![]() |
Vincenzina Alessi è stata premiata dalla prestigiosa Accademia Nazionale di Lettere, Arti e Scienze "Ruggero II di Sicilia" a Palermo presso il Teatro del Convitto Nazionale di Stato ( piazza Sett'Angeli, alla Cattedrale) ed ha ricevuto il 3° Premio al Concorso Nazionale di Narrativa "G.Verga" organizzato dalla suddetta accademia con i racconti "Lo Scampirro" , " La Scappuccia " e "La gita della scuola" ricevendo una Coppa ed il Diploma dell'Accademia. La giuria era presieduta dal Principe Col. Prof. Amerigo Coroneo, dalla Prof.ssa Angela Piazza e dalla Prof.ssa Lina Contino .Erano presenti alla cerimonia di premiazione L'onorevole Marcello Tricoli, L'On. Sanfilippo e varie autorità locali. ed ecco i racconti (sono brevi e da leggere d'un fiato) così potete, se volete leggerli, esprimere liberamente una vostra opinione; |
||
La gita della scuola Ritornando indietro con la memoria, ricordo quando andavo alla terza elementare: avevo appena otto anni. La scuola si trovava lassù, alla fine di una scalinata che ogni mattina mi sembrava interminabile. La chiamavamo “ LU RICOPARU” e non ho mai saputo se aveva un nome ben preciso. Era un palazzone a due piani con cinque stanze per piano; quelle del pianterreno non comunicavano tra loro ma ognuna di esse aveva un portone che si apriva in uno spiazzale. A noi bambini ci sembrava grande ed imponente perché era l’unico palazzo del paese che aveva più di un piano. In quel periodo le classi erano abbastanza numerose e si facevano due turni: uno mattutino e uno pomeridiano. La mia classe era composta da quarantacinque alunni. Ogni mattina tutti salivamo quella scalinata, la maggior parte vestiti col grembiule nero ed il fiocco blu. Ogni mattina tutti i bambini di buon’ora andavamo a scuola e aspettavamo le maestre che con le chiavi in mano aprissero le porte delle classi. Le maestre le chiamavamo: Signorine, quando ci rivolgevamo a loro per qualsiasi cosa, o che non avevamo capito qualcosa; o che chiedevamo il permesso per andare a fare l’atto piccolo o l’atto grande ( così dicevamo per andare in bagno). Fuori dalla scuola eravamo come dei selvaggi, andavamo a fare i nostri bisogni all’aperto a “LU CUAZZU TUNNU”. Erano altri tempi: più povertà e meno civiltà. In cinquant’anni sono passate tante cose brutte ma anche tante cose belle, e chi se li ricorda vede quali grandi differenze e quali grandi cambiamenti sono successi in questo periodo. Mi ricordo perfettamente tutte le mie maestre e quelle delle altre classi.La Maestra Serafina Valenti, teneva molto allo studio ed al galateo. Non ci castigava mai, come facevano gli altri che tenevano all’angolo per più di mezz’ora oppure in ginocchio per alcuni minuti. La Maestra Tortorici, era la sorella del medico condotto locale, aveva un altro metodo d’insegnamento, sbagliato secondo me; se c’era un bambino che non apprendeva subito quello che spiegava, lo metteva accanto a lei sulla cattedra e ci ordinava di alzarci tutti in piedi ed ad alta voce ci faceva dire “Asino, Asino” in continuazione e lei all’orecchio, del malcapitato di turno, gli ragliava come un vero somaro. Tutti i bambini eravamo traumatizzati da quel modo di educare. A chiunque toccasse quella farsa da burattini faceva pena. Un giorno chiamò alla cattedra, per il solito trattamento, una mia cugina ed io dalla rabbia, non potendo sopportare quell’idiozia, sbottai gridandole con tutti i nervi che avevo e dicendole apertamente che la vera “SCECCA” ed asina era lei, ricordo che la classe raggelò al pensiero di con quale castigo sarei stata punita; invece lei mi guardò a lungo e poi con un mezzo sorriso mi mando a sedere al mio posto. La Signorina Clementina Tulumello, era una buona educatrice ed anche una buona insegnante, sempre con un sereno sorriso in bocca. Sapeva sempre prendere tutti i bambini per il verso giusto. Conoscendo anche da quale ambiente familiare proveniva ognuno di noi, sapeva comprendere e capire anche coloro che non erano tanto bravi e apprendevano lentamente; lei non glielo faceva pesare anzi li incoraggiava dicendogli: “Vedrai diventerai il più bravo della scuola”. La Maestra Luigia Rizzo, mamma mia quanto era magra! Sembrava una statua mal fatta, specie quando camminava con quei piedi “A PIRICHE’”. Ci sembrava un fantasma vestito di nero, aveva il naso ad uncino e i denti all’infuori specialmente i due denti di sopra li aveva più grandi e sembrava un coniglio. Secondo lei gli alunni non erano mai abbastanza bravi ed a certuni li rimproverava dicendogli: “Cosa venite a fare a scuola solo per riscaldare il banco? Andate a raccogliere le olive o le mandorle o a fare i servi, perché avete la testa come le zucche”. Ma la vera testa di zucca era lei che non capiva le condizioni di chi gli stava davanti e quali sacrifici facevano per poter andare a scuola. Le classi erano troppo numerose per una sola maestra. Loro dicevano: “Noi siamo come il contadino e voi come la terra; le nostre parole sono come un seme che va nella