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DOCUMENTO PROGRAMMATICO DEL GRUPPO DEL CANTIERE L’unità nazionale è in pericolo e la democrazia subisce un degrado che non ha precedenti. Vengono approvate a tamburo battente leggi liberticide usando tutti i mezzi di corruttela e voti di fiducia per intimidire i parlamentari della maggioranza e metterli alla mercè del capo del governo. La via d’uscita consiste in una opposizione parlamentare e sociale senza sconti e mediazioni e nella convocazione di uno o più referendum per i quali è necessario attrezzarsi in modo adeguato. Difesa della Costituzione. Dobbiamo prepararci al referendum sulla “devolution” e sul “premierato assoluto”, che fanno scempio della Costituzione. Ripristinarla è il compito più urgente: le riforme necessarie per migliorarla devono attendere. Democrazia dell’informazione. Occorre ripristinare una decenza informativa, regole pluralistiche e libertà di espressione. Tutta la materia dell’informazione e della comunicazione ha assunto una tale importanza ai fini del mantenimento della vita democratica nel nostro paese, da richiedere una ridefinizione del suo ruolo sociale. In questo quadro è inammissibile ogni idea di privatizzazione ulteriore dei beni dello Stato in materia di informazione e comunicazione. Democrazia e legalità. Per uscire dal “pantano” occorre: cancellare le leggi, anche della precedente legislatura, che hanno contribuito a peggiorare le condizioni della giustizia dei cittadini e le leggi e i progetti “vergogna” come quello presentato che mira ad azzerare le prove; affrontare il problema dei costi diretti e indiretti della politica, compreso il finanziamento ai partiti, e quello della responsabilità giuridica dei partiti, che ebbe largo spazio alla Costituente nel confronto tra Mortati e Togliatti, riproposta da Veltri nella scorsa legislatura e sostenuta da Prodi; prevenire la corruzione e ristabilire la legalità nelle istituzioni e nell’economia; combattere la mafia con una strategia politica che punti innanzitutto alla confisca dei beni accumulati e all’inserimento sociale e civile di quanti non hanno commesso reati gravi; censire ed eliminare, oltre a quello di Berlusconi, tutti gli altri conflitti di interesse: consulenze dei componenti delle società di revisione dei bilanci alle società sottoposte a revisione; presenza nei consigli di amministrazione delle banche, di industriali alle cui aziende le banche prestano i soldi; esercizio della libera professione di avvocati presidenti delle commissioni giustizia e antimafia del parelamento e assunzione della difesa dei membri del governo ecc. ecc. ; Rivedere la legislazione della “corporate governance” sul modello della legge americana Sarbanes-Oxeley, approvata a tamburo battente dopo gli scandali delle grandi multinazionali, che prevede un rigoroso controllo delle società di certificazione dei bilanci, una maggiore trasparenza degli atti delle società quotate in borsa e la pena del carcere fino a venticinque anni per la falsificazione dei bilanci e la confisca dei beni dei responsabili. Stato sociale. Occorre mirare, al tempo stesso, a migliorarlo e qualificarlo. Si tratta, tra l’altro, di rafforzare la difesa della salute, soprattutto per le fasce più deboli e le garanzie per tutti i lavoratori precari e atipici, studiando però i modi per evitare che le spese totali per il “welfare” superino una certa quota del PIL. In ogni caso la spesa dovrà attestarsi sui livelli della media europea. L’abrogazione della legge 30 del 2003, in Parlamento o con il ricorso al referendum è prioritaria perché ha aggravato tutte le forme di precariato del lavoro. Ambiente naturale, costruito e territorio. La difesa dell’ambiente naturale, dei beni storici e architettonici e del territorio, che è un bene finito e irriproducibile, costituisce una priorità e un dovere verso le generazioni che verranno. La politica dei condoni, della vendita di beni culturali e del demanio pubblico, di concessioni ai privati di opere importanti, deve essere bloccata e azzerata. Rilancio dell’economia. La pressione fiscale è salita nonostante le ripetute promesse del capo del governo. Il recupero di una parte dell’evasione fiscale è urgente e prioritario. Il sistema deve essere riformato