don Enzo - parroco
Prima
lettura: Isaia
55,1-11
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Così dice il Signore: «O voi tutti assetati,
venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite; comprate e mangiate;
venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte. Perché spendete
denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia? Su,
ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete
l’orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete. Io stabilirò per voi
un’alleanza eterna, i favori assicurati a Davide. Ecco, l’ho costituito
testimone fra i popoli, principe e sovrano sulle nazioni. Ecco, tu chiamerai
gente che non conoscevi; accorreranno a te nazioni che non ti conoscevano a
causa del Signore, tuo Dio, del Santo d’Israele, che ti onora. Cercate il
Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. L’empio abbandoni
la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà
misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei
pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie.
Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie
sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri. Come
infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la
terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi
semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia
bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero
e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata». |
v
Il libro che va sotto il nome di Isaia
— il più lungo della Bibbia — consta in realtà di tre raccolte diverse. Solo la
prima (capp. 1-39) risale in gran parte a Isaia, che profetizzò nell’VIII sec.
a.C. nel Regno del Nord; si aggiungono poi un Secondo (capp. 40-55) e un Terzo
Isaia (capp. 56-66), raccolte di oracoli rispettivamente del tempo dell'esilio
(VI sec.) e del post-esilio.
Il cap. 55 conclude il Secondo Isaia, detto anche «Libro della
consolazione di Israele». Nel tempo della tribolazione, quando tutto sembra
perduto con la caduta di Gerusalemme e l'esilio, il profeta anonimo riaccende
con la sua voce appassionata la speranza del popolo, annunciando la
conversione, il perdono, il ritorno.
Il capitolo si apre con un invito alla conversione: il ritorno dall'esilio è reso possibile dal
ritorno al Signore, che solo può dare
vita al popolo. I vv. 1-2 lo esprimono con la metafora dell'acqua e del cibo.
L'acqua, per un popolo di origine nomade e segnato dall'esperienza del deserto,
è sinonimo di vita; il cibo “senza denaro”,
senza fatica, rinvia alla condizione originaria
del giardino di Eden; la parola gustata come un cibo prelibato «ascoltatemi e
mangerete cose buone» — riprende il tema del banchetto nei testi
sapienziali (cf. Prov. 9,5; Sir 24,18). «Spendere
denaro per ciò che non è pane» allude alle pratiche idolatriche e ai culti
pagani della fertilità, e soprattutto alla superstizione di chi pensava di
assicurarsi con offerte e sacrifici la protezione di divinità false e
ingannatrici.
Il tema dell'ascolto è ripreso nel v. 3. La parola di Dio che dà
vita non viene mai meno: l'alleanza stipulata sul Sinai è alleanza eterna, la
promessa a Davide è confermata e, nei vv. 4-5, ampliata a un respiro
universale. Davide, o meglio il discendente a lui promesso (cf. 2Sam, 7,12s.),
il Messia davidico atteso per la liberazione, non sarà solo re d'Israele, ma «testimonio fra i popoli» e «principe e sovrano sulle nazioni». Con
un'alternanza che è caratteristica dello stile deuteronomista, l'oracolo passa
dalla seconda persona plurale al singolare, parla non più al popolo ma
all'eletto del Signore: «Tu chiamerai
gente che non conoscevi...». Le genti, i popoli, le nazioni: sono i pagani,
coloro che non conoscono il Signore, anch'essi chiamati alla salvezza per il
tramite di Israele, segno e testimonianza per tutti.
I vv. 6-7 insistono sulla conversione. Cercare il Signore, che è
vicino e si fa trovare: è ancora la promessa del ritorno, per il quale è necessario
però anche che il popolo torni sulle vie del Signore. Anche qui il linguaggio è
quello del Deuteronomio, della religione interiore dei profeti, che fa appello
alla libertà dell'uomo, necessaria perché l'evento salvifico si compia.
Certo, gli Ebrei esuli dovevano obiettare alle parole di
consolazione del profeta: come credere, se l'esperienza quotidiana era così
diversa da quanto annunciato? Ecco allora la logica misteriosa di Dio, che non
sempre fornisce delle prove, ma va creduto contro ogni evidenza: «le vostre vie non sono le mie vie...»
(vv. 8-9).