vostra testa, se la mente e buona, come una terreno fertile, il seme produrrà una pianta forte e rigogliosa e così voi, cari bambini, dovete aprire la vostra mente e fare entrare il nostro insegnamento. Però loro non capivano che ogni bambino era diverso l’uno dall’altro e ammiro il sistema scolastico di oggi che se un bambino ha bisogno vi sono i corsi di recupero oppure l’insegnante di sostegno, che mettono ogni alunno nelle condizioni di raggiungere eccellenti risultati nelle sue capacità. La Signorina Salvatrice Salvo, per me era un’ottima insegnante. Noi bambine l’adoravamo di come ci capiva. Gli insegnanti maschi,invece, per noi femminucce erano il terrore. Il Maestro Paolo Piccillo, del quale sono stata sua alunna in quarta e quinta elementare. Era un bravo insegnante ed un bravo educatore; si faceva valere sia come persona sia come maestro. Aveva tutta una sua personalità; dava un senso di preziosità ad ogni cosa e ci ha faceva capire cosa voleva dire scuola e che cosa era veramente lo studio. Come supplente, a volte, veniva in classe il Maestro Attardi. Era solito dare bacchettate sulle mani agli alunni; era orribile vedere quei bambini con le manine sul banco e lui pronto con la bacchetta e se qualcuno ritirava le mani , lui con una del sue manone, lo teneva e con l’altra dava giù senza limite. Non lo sopportavo mi veniva voglia di darle a lui le bacchettate. Poi ricordo ancora Don Totò Messana; il Maestro Petix Angelo; il Maestro Milazzo, preciso e dispotico; il Maestro Petix Arturo, che con la sua insolita magia ci faceva ridere, ma faceva anche a volte paura a noi poveri bambini senza esperienza di vita. Invece il Maestro Beniamino Tulumello, era sempre pronto, a chi non capiva bene cosa aveva detto nella lezione, a ripetere tutto di nuovo daccapo con calma e precisione; era anche una persona molto buona. Il Maestro Messana Lillo ci faceva cantare in coro “Va Pensiero”, facendoci fare le doppie voci di basso e di tenore e con molta precisione ci faceva convertire i suoni della musica con la voce. Tanti altri maestri passarono per quella scuola negli anni che io fui scolara. Ma quella che ancora mi ricordo è la gita, chiamiamola gita, è stata più una lezione di vita a cielo aperto che un divertimento. Era primavera. Come ogni anno, tutti i maestri ci portavano in campagna a visitare qualche masseria a farci vedere le pecore ed a mangiare la ricotta. Quell’anno ci portarono alla “PIRRERA DI LI GRUTTAZZI”. Tutti ci siamo messi di buona mattina in cammino per la miniera, che si trovava ad un paio di chilometri dal paese. Messi in fila per due cantavamo per la strada “SCIURI, SCIURI, SICILIA BEDDRA TU SI NA SCIURERA….”. Arrivati alla miniera, quel buco scavato nella roccia, nella mia mente di bambina mi fece molto impressione. Mi sembrava, così come mi raccontava mia nonna, una “VUCCA D’IMPIARNU”. Vedevo tutte quelle persone, ma che dico, quei poveri diavolacci resi senza personalità, a torso nudo, tutti con la stessa espressione di dolore che non faceva distinguere neanche i lineamenti del viso. Sulla loro faccia nera si intravedevano due occhi brillare come lucciole nella notte più nera. Salivano chini ad uno ad uno con grossi sacchi carichi di terriccio da cui sarebbe stato poi estratto lo zolfo. Tutti sudati; la pelle impastata sembrava ricoperta di una crema nera a sfondo giallastro. Ogni scalino che facevano si riposavano per pochi secondi e, con un respiro affannoso, uscivano all’aperto scaricando i sacchi accanto all’apertura della miniera. Ricordo che mentre io ero attenta a osservare quei poveri cristi, quei “CARUSI” di quattordici, sedici anni, mi si avvicinò “LU ‘ZZI PEPPI ARBA” chiedendomi di chi ero figlia; ma io non risposi perché ero ancora intontita da quella visione per me infernale, di quei poveracci malandati; lui mi disse: “Lu vidi figlia mia comu si scutta lu pani ni la pirrera, pirchì ancora nun ci sunnu li vaguna. Vidi chissi du c’acchiananu: unu è ma figliu Totò e chiddru appriassu è Pippiniaddru Ciraulu. Vidi comu cancianu , nun parinu ‘cchiù iddri; di quantu ijettanu sangu ni la fossa di la pirrera”. In quel momento si avvicinò il maestro Tulumello e quel poveraccio continuò a parlare dicendogli: “Vidissi, Don Beniamì, nun aviammu ‘cchiù suspiru e mancu voglia di campari e siammu sulu scecchi di issaru buani sulu a travagliari”, e indicò Turuzzu Maccu che con un enorme sacco sulle spalle stava uscendo da quell’orribile fossa e improvvisamente arrivato all’ultimo scalino cadde per terra tenendosi il petto con le mani forte forte, imprecando: “Miagliu muriri ora stessu, ca fari sta vita peggiu di li cani” e rivolgendosi a noi continuò urlando: “La morti è na liberazioni!” e stramazzò perdendo completamente i sensi. Mi sentii molto male a vedere gli altri minatori soccorrerlo e tentare di rianimarlo: chi gli batteva le spalle, chi gli alzava le braccia e chi gli buttava acqua sul viso. Lui sembrava morto, con la bava alla bocca. Dopo svariati tentativi