con interventi di semplificazione e alleggerendo i tributi per le fasce sociali più deboli e quelli concernenti le spese per investimenti e per la ricerca, introducendo, se occorre una tassa di scopo. La strategia per rilanciare la nostra economia deve mirare ad una conversione tecnologica ben più rapida ed estesa di quella in atto e, a tal fine, deve partire da una riforma dei distretti industriali che preveda uno sportello unico, cui le imprese possono delegare tutti gli adempimenti e la riorganizzazione della ricerca applicata. La riforma dovrà utilizzare esperienze di altri paesi e dovrà essere attuata con il sostegno dell’Unione Europea ed essere accompagnata, per la necessaria riconversione tecnologica, dalla costruzione di opere pubbliche non faraoniche e attuabili in tempi brevissimi. Scuola, formazione e sistema della ricerca. Va cancellata la riforma Moratti e riorganizzata la scuola, portando l’obbligo a 18 anni, l’Università e la formazione d’intesa con chi opera in questi settori. Particolare impegno politico e finanziario richiedono la ricerca libera, applicata, a livello dei distretti, e di base. Le università, gli enti privati e pubblici e le accademie, la cui autonomia va mantenuta e difesa, ne devono essere i soggetti portanti. Il ritardo dell’Italia anche rispetto agli altri paesi dell’Unione è molto grave e deve essere colmato in tempi brevi. I cittadini devono capire che ricerca e formazione non sono problemi dei ricercatori e dei tecnici, ma dell’intera collettività. Pertanto è necessaria un’azione prolungata di informazione. La televisione pubblica può svolgere una funzione essenziale attraverso programmi culturali che includano le informazioni sui progressi scientifici e tecnici compiuti nel mondo intero e dibattiti di esperti italiani e stranieri, anche per indurre le imprese a investire molto di più in ricerca e sviluppo. La pace, l’Iraq e il Terzo mondo. Noi siamo per il pieno rispetto dell’articolo 11 della Costituzione: ripudiamo la guerra e siamo per la pace. L’Italia si trova coinvolta nella guerra per un inganno del governo Berlusconi che ha mentito parlando di una missione di pace. I nostri soldati sono sotto il comando inglese che è in Iraq per fare la guerra. Al punto in cui è la situazione che si aggrava di giorno in giorno è necessario e urgente creare le condizioni per uscire dall’Iraq e spingere gli altri occupanti a farlo. Con gli eserciti di occupazione che devastano il paese e alimentano il terrorismo le elezioni rischiano di essere una farsa e la conferenza di pace sotto l’egida delle Nazioni unite rischia di fallire ancora prima di nascere. A chi obietta che gli iracheni non possono essere lasciati soli, la risposta è sempre la stessa: solo soldati di paesi, possibilmente arabi musulmani, che non sono coinvolti nella guerra, possono contribuire a pacificare il paese e a lasciarlo in mani irachene nel più breve tempo possibile. L’Europa che finora è stata assente può svolgere un ruolo essenziale di pacificazione, che viene chiesto dagli stessi iracheni. L’iniziativa di un gruppo di parlamentari europei, promossa da Giulietto Chiesa e da Lilli Gruber, va in questa direzione. L’Europa, indipendentemente dalla partecipazione all’occupazione militare, deve aiutare le popolazioni iraquene a uscire dalla tragedia e tornare ad una vita decente. Le ipotesi da considerare sono diverse, fra cui c’è quella di indurre le Nazioni Unite a promuovere, almeno per una fase iniziale, la creazione di tre o quattro stati autonomi, costituiti da gruppi etnico-religiosi relativamente omogenei, rinviando una loro eventuale federazione ad un tempo successivo. Ma in Iraq, come altrove, il fine supremo è la pace che include la lotta al terrorismo. La guerra, come i fatti di ogni giorno dimostrano, non lo combatte, lo alimenta. L’obiettivo può essere perseguito con un impegno straordinario dei paesi europei e degli altri paesi industrializzati contro la miseria e la fame, specie nei paesi più poveri, a cominciare da quelli dell’Africa sub- sahariana, dai quali proviene la fiumana di disperati che cercano di fuggire dall’inferno in cui vivono. Gli aiuti finanziari, causa di sprechi e corruzione, rischiano di aggravare la situazione. Perciò, gli interventi devono essere organizzativi, diretti da centri di coordinamento di unità da dislocare nei paesi interessati con tre obiettivi: estirpare l’analfabetismo e l’ignoranza; formare esperti agrari e industriali per le comunità di villaggio; moltiplicare le unità dell’Organizzazione Mondiale della sanità.