La pericope si chiude con i due bellissimi versetti 10-11,
l'immagine celebre della pioggia che feconda la terra come la parola del
Signore non manca mai di compiere la salvezza nei cuori degli uomini. La parola
si realizza sempre, per quanto impossibile ciò possa sembrare; la sua azione è
misteriosa e nascosta, come l'azione delle gocce d'acqua che raggiungono il
seme sotto terra; l'effetto è prodigioso, anche se giunge nel tempo che solo il
Signore conosce.
Seconda lettura: 1 Giovanni 5,1-9
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Carissimi,
chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui
che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato. In questo conosciamo
di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti.
In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi
comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi. Chiunque è stato
generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo:
la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il
Figlio di Dio? Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non
con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà
testimonianza, perché lo Spirito è la verità. Poiché tre sono quelli che
danno testimonianza: lo Spirito, l’acqua e il sangue, e questi tre sono
concordi. Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di
Dio è superiore: e questa è la testimonianza di Dio, che egli ha dato
riguardo al proprio Figlio. |
v
La prima lettera di Giovanni è
centrata sulla fede cristologica,
all'origine della comunione d'amore fra i credenti, in un'architettura che
mostra il legame tra la fede e la prassi, tra amore di Dio e amore del prossimo,
tra tensione escatologica e presenza nella storia.
vv. 1 -4. Dopo aver dichiarato che non può amare Dio chi non ama
il fratello, Giovanni riprende il criterio della fede, cardine di tutta la
sezione.
La fede è rappresentata qui attraverso il simbolo della nascita:
«chiunque crede che Gesù è il Cristo, è
stato generato da Dio» (v. 1), «Chiunque
è stato generato da Dio vince il mondo», e la vittoria consiste proprio
nella fede (v. 4). All'interno di questi, che formano inclusione, i versetti
2-3 dicono il risvolto pratico della fede, l'aspetto visibile della figliolanza
divina: amare Dio e osservare i suoi comandamenti.
La breve pericope si chiude con l'unica ricorrenza del
sostantivo «fede» (pistis) in Giovanni (che usa sempre la
forma verbale «credere»), quasi un sigillo a conclusione di tutta la sezione
parenetica sull'amore, un «amen» di adesione e conferma. Non è sogno o speranza,
ma certezza: «che ha vinto»,
participio aoristo, indica l'azione puntuale, compiuta una volta per sempre
nell'atto della redenzione: la fede in Cristo ci rende partecipi per sempre
della sua vittoria sul mondo, sul male, sulla morte.
vv. 5-9 - La parola-chiave «fede»
è anche la parola-gancio che opera il passaggio alla sezione successiva.
Giovanni ribadisce il ragionamento rovesciandolo, il cerchio si chiude: chi
crede è nato da Dio, chi è nato da Dio vince il mondo, chi vince il mondo è chi
crede che Gesù è il Figlio di Dio (v. 5).
Nel vv. 1 -4 domina la fede come prassi (il comandamento
dell'amore) e la sua conseguenza (la vittoria sul mondo), ora si espone la fede
come contenuto, la fede cristologica. Contro l'eresia gnostica che negava
l'incarnazione, vedeva in Gesù solo una figura mistica senza consistenza
storica, e predicava perciò una fuga dal mondo e l'irrilevanza dell'impe-gno
concreto per i fratelli, Giovanni ribadisce qui, come già all'inizio della
lettera, la storicità dell'incarnazione.
Il Figlio di Dio è venuto non con acqua soltanto, ma con sangue:
non con un battesimo solo rituale e simbolico, ma in una persona concreta. Il
Cristo è «colui che è venuto» (participio
aoristo), in riferimento alla vicenda storica di Gesù di Nazaret; lo Spirito è
«che dà testimonianza» (presente),
con riferimento alla situazione attuale della comunità che riceve e
ritrasmette
la testimonianza.