aprì finalmente gli occhi e bevuto un sorso d’acqua si rialzò e riprese il lavoro come nulla fosse successo. Episodi come questo accadevano frequentemente e ogni tanto qualcuno veramente non apriva più gli occhi, tra la disperazione di tutti i minatori che temevano che quel destino potesse capitare pure a loro. Da quella “GITA” mi resi conto di quanto si potesse soffrire per portare a casa un tozzo di pane per continuare quella misera vita. Da quel giorno non ho più invidiato la mia amichetta Rosaria quando mi diceva, vantandosi con orgoglio: “Ma patri travaglia a la pirrera e porta la quinnicina intra”. Tra me e me benedissi il mestiere di mio padre, che faceva il pastore e che anche se non portava a casa la “QUINNICINA”, ero sempre sicura che portava a casa se stesso e sulle sue spalle non arrancava un sacco di zolfo ma un tenero agnellino per festeggiare il suo ritorno. |
La ScappucciaNervoso lo ‘Zzi Calò andava “tantiannu” con le mani al buio nel disperato tentativo di trovare una “stiarina”. Fuori la pioggia scendeva a catinelle e tra un lampo ed un tuono egli andava dicendo: «A lu scuru ristavu sta sira!? unni la potti mintiri sta stiarina?!» Ormai aveva cercato in tutti gli angoli della casa e mentre dava pugni rabbiosamente sul muro, come d’incanto, la luce ritornò illuminando a giorno la stanza buia. Lo ‘Zzi Calò inchinatosi cominciò a baciare il pavimento, benedicendo colui che aveva inventato la luce elettrica. Ma prima che andasse via di nuovo la luce, continuò, affannosamente, a cercare ma non trovando niente, decise di uscire ed andar a comprare una candela. Guardò fuori la porta e vedendo che continuava a piovere indossò la sua nuova “scappuccia”, quella di plastica, che gli aveva portato il figlio Paolino dal Belgio. La mise, si guardò allo specchio dell’armadio, si girò e rigirò per due volte e soddisfatto uscì chiudendo la porta a chiave. Per strada continuò a benedire il figlio, per quel regalo che oltre a non farlo bagnare lo teneva anche caldo. Si avviò di fretta ma fatti pochi passi, di colpo finì di piovere e allora, per non sgualcire quel prezioso dono, tornò indietro per posarlo. Arrivato proprio davanti alla porta, la luce andò via di nuovo e nell’oscurità lo ‘Zzi Calò mise la mano in tasca e prese un chiavone di ferro che pesava più di mezzo chilo, ma col le mani fredde e bagnate gli scivolò per terra. Lo sentì rimbalzare per strada alcune volte e chinatosi, dopo alcuni minuti, tra una bestemmia ed una lode, riuscì finalmente a trovarlo. Era già tardi, quasi le otto di sera, e d’inverno a quell’ora, con le luci spente, non si vedeva neanche ad un palmo dal naso. Lo ‘Zzi Calò dopo alcuni tentativi riuscì a centrare la toppa della porta e dopo averla aperta, posò la “scappuccia” sopra una sedia dietro di essa e richiudendola si riavviò al buio. Quasi ottantenne, «Quattru vintini» rispondeva a chi gli chiedeva l’età, abitava da solo da quando gli era morta la moglie. Era ancora arzillo ed abile a farsi tutto. Abitava in un “dammusu” arredato dallo stretto necessario; anzi, cosa rara per quell’epoca, aveva l’armadio con lo specchio; regalo della figlia prima di partire per l’America. Lui ne era orgoglioso tanto che sempre diceva: «Intra ni mia ci ajiu lu guardarrobbi cu lu specchiu!». Rientrato a casa con la candela la posò in un cassetto, ne aprì un altro prese del pane e “lu cumpanaggiu: quattru passiluna e tanticchia di tumazzu viacchiu”, prese dell’acqua da “lu bummulu” riempì la “cannata”, mise tutto sul tavolo e, facendosi il segno della croce, si mise a mangiare. Finito di cenare, per digerire, cominciò a passeggiare su e giù per la stanza, ma guardandosi intorno lo sguardo cadde sulla sedia dietro la porta, accorgendosi che era sparita la “scappuccia”. Preoccupato cominciò a girare e rigirare per tutta la stanza cercando di pensare dove l’avesse messa. «L’ha misi ‘cca!? propriu ‘cca!? lu ijuru!» e sbattendo la sedia si metteva le mani tra i capelli per cercare di ricordare tutto ciò che nelle ultime ore avesse fatto. Cominciò a ripercorrere passo passo tutte le mosse di quella sera, ripetendo ad alta voce ciò che ricordava: «Circavu la stiarina, picchì era a lu scuru. Nun la truvavu. Mi misi la scappuccia, pi nesciri. Chiuijvu la porta. Arriggiravu picchì nun chiuviva ‘cchiù. Rapivu la porta, e comu è vero che c’è Dio, ‘cca l’ha pusavu!!» e metteva le mani sul quadrato intrecciato di cordicella della sedia dietro la porta. Ripetendo sempre le stesse cose continuò a cercarla in tutti gli angoli della casa e speranzoso di averla messa in un altro posto arrivò a guardare addirittura sotto il letto, ma non trovò niente. Ormai sfinito e confuso cominciò a pensare che la casa fosse infestata da spiriti maligni. Disperato non aveva pace parlava da solo, aveva persino paura di andarsi a coricare e “lu sangu”, intanto, “c’ingrussava” nel pensare che quel giorno era di 17 e pure di venerdì. Pregava tutti i santi per aiutarlo a scacciare gli spiriti immondi