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DICHIARAZIONE D'INTENTI DEL GRUPPO DEL CANTIERE Firmatari: Giulietto Chiesa, Antonello Falomi, Diego Novelli, Achille Occhetto, Paolo Sylos Labini, Elio Veltri Con questa carta di intenti i sottoscritti intendono dar vita ad una associazione di ricerca e di iniziativa politica per la ricostruzione della politica e della democrazia. L'esigenza di una iniziativa che si proponga di ripensare le categorie di fondo dell'interpretazione della realtà e dell'agire politico nasce dalla constatazione della grave crisi in cui versano le interpretazioni tradizionali. L'esigenza di ricerca non può tuttavia essere disgiunta dall'immediato impegno politico, reso impellente dalle gravi minacce di catastrofi umanitarie, ambientali e di guerra che incombono sul nostro pianeta. Siamo entrati nell'era del terrorismo planetario. Si è aperta dinnanzi a noi una nuova guerra mondiale strisciante. L'insicurezza domina la nostra vita e quella delle generazioni a venire. Di fronte a tutto ciò siamo privi di risposte convincenti. Ciò è dovuto, in gran parte, alla mancata consapevolezza che siamo di fronte al fallimento delle due fondamentali visioni del mondo che si sono fronteggiate nel corso del Novecento, il liberismo e il collettivismo. Un fallimento che minaccia catastrofi, perché avviene nel tumultuoso procedere di una globalizzazione violenta, incontrollata, che non solo distrugge rapporti sociali preesistenti, culture, nazioni, lingue, non solo produce disparità così gigantesche da divenire insopportabili, ma minaccia in termini ravvicinati il rapporto tra uomo e natura, cioè mette in forse la sopravvivenza del genere umano. Il capitalismo – sebbene ora lo si chiami “economia di mercato” – è entrato in una fase qualitativamente nuova, in cui la proprietà sta sparendo e i grandi centri del dominio economico-finanziario sono nelle mani di un management potente, dotato di poteri sterminati, superiori a quelli di nazioni di grande e media dimensione. Mai alcun sistema economico e sociale, tra quelli che hanno preceduto l’attuale, ha avuto una tale e concentrata potenza. Mai ha potuto fruire di sistemi di manipolazione e controllo così vasti, planetari. Il concetto stesso di democrazia richiede di essere ridefinito alla luce delle distorsioni in atto, che snaturano tutti i meccanismi democratici del passato. Occorre ripensare in modo strutturale la relazione tra consenso, partecipazione e decisione, e riproporre in termini del tutto nuovi la questione del rapporto tra governati e governanti e della formazione delle classi dirigenti. La democrazia intesa come controllo, partecipazione e ingresso di tutti a pari titolo e con pari diritto di far valere le proprie istanze nella vita della società e dello Stato, è entrata in crisi. Un "Welfare state" destinato ai poveri piuttosto che garantire diritti universali, la marginalizzazione del ruolo del sindacato, il divario tra ricchi e poveri, l'attacco al carattere progressivo della tassazione, la precarizzazione sempre più diffusa del lavoro, la subordinazione della scuola e della ricerca a esigenze di tipo aziendale, a danno di quelle culturali e civili, costituiscono i segni evidenti di tale crisi. Diminuiscono l'importanza e il peso dei lavoratori comuni nella vita e negli affari dello Stato, mentre cresce la capacità di certe grandi imprese di far valere i propri interessi. Le attuali inaccettabili proposte di revisione della Costituzione altro non sono che un tentativo di sancire lo svuotamento in corso dei diritti di cittadinanza. Le vecchie forme della politica, apparentemente inalterate, sono in realtà un guscio vuoto, le decisioni, a tutti i livelli subiscono sempre più l'influenza di élites privilegiate che dispongono di imponenti mezzi di comunicazione, capaci di formare e orientare l'opinione pubblica. Il crescente assenteismo dal voto accentua il carattere oligarchico ed elitario della democrazia. Si è così rotto