L'insistenza di Giovanni su questo punto è significativa: ben
nove volte in cinque versetti (6-10) si ripete l'espressione «testimonianza», attestazione sicura, a
garanzia dell'evento centrale della storia della salvezza. È innanzitutto testimonianza
dello Spirito di verità (v. 6). Poi testimonianza che viene dall'azione
sacramentale, segno visibile ed efficace della grazia: Spirito, acqua e sangue
(v. 8). La comunità primitiva ha letto in questa triplice testimonianza anche
un'intenzione trinitaria, espressa nel cosiddetto «comma giovanneo»,
un'aggiunta che compare in alcuni codici dalla fine del IV secolo e parla di
testimonianza «in cielo» del padre, del Verbo e dello Spirito Santo. Giovanni
accosta infine — non in contrasto ma in continuità — la testimonianza degli
uomini, cioè dei credenti, alla testimonianza di Dio, la più grande, fondamento
di tutto il resto.
Vangelo: Marco 1,7-11
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In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo
di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare
i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi
battezzerà in Spirito Santo». Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret
di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo
dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui
come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato:
in te ho posto il mio compiacimento». |
Esegesi
Il battesimo di Gesù è riportato sia dai Sinottici che da Giovanni.
Essendo ben difficile che la comunità cristiana delle origini avrebbe potuto
immaginare Gesù sottoporsi al battesimo di purificazione, se di ciò non fossero
esistite sicure testimonianze, la storicità sostanziale dell'episodio ne
risulta tra l'altro più che evidente.
Il racconto in Marco è scarno ed essenziale. Dopo aver
presentato l'apparizione del Battista come compimento della profezia di Isaia
(vv. 2-3; cfr. Is 40.3) e averne descritto rapidamente la predicazione e lo
stile di vita (vv. 4-6), l'evangelista riporta la testimonianza del Precursore
(vv. 7-8).
v. 7 - Marco omette la domanda (riportata da Luca e Giovanni)
sull'identità del Battista, e riferisce solo la risposta, facendone il
contenuto di tutto il suo messaggio: «Giovanni
proclamava...».
La prima parola è «viene»
(èrchetai) al presente: è già qui, la
sua comparsa è immediata, urgente. Il Messia non è nominato (né Gesù si
presenterà mai come «Messia»), ma adombrato da un comparativo, «colui che è più forte di me».
L'aggettivo è frequente nel Nuovo Testamento, spesso attribuito alla potenza di
Dio, degli angeli, o anche dei demoni; «colui che viene» è presentato come
liberatore e giudice.
La relazione con il Battista è espressa in forma paradossale: «dopo (opiso) di me» indica la
posizione dello schiavo rispetto al padrone, e tuttavia qui colui che «sta
davanti», il Battista, non è degno di svolgere neanche il servizio più umile,
sciogliere i calzari, che nemmeno a uno schiavo poteva essere imposto.
v. 8 - La contrapposizione «il più forte / il non degno» diventa
qui «battesimo di acqua / battesimo di Spirito». La differenza nell'uso del
verso enfatizza la discontinuità tra il Battesimo e Gesù: «vi ho battezzato», aoristo, un'azione puntuale, conclusa e priva di
conseguenze rilevanti; «vi battezzerà»,
futuro, inaugura il tempo messianico e apre alla vita nuova.
v. 9 - L'arrivo di Gesù è improvviso, apparentemente senza
collegamento con ciò che precede; solo le notazioni geografiche, Nazaret e il
Giordano, ancorano l'evento a una situazione storica e ne riducono l'aspetto
mitico.
A differenza di Matteo (3,13-15) che registra l'obiezione del
Battista, di Giovanni (1,29-34) che non esplicita il battesimo ma sottolinea la
testimonianza, e anche di Luca (3,21) che sorvola accennandovi appena con un
participio, Marco è preciso, con un'indicazione secca e puntuale che non
ammette riserve: «fu battezzato nel
Giordano da Giovanni».
v. 10 - La visione è improvvisa: subito (echthùs), mentre
Gesù esce dall'acqua, come Mosè uscito dall'acqua del Nilo per liberare il
popolo (cfr. Is 63,11).
«vide»: il soggetto è
Gesù. Non è chiaro qui se la visione e la voce vengono percepite anche dagli
altri, come sembra il caso negli altri Sinottici, mentre in Giovanni la visione
è attribuita al Battista.