che quella sera si erano scagliati contro di lui. Ma alla fine, veramente stanco ed abbattuto, andò a letto e si addormentò. La ‘Zza Rò Parrucca, detta la “Papaluna”, si svegliò come al solito allo stesso orario degli altri giorni. Scese dal letto e lamentandosi per i suoi dolori articolari, si avviò verso il camerino dove c’era la “quartara” piena d’acqua, riempì “lu vacili” per lavarsi la faccia; ma mentre con la brocca prendeva l’acqua, gli cadde lo sguardo proprio dietro la porta e vide un indumento strano ed estraneo sulla sedia. Era la “scappuccia” dello ‘Zzi Calò. Essendo un tipo abbastanza impressionabile, subito s’impaurì e portandosi le mani alla faccia cominciò a pensare che quella cosa, la notte precedente, l’avesse messa lì qualche diavolo. Si vestì in fretta e furia, mise il fazzoletto in testa, aprì la porta e chiamò affannosamente il fratello Fofò, che abitava dall’altra parte della strada. Nel fargli vedere quella orribile scoperta, continuava a chiedersi, sempre più agitata, come avesse fatto ad entrare in casa sua quella cosa lì. Anche il fratello alla vista di quell’indumento rimase sorpreso e allibito. La ‘Zza Rò piangeva e singhiozzava come una bambina; Fofò nel consolarla gli diceva che ci avrebbe pensato lui a smascherare la persona meschina che gli aveva fatto quello stupido scherzo; perché si trattava sicuramente di uno scherzo, di cattivo gusto, ma soltanto di uno scherzo. Lei senza neanche ascoltarlo continuava a parlare e ripeteva sempre a non finire: «A mia! Propriu a mia; ca sugnu sula, vedova e senza maritu; senza figli, malata e cu tanti dulura. Na fattura mi ficiru! Ma picchì?! Iju non aiu mai fattu mali a nuddru, mancu a na musca. Stanotti ‘cca intra trasì lu diavulu, pi farmi un malificiu. E quannu sinni ij, ‘ccà, ‘ncapu la seggia, si la scurdà sta cosa ladia!». Tutti la dentro tentavano di calmarla e convincerla che si trattava soltanto di uno stupido scherzo; ma lei terrorizzata rispondeva: «Allura, dicitimi?! Cu ci la misi sta cosa ‘cca? La viditi!? E’ ‘nnavanzi a li vostri uacchi! Chi sugnu na pazza visionaria o è realtà!? E allura arrispunnitimi!? Si nun ci la misi lu diavulu cu ci la misi? La porta arsira era chiusa cu dodici firmuni, e accussì la truvavu stamatina! E siccomu aijari nun vinni nuddru intra ni mia! Cu ci la misi sta cosa ‘cca? Lu parrinu vuagliu ca mi binidici la casa e c’abbruscia sta cosa. Livatimila di davanti l’uacchi, se no pazza staiju addivintannu!» e togliendosi il fazzoletto, che ancora teneva stretto in testa, e girando vorticosamente attorno alla stanza andava facendosi il segno della croce gridando: «Ijtivinni di sta casa o maliditti! Ijtivinni di sta casa ……». Anche quella mattina piovigginava. Lo ‘Zzi Fofò, che era noto in paese per la sua saggezza, prese la “scappuccia” se l’ha mise in testa e cominciò a passeggiare, sotto la pioggia, su giù per la strada. In quel mentre, dall’altra parte del marciapiede, passava lo ‘Zzi Calò che tornava a casa sua dopo esser andato a comprare la solita “‘mroglia minuta”; ma non appena vide il suo vicino, con la sua “scappuccia” in testa, gli venne un colpo e con gli occhi arrossati dalla rabbia gli corse incontro, lo prese per le spalle e si mise a gridare come una sirena dei pompieri: «Latru, ‘mpami! Puri li suspetta mi fa!». Lo ‘Zzi Fofò, a quelle parole, come una furia d’inferno, lo afferrò per la testa cominciando a gridare più forte: “Puarcu e disonestu! A tia vaiju circannu. Comu facisti a mintiri intra ni ma suaru sta cosa ladia, maliditta e fitusa comu la to facci?! Comu ti pirmiatti a fari sti cosi e fari scantari li puvireddri a morti?». «Cu è maliditta?!» rispose lo ‘Zzi Calò strappandogli, infuriato, dalle mani la “scappuccia”. «La to scappuccia nun vidi chi ‘nfiarnu sta faciannu succediri?! Nun aviva ragiuni a diri ca è maliditta?» cominciò a gridare la ‘Zza Rò non appena vide i due che stavano bisticciando. Tutto il vicinato si era riversato in strada nel tentativo di sedare quella che oramai si era trasformata in una vera e propria zuffa. Lo ‘Zzi Calò diceva che la “scappuccia” l’aveva lasciata a casa sua dietro la porta sulla sedia e chiedeva come mai ce l’avesse addosso lo ‘Zzi Fofò; la ‘Zza Rò ribatteva che se l’era trovata dietro la porta sulla sua sedia, e continuando a maledirla gridava: «Vidi ca è magica e ‘ndiavulata ca passa midè li mura?!»; «Ma chi magica e ‘ndiavulata! …. – insisteva lo ‘Zzi Calò - …. To frà mi l’ha ‘rrubbà!». Ma stanco e offeso, lo ‘Zzi Fofò si mise sul marciapiede e puntando il dito verso lo ‘Zzi Calò fece valere la sua nota saggezza e come un giudice sentenziò: «E’ la tua “scappuccia” che è maledetta e piena di spiriti maligni!» voltò le spalle e con passo fermo andò via. E che furono quelle parole, in pochi minuti si diffusero per tutto il paese. Sia i bambini che i grandi, i sarti e i calzolai, il notaio e il farmacista, accorsero per vedere ed ammirare quella “scappuccia” magica che trapassava i muri e maledetta che faceva spaventare