l'equilibrio tra libertà e democrazia: mentre la democrazia arretra, la libertà garantisce solo chi è più forte. Non esiste più il sistema delle classi sociali, così com’era stato descritto dall’economia classica. La comprensione di ciò che si presenta ai nostri occhi richiede una nuova interpretazione, capace di seguire la rapida evoluzione in corso. Per tutti questi motivi occorre fondare un nuovo sapere: infatti per ricostruire la politica e la democrazia si rende indispensabile una nuova comprensione organica di tutte le trasformazioni in atto. Tutto ciò richiede uno sforzo collettivo eccezionale. Senza questo la sinistra tradizionale, ormai priva di un metodo e di strumenti originali di conoscenza del mondo contemporaneo ha finito per adeguarsi agli schemi del pensiero unico. E ne è rimasta prigioniera. Per questo è dispersa e incapace di costruire una risposta. Il “Gruppo del Cantiere” nasce per raccogliere tutte le forze interessate a costruire una nuova prospettiva per la comprensione del mondo contemporaneo e dei suoi destini. E per contribuire – con le forze che riuscirà a organizzare - alla crescita di una visione alternativa della lotta democratica, dell’organizzazione dei cittadini, di un nuovo modo di vivere, di produrre e di consumare. Viviamo ormai nell’era del terrorismo e della guerra: una notte buia in cui tutto si confonde. La capitale dell’Impero, trasformatasi in una fortezza militare, è riuscita a imporre tra le classi dirigenti dell’Occidente, la propria interpretazione della crisi politica mondiale in termini di scontro tra civiltà. E’ un falso, mediante il quale si sta trascinando il mondo in una guerra senza limiti, infinita, dove tutte le libertà e i diritti, inclusi quelli umani, rischiano di essere schiacciati da nuove forme di autoritarismo. La globalizzazione stessa si militarizza. Tutto ciò impedisce di vedere che il terrorismo è anche figlio delle gravi responsabilità dell’Occidente. Lo spartiacque dell’11 settembre è stato usato non per sanare le contraddizioni del mondo contemporaneo, che nascono anche dalle mostruose diseguaglianze e da insensati egoismi, ma per aprire nuove e insanabili ferite nel corpo della comunità mondiale. Nel medio e nell’estremo oriente, l’instabilità si è accresciuta dovunque. La catastrofe umanitaria che assedia il mondo arabo e musulmano è il preannuncio di una possibile destabilizzazione di gran parte dei governi arabi moderati. Washington vuole ridisegnare l’intera mappa delle aree energetiche del pianeta in funzione dei suoi interessi nazionali. Negli stessi Stati Uniti la ripresa economica appare drogata, instabile e tale da creare ostacoli alla crescita degli altri paesi, specialmente di quelli europei, anche se giganti come la Cina e l'India stanno condizionando in misura crescente la congiuntura internazionale. In questo contesto, quando la crisi, oggi latente, si manifesterà minacciosa, non sarà più possibile mantenere la pace e evitare altre guerre, per la semplice ragione che la distribuzione ineguale della ricchezza mondiale - divenuta intollerabile - produrrà nuove rivolte, disordine e terrorismo. La risposta attuale dei potenti del pianeta, che consiste nella militarizzazione dei problemi politici, appare una via senza uscita, il prologo per un disastro. Quella che un tempo era indicata, dalle stesse classi dominanti, come l’egemonia del mercato, viene ora sostituita, dai nuovi potentati mondiali, dalla forza delle armi. Bisogna dunque respingere con fermezza ogni forma di guerra di religione e di civiltà. Il panorama mondiale attuale è dominato da tre colossi: due dei quali armati e il terzo disarmato. Stati Uniti e Cina sono già in gara per il dominio. E non è dato prevedere quando e come essa diverrà pericolosa per la sorte comune dell’umanità. L’Europa è un gigante disarmato, ma le cui dimensioni e influenza sono ormai evidenti e in crescita. Essa ha dunque molte possibilità d’influire sul corso degli eventi mondiali, purchè sappia giocare questa partita decisiva per il futuro comune. Le chances per uno sviluppo di pace non stanno nel rafforzamento dell’arsenale militare europeo, ma sono in gran parte nelle mani della saggezza, della cultura, della tecnologia, dei commerci della solidarietà europee. Da