I cieli si aprono: è la precondizione alla discesa dello
Spirito. L'immagine della colomba è rara, non ci sono riscontri: troppo vago il
parallelo di Cant. 2,12 e delle Odi di Salomone, mentre l'uccello che scende
con funzione rivelatoria è un motivo abbastanza comune nelle mitologie
dell'Antico Vicino Oriente.
v. 11 - Più frequente nella Bibbia la voce che proclama
l'eletto. I riferimenti lessicalmente più vicini sono Gen 22,2 (Isacco,
l'unico, è detto come qui agapetòs
nella versione greca dei LXX); Sal 2,7 («tu
sei mio figlio», la formula dell'investitura regale); Is 42,1 (il Servo è l’eletto in cui Dio si compiace).
Il confronto con Is 42,1 nella versione dei LXX, che rende il
verbo ebraico con un aoristo, induce a interpretare anche qui l'aoristo eudòkesa («ho posto il mio compiacimento ») con valore di presente, nel senso
di una condizione continuativa, uno stato d'animo permanente di amore e
predilezione verso l'eletto.
La proclamazione e la visione dello Spirito consentono di
gettare uno sguardo sulla consapevolezza che Gesù poteva avere della propria
intima relazione con Dio, dalla quale procedeva la sua coscienza della
vocazione messianica.
Meditazione
Battesimo
del Signore, domenica cerniera: si conclude il tempo natalizio, inizia quello
ordinario. Abbiamo appena terminato di celebrare la nascita di Gesù e già lo
ritroviamo adulto, alla sua prima manifestazione pubblica; si passa dal ruvido
calore del presepio all'acqua rigeneratrice del Giordano. Di fatto, oggi siamo
invitati a saldare in unità il nostro sguardo sull'unica esistenza di Gesù, a
tenere insieme gli inizi della sua vita, solo apparentemente sereni - nascita
in viaggio lontano da casa, trasferimento forzato in Egitto, strage degli innocenti!
-, con la sua esigente maturità, accompagnandolo nel suo cammino di crescita
umana e spirituale.
Un
elemento fisico si impone nelle letture che la liturgia oggi ci propone:
l'acqua. Sempre più oggetto oggigiorno di interessi anche economici, l'acqua è
quanto di più necessario alla nostra esistenza: per dissetarci, lavarci,
irrigare. Può così diventare veicolo privilegiato per rappresentare il nostro
desiderio di essenzialità e verità.
Nella
prima lettura il profeta Isaia ci invita a prendere coscienza della nostra
insopprimibile fame e sete di autenticità e quindi a scegliere di alimentare la
nostra vita con quanto il Signore mette a disposizione, gratuitamente, per
tutti. Ci sono, infatti, cibi che non saziano, forse neanche nutrono:
certamente non fanno crescere. Sappiamo, desideriamo porgere l'orecchio del
nostro cuore a questa parola antica, ascoltare
per vivere?
L'acqua
è soprattutto presente nella scena narrataci nell'evangelo, dove incontriamo di
nuovo un altro profeta, Giovanni, che ridesta la nostra attenzione e la nostra
curiosità annunciando la venuta di una figura forte, più forte anche di lui...
Giovanni sta battezzando, sta cioè compiendo un rito simbolico che traduce in
gesto esteriore il desiderio di purificazione, di cambiare la propria
esistenza: si annega una parte di sé per lasciar spazio ad altro. La figura che
Giovanni annunzia non avrebbe battezzato solo con acqua ma con lo Spirito
Santo, nella potenza di Dio.
L'austera
persona di Giovanni e il suo incisivo messaggio mettono pertanto negli ascoltatori,
anche in noi, l'aspettativa di una immensa forza che sta per giungere. Di
fatto, il personaggio atteso è lo sconosciuto Gesù, proveniente da un modesto
villaggio della Galilea, Nàzaret. Ma costui sembra ben distante dalle parole
che lo hanno annunciato. Anziché compiere gesti di potenza che lo separano
dalle altre persone, si incolonna con chi sente il bisogno di manifestare anche
pubblicamente la propria inadeguatezza e con loro riceve - anziché
amministrarlo! - un battesimo. Si associa ai peccatori desiderosi di vedere agire
in sé l'azione di Dio e si 'lascia fare'. Che contrasto! Non è l'entrata in
scena di un potente, di un personaggio, di un forte, anzi, di uno più forte di
altri... È un inizio molto defilato, che apre però a insospettate novità.
