzione la sua stessa rappresentazione come oggetto di una diversa operazione creativa. Nel corso del Novecento tutte queste operazioni sono state sperimentate, rivelando da un lato negli artisti l'amore privo di pregiudizi per la forma in sé, per cui è bello anche il detrito o il lacerto, il rudere o il relitto, dall'altro la riflessione sull'immoralità dello spreco e la sua denuncia, esplicitata dal riciclaggio e dall'esibizione. Waste dicono gli anglofoni, e intendono spreco e rifiuto insieme. Dopo questa prefazione, incentrata sull’arte del riciclo, che è servita a chi come me (fino a qualche giorno fa) si trovava completamente digiuna a riguardo, iniziamo a presentare il nostro artista tutto montedorese: “Ciccio” Licata, che ormai vive da alcuni anni a Liege. Il nostro Ciccio (detto anche Cesco) assembla esclusivamente con viti e bulloni scarti d'uso (vetro, ferro,rame e allumio) in somiglianza di oggetti reali, inserendo in alcuni casi anche dei piccoli motori che permettono di dare vita agli oggetti; le sue forme sono ispirate da residui e rottami metallici, osservati e raccolti casualmente, che egli riproduce e riplasma, per poi ricomporli estrosamente, creando figure stlizzate, primitive, cubiste (Il primo fu lo scozzese Eduardo Paolozzi nel primo dopoguerra). Carcasse metalliche ormai inutili, frammenti e sezioni di ferro, alluminio e anonimi scarti di leghe ferrose vanno componendosi in oggetti nuovi modellati e ricongiunti, squarciati e mischiati insieme, Proprio per questo Ciccio è un artista, la costruzione finale di una sua opera, composta inaspettatamente da elementi remoti e dimessi, risultano piacevoli alla vista e se ne apprezza l’ingegno e la fantasia. Da sempre, rimango alquanto sbigottita, a volte persino schifata o indifferente, davanti ad opere d’arte (moderna), che difficilmente comprendo e che, in ogni caso non mi comunicano nulla. Le opere di Licata, invece, sono riuscite a divertirmi, hanno suscitati emozioni. Sono oggetti che si animano, per parlare a tutti…anche a chi come me, con la più parte delle opere moderne non riesce ad interagire. Ciccio ha già esposto i suoi oggetti sculture in Olanda, Belgio, Lussemburgo e Italia, riscuotendo un discreto successo.

GUARDA LE FOTO DELLA MOSTRA DI CICCIO