le persone indifese. Dopo un po’ se ne sentivano dire di tutti i colori: chi l’aveva visto volare per i cieli del paese; chi l’aveva visto ballare per le vie; chi, invece, l’aveva visto far spuntare tante cose buone da mangiare. Ormai quella “scappuccia” era diventata uno sfogo; ognuno la vedeva a modo suo, secondo i propri desideri repressi. Venuti a conoscenza i carabinieri accorsero per constatare l’accaduto e porre fine a quelle stupide dicerie. L’appuntato Pernici, non appena arrivato subito fece sgombrare la strada, prese in disparte i due litiganti e facendoli calmare, con voce ferma ed autoritaria, chiese loro di raccontare come stavano i fatti. Lo ‘Zzi Calò cominciò per primo, raccontandogli della “scappuccia” regalo del figlio Paolino, della candela, della chiave cadutagli per terra e della nottataccia a cercare. Poi lo ‘Zzi Fofò cominciò a raccontare della sorella, di quell’orrenda scoperta sulla sedia dietro la porta di casa sua, delle sue paure e delle sue invettive. Il milite si portò una mano in testa e con l’altra afferrando la bandoliera si appoggiò al muro mettendosi a pensare; poi rivolgendosi allo ‘Zzi Calò cominciò a dire: «Allora, era buio ieri sera quando tornò a casa per posare l’impermeabile! Giusto?», «Signor si comandante! Era tuttu a lu scuru, picchì sinn’aviva ijutu la luci» ribattè, a voce in su, lo ‘Zzi Calò; «Si calmi, si calmi….. - continuò con voce sicura l’appuntato - …. e venite tutti con me. Voi signor Calogero prendete la vostra chiave!» lo ‘Zzi Calò rimase sorpreso a quella richiesta, cominciando a borbottare a bassa voce, cosa c’entrasse la chiave in tutto questo imbroglio e scrollando le spalle andò a casa a prenderla. Non appena tornato, l’appuntato prese in mano quel chiavone e lo infilò nella serratura della porta della ‘Zza Rò, prima la chiuse con dodici mandate e poi l’aprì e rivolgendosi ai tre disse loro: «L’avete ora capito? Com’è il mistero della “scappuccia”? Le due serrature sono identiche e quindi sono identiche anche le chiavi. Ieri sera al buio il Signor Calogero anziché aprire la porta di casa sua, erroneamente ha aperto la porta della Signora Rosa, e pensando di essere a casa sua ha posato l’indumento sulla sedia, ha chiuso la porta ed è andato via. Il mistero, la magia stanno tutto qua! Ora riappacificatevi e senza rancore amici come prima». L’appuntato Pernici prese le mani di tutte e tre e con voce suadente invitò loro e tutta la gente a dimenticare tutto, perché non era successo niente di magico e di misterioso. Ma la gente a capo chino ritornò alle proprie case, delusi per aver ricacciato nella quotidianità le loro recondite paure ma pronti e speranzosi ad inseguire una nuova fantastica storia, pur di dar sfogo ai loro repressi desideri. |
LO SCAMPIRRO
In un paesino, nel centro della Sicilia, quasi tutti gli abitanti erano poveri. Le loro case erano composte da uno o due "dammusi" (stanzette a pianterreno), ove coabitavano tutti e tutto: animali e persone. Nel periodo estivo, si aprivano le porte e tutti si riversavano in mezzo alla strada o nel "baglio" (cortile). Anche Comare Assunta e Mastro Bastiano, il "conza scarpe" (calzolaio), accaldati, giacevano davanti alla porta, sul loro giaciglio fatto di paglia e pidocchi. Un giorno furono improvvisamente svegliati dagli strilli di un venditore ambulante che vendeva porcellini e decisero di comprarne uno per mangiarlo a Natale. "Questo mi piace!" disse Bastiano e dopo un po di trattative, finalmente, l'affare fu concluso. Tre volte al dì portavano da mangiare al porcellino, per farlo ingrassare il più possibile. E continuarono così fino ai primi di Dicembre, quando, ormai, quel porcellino era diventato un maiale grande e grosso. I due, vedendo gli ottimi risultati ottenuti decisero, invece di mangiarlo, di venderlo alla fiera, per comprare cose più necessarie per loro e per la casa: "Bastiano, tanto, se ce lo mangiamo non ci resta che la mangiata!" disse risoluta Assunta. Così la mattina del 13 dicembre, per Santa Lucia, Bastiano con il suo maiale al guinzaglio si avviò, di buon'ora, verso la fiera di Canicattì, grosso paese vicino al suo. Era impossibile non notarlo, poiché veramente quel animale era il più grosso ed imponente maiale mai visto. Molti si fermavano sbalorditi ad ammirare quel fenomeno naturale, specialmente i macellai i quali dicevano che quel animale poteva saziare mezzo paese; ma Bastiano, pretendeva troppo per le loro tasche, tanto che i probabili acquirenti, dopo un primo sguardo di meraviglia, si allontanavano velocemente. Passò di li pure un monaco di cerca e vedendo quell'enorme bestia, si soffermò incantato davanti a quell'esemplare, vagheggiando le infinità di ricette che avrebbe preparato in convento con quel succulento animale e, con l'acquolina in bocca, come posseduto dal demonio, cominciò a tramare, non avendo la possibilità di comprarlo, il modo di fregare l'improvvisato mercante. Messosi d'accordo col giardiniere del convento, che abitava