Infatti,
appena battezzato, appena cioè Gesù ha accettato e scelto per la propria vita
questa dinamica di morte e rinascita, riceve addirittura dal cielo una conferma
al proprio stile di vita. I cieli letteralmente si strappano: sembra che Dio abbia urgenza di far pervenire a Gesù
tutta la sua stima, la sua benevolenza e predilezione, di fargli giungere la
sua stessa forza: lo Spirito Santo.
L'autentica
forza di Dio non è però muscolare (tale da annientare magari chi non è in linea
con noi), non è neanche la sola buona volontà: è la tenacia di chi si pone alla
ricerca dei segni della presenza di Dio in uno stile di condivisione, di
solidarietà con i più poveri e lontani. Cosa avrà capito, pensato, provato
Gesù? Chissà... Di fatto cercherà subito di approfondire questo dialogo che Dio
ha voluto aprire con lui trascorrendo un tempo intenso in un luogo adatto, il
deserto. Qui certamente elaborerà i primi passi del suo ministero pubblico ma
soprattutto assumerà in modo irrinunciabile uno stile di vicinanza, che «il
Padre», come più tardi egli chiamerà Dio, gli conferma in modo solenne. Cosa
davvero colma la nostra sete di rendere piena la nostra vita? Il Messia forte
annunciato da Giovanni o quello più forte
incarnato da Gesù? Quale acqua ci disseta davvero? Davvero una parola
inattesa, inaudita quella che il racconto evangelico oggi ci riporta. Che segna
vistosamente come le nostre vie non siano quelle di Dio! Eppure sono quelle che
Dio ha scelto per irrigare la terra della nostra esistenza e per farla
crescere, maturare fino al suo compimento.
Come
con Gesù, Dio ha scommesso su di noi, 'regalandoci', nel battesimo, il suo
Spirito, la sua 'forza' di condivisione. La parola di Dio ci da la possibilità
di rendere attiva la morte e risurrezione in cui siamo stati battezzati, di far
sì che la nostra vita sia davvero trasformata come quella di Gesù in una solidarietà
mite e discreta, ma efficace e autentica.
Preghiere e
racconti
«Il battesimo di
Gesù ci ricorda soprattutto il nostra battesimo e ci chiede che cosa è cambiato
nella nostra vita con l’ingresso in essa di Dio. Ci chiede: “Che cosa significa
in realtà per me essere battezzato?”.
[…] Il battesimo
significa che noi restituiamo a Lui quello che da Lui è venuto. Il bambino non
è mio come può esserlo una somma di denaro o uno strumento qualsiasi. Egli non
è mai proprietà di qualcuno. È affidato da Dio alla nostra responsabilità,
liberamente e in modo sempre nuovo, affinché noi gli permettiamo di essere un
libero figlio di Dio. Solo grazie a questa consapevolezza è possibile trovare
la giusta via tra l’autoritarismo e la mancanza di autorità, tra la pretesa che
molti hanno di disporre dei propri figli come se fossero una loro proprietà, il
tentativo di plasmare i figli in base alle proprie idee e ai propri desideri,
tentativo che finisce per rovinarli e far loro violenza, e quell’assurdo
lasciar correre che viene spacciato come rispetto per la libertà, ma che in
realtà è disprezzo della natura umana e della sua dignità. Perché in questo
modo si nega al bambino il dono dell’amore e della comunità in cammino, lo si
abbandona alle forze oscure dell’esistenza. Questo timore distruttivo della
garanzia offerta dalla verità e dall’amore è inevitabile se l’uomo non sa più
chi egli sia e per che cosa viva. In questo caso egli non può dare al bambino
altro che la vita, che da sola è senza senso. Ma noi sappiamo a chi effettivamente
appartiene il bambino e a chi è debitore. Se lo introduciamo alla luce di Dio e
ai suoi insegnamenti, non gli facciamo violenza inculcandogli nostre idee
personali, ma lo formiamo e lo guidiamo verso quelle che è la sua natura più
autentica. Allora gli doniamo la sua vera libertà, il suo essere sé stesso. Lo
consegniamo nella mani di Colui che è creatore e salvatore. Questo è al tempo
stesso il dono e l’impegno del battesimo».
(Joseph RATZINGER, Sul natale, Torino, Lindau, 2005,
110-111).