sole esse non basteranno comunque, ma esse debbono diventare gli ingredienti di una nuova politica, basata sulle idee dell’interdipendenza, della cooperazione, del dialogo con le altre civiltà e culture. Occorre un ritorno alla legalità internazionale e la fine dell’unilateralismo americano. Non ci sono popoli e paesi con missioni speciali. Solo il bene comune può essere un criterio comune. E il bene comune non può essere deciso che dalla comunità mondiale, in cui tutti i paesi e popoli valgono per un voto. Occorre respingere con tutta chiarezza ogni tentativo di assimilare queste analisi all’antiamericanismo culturale e politico. Le forze più ottuse al servizio del privilegio e della rapina del bene comune vi fanno ricorso per impedire ogni riflessione costruttiva. Anche a sinistra, spesso, si cede a questo ricatto. E’ un grave errore. Anche negli Stati Uniti è in atto un ripensamento: una parte dell'intellighenzia americana e delle elite politiche cominciano a rendersi conto della difficoltà di gestire il mondo con i vecchi criteri. Gli sviluppi della crisi attuale, molto accelerati, possono aprire ampi varchi per un movimento mondiale di contestazione alla guerra e a questo tipo di militarizzazione. Bisogna ora impedire che questa guerra si dilati nel mondo. Bisogna dire la verità ai cittadini sull'esigenza di dar vita ad un nuovo modello di sviluppo che si fondi su un nuovo modo di produrre e di consumare. Noi non sottovalutiamo il grande valore che l’uso delle più moderne tecnologie ha avuto per lo sviluppo complessivo delle nostre società e nella lotta per la liberazione dalla fame e dalla indigenza di una parte dell'umanità. L’ispirazione culturale che ci guida non è quella dell’avversione acritica nei confronti dei risultati della modernità e la nostra prospettiva non si riduce ad un ritorno indietro rispetto alle immense acquisizioni della scienza e della tecnica. Quello che auspichiamo è il passaggio ad una nuova e più matura fase della modernizzazione contrassegnata dalla transizione dalla produzione di rischi alla produzione di sicurezza. La stessa liberazione della parte più povera del mondo dalla fame può accompagnarsi alla liberazione dalla paura. Il contrasto fondamentale si sposta a livello della scienza e delle competenze e chiama in causa l’informazione. L’idea è quella di fare un inventario dei rischi prodotti dall’attuale fase della modernizzazione; di monitorare le conseguenze dell’applicazione delle scoperte scientifiche al mondo della produzione o sulla stessa persona umana, ma soprattutto di implementare la ricerca nella direzione delle tecnologie della salvezza e della sicurezza. La vera lezione dell’11 settembre dovrebbe essere quella della fine dell’ideologia del mondo unipolare, il punto di svolta oltre il quale la globalizzazione unilaterale non potrà più procedere. E’ giunta l’ora dunque di passare dalle celebrazioni della fine della guerra fredda alla realizzazione di una nuova governabilità del pianeta attraverso la creazione di adeguate istituzioni sovranazionali e la riforma della stessa organizzazione delle Nazioni Unite. E’ giunta anche l’ora di promuovere una sempre più stretta integrazione fra democrazia politica e democrazia economica, che costituisce un’aspirazione di antica data di tanti intellettuali e di tanti politici. La democrazia economica consiste nelle più diverse forme di partecipazione dei lavoratori all’attività produttiva, dagli aumenti di produttività o agli utili fino alle decisioni d’investimento o alla gestione delle imprese, da realizzare attraverso misure legislative di sostegno e d’intese fra le parti sociali, differenziando le forme di partecipazione in rapporto alle dimensioni delle imprese ed ai tipi di prodotti e ricorrendo ad ogni genere d’incentivi per indurre tutti i lavoratori a proporre innovazioni tecniche ed organizzative, che possono essere modeste singolarmente considerate ma che, se numerose, possono contribuire validamente a sostenere lo sviluppo produttivo. Si tratta di un processo che, trasformando i lavoratori da soggetti passivi in soggetti attivi e partecipi, può rendere gratificanti i lavori di ogni genere: anche questa è un’aspirazione assai antica.
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