nelle vicinanze, Padre Cosimo, benedicendo, si avvicinò a Bastiano: "Sentite buonuomo, vedo che questo "SCAMPIRRO" è grande abbastanza per sfamare, nel giorno della Nascita di nostro Signore, tutti monaci del mio convento!? Quanti tarì chiedete ad un sant'uomo?....", "Come avete chiamato il mio porco?!" chiese frastornato Bastiano; "....Scampirro, perché? Voi piuttosto, come osate chiamare porco, questo scampirro? Volete per caso imbrogliare un povero monaco che vive di carità e di preghiera?!" Bastiano a quelle parole, urlò: "Uno scampirro? Che dite!? Siete un monaco cieco, non di cerca, non vedete questo è un porco! Il mio magnifico porco!", "Dunque perseverate?! Errare umanum est, sed perseverare diabolicum! Sapete.... - ammonì Padre Cosimo - ....imbrogliare è peccato grave al cospetto di Dio!" A Bastiano, quelle parole lo fecero imbestialire e, agitatissimo, urlò: "Allora mi provocate! Guardatelo bene! Questo qui è porco da mille generazioni! guardate, guardatelo bene!"; "Appunto perché l'ho guardato bene ripeto che non è un porco ma una scampirro. Si vede a un miglio!....Guardate, com'è squadrato...., i fianchi, le gambe, i piedi sono grossi e tozzi! E le orecchie? Non sono orecchie da porco queste! Sono piccole rispetto alla testa! E' uno scampirro di quanto è scomposto! Di lusso certo! Ma sempre uno scampirro è!" concluse il fratacchione. Bastiano guardò furioso, attonito e offeso il monaco e scuotendolo per un braccio disse: "Ma vi siete visto voi? Voi si che siete squadrato! Più squadrato del mio porco! Sembrate forse un frate, con la faccia tosta che tenete? Ve lo dico io chi siete voi, voi siete un maledetto scalcinato, ecco cosa siete! Ed io vi...." e fece per alzare il braccio, quando: "Basta!....- disse interrompendolo Padre Cosimo -....adesso pure offendete! Offendete un uomo di Dio, questa è bestemmia! La verità vi fa male! Poiché siete stato smascherato da un umile servo di Dio e di conseguenza calunniate, maledite, quasi maltrattate e quel che è più grave, non volete ammettere che il vostro presunto porco è un banale, semplice scampirro! Un comunissimo scampirro "giurgintano" (di Agrigento)!" Bastiano, arrabbiato ed avvilito si asciugava la saliva con la manica della camicia; Padre Cosimo, con tono persuasivo, lo prese sotto braccio ed aggiunse, dopo essersi complimentato per la sua testardaggine: "Sentite, buonuomo, a questo punto non possiamo più andare avanti, perché io voglio comprare il suo scampirro! Quindi, pensando ad un'equa soluzione, questa è la mia proposta: voi dite che l'animale qui presente è un porco, bene! Se è così io ve lo pago di faccia. Toh 1.000 tarì! Se invece risultasse essere uno scampirro voi me lo regalate! Non vi sembra una proposta leale?" "Ebbene ci sto!" affermò, ferito nell'orgoglio, l'allocco e già contava i suoi 1.000 tarì, uno per uno, sognando le belle cose che avrebbe comprato a sua moglie. "Compare, Compare mercante vi siete incantato?....- lo riportò alla realtà Padre Cosimo -....Procediamo, dunque,....- insistette il monaco - ....fermiamo un uomo a caso, il primo che passa, e gli chiediamo un parere su questo animale....Ecco!....- indicò il frate -....chiamiamo, quello che si sta avvicinando!"; guarda caso era il "compare" giardiniere già pronto ad intervenire ad un suo cenno; "Ehi! Galantuomo, avvicinatevi!" lo chiamò il fratacchione; il giardiniere rispose con sorpresa indifferenza: "Scusate, parlate con me, santo Padre?" "Si figliolo, desideriamo, io e questo signore mostrarvi un animale; anzi speriamo che voi siate esperto di animali di allevamento?!" "Eccome! Sono venuto alla fiera per comprare delle vacche di razza!" ribadì il falso intenditore. "Bene buonuomo....- disse Padre Cosimo ed indicando il porco -...., esprimete, dunque, un giudizio coscenzioso su questo animale". Lo "sconosciuto" iniziò a scrutare l'animale palmo a palmo, e dopo qualche minuto chiese a chi appartenesse la bestia; "E' mio questo campione da fiera!" rispose orgoglioso Bastiano, "E le do ragione....- concluse il falso esperto -....è veramente unico questo esemplare di scampirro!". A sentire ciò a Bastiano gli prese un tremolo per tutto il corpo e con sgomento urlò: "Ma non è possibile! Chiamate pure voi scampirro il mio porco? Altro che esperto! Siete pazzo da legare!? 