«Un tentativo di
rendermi conto dell'amore di Dio è stato per me la meditazione sul battesimo di
Gesù (Lc 3,21s.). Gesù si cala nel Giordano, nell'acqua che è carica della
colpa dei molti che si sono fatti battezzare nel fiume da Giovanni. Mentre
entra in acqua, il cielo si apre sopra di lui. E Dio gli dice: «Tu sei il mio
figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto».
Nella meditazione
ho sperimentato la realtà di questo amore quando ho sovrapposto consapevolmente
la frase «Tu se il mio figlio prediletto» alla paura, all'oscurità, al fallimento,
alla mediocrità, alla menzogna esistenziale in me. Ho tentato di calarmi
nell'acqua del mio inconscio, nel regno delle tenebre in cui ho rimosso tutto
quanto fugge alla luce del sole, ciò che non mi va di guardare alla luce del
giorno. Per me è una bella immagine del battesimo di Gesù il fatto che il cielo
sopra di lui si sia aperto proprio quando egli si è calato nelle profondità del
Giordano. Il cielo vuole aprirsi anche sugli abissi della mia anima. Ma devo
avere il coraggio di calarmi in tali abissi, per percepire là in fondo, con un
suono nuovo, le parole: «Tu sei il mio figlio prediletto»; «Tu sei la mia
figlia prediletta». Solo quando ho sovrapposto alla mia esistenza concreta la
frase secondo cui sono il figlio prediletto, essa mi ha toccato nell'intimo,
donandomi la pace interiore. Ogni parlare che si fa dell'amore di Dio ci lascia
indifferenti se non giunge alle esperienze della nostra vita quotidiana.
Gesù si cala nei
flutti della colpa, nell’inconscio, nella pulsionalità, negli elementi della
terra, come lo rappresentano sempre le icone. Calandosi in essi, prega tanto
intensamente che il cielo si apre sopra di lui, che quanto è essenziale
prorompe e la luce di Dio risplende sopra di lui. È un profondo desiderio anche
mio quello di saper pregare in modo tale che il cielo si apra sopra di me, che
l'amore di Dio rifulga nelle profondo del mio inconscio, negli abissi della mia
colpa. E anelo a saper pregare anche per gli altri, in modo tale che il cielo
si apra sopra di loro. Pregare significa aprire il cielo sopra le persone, in
modo che sia loro consentito di sentire il rapporto con Dio come la loro unica
salvezza.
Gesù sente dal
cielo aperto la voce di Dio che è rivolta a lui: «Tu sei il figlio mio prediletto,
in te mi sono compiaciuto» (Mc 1,11). Questo è anche il mio anelito più
profondo, l’essere il figlio prediletto di Dio, non essere rispettato, ammirato
e amato solo dagli esseri umani, bensì da Dio, la causa prima di ogni
esistenza, il creatore del mondo».
(A. GRÜN, Apri il tuo cuore all’amore, Queriniana, Brescia,
2005, 20-23).
I nuovi tempi sono
già iniziati,
i tempi nuovi che
il mondo attendeva
fin dall'origine,
gli ultimi tempi:
e fu la voce dal
cielo a bandirli.
«Questi è il mio
Figlio, l'amato da sempre,
nel quale ho posto
la mia compiacenza»:
così è spuntata
l'aurora del mondo
e fu l'inizio di
nuova creazione.
Ma tu sei venuto a
battezzarci
in Spirito santo e
fuoco:
non vale l'acqua
soltanto
ma l'acqua e il
sangue
che sgorga dal tuo
costato, Signore:
così sia il nostro
battesimo
affinché i cieli si
aprano anche su di noi.
Amen.
* Per l’elaborazione della «lectio»
di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:
o serviti
di:
- Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006.
- G.
TURANI, Avvento e natale 2011. Sarà chiamato
Dio con noi. Sussidio liturgico-pastorale, San Paolo, 2011.
- Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.
- Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni
eucaristiche di Avvento e Natale, a cura di
Enzo Bianchi et al., Milano, Vita e Pensiero, 2005.
- La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
- J.B.
METZ, Avvento-Natale, Brescia, Queriniana, 1974.
- E.
BIANCHI, Le parole della spiritualità.
Per un lessico della vita interiore, Milano, Rizzoli, 21999.
- T.
BELLO, Avvento e Natale. Oltre il
futuro, Padova,
Messaggero, 2007.