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Scolohofo - oh! - Blue Note

Dietro alla sigla Scolohofo ci stanno quattro vecchie conoscenze: il sassofonista Joe Lovano, il chitarrista John Scofield, il bassista Dave Holland ed il batterista Al Foster.
Il primo ascolto suggerisce una conferma di quanto mi aspettavo da questo disco: del buon jazz che poco avrebbe aggiunto e poco avrebbe tolto a quanto si sapeva circa le attuali possibilità dei quattro. Il che non comporta un giudizio negativo, tutt'altro.
Parafrasando il filosofo della scienza Thomas Kuhn, mi verrebbe da dire che siamo in un momento di musica normale e non di musica rivoluzionaria. La rivoluzione è un glorioso futuro che sta ormai tutto alle nostre spalle. Attualmente si sta lavorando su paradigmi già definiti, più per ibridazioni e crossover che per momenti realmente creativi. Ma c'è modo e modo di fare le cose e questo fa la differenza. Mentre un disco come American Dreams di Charlie Haden e Michael Brecker mi ha sostanzialmente annoiato e deluso per i troppi luoghi comuni usati in combinazioni volte a catturare l'attenzione di un pubblico ingenuo, una massa più grande della solita, questo mi ha decisamente interessato, se non eccitato.
E' un prodotto che si fa ascoltare, che reclama ritorni e soste prolungate, che fruga intimisticamente in quadretti di musica naif senza mai dare l'impressione di uno spezzatino disorganico ed affastellato.
Chiedersi se ci sia vera arte, o solo mestiere, a sorreggere operazioni del genere è domanda che non dovremmo mai fare, e che invece, regolarmente facciamo. Rispondo come mi sono sempre risposto: l'una e l'altro. Siamo a quel mestiere talmente raffinato che, comunque si esprima, è arte, cioè artigianato che richiede mestiere e non solo estro improvvisativo ed improvvisato. Quello che non troverete mai, in dischi come questo, è il prodotto di serie.

Altamente consigliato a chi ama il jazz nella sua essenzialità dinamica, ritmico, pulsante e vario, gli assoli brevi e densi, una certa parentela con il rock ed il blues (che Scofield sia un chitarrista rock si sente). Foster è un fior di batterista e Holland è quel mostro di bravura che sappiamo. Spenderei qualche parola in più per Lovano. Non l'ho mai considerato un grande nel senso che generalmente si da alla parola. Ma qui mi è piaciuto in modo molto particolare. In Your Arms, per esempio: il suo assolo riesce a procurare qualche brivido alla schiena, anche se il merito della composizione va ad Holland, un Holland raffinatissimo le cui idee trovano una sostanziale realizzazione nella chitarra di Scofield.


gm - 21 febbraio 2003