5 mesi che allevo questo porco ed ora mi sento dire che ho allevato uno scampirro. Mi sembra pazzesco!!" E così il germe del dubbio si fece strada nella mente di Bastiano; il giardiniere sicuro di se continuò: "Caro amico capisco, che è grande la vostra delusione, ma io non ci guadagno niente a dirvi queste cose. Anzi, non pensavo proprio che lo riteneste un porco! Questo si che è impossibile" concluse il giardiniere allontanandosi. "Avete visto?! Non volevate capire che avevo ragione e credo che ancora non lo volete capire, specialmente adesso che avete perso la vostra scommessa" intervenne prontamente il frate. A Bastiano gli venne la bava alla bocca, talmente era sconcertato e soggiogato che non potè più nemmeno parlare; tutti i suoi sogni, in un istante, si erano mutati in tremendi incubi. "Date a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che spetta a Cesare!...." sentenziò il monaco alzando un dito con aria quasi minacciosa; "....e adesso questo scampirro è mio, ho vinto la scommessa davanti a Dio e agli uomini!" e con uno strattone tolse la corda di mano al disperato Bastiano e si allontanò di corsa, nel ringraziare il Buon Dio di aver creato gli uomini come lui, ma soprattutto i fessi. Le lacrime, le maledizioni e le bestemmie, per la via del ritorno, non si potevano contare; ma strada facendo, Bastiano incontrò un suo paesano, Compare Onofrio, che gli disse: "Vedo che piangete di gioia! Vi ho visto contrattare con quel monaco, ve lo ha pagato bene? Che affare ha fatto! Era il più bel porco di tutta la fiera! Mi è sembrato, pure, che lo volesse comprare Giovanni: il giardiniere, ma poi mi son detto: ma come se lo può comprare, visto che non sa come è fatto un tarì? E' un "lagnuso" (scansa fatiche) nato; vive di scrocconeria e di chissà che cosa. Dicono che si "pasci" (pascola) in un convento di monaci di cerca. Io l'ho conosciuto a casa di parenti a Canicattì e mi voleva vendere uno "scecco " (asino) per mulo. E che sono fesso, io!?" "Ah! Ah! Ah!" scoppiò a ridere istericamente, Bastiano, avendo capito che era stato raggirato da due lestofanti e mordendosi la lingua corse verso casa dandosi manate in faccia. Lui, Bastiano Sarda, era stato truffato da un fottuto monaco e dal suo lurido compare. La delusione di avere perso il suo bel maiale si trasformò in ira furiosa ed in desiderio ardente di feroce vendetta. Era comunque certo di rintracciare, da qui a cent'anni, il suo maledetto monaco, perché grazie a Dio aveva ancora dei "santi in paradiso"; infatti l'occasione non tardò a presentarsi. Il gobbo del macello di Canicattì, che ogni venerdì veniva a vendere le frattaglie dell'ultima macellazione, gli aveva raccontato della meraviglia che aveva destato, prima di Natale, la "scannata" (macellazione) di un colossale porco; "Mai visto niente di simile in venti anni di lavoro al macello,.... - diceva -.... lo ha portato un certo Padre Cosimo, del convento di Canicattì, tanto devoto quanto spilorcio, pensa che si è preso persino l'ultima goccia di sangue per farsi una mangiata di "sangunazzu" (insaccato di sangue bollito)....!" Bastiano non lo fece finire di parlare che corse velocemente a casa e eccitatissimo gridò alla moglie: "La vendetta è vicina! Assù! Preparami il più bell'abito di mago guaritore ambulante che si sia mai visto!" "Come dite voi!" gli rispose, impaurita, Comare Assunta pensando fosse impazzito. Dunque si presentò così in groppa al suo asino la mattina del 29 dicembre, davanti al convento di frate Cosimo: indossava una veste di colore grigio perla, un mantello rosso fiamma e le scarpette dorate con la punta in su; in testa aveva un turbante, a tracollo una sacca cenciosa piena di cianfrusaglie e tenendo stretto sulla destra un maestoso bastone nodoso; in faccia si era appiccicato delle finte verruche pelose e si era lasciato crescere la barba. Era irriconoscibile! Se l'era proprio fatta la scorpacciata frate Cosimo e per questo che adesso Bastiano si trovava proprio sotto le mura del convento a "vanniare" (grido da venditore): "Son qui! Son qui, e miracoli faccio! Rientro "uallare" (ernie), sollevo "rognoni" (reni)!! Avete l'ombelico caduto? Avete lo "sturbo muto" (il nervoso)? Vi guarisco da fratture e fatture! Avete mangiato carne di gatto, di cane o di porco? Al vostro pertugio, se avete la "cacarella" (diarrea), io ci metto il tappo! Chiamatemi ora o mai più o voi sofferenti!" Prima che finisse di gridare dal grande portone del convento si sentì chiamare da un fraticello: "Entrate Dottò! Entrate c'è il nostro Padre Priore che sta molto male! E' da cinque giorni che ha degli atroci dolori allo stomaco, come se dieci muli, appena ferrati, gli stessero ballando sopra la pancia!" "Ma cosa avete mangiato al convento per Natale?" chiese mago Bastiano indagando, "Niente per carità! Il nostro buon Padre Cosimo ci ha imposto la purgazione dell'anima e del corpo per Natale, come sacrificio per la Gloria di Nostro Signore. L'abbiamo celebrato con preghiere e digiuno; con Ave Marie, pane ed acqua! Ma il mistero che nessuno riesce a spiegarsi, è che come noi, il Santo Padre ha digiunato, ma cosa alquanto strana, più digiunava più ingrassava; rifiutava persino il pane, quel sant'uomo e si nutriva solo di acqua e Rosario! E cosa ancor più strana e misteriosa, era che ogni tanto, anzi spesso, arrivavano certe folate di odori di pietanze che ci facevano rizzare i capelli in testa!...." "....Era per caso odore di arrosto di carne di porco? ...." chiese con dotta espressione il Bastiano, "....Come avete fatto a indovinare? siete proprio un mago! Proprio così, ma non solo di salsiccia arrostita, ma anche di sugo con le cotiche, di "sangunazzu" fritto e ancora costate arrosto e lardo fritto. Un giorno sentendo odore di piedi di porco rosolato con le lenticchie, svenni improvvisamente per la debolezza; mi risvegliai solo grazie alle urla del povero Padre Cosimo; fu allora che quella tentazione di cibo, grazie a Dio, svanì. Ma adesso siamo afflitti dai terribili lamenti del Padre Priore che non ci danno pace. Sicuramente gli si sono attorcigliate le budella dal digiuno e sono cinque giorni che non va di corpo" concluse accorato il fraticello. "....Veramente strano, molto strano....- disse, con fare sospettoso, Bastiano -...., adesso portatemi dal sofferente!" ordinò tutto ad un tratto. Si riunirono tutti i fraticelli e lo condussero in un'ampia stanza dove Padre Cosimo giaceva agonizzante su di un grande letto. Era quasi irriconoscibile, di quanto era grasso e somigliava tanto al porco che gli aveva rubato. "Male, molto male!" sentenziò mago Bastiano dopo averlo visitato; "Che volete dire?" dissero in coro preoccupatissimi i frati, "Proprio questo, fratelli miei: IL MALE!....- rispose Bastiano, sbattendo il bastone a terra, un brivido d'orrore fece trasalire i presenti -....E' inutile nascondervelo, sono molto pratico di queste cose e vi posso giurare che il vostro priore è stato vittima della "tentazione in persona"; è come se nel suo corpo vi fosse un porco di cento "cantara" (quintali) e non riesce a scacciarlo fuori! Ma non vi preoccupate ci sono qua io! Farò tutto il mio possibile per liberarlo, ma voi dovete andare via. Non voglio nessuno intorno. Sapete, segreti del mestiere! State dietro la porta e pregate. Attenzione però! Sentirete delle urla disumane, infernali. Non lasciatevi tentare di aprire la porta, se no sarà tutto inutile, anzi! E' buon segno, perché più sentirete urlare il vostro priore, più starà guarendo!" Mandò, quindi, fuori i fratelli; chiuse a chiave la porta dietro le sue spalle e si avvicinò a Padre Cosimo il quale gemeva e gridava come un cane bastonato: "Aiutami! Salvami!...." "Io sono qua per questo, Santo padre!" disse Bastiano con uno sguardo diabolico e soddisfatto, ".... Aiuto! Che male! Che male!" implorava il padre; "Voltatevi a pancia in sotto!" ordinò Bastiano. Con molta fatica Padre Cosimo si mise in quella posizione; Bastiano gli tirò su il saio e gli calò le braghe; che orrendo spettacolo! Non aveva mai visto un sederone così grasso e pasciuto. Prese la saccoccia e ne trasse fuori una corda con la quale lo legò velocemente al letto; poi trasse fuori una grossa grattugia e un sacchetto pieno di sale che cosparse su quel grosso sedere. "Cosa state facendo, dottore?!" chiese sofferente il frate, "Sto liberando il porco che c'è in voi!" rispose tutto contento Bastiano. E incominciò a strofinare la grattugia su quelle enormi natiche tonde e grasse, avanti ed indietro; le urla di dolore di Padre Cosimo erano veramente disumane "Aiuto, muoio!" gridava; "E allora, rispondete a questo quesito: Era un porco o uno scampirro?" gli chiese urlando Bastiano. Alla parola scampirro, Padre Cosimo capì che non poteva capitare in mani peggiori e si mise a urlare ancora più forte, come un indemoniato. I fraticelli, dietro la porta, sentendo quelle raccapriccianti urla, si facevano ripetutamente il segno della Croce e lodando il Signore, iniziando a dire il Rosario. Al quarto Mistero Doloroso i glutei del povero frate erano, oramai, ridotti come un colabrodo e Bastiano infieriva ancora: salava e grattugiava, salava e grattugiava e mentre rideva di gusto continuava a dire: "Era un porco o uno scampirro?"; Padre Cosimo stremato da quel martirio, più doloroso del mal di pancia, cominciò a implorare perdono, promettendo di dargli tutto ciò che voleva, pur di porre fine a quella terribile tortura. Era come se fosse all'inferno e un demonio gli inforcasse il culo e questo gli fece gridare con quanto fiato avesse ancora in gola: "Perdono avete ragione! Era un porco, un porco e non uno scampirro! Ma ora basta!" "E cosa mi darete in cambio se smetto?...." gli chiese Bastiano "Vi darò....- gridava il monaco -.... cinque muli carichi di ciò che volete....", "....Poco è!" ribadì Bastiano, ".... e ancora capponi, conigli, capre e i 1.000 tarì, il prezzo della scommessa; però ora basta che muoio!". A quelle parole Padre Cosimo, non morì ma la pancia gli si sciolse in una grande scarica di diarrea che ci vollero tre giorni per pulire quella stanza e per due settimane rimase ancora l'odore acre di quella maestosa "cacata". Ai fraticelli fu ordinato di caricare i muli con tutto ciò che il mago dottore avrebbe desiderato. Gli furono riempite le tasche di 1.000 tarì, il prezzo della scommessa vinta, e fu accompagnato fino a casa dai riverenti fraticelli. Assunta, per la grande gioia diede una grande festa che ballarono per tre giorni. Padre Cosimo si ritirò in un eremo vicino Racalmuto e concluse i suoi giorni vivendo di pane, acqua e preghiera, ringraziando il Buon Dio di avergli salvato, se non il culo, almeno l'anima. |